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Game #04 Boston vs. New Orleans 97 - 87

Pubblicato da Michele Pulcini sabato 31 ottobre 2009 Comments

RECAP

Quarta vittoria stagionale per i Celtics che portano cinque uomini in doppia cifra di punti più un Rondo ancora in doppia cifra di assist, per battere unha new Orleans molto coriacea che dopo un primo tempo molto sofferto, produce un gran terzo quarto rientrando in partita. Pierce ancora top scorer con 27 punti.



La quarta vittoria della stagione è arrivata in modo diverso dalle precedenti, ma con il comune denominatore della difesa. I New Orleans Hornets si sono dimostrati un avversario superiore a Bulls e Bobcats, forse anche più di quanto immaginato ed è stato necessario il solito sforzo difensivo e un utilizzo dei titolari fino alla fine della partita.


La fredda cronaca


Gara spesso in equilibrio, con un piccolo vantaggio iniziale degli ospiti che si trovano sul 11/6 dopo cinque minuti e il primo vantaggio di Boston a fine quarto. Nel secondo quarto un primo allungo sul 35/28 per i Celtics, poi portato a 41/30, ma due triple di Paul e Stajakovic riavvicinano gli ospiti a soli 5 punti (41/36) e un paio di canestri di un ispiratissimo Pierce, 20 punti nel primo tempo, portano le squadre all'intervallo sul 47/38.

Parrebbe sufficiente per chiudere la partita, ma West tiene i suoi vicini per i primi cinque minuti del terzo quarto, poi Perkins, Allen e Garnett allungano il vantaggio fino a un massimo di 12 (62/50) con 5.22 da giocare e sembra di nuovo finita, ma di nuovo Paul e Stajakovic trovano il modo per sorprendere e pareggiare a 25 secondi dalla sirena, prima che Wallace allo scadere segni la tripla del 72/69 che precede l'ultimo intervallo.

L'ultimo quarto è in altalena, un primo e forse decisivo allungo è merito di Wallace con un canestro in fadeaway sulle tacche e una tripla, ma è sempre Stojakovic da tre a mantenere i suoi vicini; poi ci pensa Garnett con due canestri consecutivi a portare il punteggio sul 86/80 a 4.20 dalla fine.In seguito, a testimonianza di quanto sia "la squadra" a giocare in attacco, segnano Allen, Pierce, Rondo ancora Pierce e Perkins e in questi ultimi quattro minuti New Orleans ha solo 4 punti da Paul ed è troppo poco per vincere a Boston.

I freddi numeri


Anche in una serata meno buona delle precedenti, comunque teniamo gli avversari al 42% al tiro, pur subendo uno Stajakovic d'altri tempi, con 26 punti e 6/10 da tre, ma limitiamo West a 10 punti, 2 rimbalzi e 4/14, mentre l'atteso duello tra Paul e Rondo vede CP3 segnare 22 punti con ottime percentuali (9/13), ma incidere meno sulla costruzione del gioco con soli 8 assist e, in generale, segnando soprattutto da fuori. Okafor è in serata normale a rimbalzo, ma nullo offensivamente con 5 punti, 4 perse e 2/9 al tiro, stretto nella morsa dei nostri lunghi e New Orleans è stata in partita solo per il 13/28 nelle triple.Da parte di Boston bene al tiro con quasi il 54% e cinque in doppia cifra, un Pierce sontuoso con i suoi 27 punti e 10/14 dal campo, anche se il plus/minus premia Allen e il suo +16.

Questa volta Rivers ha voluto tenere in campo Allen per 40 minuti e Pierce per 37 (Garnett invece solo 26).
Il mio personale commento

Prestazione per certo meno impressionante di altre, i numeri la riescono a spiegare poco, ma non ho mai avuto l'impressione che si potesse perdere, diciamo una partita giocata con la velocità da crociera e nulla di più e, spesso, potrebbe bastare in RS con le squadre di medio livello.
Ottimo Pierce, buono Allen e il pacchetto dei lunghi compreso Williams, mai in difficoltà contro gli avversari (solo 4 offensivi concessi), altra prestazione di Rondo tutta sostanza e poche zingarate e senza subire troppe penetrazioni di Paul, meno bene House rispetto alla prova contro i Bulls, sufficienza e nulla più per Daniels.

Credo che il game plan fosse di lavorare su Paul e West ed è stato rispettato, per Stojakovic una serata del genere è ormai l'eccezione alla regola ed è presumibile che all'inizio non fosse temuto come a fine partita e la migliore chiosa mi pare sia per bocca di Rivers che ha dichiarato a fine partita che "non siamo migliorati stanotte, abbiamo solo vinto una partita".

PREVIEW


Domenica, 1 novembre 06:00 PM ET
TD Banknorth Garden

Boston Celtics


Quintetto base
PG: Rajon Rondo
SG: Ray Allen
SF: Paul Pierce
PF: Kevin Garnett
C: Kendrick Perkins

Riserve
Rasheed Wallace
Marquis Daniels
Eddie House
Shelden Williams
Lester Hudson
JR Giddens

Infortunati
Tony Allen (ankle) out
Bill Walker (knee) out
Brian Scalabrine (ankle) day to day
"Big Baby" Davis (thumb) out

New Orleans Hornets


Quintetto base
PG : Chris Paul
SG : Morris Peterson
SF : Julian Wright
PF : David West
C : Emeka Okafor


Riserve
"Peja" Stojakovic
James Posey
Hilton Armstrong
Bobby Brown
Darius Songaila
Devin Brown
Darren Collison


Infortunati
Nessuno


All’intervallo della gara d’esordio all’AT & T Center di San Antonio, un arrabbiatissimo Byron Scott ha scribacchiato velocemente dei numeri sulla lavagna dello spogliatoio degli Hornets. New Orleans era in svantaggio per 39 a 57, e la prima partita di campionato stava ricalcando fedelmente le delusioni della passata stagione. “30-0, sapete cosa significa”? I giocatori lo hanno guardato con occhi spenti finchè Devin Brown –rimasto seduto a guardare fino a quel momento - ha risposto: “Credo sia il parziale dei punti segnati dalle riserve”. “Esatto – ha ripreso Scott – ecco perché siamo sotto, perché non state facendo quello che dovreste. Dovete segnare o non farli segnare, una delle due. E se non segnate e li lasciate segnare, ecco cosa succede”. E' il problema che già affliggeva gli Hornets nella passata stagione, e li ha bloccati proprio quando sembravano essere in grado si "spiccare il volo", dopo la bella cavalcata del 2007. Un grattacapo per Byron Scott, che ha dovuto fare i conti con la poca "consistency" delle sue riserve fin dal primo tempo della prima partita stagionale.Ed una volta rientrati in campo, il lieto fine all’americana non è arrivato. Gli Spurs hanno controllato la gara chiudendo sul 113 a 96, vanificando la grande serata di Chris Paul, autore di 26 punti. Nonostante la presenza di “panchinari” di prim’ordine come James Posey e “Peja” Stojakovic, dell’atletico Hilton Armstrong e del “rookie” Bobby Brown, e la sfuriata di Scott, la “seconda unità” di New Orleans alla fine della partita aveva perso il confronto diretto con gli Spurs per 17 a 61, tirato col 33%, catturato solo 9 rimbalzi. Numeri decisamente troppo bassi per poter aspirare ad una vittoria, specie se permetti a quelle vecchie volpi di San Antonio di segnare 113 punti.


IL QUINTETTO:


La tattica di Popovich contro gli Hornets è stata quella classica del “score first, limit the assists” utilizzata proficuamente in passato per neutralizzare Steve Nash ed i Suns. “Non volevamo che Chris Paul ci facesse a pezzi col suo 'penetra-e-scarica' trovando i tiratori sul perimetro”, ha confidato Manu Ginobili. Risultato: Paul ha tirato 11 su 16 ma è stato tenuto a 9 assist e forzato a 5 palle perse: una media assist/turnover di 1.8 decisamente inferiore al 3.8 fatto registrare in carriera. Ed anche contro i Kings a 31 punti con ottime percentuali al tiro, hanno fatto da contraltare i "solo" 4 assist conditi da quattro palle perse. Nonostante ciò, il piccolo play da Wake Forest rimane “heart and soul”, il cuore e l’anima dei Vesponi. Giocatore completo, è da lui che passano le fortune di New Orleans. Ad uno che in quasi 38 minuti di media nel 2009 ti ha regalato 22,8 punti, 11 assist, 5.5 rimbalzi e 2.5 recuperi ad allacciata di scarpe tirando col 50.3% dal campo, col 36.4% da “acque internazionali” e coll’86.8% dalla “linea della carità” cosa vuoi chiedere di più? Che guidi l’autobus alle partite?


In “off guard” parte Morris Peterson, eroe di una finale NCAA ai tempi di Michigan State. Come spiegare lo “spintone” di Scott che ha messo in panca “Peja” Stojakovic per schierare un tiratore che nella scorsa stagione aveva goduto di visto solo 12 minuti di utilizzo medio? Semplicemente con la necessità di risolvere uno dei problemi più spinosi della passata, leggi…produzione della panchina! Diciamo che alle prime due uscite Morris è stato rimandato: con San Antonio 2 su 6 al tiro e con Sacramento 3 su 8. Se sei un tiratore, devi metterla con percentuali migliori.


In small forward abbiamo Julian Wright, “fusillo” del Kansas sul quale il coach ripone i suoi sogni più belli. “Gli ho detto che mi aspetto un salto di qualità”, ha confessato Scott, “e che se non coglie al volo quest’opportunità sarà solo colpa sua”. L’esperimento “pressione sul pupone” all’esordio ha fruttato 8 punti, 4 rimbalzi e 2 stoppate in 28 interlocutori minuti. Un po’ pochino, molto meglio gli 11 punti e 7 rimbalzi della seconda uscita. Tempo ce n’è, certo che Paul Pierce è un cliente difficile.


L’ala forte è quella “bestia” di David West. Potenza nucleare in questo ventinovenne che nel campionato scorso ha fermato i contatori Geiger a 21 punti e 8.5 rimbalzi in oltre 39 minuti di utilizzo. Cifre più o meno confermate in un esordio da 18 punti e 9 rimbalzi, ma che è pure coinciso con una sconfitta. Contro i Kings leggermente sotto tono, ma comunque a quota 13 + 8.


Sotto canestro, una faccia nuova: è quella di Emeka Okafor, arrivato a fine luglio in cambio di Tyson Chandler. Chukwuemeka Noubuisi Okafor (ebbene sì, è questo il vero nome del centrone di origine nigeriana, e significa più o meno “Dio ha fatto un buon lavoro”) è il due-zero-otto che nel 2005 si è aggiudicato il titolo di “Rookie of the Year”. Valido difensore, è stato spesso limitato dai problemi alla schiena che erano già comparsi nell’anno da senior a Connecticut, quel 2004 segnato a caratteri d’oro nella bacheca degli “Huskies”. Anche la pre-season è stata limitata all'osso per un problema ad un dito del piede, ma nelle prime due uscite di è distinto limitando Tim Duncan alla “singola cifra” nei punti segnati e poi effettuando un paio di stoppate decisive contro Sacramento.


LA PANCHINA:


Croce e delizia, come detto: male all’esordio, ma il “melting pot” tra veterani e giovani promesse sulla carta sembra interessante. E poi come non pensare subito al “nostro” James Posey? James a New Orleans ha giocato una buona prima stagione, giocando quasi quattro minuti in più che a Boston (28.5) e migliorando le medie nei punti (8.9) e nei rimbalzi (4.8). Ciò che gli è mancato è stata la presenza di Kevin Garnett, Ray Allen e Paul Pierce: dove a Boston poteva essere “l’ingrediente speciale”, troppo spesso in Louisiana si è dovuto arrabattare in ruoli a lui poco consoni come quello del “realizzatore” o del “clutch shooter”. Ruoli che spesso ha ricoperto bene, ma che alla fine della fiera lo hanno privato della sua anima “roberthorryana”. Ma resta un tipino tosto. Dalla panca esce anche Predrag Stojakovic, tiratore sempre pericoloso per la sua confidenza col 40% in stagione nel tiro col prefisso. Prono agli infortuni (in carriera ha raggiunto le 80 o più partite giocate solo in un’occasione), ha raggiunto quota 32 primavere ad inizio giugno e Byron Scott ha deciso di impiegarlo come “guastatore”. La tattica degli Spurs lo ha limitato a soli due tiri tentati in 20 minuti, ed i soli quattro punti all’esordio stagionale non gli rendono giustizia. Anche se con Sacramento le colpe del 3 su 9 al tiro sono tutte sue. Bobby Brown è arrivato dai Timberwolves nella “trade” per Antonio Daniels: una tosta “combo-guard” alla terza squadra in tre anni (fu scelto dai Kings), abbina validi “mid-range” game e trattamento palla a grosse carenze nella gestione della squadra e nella “presenza” difensiva. Il newyorchese Hilton Armstrong è il primo cambio dei lunghi: un 2 e 11 che nella passata stagione ha guadagnato spazio nella rotazione sfruttando i passaggi di “CP3”, ma che dimostra ancora lacune nell’intensità difensiva ed a rimbalzo. Darius Songaila venne scelto dai Celtics ma non giocò nemmeno un minuto a Boston: tornò al Cska Mosca e poi venne spedito a Sacramento per la scelta di Brandon Hunter. Solido comprimario a Washington per tre anni, ha lasciato la capitale nel corso delle trattative a tre con Orlando e Minnesota per Randy Foye e Mike Miller. Nemmeno il tempo di dire “Timberwolves” ed era già sull’aereo per New Orleans con la sua dote di 7.4 punti e 2.9 rimbalzi in quasi 20 minuti di spazio che difficilmente Scott gli garantirà anche in Louisiana. Completano il roster il quadrato Devin Brown, “swing man” compatto dalle discrete doti di realizzatore, e la matricola Darren Collison, prodotto di UCLA che nelle intenzioni del coaching staff dovrebbe regalare qualche minuto di respiro a Paul, ma che a San Antonio ha lasciato spazio a Bobby Brown.


(Un grazie a Fabio per la prewiev)


Game #03 Boston vs Chicago 118 - 90

Pubblicato da Fabio Anderle venerdì 30 ottobre 2009 Comments

Per i Celtics è più facile del previsto, quella che veniva considerata “gara 8 di playoff” della serie contro Chicago. I Bulls sbuffano, combattono, si impegnano, ma riescono a tener testa ai biancoverdi solo per un quarto, per poi lentamente ma inesorabilmente scivolare nei gorghi di una sconfitta da ricordare.
Sulle sabbie mobili del +1 e con pochi secondi da giocare nel primo periodo è Rasheed Wallace a piazzare la “tripla” del +4, l’unica della sua partita in una giornata balisticamente poco felice. Ma basta per andare al primo mini-riposo con un po’ di fiducia, ed alla ripresa delle ostilità è Marquis Daniels a portare Kirk Hinrich in post ed a lavorarselo per il primo “break” significativo della gara. A quel punto tocca a Ray Allen, che con 9 degli ultimi 13 punti Celtics nella seconda frazione spinge Boston al riposo sul 50 a 35. La difesa funziona perfettamente (Chicago si fermerà al 41% al tiro nonostante il lungo "tempo di rifiuti"), ed in attacco finalmente la squadra si sblocca trovando la via del canestro con una certa continuità. Garnett non è ancora al 100%, ma un suo "alley-oop" nel terzo quarto infiammerà il Garden, facendo ben sperare per un recupero totale della condizione atletica. Rondo invece si dedica esclusivamente al ruolo di "suggeritore", effettuando solo due tiri (un canestro) ma cercando costantemente i compagni. Per Chicago solo Noah sembra in grado di tener testa ai biancoverdi, mentre Salmons è decisamente sotto tono.
All’intervallo Paul Pierce in spogliatoio incita i compagni: “Apriamo bene il terzo quarto e rimaniamo aggressivi”. Poi torna in campo, approfitta della fame di assist di Rajon Rondo per infilare cinque “bombe” e schiacciare definitivamente ogni velleità per i Bulls, sotto per 88 a 61 quando mancano ancora 12’ alla fine. Rose ci prova, ma questa notte è di Rajon Rondo che gli sbatte in faccia il conto salato di un clamoroso "8" nell'assist/turnover ratio, perdendo solo due palloni. E’ chiaro che Chicago paga anche il “back to back” della vittoria con San Antonio la sera prima, ma va ricordato che Boston è alla terza partita in quattro giorni.
L’ultimo quarto è un lunghissimo garbage time nel quale Eddie House ha modo di raggiungere quota 22 punti, Shelden Williams può completare una doppia doppia da 10 punti e 10 rimbalzi, “Sheed” di continuare a spadellare dalla distanza, Lester Hudson segnare un discreto canestro e J.R. Giddens distinguersi per una sciocca palla persa.
Alla fine Pierce chiude con 22 punti, 8 rimbalzi ed un piacevole 5 su 7 da “acque internazionali”, mentre Ray Allen gli fa l’eco con 20 punti e 2 su 3 da tre. Coach Rivers sprizza felicità: “Quando Ray e Paul tirano così, le cose si fanno interessanti”. La vendetta per quella serie di playoffs troppo lunga, è servita.
Nota a margine, Danny Ainge ha comunicato che “Big Baby” Davis non verrà sospeso per la stupida rissa nella quale si è fratturato il pollice della mano destra. La multa però sarà salata…






PREVIEW

I Bulls reduci da una bella e convincente vittoria contro i San Antonio Spurs, approdano al Garden per dare vita alla prima rivincita della memorabile serie di primo turno dei playoff della scorsa stagione. Ma ci saranno nomi nuovi e la presenza in campo di Kevin Garnett e Luol Deng.


Chicago Bulls (1-0) at Boston Celtics (2-0)
Venerdì, 30 ottobre 09
8:00 PM ET
Diretta su Sky Sport 2 ore 01:00
TD Banknorth Garden




Boston Celtics

Quintetto base
PG: Rajon Rondo
SG: Ray Allen
SF: Paul Pierce
PF: Kevin Garnett
C: Kendrick Perkins

Riserve
Rasheed Wallace
Marquis Daniels
Eddie House
Shelden Williams
Lester Hudson
JR Giddens

Infortunati
Tony Allen (ankle) out
Bill Walker (knee) out
Brian Scalabrine (ankle) day to day
Big Baby Davis (thumb) out





Chicago Bulls

Quintetto base
PG : Derrick Rose
SG : John Salmons
SF : Luol Deng
PF : Tyrus Thomas
C : Joakim Noah

Riserve
Taj Gibson
Kirk Hinrich
Lindsey Hunter
James Johnson
Brad Miller
Jannero Pargo

Infortunati
Aaron Grey (fibula) out
Jerome James (achilles) out

Una delle ultime due squadre (assieme ai Bucks) a partire in questa regular season, i Bulls affrontano i Celtics nella “coda” di un back-to-back interessante. Dopo aver ospitato gli Spurs, infatti, volano a Boston cercando di ricreare la magia che nell’aprile scorso aveva dato vita ad una delle serie di playoffs più belle della storia NBA. Mancheranno alcuni dei protagonisti di quella serie: al “Bambinone” Davis si aggiunge infatti Ben Gordon, passato ai Detroit Pistons ed autore di 22 punti all’esordio. I Bulls dovranno fare a meno anche di Tim Thomas, lasciato andare senza troppe cerimonie, e del centro Aaron Gray, infortunato.



Ci sono anche dei “ritorni”: se ai Celtics si rivede Kevin Garnett, a Chicago si tira un sospiro di sollievo per il rientro del mandingo Luol Deng, swingman dalle mani di seta.
Tra le novità, mentre i padroni di casa possono sventolare la panchina del trio Wa-Da-Wi (gli amici milanesi sono pregati di non spernacchiare, significa “Wallace-Daniels-Williams”) già determinante a Cleveland, i Bulls puntano sulla freschezza delle loro due prime scelte, i “corazzieri” Taj Gibson e James Johnson. Il primo è un solido power forward da USC che nella pre-season ha fatto vedere qualcosa di buono al di là dei 12.8 punti e 5.8 rimbalzi. Il secondo invece, pure lui attorno ai 206/207 centimetri di altezza, proviene da Wake Forest ed al gioco vicino a canestro può accoppiare una discreta mano dalla distanza. Ai due “virgulti” Chicago ha affiancato il free-agent Jannero Pargo, che dopo l’esperienza europea alla Dinamo Mosca ed all’Olympiakos Pireo torna a puntellare un peraltro decente reparto guardie. Confermatissimo Kirk Hinrich, giocatore dall’alto IQ cestistico e capace di lavorare in entrambi gli spot di guardia grazie alla mano calda sia al tiro che in fase di passaggio. Dalla panchina “opererà” anche il centro Brad Miller, sempre meno atletico ma sempre più bravo nel leggere le partite ed a “pungere” col suo ottimo tiro dalla distanza. A completare il settore lunghi anche l’ipermuscolato Chris Richard, 116 chili (sembrano di più) racchiusi in una corazza di 206 centimetri e visti lottare nelle trincee dei Timberwolves senza risultati eclatanti(1.9 punti e 2.6 rimbalzi in quasi 11 minuti) nella scorsa stagione. Abbiamo cominciato dalla panchina, finiamo col quintetto base…

In cabina di regia tutti gli occhi sono ovviamente puntati sul gioiello locale Derrick Rose, che dopo una stagione fantastica culminata con il titolo di “Rookie of the Year” e con i 36 punti schiaffati ai Celtics in gara 1, è chiamato a confermare le sue doti di “incursore” da centro area e passatore ed a migliorare quelle di difensore.

Al suo fianco John Salmons, tipica guardia realizzatrice un po’ sottovalutata sia come realizzatore che come difensore. Unico difetto: un po’ troppo “cestisticamente egocentrico”, vuole il pallone tra le mani e rifiuta sdegnosamente il “lavoro sporco”. Ma è in grado di riempire il tabellino in un attimo.

In ala piccola torna Luol Deng, appiedato nella seconda parte di campionato da una frattura da stress alla tibia destra. Giocatore sontuoso, è capace di contribuire sui due lati del campo ed è depositario di un “mid-range game” tra i più belli (e pericolosi) della lega.

Tyrus Thomas abbina doti atletiche fantastiche ad una testolina buffa. Nelle sue corde ci sono anche un ottimo tiro dalla media ed un’incredibile propensione alla stoppata, e sicuramente sarà in gran spolvero: in fin dei conti sta iniziando il suo “contract year”.

Joakim Noah è forse il centro NBA con le mani più “quadrate”, e questo lo toglie d’ufficio dal mio personale cartellino dei giocatori che vorrei a Boston. Eppure, nonostante a volte vada sopra le righe, l’energia che infonde alle partite è decisamente clamorosa e dovrà venir controllata per evitare che contagi il resto dei Bulls. Grande “apertura alare” ma movimenti offensivi degni di un totem indiano.

Infine coach Vinnie Del Negro: da sempre grande enfasi su difesa e rimbalzi, nel suo anno da “rookie” ha in qualche caso commesso errori marchiani, ma la sia capacità nel guidare un gruppo giovane come Skiles non era riuscito a fare è stata notata da tutti. Teste matte ce ne sono, da Joakim Noah ed il suo amore per la cannabis a Tyrus Thomas che in pre-stagione non è proprio riuscito a non lamentarsi per non essere partito in quintetto. Eppure se c’è uno che può tenerle a freno grazie ad un approccio basato sul buon senso, quello è proprio l’ex playmaker di Treviso e San Antonio.

Uno per "Red"

Pubblicato da Shamrock giovedì 29 ottobre 2009 Comments

Nel resto della lega, dei Boston Celtics non se ne poteva proprio più. Dopo sette titoli NBA consecutivi ed otto negli ultimi nove anni, un certo sentimento di sano “odio” sportivo era chiaro che pervadesse gli animi degli impotenti avversari di turno. Wilt Chamberlain, il giocatore più dominante a livello offensivo nella storia della lega fino a quel momento, non era ancora riuscito nell’impresa di battere Bill Russell; i Los Angeles Lakers dei fuoriclasse West e Baylor continuavano a provare a spodestare i Celtics dal trono della lega e continuavano a fallire nell’intento.

Erano stanchi gli avversari ma, che ci crediate o no, il più stanco di tutti era il “nostro” “Red” Auerbach. Il condottiero dell’armata biancoverde era giunto al capolinea e dopo quindici anni passati a comandare, urlare, dirigere allenamenti, prenotare biglietti aerei ed alberghi, viaggiare da una parte all’altra degli Stati Uniti, selezionare e motivare i giocatori, passare ore al telefono a valutare i “prospetti”, trovare anno dopo anno nuove addizioni, aggiustamenti e piccoli correttivi alla squadra, disse basta.
“Basta” lo disse alla vigilia della stagione 1965-66 durante la quale avrebbe ancora diretto i suoi “ragazzi” e, così facendo, indirettamente motivò una squadra che non sapeva quasi più dove cercare nuovi stimoli. La stagione precedente era stata “obbligatoriamente” dedicata alla memoria dello scomparso Walter Brown, padre e proprietario dei Celtics e quella prima ancora era servita a provare che i Celtics erano in grado di vincere anche senza Bob Cousy.
A parte i primi anni in cui volevamo dimostrare di saper vincere e poi di essere in grado di ripeterci, ci furono stagioni in cui non riuscivamo a trovare alcuna ragione speciale per dover vincere – disse anni più tardi Bill Russell – quindi decidemmo che avremmo vinto a prescindere...”
La ragione speciale, dunque, per questa stagione, sarebbe stata l’addio di Auerbach. Ma non sarebbe stato affatto facile. Anzi, per la prima volta in quasi dieci anni i Celtics apparivano “battibili”: avevano perso Tom Heinsohn (ritiratosi a soli trent’anni dopo essere stato protagonista in otto vittorie di titolo), ed anche i “Ragazzi Jones” - oltre a Bill Russell - avevano superato la soglia delle 30 “primavere”.
L’immancabile elemento di novità era rappresentato dall’arrivo di Don Nelson, venticinquenne “ala” uscita tre anni prima dall’università dell’Iowa e “pescata” al draft del 1962 dagli allora Chicago Zephyrs. Il futuro coach, inventore di uno stile di pallacanestro senza uguali (“Nellie Ball”), era poi stato trasferito ai Los Angeles Lakers con i quali aveva disputato due campionati prima di venire “incautamente” tagliato dalla dirigenza californiana. A “Red” Auerbach non parve vero e prese la palla al balzo per portarsi il biondo Don a Boston. Ma sarebbe bastata questa semplice addizione al roster del Trifoglio per potersi confermare ai vertici della lega?

Una cosa era chiara: quell’anno i Philadelphia 76ers facevano veramente paura. La compagine di Dolph Schayes era infatti perfettamente assemblata attorno al dominatore Chamberlain, con un “backcourt” composto da Hal Greer e Wali Jones, e due ottimi giocatori come Chet Walker e Luke Jackson integrati dal rookie Billy Cunningham che era pronto a fornire un ottimo contributo nella stagione d’esordio nella quale avrebbe fatto registrare oltre 14 punti di media a partita.
I Lakers dal canto loro “annusavano” la fine della Dinastia e, mossi dalla convinzione di Jerry West che “prima o poi toccherà pure a noi vincere” puntavano a dosare le forze nella sempre piu’ decadente Western Division per arrivare “in palla” all’appuntamento finale dei play offs.
La situazione dei californiani a dire il vero non era idilliaca: l’infortunio al ginocchio patito da Elgin Baylor l’anno precedente pareva doverlo costringere ad appendere le scarpe al chiodo: almeno questo era il parere dei medici. I suoi legamenti erano stati seriamente danneggiati e la rotula si era praticamente spezzata a metà; appena dopo l’infortunio avvenuto durante le finali della Western Division del 1965 lo sfortunato Elgin addirittura temeva di non poter tornare a camminare come una persona normale. Fu solo attraverso ripetute sessioni di riabilitazione e grazie alla sua esemplare motivazione che il coriaceo Baylor fu in grado di presentarsi alla vigilia della stagione come un giocatore redivivo: seppur limitato in alcuni aspetti del gioco e molto meno dinamico e “sfrontato” del solito, mostrò di essere ancora dotato di classe cristallina e di capacità realizzative innate. Probabilmente era solo al 75% del suo potenziale ma, anche così era pur sempre di gran lunga uno dei migliori giocatori del campionato ed era disposto a tutto pur di arrivare all’anello.
I Celtics, con l’annuncio del ritiro di Auerbach, stavano indirettamente lanciando l’ennesima sfida ai rivali: Phila e Los Angeles avrebbero dovuto passare sopra al cadavere dei Verdi per poter trionfare. Ci sarebbe stato da soffrire, eccome, ma la disponibilità al sacrificio era ancora totale e, soprattutto, i ragazzi di "Red" avrebbero usato una delle loro armi migliori, la psicologia.

Ma andiamo con ordine. La regular season si preannunciava “pirotecnica” soprattutto ad Est, e così fu: Boston e Phila si contesero la leadership per tutto l’arco delle 80 partite della stagione regolare e gli scontri diretti si riempirono di contenuti addizionali, con i 76ers pronti a tutto pur di dimostrare che questa volta erano più forti. Non era più solo Chamberlain contro Russell, ma era anche e soprattutto la guerra dei coach, “Auerbach versus Schayes”, il “vecchio dittatore” contro il giovane “outsider”. Ed era pure uno scontro tra città per la supremazia nella costa atlantica.
I Celtics cominciarono male con due vittorie e tre sconfitte ma poi trovarono una certa regolarità ed a metà campionato il loro record si attestò sul 28-12, con tre vittorie di vantaggio sui 76ers. La media realizzativa di Sam Jones aveva subito una flessione e si era attestata sui 23,5 punti a partita, ma i Celtics dimostravano ancora una volta di puntare sulla solidità di squadra (con sette giocatori in doppia cifra) e sull’intensità difensiva, marchio di fabbrica di Bill Russell, “Satch” Sanders e compagnia. John Havlicek, ora in quintetto base, fece registrare quasi 19 punti di media ad incontro e lasciò a Don Nelson il ruolo di sesto uomo, fondamentale nel marchingegno celtico. La cosa pareva funzionare. Nella seconda parte della stagione però Phila cambiò marcia lanciando così un messaggio chiaro a Boston: quell’anno con loro non si scherzava. Trascinati da un sempre più dirompente Wilt Chamberlain leader in punti, rimbalzi, percentuale di realizzazione e persino settimo della lega in assists (!), i 76ers subirono solo dieci sconfitte e con uno scatto finale di 11 vittorie consecutive scavalcarono i Celtics aggiudicandosi il primato della Eastern Division. Era un sorpasso “di misura” (55 vittorie contro 54) ma dall’elevato contenuto simbolico dato che per la prima volta dopo 10 anni di dominio assoluto Boston perdeva la vetta dell’Est. Non solo: a suffragio di questo capovolgimento di fronte, Philadelphia riuscì pure ad aggiudicarsi 6 dei 10 scontri diretti con la compagine di “Red”. Insomma, sembrava tutto organizzato e pronto per una “svolta epocale” nella NBA, o almeno questo è ciò che volevano credere a Philadelphia...

Intanto, sulla costa dell’Oceano Pacifico le cose seguivano immutate: i Lakers sembravano non avere rivali in una Division composta da squadre tutte al di sotto del 50% di vittorie nella stagione regolare e, nonostante il non brillantissimo record di 45-35, West, Baylor e soci dormirono sonni più che tranquilli, potendo preparare con relativa serenità l’appuntamento con la post-season. Avevano voglia di fare lo sgambetto agli odiatissimi Celtics e lasciare a Red Auerbach un ricordo amaro nella sua ultima stagione in panchina ma al tempo stesso anche i “lacustri” cominciavano a “sospettare” un possibile predominio da parte dei 76ers. La situazione si faceva interessante e l’avvento dei playoffs era quanto mai atteso dai mezzi di informazione e dai tifosi. Boston provò l’esperienza di dover giocare un primo turno di post-season contro i Cincinnati Royals e l’avvenimento rischiò di trasformarsi in “tragedia” quando, dopo tre partite, i Verdi si ritrovarono sotto per 2-1 nella serie al meglio delle cinque partite. Gara 4 si disputava a Cincinnati e rappresentava un autentico “o la va o la spacca” per i ragazzi di “Red” Auerbach; Jerry Lucas ed Oscar Robertson avevano giganteggiato fino a quel cruciale incontro ma il consolidato orgoglio bostoniano era pronto ad entrare in gioco per salvare la stagione: non ci fu storia e con un chiaro 120-103 i Celtics raddrizzarono la serie per poi chiuderla tra le mura amiche del Boston Garden con un’altra vittoria, questa volta contenuta a 9 punti di scarto.

Lo spavento era stato grande ma aveva permesso ai Celtics di mantenere alta la concentrazione e di presentarsi così alla finale divisionale contro i 76ers a pieno regime e con il necessario ritmo partita. I Sixers, al contrario, si dimostrarono “arrugginiti” dalla lunga sosta e quello che a livello mediatico era stato presentato come uno “scontro titanico” con aspettative di capovolgimento nelle gerarchie della Eastern Division si tramutò ben presto in un autentico massacro dei vecchi lupi nei confronti degli eterni agnelli. I Celtics annientarono Phila nelle prime due partite con uno scarto medio di 20 punti per poi cedere gara 3 di sei lunghezze. La quarta contesa al Garden fu combattutissima e si risolse al supplementare con il punteggio di 114-108 per Boston mentre gara 5 a Philadelphia rappresentò la disfatta finale di Wilt Chamberlain: nonostante i 46 punti segnati, infatti, il gigante della Pennsilvanya sbagliò 17 dei 25 tiri liberi tentati (e 40 su 68 nella serie) e quando a fine partita fu “grigliato” dal giornalista sportivo locale Joe McGinnis sul fatto che quegli errori dalla lunetta erano costati la partita e la stagione ai 76ers, Wilt cercò di aggredire l’irriverente cronista, mentre negli uffici dirigenziali si preparava un meno violento ma ugualmente contundente “ben servito” a coach Dolph Schayes. Licenziato in tronco poche settimane dopo essersi aggiudicato il premio di Coach dell’Anno.

La rabbia ed il senso d’impotenza di Chamberlain e soci era evidente e direttamente proporzionale al talento di una squadra infarcita di fantastici giocatori che però non riusciva a superare il “tabù Celtics”. Come accennato in precedenza, il trionfo di Bill Russell e compagnia era innanzitutto “psicologico”: Philadelphia quell’anno era una compagine di gran lunga superiore ai Celtics, almeno sulla carta, ma il campo continuava a fornire responsi in direzione diametralmente opposta. Boston non dava mai l’idea di trovarsi in “affanno” ed anche nei momenti più delicati la consapevolezza della forza mentale dei giocatori era tale da permettere loro di superare ogni ostacolo. Erano abituati alle partite “on the edge” ed alle guerre di nervi. Poi a volte usavano la malizia tipica dei vincenti: “Luke Jackson correva come un pazzo su e giù per il campo ed era marcato da Willie Naulls – ricorda K.C. Jones – Jackson si stava facendo un mazzo enorme difendendo, prendendo rimbalzi e tuffandosi sul parquet ad ogni palla contesa ma non era ancora riuscito ad aver la palla per cercare la conclusione a canestro e Willie glielo fece notare: ‘Luke, non hai ancora provato un tiro’ – gli disse il Celtic – “Sì, è vero Willie, aspetta e vedrai” – rispose Luke. Durante i successivi possessi Jackson prese palla e s’intestardì nel non volerla cedere ai compagni per cercare conclusioni forzatissime che, ovviamente, non andarono a segno...Questo è il classico esempio di come usare la psicologia in una partita di basket” – sentenziò K.C. Jones – cominciò tutto con Bill Russell ed il resto della squadra gli andò dietro!”

Nella Division occidentale intanto i Baltimore Bullets, falcidiati dagli infortuni, furono spazzati via in tre partite dai St.Louis Hawks del giocatore-allenatore Richie Guerin, una squadra solida che poi costrinse i Lakers ad una lunga e sofferta serie in sette partite prima di arrendersi alle giocate di Baylor e West. Era ancora Boston contro Los Angeles. Celtics contro Lakers, per la quarta volta negli ultimi cinque anni. La serie finale cominciò con il botto: in gara 1 al Boston Garden i Celtics presero un margine di 18 punti di vantaggio ma i Lakers riuscirono a recuperare poco a poco e nell’ultimo minuto di gioco il risultato era in perfetta parità. Russell stoppò un tiro di Baylor ma gli arbitri optarono per la “parabola discendente” e sanzionarono il “goaltending” al centro bostoniano. Sam Jones riuscì a pareggiare i conti allungando l’incontro al supplementare nel quale alcune magistrali conclusioni di Jerry West e dello stesso Elgin Baylor garantirono la vittoria gialloviola per 133 a 129. Le due stelle dei Lakers misero a referto 77 punti in due e “spostarono” immediatamente i riflettori e l’inerzia della serie in direzione lacustre. O almeno questo è ciò che pensarono in un primo momento salvo poi rendersi conto immediatamente che tutta l’attenzione mediatica era ancora riposta sui Boston Celtics. Perchè?

Ancora la psicologia: nella conferenza stampa di rito a partita conclusa i taccuini dei giornalisti erano pronti a raccogliere i commenti a caldo del coach bostoniano dopo la sconfitta mentre con la fantasia gli stessi reporters cercavano di “partorire” un titolo ad effetto per riempire le pagine delle cronache sportive. Avrebbero evidenziato il sofferto ma prestigioso successo dei Lakers ed avrebbero introdotto concetti quali “fine della Dinastia Celtica”, o “l’inesorabile declino di una squadra di veterani”...o ancora lo strapotere di un mezzo “azzoppato” Elgin Baylor nei confronti degli eterni nemici...e invece no. Non accadde nulla di tutto ciò e la vittoria dei Lakers su tutte le testate nazionali trovò appena riscontro, venendo clamorosamente oscurata dalla dichiarazione-bomba che “Red” Auerbach aveva diabolicamente escogitato per sviare l’attenzione pubblica da una serie finale che era cominciata nel peggiore dei modi per i suoi Celtics. “L’anno prossimo l’allenatore della squadra sarà Bill Russell”, annunciò Red con i toni formali ed ufficiali che tale notizia meritava. Per capire la portata di tale annuncio si deve tener presente che correva l’anno 1966 e che in una realtà ancora severamente segregata a livello razziale come gli Stati Uniti dell’epoca assegnare ad un afroamericano il posto di comando di una squadra professionistica del blasone dei Boston Celtics equivaleva a cambiare il corso della storia, trascendendo letteralmente dal mero contesto sportivo per “sfondare” il muro di resistenza sociale vigente. Fare di Bill Russell il primo giocatore/allenatore di colore nella storia professionistica americana fu uno shock di tali proporzioni da far passare in secondo piano qualsiasi altra notizia, sportiva e non, su tutte le testate nazionali durante un paio di giorni.

“Red” Auerbach aveva colpito ancora una volta nel segno e poco importava specificare alla stampa che l’intenzione iniziale era quella di affidare la squadra a Bob Cousy o Tom Heinsohn (entrambi peraltro avevano convenuto sul fatto che, dopo “Red”, “l’unico allenatore in grado di gestire Bill Russell sarebbe stato Bill Russell stesso”), lui era riuscito nell’intento di togliere pressione alla sua squadra che ora doveva tornare al campo di gioco: c’era da vincere un titolo. Gara 2 fu senza storia, i Celtics seppellirono i Lakers per 129 a 109 sull’onda di un ritrovato entusiasmo e con la consapevolezza della loro forza mentale andarono poi a Los Angeles a strappare altre due convincenti vittorie. Sembrava fatta anche perché il sempre più decisivo John Havlicek stava creando serissimi guai alla difesa dei Lakers, con quella sua polivalenza che gli permetteva di alternarsi negli spot di guardia e di ala piccola a seconda delle esigenze. Coach Fred Schaus aveva provato a mettergli addosso LaRusso, ma “Hondo” era troppo veloce per lui e questo “mismatch” sembrava destinato a sentenziare la fine della serie a favore di Boston, già pronta a festeggiare il trionfo nella quinta partita in programma al Garden. Troppo facile. La serie era nata all’insegna delle sorprese ed i Lakers, oltre ad un atteso rigurgito d’orgoglio, pescarono il jolly attraverso un’aggiustamento tattico operato ad hoc dal loro allenatore; Schaus infatti decise di relegare in panchina LaRusso per provare a “sguinzagliare” il brevilineo Goodrich su Havlicek. In questo modo Jerry West si spostava teoricamente al ruolo di ala ma sostanzialmente i Lakers stavano schierando un quintetto con tre guardie che nonostante il rischio di lasciare i tabelloni scoperti diede i frutti sperati e permise a Los Angeles di “sbancare” il Garden prima e di salvare anche il secondo “match-point” poi, vincendo gara 6 in casa con il punteggio di 123 a 115.

La settima e decisiva partita fu il classico dei classici. I Celtics partirono sparati ed accumularono un buon vantaggio praticando un’asfissiante difesa su West e Baylor che furono limitati ad un complessivo 3 su 18 al tiro durante la prima parte della gara. Poi, come spesso avvenne durante la serie, i Lakers recuperarono lentalmente fino a ridurre lo svantaggio a 6 punti, ma rimanevano solo 20 secondi al suono della sirena finale. Secondo tradizione, i tifosi bostoniani si riversarono a bordo campo in attesa dei festeggiamenti di rito e “Red” Auerbach ebbe la sfrontatezza di farsi accendere l’emblematico ed immancabile sigaro della vittoria dal governatore del Massachusetts ed amico John Volpe. La comprensibile esultanza generale risultò po’ prematura dato che i Lakers recuperarono altri quattro punti di svantaggio per fissare il risultato sul 95 a 93. Ma lo spavento durò poco: Russell, che aveva giocato con una frattura ad un piede e nonostante ciò aveva messo a segno 25 punti e raggranellato 32 rimbalzi, venne letteralmente messo KO dalla folla festante, i contenitori di succo d’arancia vennero riversati sul parquet, “Satch” Sanders fu derubato della canotta di gioco mentre K.C. Jones in qualche modo riusciva a ricevere il passaggio da Havlicek per far scorrere gli ultimi secondi sul cronometro. Era il titolo numero nove. Era quello dedicato a "Red" Auerbach.

Personaggio unico, inimitabile ed irripetibile nella storia, il “Rosso” aveva lasciato nell’unico modo possibile, vincendo. Tornato nella sua stanza d’albergo al Lenox in Copley Square, "Red" come suo solito si scaldò il cibo cinese e si pelò e frisse le sue patatine. Poi si sedette ed ignorò il pensiero che dal giorno dopo non avrebbe mai più diretto dalla panchina i suoi amati Celtics. Per lui sarebbero arrivati altri titoli come General Manager e Presidente della franchigia bostoniana ma quel 28 aprile del 1966 il sigaro del dopo-cena sprigionava un’aroma speciale che avrebbe pervaso la città in modo definitivo. Nel segno di "Red".

Game #02 Boston vs Charlotte 92 - 59

Pubblicato da Leonardo Ancilli mercoledì 28 ottobre 2009 Comments


Debutto al Garden per I Celtics che offrono un “clinic difensivo” agli oltre 18.000 presenti (compresi i giocatori dei malcapitati Bobcats). Per nulla appagati dalla bella vittoria di Cleveland (che nel frattempo ha perso di nuovo contro Toronto), i ragazzi di Rivers si schierano in campo con una cattiveria agonistica da “cinque stelle”.


Prima del tipoff prende la parola il Capitano Paul Pierce :


“Ci aspettiamo grandi cose. Guardate qua sù, ce ne sono solo 17,” ha detto, indicando ai titoli appesi al soffitto del Boston Garden. “Penso che ce ne serva un altro.”


Se serviva una ulteriore scossa di adrenalina ci ha pensato Kevin Garnett con i suoi riti pregara, prima “contemplando” con la testa appoggiata al canestro, poi battendosi il pugno sul petto e il garden esplode di gioia per aver ritrovato il proprio eroe.


Si parte, o meglio Boston parte e vola sul 8 a 0, Charlotte rimane a guardare una squadra che sembra giocare ogni possesso difensivo come se fosse l’ultimo di gara sette. Ci vogliono cinque minuti per vedere il primo pallone entrare nel canestro dei Bobcats. Ma è un assolo difensivo dei biancoverdi, Charlotte chiude il primo quarto a 13 punti con solo tre canestri dal campo. La gara probabilmente è già finita li, ma non per i Celtics che insistono nel loro martellamento difensivo, con la “second unit” che non vuole essere da meno dei titolari. Gli “intermedi parano chiaro, per Charlotte 13 – 18 -10 -18 punti nei vari quarti, e nell’ultimo Boston richiama i migliori in panchina dando spazio anche alla “deep bench” con il duo Lester Hudson / JR Giddens a lungo sul parquet.











Fino a qui pura cronaca difensiva, senza citare i singoli perché veramente si è assistito ad una prova corale dove tutti hanno dato il massimo sui due lati del campo, senza egoismi, senza pensare ai propri numeri, ma pensando solo al risultato finale. I numeri parlando di un ray Allen top scorer, di un Rajon Rondo di nuovo in doppia cifra di assist e in doppia doppia, e del sorprendente Shelden Williams che spara di nuovo una prestazione di grande qualità, non solo in difesa dove riesce a non far sentire lo “stacco da Perkins” quando il nostro numero 43 è in panchina, ma si fa vedere pure in attacco con 12 pregevoli punti, e anche a rimbalzo con nove carambole il tutto in poco più di 20 minuti, a lui porgo il mio personale MVP di partita.



Poco da dire sugli altri, Pierce e Garnett si limitano all’essenzialità, offrendo continuità difensiva e qualche giocata da campioni in attacco, Perkins continua nel suo lavoro oscuro, che però tanto oscuro non può più essere considerato visto lo “0” nella casella punti del tanto reclamizzato Tyson Chandler (Chris Paul dove sei), Rasheed complice un quarto periodo dedicato alle sperimentazioni e al garbage time gioca poco, ma ci delizia sempre con una presenza mentale che ci auguriamo duri a lungo.


Ma lo specchio di questa partita è il boxscore dei Bobcats, 31,1 % dal campo, 0/10 da tre punti, e un solo uomo Gerald Fallace in doppia cifra. Non credo serva aggiungere altro.


PREVIEW


Charlotte Bobcats (0-0) at Boston Celtics (1-0)
mercoledì,28 Ottobre 09
7:30 PM ET
TD Banknorth Garden


Boston Celtics


Quintetto base


PG: Rajon Rondo
SG: Ray Allen
SF: Paul Pierce
PF: Kevin Garnett
C: Kendrick Perkins


Riserve


Rasheed Wallace
Marquis Daniels
Eddie House
Shelden Williams
Lester Hudson
JR Giddens


Infortunati


Tony Allen (ankle) day to day
Bill Walker (knee) out
Brian Scalabrine (ankle) day to day
Big Baby Davis (thumb) out




Charlotte Bobcats


Quintetto base


PG: Raymond Felton
SG: Raja Bell
SF: Gerald Wallace
PF: Boris Diaw
C: Tyson Chandler


Riserve


Nazr Mohammed
Vladimir Radmanovic
DeSagana Diop
Gerald Henderson
Derrick Brown
Alexis Ajinca
DJ Augustin


Infortunati


Raja Bell (wrist) day to day
Flip Murray (shin) day to day




Marcatura chiave


Kevin Garnett vs Boris Diaw


Dopo una preseason confortante ed un impiego persino troppo largo nella importante vittoria con i Cleveland Cavaliers, il numero 5 biancoverde si troverà di fronte ad un avversario molto versatile e veloce, abituato più a giocare in velocità che ad occupare gli spazio sotto l'area. Diaw rientra nella categoria dei giocatori "impronosticabili", ha potenzialità e mezzi fuori dal comune come dimostrò chiaramente nella stagione 2005-06 a Phoenix quando complice l'assenza per tutta la stagione di Amare Stoudemira fu chiamato a fare gli straordinari per tutto l'anno e lo fece in maniera notevole al punto di riuscire a strappare un ingaggio degno di un All Star a fine stagione. Da allora in poi a Phoenix il miglior Diaw non lo hanno più visto, il francese non è mai riuscito a riciclarsi come cambio di extra lusso, finendo per abbassare in modo drastico rendimento e cifre. Apparso rivitalizzato dal trasferimento a Charlotte, dove a trovato il suo principale estimatore in coach Larry Brown, uno che per i giocatori versatili in attacco e con spiccate doti difensive solitamente ci va a nozze. Per Garnett si profila quindi una serata "da corsa", ma anche lo stesso Diaw potrebbe avere la sua bella dose di problemi nel contenere il nostro numero 5 soprattutto in fase di avvicinamento al canestro.




Commento :


Dopo aver consumato l'opening night in Ohio portando a casa una gustosa e significativa vittoria che mancava da oltre un lustro, i Celtics sono impegnati subito in un back to back, che li vedrà debuttare tra le mura amiche contro gli ostici Charlotte BobCats, una squadra che nelle ultime due stagioni ha messo spesso in difficoltà i nostri giocatori. I Bobcats di Larry Brown sono al debutto stagionale della loro sesta stagione di vita. Nonostante i timidi progressi della scorsa stagione, per la franchigia del North Carolina però ancora non si vede il primo vero passo in avanti della loro breve storia, che per ora salvo rari casi ha ottenuto poco o nulla dai draft (gettate alle ortiche scelte altissime come Adam Morrison), senza far molto di meglio sul mercato. Dallo scorso anno alla guida c'è Larry Brown un coach che ha le sue idee, che ha bisogno di molti giocatori da "sistema" e pochi che escano dalle righe, e che forse pian piano sta mettendo insieme qualcosa non di eccellente ma perlomeno di futuribile. Siamo ancora lontano dalla luce in fondo al tunnel, ma perlomeno si evitano manovre disastrose che ti fanno fare il passo del gambero ogni estate. La Notizia dell'estate è lo scambio tra due centri perennemente acciaccati come Emeka Okafor e Tyson Chandler. Dal draft arriva da Duke, Gerald Henderson (omonimo e figlio di una nostra vecchia conoscenza) ala guardia da Duke che potrebbe essere un'ottima chiamata, giocatore che non eccelle in nulla ma che sa fare tante cose, che difende e usa la testa. Con Larry Brown uno così potrebbe andare bene, nonostante il clamoroso scetticismo di Brown verso i rookie. Manca un'ala grande di ruolo, ma qui si punta forte sulla versatilità di Boris Diaw che la scorsa stagione dopo essere arrivato a Charlotte giocò molto bene.
Il "front leader" di questi Bobcats è l'eclettico Gerald Wallace ala molto versatile e con grande fisicità che spesso ha messo in difficoltà i nostri nel marcarlo. Attenzione all'anomala coppia di play Felton / Augustine, con il secondo anno Augustine, veloce e preciso in fase di impostazione e Raymond Felton reduce da una estate complicata che lo ha visto passare da pretese da All Star ad un misero annuale (Rajon Rondo e Bill Duffy prendete nota), ma che in campo potrebbe essere quindi molto carico e con voglia di dimostrare a tutti che valeva le cifre che chiedeva. Panchina non profondissima e zeppa di esperti mestieranti. Squadra onestamente impronosticabile, che probabilmente difenderà forte e potrebbe essere la più classica delle squadre pazze che una sera vince contro una contender e la sera dopo ne prende 20 da una da lotteria. Però dai Celtics al debutto casalingo ci si attente una partita a pronostico quasi chiuso.

Game #01 Cleveland Vs Boston 89 - 95

Pubblicato da Fabio Anderle lunedì 26 ottobre 2009 Comments

Inizio con il botto per i Celtics che vanno a sbancare Cleveland per 95 a 89 dopo una gara "vera": I Cavs scappano nel primo quarto, ma poi una orgogliosa panchina biancoverde rimette i Celtics in partita. Nel finale Cleveland prova a ricucire lo strappo, ma due tiri del capitano nell'ultimo minuto chiudono la gara. Ottima prova di Daniels Wallace e anche Shelden Williams dalla panchina. Garnett e Pierce in doppia doppia.



RECAP (a cura di Fabio Anderle)





Per l’esordio l’NBA e la Stupidità non potevano mettere i Celtics in maggior difficoltà. La lega con la trasferta nell’inferno di Cleveland, dove i Celtics hanno perso otto partite in fila e tutte e sette le trasferte dei Big Three, e la Stupidità con Big Baby Davis a fracassarsi il pollice destro nel corso di una rissa con un amico. I colori della Quicken Loans Arena sono da bolgia infernale, con quel rosso cupo e quelle ombre che intristiscono la telecamera, e l’inizio di partita è un vero e proprio incubo.

LeBron James è Satana in persona e maltratta il quintetto biancoverde con canestri, stoppate e quant’altro. In cinque minuti i Cavs schizzano avanti per 19 a 5, e le schiere di tifosi del Trifoglio non nascondono la loro delusione.Uomini di poca fede: due canestri di Rondo ed una tripla di Pierce stabilizzano la situazione finchè Rivers non rimescola le carte, dando spazio al secondo quintetto. Impatto immediato di Wallace che si presenta con la tripla, e di Daniels che infila un runner con appoggio al tabellone.

Il primo quarto termina sul 28 a 21 per i padroni di casa, ma la reazione si è vista.Il secondo quarto è ancora più chiaro: le riserve Celtics surclassano quelle di Cleveland e quando Sheed infila la seconda bomba il punteggio è in parità. Shelden Williams contribuisce in maniera solida e silenzioa, ed il primo vantaggio Celtics arriva su un tiro da tre di Pierce. In chiusura di secondo periodo il quintetto base finalmente produce un parziale di 7 a 0 che manda Boston al riposo sul 51 a 45: negli ultimi diciannove minuti della prima frazione la truppa di Rivers ha prodotto un incoraggiante 46 a 26.Al rientro in campo sono ancora i primi cinque a produrre lo sforzo che si rivelerà determinante: difesa soffocante e Cleveland segna solo un canestro nei primi quattro minuti.

I padroni di casa sono frustrati, è evidente, mentre Ray Allen segna il tiro libero che dilata il margine a 15 punti, 62 a 47. Da allora in poi ogni tentativo dei Cavs di rientrare in gara è frustrato, con il classico spavento di fine gara, quando per due volte dei tiri liberi di James riducono il margine a quattro lunghezze. Ma due tiri in sospensione di Paul Pierce (chi altro?) rimettono le cose a posto, ed i Celtics possono mettere la firma d’autore su uno statement game all’esordio, dedicandolo a tutti i critici che li hanno dati per morti in sede di preview.La palma del migliore in campo va a Lebron James, 38 punti, 8 assist e 4 stoppate sono cifre sontuose. Ma per la chirurgicità dei suoi interventi, Paul Pierce è decisamente il giocatore di maggior impatto sulla gara, ed 11 rimbalzi (assieme ai 23 punti) sono un dato eloquente.

Dopo il capitano, gli onori della prima pagina vanno a Marquis Daniels e Rasheed Wallace, capaci di riprendere in mano la partita nel momento in cui la lava della bolgia-Quicken Loans Arena se la stava divorando. I numeri sono chiari, 12 punti per Sheed e 7 per Daniels, ma sono anche lontani dal definire con precisione l’importanza dei due sull’economia della partita. Ecco allora che ci affidiamo a Doc Rivers: La seconda unità ha salvato la gara. Discreto ritorno in campo per Kevin Garnett che, se non appare ancora in gran spolvero in difesa, fornisce comunque un pregevole apporto sia nella casella punti (13, con 5 su 10 al tiro) che in quella rimbalzi (10, di cui tre offensivi).

Note di merito anche per Shelden Williams (4 punti e 3 rimbalzi in 12), e per un discreto Rajon Rondo (8 punti, 10 assist, 6 rimbalzi e 3 recuperi), mentre i tiratori Ray Allen (5 su 16, anche se 2 su 4 da tre punti) ed Eddie House (1 su 3) risultano meno pirotecnici del solito e di quanto ci si aspettasse. Kendrick Perkins è poco incisivo a rimbalzo, anche se nel secondo tempo i suoi otto punti pesano in maniera tangibile sull’economia della partita.

La vera buona notizia di questa partita è pero la ritrovata difesa-killer, il marchio distintivo dei Celtics nelle passate stagioni. Il modo in cui i Cavs sono stati costretti ad uscire dalla loro “confort zone” e giocare fuori dagli schemi li ha portati a diverse conclusioni allo scadere dei 24”, generando gli “stop” sui quali Boston ha costruito la vittoria.Mentre nello spogliatoio si festeggia in maniera sobria, rimbalza la notizia della sospensione per due partite di Glen Davis e della sua operazione al pollice fratturato. Delusione mista a preoccupazione, ma anche la consapevolezza che al rientro “Big Stupid” dovrà impegnarsi il doppio per farsi perdonare.

Esordio vincente, dunque, e “statement game” a tutti coloro che davano i Celtics per vecchi e spacciati. La stagione è appena iniziata, eppure è già chiaro che Paul Pierce, Kevin Garnett, Ray Allen - 52 punti e 23 rimbalzi in tre - non sono ancora pronti ad abdicare di fronte ad un pur grande Lebron James. Specie se al loro fianco ora hanno una panchina – finalmente - di prima qualità.

Ma dopo il doveroso spazio al recap, sviluppiamo il discorso “mali di gioventù” dei Celtics...Per Rajon Rondo e Glen Davis la regular season 2009-2010 non parte nel migliore dei modi.
Il primo è incupito dalle beghe relative al rinnovo contrattuale, mentre il “Bambinone” non ha trovato di meglio da fare che litigare con l’amico Shawn Bridgewater mentre questo guidava il SUV del numero 11. La discussione è degenerata (gli amanti del gossip puntano l’indice sulle presunte “avances” profferte da Bridgewater a Jenna Gomez, la futura signora Davis), i due bambinoni sono arrivati alle mani e Glen è riuscito nell’impresa di fratturarsi un pollice, rendendosi indisponibile a tempo indefinito.

I Celtics hanno provveduto a sospenderlo per le prime due gare e si riservano ulteriori “inasprimenti di pena. Normalmente la prognosi per una frattura al pollice è di circa un mese/un mese e mezzo.Kendrick Perkins si è erto in difesa del compagno: “Sono sicuro che Baby si senta già abbastanza depresso senza che la proprietà lo sospenda e gli tolga i suoi soldi”. “Suoi”, Kendrick? Se un giocatore si rende indisponibile alla pratica per la quale è pagato, ha senso dire che i soldi sono “suoi”? “Perk sottolinea che la pena non avrebbe dovuto essere così severa, ma dopo tutti i discorsi estivi sul sovrappeso, sul rinnovo di contratto, sulla maturità, un fatto come questo getta discredito non solo sul giocatore ma sull’intera organizzazione ed il Front Office è deciso a dare una lezione al giocatore.

Non va dimenticato che l’incapacità di Davis di gestire i suoi problemi personali lo terrà fuori per almeno venti partite, se non di più, e c’è da augurarsi che quanto accaduto serva al “bambinone” per diventare finalmente grande, perché 3 milioni e passa per un giocatore stupido sono decisamente troppi. Figuriamoci i 5.8 che Glen si aspettava dal mercato estivo scorso.

Intanto Patrick Duffy, l’agente di Rondo, ha fatto sapere che sull’accordo per un nuovo contratto le parti sono distanti. Mentre infatti Ainge non sembra disposto a “mollare” più di un quinquennale da 45 milioni (9 di media a stagione), Duffy pretende un salario vicino a quello delle cinque “point guard” più pagate nell’NBA: Chris Paul (13.6 milioni), Deron Williams (13.5 milioni), Steve Nash (13.1 milioni), Chauncey Billups (12.1 milioni) e Baron Davis ($12.1 milioni).

Dal punto di vista prettamente tecnico Rondo probabilmente non è distante da quei numeri, e forse Duffy ed Ainge stanno facendo il loro gioco per poi trovare un’intesa a metà strada. Duffy ha dichiarato: “Non abbiamo trovato l’accordo per un’estensione di contratto, nonostante i colloqui siano durati per un paio di settimane”.

Una notizia rimbalzata in settimana ma già conosciuta dagli addetti ai lavori era stata quella del ruolo di primo piano di Rajon nel corso di un “team meeting” avvenuto sull’aereo che il 14 aprile scorso riportava i Celtics a casa dalla trasferta di Cleveland. Rajon aveva chiamato a raccolta i compagni nella coda dell’aereo dopo la più umiliante sconfitta stagionale, ma la riunione aveva presto assunto i contorni di una discussione tra i più giovani ed i Big Three.I veterani si erano resi conto che Rondo – prima della riunione - aveva spinto i compagni più giovani (tra i quali anche Davis) a criticare, ma poi se n’era rimasto zitto al suo posto: ecco quindi che si era creata una frattura tra Rajon ed i “Big Three”, problema che non era passato inosservato né ad Ainge né a Rivers. Se a tutto ciò si aggiungono un paio di ritardi all’allenamento ed un paio di "contestazioni" al coach, il quadro non è proprio rassicurante.

Ecco quindi spiegate le dichiarazioni apparentemente sibilline di Ainge su Rondo (“deve crescere e maturare, se vuole assumere il ruolo di leader”) rilasciate all’emittente radiofonica WEEI a fine giugno. Quattro mesi fa erano sembrate una manovra per abbassare le richieste del giocatore in sede contrattuale, ma alla luce di quanto sopra è evidente che il Front Office sta lavorando per evitare che Rajon si trasformi in un “Antoine Walker 2.0”.Se l’accordo non dovesse arrivare, nel prossimo mese di luglio Rondo diventerà un “restricted free agent”: i Celtics manterranno la possibilità di pareggiare ogni offerta di altre squadre e trattenere a Boston il giocatore. Ma è indubbio che si sia creata una piccola crepa nei rapporti tra Franchigia ed atleta, e che ci vorranno tempo ed un nuovo contratto per sanarla.

Anche se il rendimento non sempre continuo del giocatore e la sua bassa percentuale dalla lunetta e dai tre punti sono dati chiari, è comunque innegabile che in termini di potenziale Rajon Rondo meriti un contratto con molti zeri. E’ da vedere se gli zeri saranno cinque, come vorrebbe Ainge, o sei come vuole Rajon.
Errori, di gioventù, per carità, facilmente scusabili. Ma allo stesso tempo l’immaturità dimostrata dai nostri due giovani in diverse occasioni non va sottovalutata. “Big Baby” al “tweeter” con cui si lagnava del mancato rinnovo contrattuale, nei problemi di peso o nella baruffa con l’amico, Rajon nei ritardi agli allenamenti o nelle riunioni di squadra in cui fomenta il confronto invece di lavorare per trovare l’accordo: sono piccole note stonate che vorremmo evitare di sentire. McHale, Bird ed Havlicek erano di altra pasta, o erano soltanto più furbi?





PREVIEW





Ci siamo, dopo tante parole, tanti pronostici e tante ipotesi, inizia la stagione 2009-10 con i Celtics attesi ad un ruolo di protagonisti. Si parte con il botto, con i Celtics che recano visita alla squadra che forse rappresenta l’ostacolo più grande verso un ritorno in finale, i Cleveland Cavaliers della coppia LeBron James / Shaquille O’Neal. E a scaldare gli animi dei tifosi biancoverdì ci sarà di nuovo un signore con la maglia numero 5 che con il suo pungo battuto sul petto, darà il via alle ostilità. Si parte ……



Boston Celtics (0-0) at Cleveland Cavaliers (0-0)
Martedì, 27 Ottobre 09
7:30 PM ET
Quicken Loans Arena


Boston Celtics

Probabile quintetto Base :

Rajon Rondo, Ray Allen, Paul Pierce, Kevin Garnett, Kendrick Perkins

Riserve :

Rasheed Wallace
Marquis Daniels
Big Baby Davis
Eddie House
Shelden Williams
Lester Hudson
JR Giddens

Infortunati

Glen Davis (hand) questionable
Tony Allen (ankle) questionable
Bill Walker (knee) out
Brian Scalabrine (ankle) questionable
Ray Allen (eye) will play

Cleveland Cavaliers

Probabile quintetto Base :

Mo Williams, Anthony Parker, LeBron James, Anderson Varejao, Shaquille O’Neal

Riserve :

Daniel Gibson
Daniel Green
JJ Hickson
Zydrunas Ilgauskas
Darnell Jackson
Coby Karl
Jamario Moon
Jawad Williams

Infortunati :

Delonte West (personal) day to day
Leon Powe (knee) out


Marcature chiave :

Paul Pierce Vs LeBron James


Ormai un classico della letteratura NBA, che ha raggiunto picchi epici nella serie di semifinale di conference nei playoff nel 2008. Il rapporto tra Pierce e LeBron era partito decisamente male in una gara di preseason del 2003, ma da allora in poi i due ragazzi si sono riavvicinati molto. Sul campo non si faranno sconti a vicenda anche se probabilmente si troveranno di fronte a marcature delegate anche ad altri (Anthony Parker e Jamario Moon da una parte, Marquis Daniels dall’altra). Possibilità remota ma non da escludere che i Celtics spendano anche qualche minuto garnett sulla marcatura del prescelto, soprattutto se come sembra coach Brown lo impiegherà per qualche minuto in ala grande.

Attenzione però al duello tra Shaq e Perkins che potrebbe fare scintille, Shaq è galvanizzato dal poter fare quest’ultimo giro (a fine anno dovrebbe ritirarsi, ma il condizionale con Shaq è d’obbligo) in una squadra che gli potrebbe permettere di chiudere la carriera da campione NBA, ma il solidissimo Perkins visto in preseason non cederà di un cm sotto quel canestro e viste moli e cattiveria di entrambi ne potrebbe uscire qualche minuto pieno di scintille.

Commento :

Si profila una gara dove saranno le difese a farla da padrone, Coach Brown ha lavorato molto per far si che gli esterni tengano molto sul primo passo gli avversari in modo da risparmiare i lunghi soprattutto come gestione dei falli. In preseason ha proposto cose nuove, con aiuti “alla Thibodeau” mirati a negare le penetrazioni agli avversari e questi esperimenti è chiaro che sono settati sulla coppia Ray Allen / Paul Pierce. Anche dall’altra parte si potrebbe vedere varianti mirate a mettere in difficoltà la staticità e la poca efficacia lontano dal canestro dei lunghi in maglia Cavs (Ilkausgas, Shaq e Varejao), ed è lecito aspettarsi qualche minuto con Garnett e Rasheed Wallace contemporaneamente in campo.


A proposito di Rasheed Wallace in casa Celtics l’uomo del giorno è ovviamente lui. In un articolo di oggi sul Boston Herald (link) leggiamo le parole che tutti noi ci aspettavamo :

“At this point in my career, yeah,” he said. “I want to win, and this is a great place for that. We’ve got a lot of young, hungry guys and great veterans, and this group has already won a championship. They know what it takes, and they want to go back.”

E’ chiaro a tutti che un inserimento positivo di Rasheed in un contesto come quello dei Celtics, può rendere questa squadra come un mezzo incubo per tutta la concorrenza e se dal punto di vista mediatico la coppia LeBron / Shaq non ha rivali, in campo la solidità associata alla versatilità del roster biancoverde potrebbe avere un impatto più marcato.

Cosa attendersi da una gara così pesante alla prima di campionato ? Ovvio che le condizioni di forma non sono quelle che vedremo a maggio, così come la chimica delle due squadre con le diverse aggiunte da una parte e dall’altra, non saranno perfette. Ma c’è da scommettere che il clima e l’intensità saranno da subito quelli di una gara pesa, e chi ne uscirà vincente saprà benissimo che una eventuale vittoria non sancirà nulla di definitivo, ma che sarà comunque una bella iniezione di fiducia.

Per i Celtics praticamente certa la presenza di Ray Allen dopo lo scontro in allenamento con Kendrick Perkins che gli è costato cinque punti di sutura sotto l’occhio. In forse (notizia dell'ultima ora) Glen Davis che ha saltato l'allenamento mattutino a causa di un problema alla mano che pare si sia procurto in circostanze extra basket, ancora tutte da chiarire. Sicuramente a riposo i due infortunati Tony Allen e Bill Walker, con Brian Scalabrine (per lui problema alla caviglia) e JR Giddens a giocarsi il dodicesimo posto in panchina. Per i Cavs sicuramente assente il grande ex di turno Leon Powe, mentre è in forse Delonte West alla prese con problemi personali e a cui va il nostro più sincero in bocca al lupo, affinchè possa superare questo momento difficile per lui.

Note : I "traguardi" individuali

Inizia una nuova stagione regolare, ed i nostri "eroi" si apprestano a dare le solite vigorose scrollate all'albero delle statistiche. Vediamo allora a che punto sono i vari Celtics in quest'operazione di "bacchiatura" di punti, assist, rimbalzi e quant'altro.

Il primo rimbalzo difensivo che Kendrick Perkins conquisterà a Cleveland sarà il numero 1,400 della sua ancor giovane carriera: una cifra che, sommata ai 660 rimbalzi offensivi fin qui catturati, gli garantisce il venticinquesimo posto nella classifica dei Celtics di ogni tempo. Se mantenesse la media fatta registrare nel campionato scorso nelle prossime 82 gare dovrebbe fare in tempo a recuperare quattro posizioni, superando le guardie Bill Sharman, K.C. Jones e Don Chaney ed il centro Jack Nichols.

Chi però in questo "gioco" la fa da padrone è ovviamente Paul Pierce: a 17.5 punti di media raggiungerebbe proprio verso la fine del campionato i 20,000 in carriera, tutti da Celtic. Si avvicinerebbe ai 21,791 di Larry Bird ed al secondo posto nella graduatoria Celtics ogni tempo, con John Havlicek ed i suoi 26,395 ancora molto (troppo) lontani. A "The Truth" servono 302 assist per sorpassare Dennis Johnson al sesto posto della classifica, e per farlo dovrà mantenere una media simile a quella della passata stagione, 3.7 assist ad allacciata di scarpe. Intorno alla sessantesima gara del prossimo campionato Paul supererà anche il numero delle partite disputate da Sam Jones (871) e Don Nelson (872), ma viste le sue 813 fatiche, per raggiungere Larry Bird (897) e soffiargli il settimo posto assoluto dovrà rimandare al torneo 2010-2011. Anche nel totale dei minuti giocati il baffo da French Lick è salvo fino alla stagione 2010-2011: i suoi 34.443 minuti complessivi (quarto posto in graduatoria Celtics) sono fuori portata, per ora, per un Pierce "fermo" a 30,529. Al primo posto ovviamente sempre "Hondo" Havlicek con un fantascientifico 46,471, seguito dai 40,726 (in "sole" 963 gare) dell'inossidabile Bill Russell.

Dopo il doveroso omaggio a Paul Pierce ed alla sua ovviamente lunghissima militanza in bianco verde (inizia la tredicesima stagione), passiamo ad un altro dei "Big Three": anche Ray Allen, poverino, è vicino alla fatidica soglia dei 20,000 punti in carriera in regular season. Anzi, gliene mancano solo 339: solo che, sventurato, con la maglia dei Celtics ne ha ammucchiati "solo" 2,707, ed ovviamente "noblesse oblige". Ad una media di 17.5 gli ci vorranno una ventina di gare, e quindi dovrebbe festeggiare - facendo i debiti scongiuri - nella trasferta di quattro partite che Boston intraprenderà tra la fine di novembre e l'inizio di dicembre. A meno di suoi "exploit" clamorosi nelle prime venti partite, ovviamente.nel qual caso potremmo festeggiarlo al TD Garden.

Con i prossimi due tiri liberi Rajon Rondo arriverà a 400 e c'è da augurarsi che non abbia bisogno di quattro tentativi per farlo, vista la sua percentuale del 63,5%. in carriera. E' il nostro Rajon dolce-amaro: se nei liberi ci fa penare, va anche detto che in sole tre stagioni ha già messo nel salvadanaio 1,349 assist, un numero sufficiente a piazzarlo già al ventitreesimo posto nella classifica ogni tempo Celtics. E con la prospettiva, se mantenesse le oltre otto "monetine" a gara, di scavalcare quota 2,000 nelle ultime partite di "regular". Anche nei recuperi Rajon sta salendo rapidamente tra posti che contano nella storia del Trifoglio: è già al sedicesimo posto ogni tempo con un'ottima media di 1,72 "steals" ad incontro.



Ma torniamo "chez Perkins": il nostro "centrone" è al quinto posto nella classifica dei stoppatori in biancoverde, anche se va detto che questa classifica soffre del fatto che i "blocked shots" vennero computati per la prima volta nel campionato 1973-74, con buona pace di Bill Russell che probabilmente sarebbe il leader "ogni tempo" dell'NBA. Anche così, se si considera che davanti a "Perk" come media ci sono solo Parish e McHale (gli altri due, Bird e Pierce, sono favoriti dall'alto numero di partite giocate) chi ritiene il texano il miglior centro dei Celtics negli ultimi 15 anni ha un'altra freccia nella sua faretra.

Ultime annotazioni per i nuovi arrivi: Marquis Daniels ha bisogno di 9 palle perse per "sfondare" quota 500, di 42 tiri tentati per arrivare a 3,000 e di 10 stoppate per andare a tre cifre in carriera nella speciale graduatoria.

Ma chi potrebbe fare di tutto e di più all'esordio è Rasheed: il terzo fallo stagionale di "Sheed" sarà il suo tremillesimo, il suo quarto rimbalzo lo porterà a 7,000, il primo canestro stagionale sarà il numero 6,000 in regular season, e con tre palle recuperate raggiungerà quota 1,000. Tutte "pietre miliari" che potrebbe raggiungere nella prima partita di campionato a Cleveland!

La Preseason dei Celtics

Pubblicato da Angelo Merendi domenica 25 ottobre 2009 Comments

Come un buon pranzo non può prescindere da uno stuzzicante antipasto, così il campionato di basket più bello del mondo si "serve" obbligatoriamente dopo le gare di preseason, amichevoli che possono dire molto oppure nulla, nelle pieghe delle quali il tifoso appassionato cerca di leggere le intenzioni del coach come si studiano i fondi di caffè, sperando che nessuno si faccia male e con la curiosità di osservare i nuovi arrivati.




Quali sono in buona sostanza gli spunti di interesse che una semplice serie di "allenamenti ufficiali" può fornire? Nel caso dei Celtics versione 2009/2010 l'Incognita (con la I maiuscola) era la verifica della situazione fisica di Garnett: non c'è bisogno di evidenziare come gli obbiettivi stagionali sarebbero stati radicalmente diversi con o senza il numero 5 pienamente recuperato. Non dimentichiamo che a un certo punto, tra voci che si rincorrevano impazzite, da più parti si era ventilata l'ipotesi che la carriera del bigliettone potesse essere arrivata a un prematuro capolinea. In subordine (ma non troppo) ci si interrogava sull' integrazione del vecchio ma sempre carognesco Sheed, per non parlare dell' ingranaggio forse più delicato da inserirsi nei ben oliati meccanismi di biancoverde vestiti: quel Daniels chiamato presumibilmente a fare le pentole e i coperchi come vice-Pierce, vice-Allen e forse vice-Rondo. Ah, a proposito di vice-Rondo, non dimentichiamo la curiosità di vedere all'opera l'oggetto misterioso Lester Hudson, cinquantasettesima scelta all'ultimo draft, quella curiosità ammantata di fede per cui "se Ainge ci ha visto qualcosa probabilmente...". E gli altri? Tirati a lucido oppure ancora pingui dopo 5 mesi di assenza dal parquet? Rajon avrebbe tirato i liberi in maniera decorosa dopo la cura-Price? E i risultati? Beh, quelli francamente importavano veramente poco (a meno di non subire uno 0-8, ovvio).




Non male davvero per una ordinaria preseason, tappa sovente poco valutata e considerata buona tuttalpiù per rimpinguare un po' le casse delle società con esibizioni prive di significato.






Ma andiamo con ordine iniziando dal 7 Ottobre, data in cui i Celtics mostrano al mondo il loro nuovo volto: il palcoscenico è la Dodge Arena di Hidalgo, Texas (si, non proprio Hollywood, conveniamo...), avversari i Rockets. Ovviamente la gara è il più classico dei preriscaldamenti, con ampi minutaggi per tutti, da un minimo di 8 (Sweetney) a un massimo di 23 (Davis). Ma i numeri più significativi da giocare sulla ruota di Boston sono senza dubbio 13, 5 e 6, rispettivamente i minuti giocati, i rimbalzi conquistati e i punti segnati dal convalescente più chiacchierato della East Coast, ovviamente il già citato KG. Alla fine, intervistato a bordo campo si è detto stanco ma felice, musica per le orecchie di chi ha sofferto da quel maledetto 25 Marzo, data dell'ultima apparizione sul parquet del numero 5 biancoverde. Facile immaginare come il 96-90 finale per i padroni di casa sia solo un corollario di poca importanza, così come lo sono i 21 di Aaron Brooks o i 10 di Mike Sweetney, miglior marcatore tra gli ospiti. Più interessanti il preoccupante tecnico affibbiato a Wallace (...toh!) a causa di una protesta un po' troppo plateale dopo un fallo a sfavore e il convincente esordio di Lester Hudson. Il ragazzo pare decisamente più concreto dell'appena epurato Gabe Pruitt, almeno a giudicare dalla decisione mostrata nelle entrate che gli vale 9 tentativi dalla lunetta (6 realizzati) con il corollario di una pregevole tripla per un totale di 9 beneauguranti punti.




Si torna in Massachussets per il vernissage casalingo. Il tutto esaurito attende Doc e i ragazzi nella gara che li vede opposti ai Knicks di D'Antoni. alla fine il boxscore informa di un 96-82 piuttosto netto, con confortanti segnali da buona parte del roster: Garnett mostra di essere sempre più convinto delle proprie condizioni, chiudendo a due rimbalzi dalla doppia doppia e con 21 solidi minuti in campo, corredati da un recupero da urlo su Robinson e qualche altro marchio registrato come il canonico zompo per evitare il canestro avversario a gioco fermo o il "turnaround jump shot" che non è proprio un movimento indolore per il ginocchio: "Non sono ancora nelle condizioni ottimali ma non ho nessuna paura quando vado in campo e inizio a giocare". Per noi va benissimo così. Piace anche Sheed che mette a ferro e fuoco la retina di New York a suon di triple nel quarto periodo. Da acquolina il "coming soon" sulla possibile variante con Wallace da 4, Garnett da 5 e il complemento balistico di Ray Allen e del Capitano. La sensazione è che in questi casi, quando è necessario spingere sull'acceleratore in attacco le difese avversarie siano destinate a soffrire la mancanza di punti di riferimento e costrette giocoforza a scelte dolorosissime destinate comunque a lasciare spazio ad almeno uno dei quattro, con i risultati che tutti ci auguriamo. Per quanto riguarda gli "altri", esalta Scalabrine (fatto questo inimmaginabile fino all'Ottobre del 2008), piace Perkins efficacissimo su entrambi i lati del campo e in grado di mostrare ad ogni uscita un qualche tipo di progresso: in questo caso un inedito svitamento dai 4 metri ampiamente apprezzato dal competente pubblico di Beantown. Lascia invece perplessi Daniels, ancora corpo estraneo e vistosamente a disagio quando deve fare le veci di Rondo.




Nella terza uscita al Garden arrivano i Nets, squadra dalle relative ambizioni ma con un paio di giovani assolutamente da tenere d'occhio, primo tra tutti Brook Lopez, un "settepiedi" con tutte le qualità per fare molto bene nel difficile mondo dell' NBA: ottimi movimenti in post, mani delicate e buone capacità difensive. I Celtics si presentano con il quintetto canonico e questa volta è il Capitano, che si è divertito a giochicchiare nelle prime due gare, ad alzare il volume: in 29 minuti ne mette a segno 25, equamente distribuiti lungo tutto l'arco della partita; bollente anche House, che nel finale inizia a entrare in ritmo contribuendo con i suoi 8 punti nel quarto periodo a scavare il solco decisivo dal 73-71 al 100-93 che chiude la contesa. Primi segni di vita per Daniels, e non solo per i 9 punti segnati ma per i chiari indizi di un integrazione negli schemi che pare felicemente avviata: ottimi un paio di aiuti in stile Garnett e palpabile la sensazione di crescente sicurezza nei propri mezzi.







Garnett, Perkins, Wallace, Pierce, Allen. Tutti i "big" nelle prime tre gare hanno mostrato qualche brillante lampo di luce. Tutti tranne Rondo, apparso sino a quel momento abbastanza anonimo, nonostante qualche numero estemporaneo. Rivers lo sa e decide di farlo entrare in ritmo tenendolo in campo per 40 minuti filati nel "ritorno" al Prudential Center di Newark, casa dei Nets. Per la verità il coach si permette in questo frangente di tenere a riposo i big three togliendosi lo sfizio di fare qualche esperimento: House in quintetto a fare da vice-Allen con Daniels per la prima volta in posizione di ala piccola (i risultati non saranno eclatanti), dopo averlo provato principalmente da play nelle precedenti 3 partite. I Nets sembrano motivati a portare a casa la prima vittoria della stagione e prendono lentamente il largo. A 4 minuti dalla fine del terzo periodo siamo 75-61 per i padroni di casa grazie a Lopez e Lee, decisamente ispirati e a un Douglas-Roberts che si conferma elemento interessante. Fino a questo momento Wallace e Davis (ottima prestazione con un bilancio finale di 7/14 al tiro e 18 punti) hanno firmatola metà dei punti messi a segno dalla squadra. Sembra fatta, ma Rondo decide di essersi riposato abbastanza e con 12 minuti di fuoco tra canestri (14 punti) e assist, ben

coadiuvato dal costante Big Baby, prende per mano i suoi e li trascina a una orgogliosa rimonta fino al 91-88 finale. Il play titolare sfiora la tripla doppia con 18 punti, 12 assist e 9 rimbalzi. Tra i comprimari da segnalare la bella prova di Giddens che mette in mostra le sue doti atletiche conquistando la palma di miglior rimbalzista (13 carambole abbrancate).




Altro giro altro regalo: si va ad Hartford, Connecticut, celebre se non altro per essere la città che diede i natali a Katherine Hepburn...ah, e per aver dato i natali cestistici a un certo Ray Allen, pargolo a UConn. Di fronte i Raptors "italiani" di Bargnani e Belinelli: la partita dura un tempo, finchè i Celtics non prendono le misure alla tutt'altro che impenetrabile difesa canadese. Inizialmente è ancora Pierce a tirare la carretta con 12 punti nei primi due quarti, con Davis in versione "fido scudiero". Si giunge all'intervallo sul 51-46 e qui il sipario si chiude: Rondo, rispetto ad House testato nel ruolo di play per un cospicuo numero di minuti, alza il ritmo della contesa coinvolgendo spesso il rampante Garnett: ottime in particolare un paio di combinazioni volanti tra i due applauditissime dai tifosi sugli spalti. A questo proposito Rivers dichiara: " E' stato bello e inaspettato, perchè Kevin ha subito un colpo nel primo quarto...non credevo che potesse correre così bene. Sta tornando ad essere quello di prima".

Non bastano i 21 punti di Bosh per mantenere Toronto a contatto e il divario si dilata. Hudson gioca tutto il quarto conclusivo e ruba la luce dei riflettori a suon di canestri; in 8 minuti si arrampica in abbondante doppia cifra (12) con una stupefacente varietà di soluzioni: layup, palla rubata con fallo subito e due liberi a segno, jump shot efficaci. Molto bene Perkins, 4/6 dal campo e 7 solidi rimbalzi. Passo indietro invece per Daniels, impreciso e spaesato.




La quarta W consecutiva arriva ancora contro la squadra di coach Triano che questa volta dimostra veramente di voler spodestare il tiranno costruendo una partita vera, con caratteristiche se non da playoffs, a tratti sicuramente da Regular Season. Nel terzo quarto, in particolare, quando i Raptors tentano di approfittare di un momento di abulia collettiva dei Celtics, le maglie in difesa si stringono e Garnett comincia a digrignare i denti, ben coadiuvato da un Ray Allen finalmente ispirato: dopo il pareggio sul 54 i due segnano 12 punti, equamente suddivisi, riportando sul più 10 (73-63) i biancoverdi. Il resto è ordinaria amministrazione fino al 101-82 finale. Tra le note positive, insieme ai numeri 20 e 5, Eddie House che si diverte con un 5/8 dal campo (e 3/6 da tre, ma i restanti due tentativi sono praticamente dei due-punti-e-mezzo...), nonchè un reattivo Daniels. Quasi ferie per Perkins tenuto dentro 17 minuti e per Pierce, che ne gioca 25 ma senza lasciare segno.






Il 20 Ottobre la settima amichevole sancisce la seconda sconfitta per i Celtics, battuti 108-103 dai Knicks al Madison Square Garden. L'inizio dei padroni di casa è tragico, 11 errori nei primi 12 tentativi, poi piano piano riescono a risalire la china con l'ausilio di Harrington, Lee, Robinson e un Gallinari in gran spolvero che alla fine metterà 18 punti. La gara rimane in sostanziale equilibrio finchè nel finale i Knicks piazzano il parziale decisivo. Spostandoci sul lato-Boston, nonostante la sconfitta e le troppe distrazioni sugli scarichi che permettono agli avversari troppi facili tentativi da fuori, arriva la prima prestazione di Daniels così come lo vorrebbe Rivers: 17 punti in 21 minuti, molti dei quali giocati da play con competente trattamento di palla e buona autorità. Se questo qui funziona in cabina di regia è un altro mismatch da giocarsi e da servire caldo ai coach avversari. Benissimo Rondo, 20 tacche sulla fusoliera e 7 assist. Ordinaria amministrazione per gli altri big con menzione d'onore per Perkins, l'unico che in difesa si sbatta come se fosse una gara che conta, sgomitando e sbuffando nonostante lo schema e i giocatori messi in campo da D'Antoni non siano il massimo per un centro delle caratteristiche di Kendrick.




Il giorno seguente si chiude con il gran gala a Columbus, Ohio, al cospetto di re LeBron. Il prematuro back to back e il fatto che la prima di campionato si giocherà ancora contro i Cavs consiglia Rivers di affidarsi al turnover: rimangono a fare il tifo Ray Allen, Garnett e Davis e il quintetto titolare è un inedito Perkins, Wallace, Pierce, Daniels, Rondo. La partita, ancorchè dall'indubbio fascino, di fatto non ha alcuna storia: James spara a salve e i 16 punti di O'Neal a poco servono. Daniels nel ruolo di guardia si disimpegna mirabilmente (70% dal campo e 17 punti), mentre Perkins battaglia da pari a pari con Shaq. Inoltre dalla panchina sorge e punisce House, non letale dalla linea dei 3 punti (3/7) ma capace di un 5/7 da 2 che, con l'aggiunta di un paio di liberi messi a segno lo eleva a miglior marcatore di giornata (21). Solide prestazioni anche da Pierce e Wallace con l'unica nota stonata firmata Giddens, impreciso e troppo timido nonostante i 19 minuti sul parquet. Finisce 96-82, con i Celtics sempre in rassicurante vantaggio praticamente dal primo minuto di gioco.







8 partite quindi, con 6 vittorie e 2 sconfitte: ma come si sono comportati in buona sostanza i componenti del roster biancoverde? Cerchiamo di divertirci con un piccolo bilancio in forma di pagella, in rigoroso ordine alfabetico:




Ray Allen 6: Fà il suo, senza strafare. Alterna prestazioni da 20 punti (il 18 Ottobre contro Toronto) a gare in cui non ci prende quasi mai (1/7 dal campo ancora contro i Raptors il 14 Ottobre). Inusuale la percentuale di triple infilate, un misero 25%. Non è un problema, ci mancherebbe che un giocatore dal talento smisurato e dall'età tutt'altro che verde debba dimostrare qualcosa in una preseason.




Tony Allen S.V.: Gioca 8 minuti nella vittoria casalinga contro i Knicks, poi Doc lo mette precauzionalmente a riposo per consentirgli un più sicuro recupero dopo l'operazione alla caviglia del Giugno scorso. Probabilmente lo rivedremo a breve abile e arruolato. Dovrà comunque sudare sette camicie per ritagliarsi uno spazio poco più che marginale.




Marquis Daniels 6: Paga lo scotto di doversi inserire in una realtà e in un gioco che con Indiana e gli schemi di O'Brien c'entrano poco o nulla, nonchè di raccapezzarsi nel continuo tourbillon di ruoli a cui lo sottopone Doc per testare le varie opzioni a disposizione. Il voto finale è una media tra il 5 delle prime gare e il 7 pieno delle ultime due uscite, quando piazza una media di 17 punti con una percentuale dal campo del 67%, ma già contro Toronto il 18 Ottobre aveva mostrato progressi confortanti.




Glen Davis 6.5: Avesse giocato così nella preseason del 2007 avremmo gridato al miracolo. Ormai ha una caratura tecnica tale per cui le sue ottime prestazioni non fanno più notizia. Va dento come un' ala piccola? Nulla di nuovo. Infila tiri dalla media come Garnett? Come sopra. Rimane una delle certezze della panchina biancoverde. L'unica incognita della sua stagione sarà psicologica: come reagirà alla situazione di accresciuta competitività tra lunghi nello spogliatoio che rischia seriamente di comportare la sensibile contrazione del minutaggio a sua disposizione?




Kevin Garnett 8: 21 minuti di media con 12.7 punti. Poca cosa? Si, se non sei un giocatore che è stato fermo e zoppicante per 6 mesi con un malanno che aveva ormai assunto tutti i crismi della peggior telenovela brasiliana. C'è, salta, urla, si batte le mani sul petto, recupera avversari in transizione, si butta sul parquet per salvare il più inutile dei palloni. Quanto ci mancava...




J.R. Giddens 5: Sempre più oggetto misterioso, gioca 12 minuti abbondanti di media senza vedere il canestro nemmeno con il binocolo (imbarazzante il 30% scarso dal campo). Unico lampo i 13 rimbalzi soffiati ai Nets a Newark. I dubbi sulla possibilità di farne un giocatore da NBA sono leciti, anche perchè il prossimo compleanno è quello dei 25...




Eddie House 7: Esemplifichiamo? OK: sa fare una cosa alla perfezione e la sua percentuale da tre in queste 8 gare di preseason supera il 40%. Per fare buon peso chiude con 21 punti rifilati ai Cavs. Dovremmo chiedergli altro? Viene utilizzato anche come 2 con Daniels in play, potrebbe essere una variante di un certo peso.




Lester Hudson 6.5: Mette in mostra numeri ineteressanti nonostante venga utilizzato praticamente solo nel quarto conclusivo. Facendo un confronto con Pruitt ne esce vincente a mani basse: prova a farsi notare, giostra senza timori reverenziali, rivela una buona fluidità di tiro e un trattamento di palla adeguato, pur con una visione di gioco non propriamente a 10 decimi. Non sarà mai Nash ma vale la pena provare a plasmarlo.




Kendrick Perkins 8: 22 minuti, 8.4 punti e quasi 7 rimbalzi. Cifre in linea con le sue qualità ma che non dicono tutto sul giocatore: già in forma campionato dimostra di aver imparato da Garnett che in ogni partita bisogna darsi da fare, poco importa che sia l'ultima delle amichevoli o una gara di playoffs. Presidia il canestro con autorevolezza e anche dall'altra parte del campo insegna che l'applicazione paga mostrando movimenti che 2-3 anni fa sarebbero sembrati piura fantascienza.




Paul Pierce 6.5: Fatica nelle prime uscite a prendere le misure, poi spara un paio di cartucce tanto per mostrare ai tifosi che il capitano può in ogni momento fare male: 25 punti ai Nets e 17 ai Raptors tanto per gradire. La sensazione è che quest'anno, con Wallace in campo a creare ulteriori spazi si divertirà molto.




Rajon Rondo 6: Procede a strappi alternando prestazioni "pigre" a exploit da quasi tripla doppia (vedi "ritorno" contro i Nets). Mezzo punto in meno per il tragico 52.9% ai liberi. Price o non Price questa sembra ormai una battaglia persa.




Brian Scalabrine 6.5: Il suo ruolo sarà di dare un po' di respiro ai titolari negli spot 3 e 4. Rivers gli regala qusi 14 minuti di media in campo e lui svolge il compito con diligenza: qualche tripla e applicazione rigorosa agli schemi difensivi. Non gli chiediamo altro.




Bill Walker S.V.: Il ginocchio infortunato lo terrà fuori dai giochi ancora per un po'. Operato al menisco all'inizio di Ottobre ne avrà ancora almeno per un mese. Peccato, ci sarebbe piaciuto vederlo all'opera e verificarne i progressi. Se in salute dovrebbe avere qualche chance di mettersi in mostra e di fare la squadra.




Rasheed Wallace 7: Per non sbagliare all'esordio si procura un tecnico. Personaggio più unico che raro, sembra aver capito al volo l'ambiente bostoniano e il ruolo che Rivers gli ha disegnato addosso, quello di variabile impazzita per far saltare gli schemi avversari: si diverte contro i Knicks nella seconda uscita e in generale non mostra quelle pause irritanti che a Detroit erano diventate parte integrante del personaggio. Sesto uomo di lusso.




Shelden Williams 6: Vale il discorso fatto per Scal: ci mette il cuore, mostra di essere solido e di poter garantire qualche buon minuto in backup per la batteria di lunghi a disposizione di Rivers.




Michael Sweetney S.V.: Poche occasioni per mettersi in mostra e, a dire il vero, qualcosa di buono lo aveva pure mostrato, vedi l'apertura in Texas. Viste però le prestazioni della concorrenza e la necessità di portare a 15 elementi il roster il suo taglio è senz'altro condivisibile. Gli auguriamo di trovare presto una nuova sistemazione.







In conclusione, se questa preseason doveva rispondere ai più impellenti interrogativi dei tifosi, crediamo che lo abbia fatto nel migliore dei modi: Garnett "is back", il quintetto è solidissimo e la panchina rischia di esser sensibilmente più completa anche di quella che ha conquistato l'anello nel 2007, quando c'era si il fenomenale apporto di Posey e la solidità di Powe (a proposito, il Leone si è recentemente espreso in termini non proprio lusinghieri riferendosi al comportamento dei proprietari dei Celtics nella vicenda della sua cessione), ma a quei tempi Davis era solo un rookie di belle (?) speranze e in qualità di terzo lungo partiva nientepopodimenoche il relativamente compianto Scottone Pollard.

Proseguendo nel parlare di rincalzi, ci piace sottolineare come gli acquisti di Wallace e Daniels, giocatori eclettici che in coppia possono coprire tutti e 5 i ruoli in quintetto, possano dare un' imprevedibilità assolutamente unica alla squadra di Rivers. E' vero, nulla è scontato nel meraviglioso circo dell' NBA, ma se la salute assisterà il roster e se i due neobiancoverdi si manterranno sugli standard di forma che gli competono potremmo veramente avere di che divertirci: abbiamo già accennato alle implicazioni che un quintetto formato da Garnett, Sheed, Pierce, Allen e Rondo potrebbe rivelare; abbiamo invece taciuto di come la presenza di Daniels impiegato come backup di Rondo possa liberare dagli obblighi di costruttore di gioco House consentendogli di fare ciò che gli è più caro, ovvero violentare la retina dai 7.25 quando Ray sarà chiamato a tirare il fiato. E non si è parlato delle opzioni garantite da Davis o dallo Scal tirato a lucido che in qualche circostanza ha mostrato di poter reggere come vice-Pierce, oppure della possibilità di schierare in contemporanea una batteria di lunghi con Perkins da 5, Wallace da 4 e KG da 3, che per essere marcato dovrà giocoforza chiamare un cospicuo numero di aiuti liberando praterie per i compagni...ma per questo ci vorrebbe un articolo a parte. In ogni caso la sensazione è che la strada battuta in sede di mercato sia quella giusta.




Allacciamoci le cinture, tra due giorni si parte...

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