Ottobre 1964: l’autunno stava trasformandosi lentamente ma inesorabilmente in inverno nella città di Boston. In piena guerra fredda, l’America sonnecchiava stancamente davanti alle immagini provenienti dal Giappone, dove il mondo si preparava a “celebrare” il moderno rito pagano della diciottesima edizione dei Giochi Olimpici, a Tokyo. Roy Orbison impazzava su tutte le emittenti con la sua “Oh, Pretty Woman”, ed era stato da poco pubblicato uno studio del Surgeon’s General in cui il dottor Luther Terry rendeva noto che il fumo può causare il cancro: ma sulla panchina dei Boston Celtics il calvo allenatore non sembrava preoccuparsi più di tanto dei pericoli del fumo mentre accendeva l’ennesimo Hoyo de Monterey. Stava per avere inizio un’altra stagione NBA e la sua squadra rimaneva la favorita nella corsa al titolo. Ne aveva vinti sette negli ultimi otto anni, perché avrebbe dovuto mollare adesso? E poi questa volta c’era una motivazione particolare che un medaglione nella tasca gli ricordava costantemente. Era un medaglione d’argento con l’effigie di San Cristoforo. Marjorie Brown, moglie del primo presidente dei Celtics, l’aveva lasciato nelle mani di “Red” Auerbach in ricordo del marito Walter Brown che era mancato il 7 settembre, stroncato da un infarto nella sua casa di Cape Cod.
Bill Russell, capitano di quella squadra, aveva interpretato il pensiero di tutto il team biancoverde promettendo: “Questo lo vinciamo per Walter”. Ma coach Auerbach sapeva che non sarebbe stato facile.
Cinque giocatori chiave (Bill Russell, Tom Heinsohn, K.C. Jones, Willie Naulls e Sam Jones) erano negli “enta”, oltre la soglia dei trent’anni che notoriamente funge da cima di un’invisibile collina oltre la quale le carriere cominciano il declino. E dopo l’inevitabile litania delle gare prestagionali che allora servivano a pagare gli stipendi come e forse più della stagione regolare, il campionato ebbe inizio. I Celtics, come al solito tirati a lucido dalla preparazione stile-Marines di Auerbach, partirono alla grande. Il giorno 17 ottobre al Garden i biancoverdi strapazzarono Detroit per 112 a 83 all’esordio mostrando orgogliosamente quanto tristemente il marchio che avrebbe contraddistinto la loro stagione: un piccolo rettangolo di stoffa nera cucito sulla spallina delle magliette da gioco. A questo successo fecero seguito un’altra vittoria su Detroit (un sofferto 104 a 102 disputato a Philadelphia) ed un doppio confronto con i Baltimore Bullets, una vittoria al Madison Square Garden (131 a 103 contro dei pessimi Knicks).
La sesta vittoria arrivò sul sempre ostico parquet del Kiel Auditorium di St.Louis, un 119 a 117 frutto di 48 minuti di battaglia contro gli Hawks di Bob Pettit e Lenny Wilkens. I Celtics stavano giocando alla grande: Bill Russell superava abbondantemente i 20 rimbalzi ad allacciata di scarpe, mentre Sam Jones segnava più di 25 punti a partita senza la minima difficoltà. Ma era tutta la squadra a girare a mille, e Auerbach poteva contare anche sulla continuità dei vari Tom Sanders, Tom Heinsohn e K.C. Jones (che completavano il quintetto di partenza), e sul sesto uomo John Havlicek, secondo realizzatore della squadra. Altre vittorie nei doppi confronti con Detroit e Cincinnati ed un “massacro” dei San Francisco Warriors di un demoralizzato Wilt Chamberlain portarono il record a 11-0, prima che Philadelphia in uno scontro sul campo neutro del Madison Square Garden a New York causasse ai Celtics il primo dispiacere, 110 a 109.
La stagione proseguì con altre vittorie e qualche sconfitta fino al 25 dicembre, giorno in cui nella vittoria che portava il record a 27 vinte e 7 perse guarda caso sul neutro del “Madison”, Tom Heinsohn si procurò un infortunio all’arco plantare di un piede.
Red Auerbach aveva due opzioni: la prima era di inserire in quintetto il "sesto uomo" John Havlicek, ma così facendo avrebbe perso il vantaggio di un realizzatore fresco ad uscire dalla panchina quando i quintetti in campo cominciavano a rallentare: in quel momento “Hondo” poteva essere devastante. La seconda opzione era quella di far partire nello “spot” di ala piccola Willie Naulls, un valido rinforzo anche se nella fase discendente di una carriera che lo aveva visto far parte delle squadre degli Hawks, Knicks e Warriors sempre sconfitte dai biancoverdi. Naulls era stato convinto a giocare per i Celtics nell’estate del 1963 quando stava pensando seriamente al ritiro, ed aveva dovuto sudare sette camicie per entrare nella mentalità ma soprattutto nella condizione atletica richieste dal coach. Evidentemente era arrivato il momento di premiarlo, perché fu Naulls ad essere scelto da Auerbach per lo starting five in un momento leggendario nella storia dello sport americano. “Prima di tutto – puntualizzò Auerbach – non mi ero assolutamente reso conto di aver fatto partire cinque giocatori neri, e me ne accorsi solo quando un giornalista me lo fece notare un paio di settimane dopo. Per me non faceva alcuna differenza il colore della pelle dei miei ragazzi. Stavo mettendo in campo i cinque giocatori che pensavo fossero necessari per vincere la partita”.
E solo un paio di mesi dopo che a Martin Luther King era stato assegnato il premio Nobel per la Pace, nel mezzo della lotta sanguinosa tra gli attivisti dei movimenti per l’emancipazione dei neri (di cui Malcolm X era l’altra faccia, quella dura) e le organizzazioni per il mantenimento della supremazia dei bianchi, quel 26 dicembre "Red" Auerbach schierò nella poco tollerante città di St.Louis un quintetto base con K.C. Jones, Sam Jones, Willie Naulls, Tom Sanders e Bill Russell. I Celtics vinsero grazie ad una difesa soffocante, superando gli Hawks per 97 a 84 in una serata che valse quanto l’autobus di Rosa Parks, l’esordio di Jackie Robinson nelle Majors di baseball o quello di Nat “Sweetwater” Clifton nell’NBA. La sera dopo, a Fort Wayne, toccò ai Pistons fungere da vittima sacrificale, 112 a 106, prima che i Celtics tornassero al Boston Garden per affrontare, oltre all’avversario, anche un pubblico di casa che avrebbe potuto voltare loro le spalle. Invece, il 28 dicembre, forse anche perché gli ospiti erano i non propriamente amati Los Angeles Lakers, i tifosi bostoniani non sembrarono infastiditi da tutto quel nero in campo, e la macchina biancoverde potè mettersi al lavoro per disgregare i californiani (133 a 112) grazie al solito dominio delle plance da parte di Bill Russell. Il 30 dicembre i Celtics “ripassarono” i Bullets a Baltimora, mentre Tom Heinsohn continuava a mettere in ghiaccio il suo piede infortunato: nei primi giorni di quel gennaio 1965 caddero Detroit, Cincinnati, St.Louis, Los Angeles (due volte) e San Francisco. Il 15 gennaio arrivò la notizia che era Wilt “The Stilt”, “La Guglia” (come odiava essere chiamato) era stato ceduto dai San Francisco Warriors ai Philadelphia 76ers, che diventavano immediatamente una delle pretendenti più accreditate per il titolo.
I “Black Celtics” non si scomposero più di tanto, e superarono Philadelphia quella sera stessa, con un 104 a 95 che portò la striscia vincente del quintetto nero a quota nove. Due giorni dopo Russell e compagni faticarono un po’ per battere Cincinnati per 101 a 98, mentre ormai Heinsohn appariva quasi pronto a riprendere il suo posto di titolare. A titolo precauzionale, però, Auerbach lo lasciò “in ghiaccio” ancora per la gara di Baltimora del 20 gennaio che, ovviamente, Boston si aggiudicò con un largo 131 a 105. Heinsohn rientrò due giorni dopo, ed i Celtics proseguirono la loro splendida cavalcata che, oltre a dare vita a momenti epici della storia del basket (la palla rubata da Havlicek nei secondi finali di gara 7 di semifinale contro Phila), avrebbe consegnato due splendide storie al cuore dei tifosi Celtics. La prima, l’abbiamo raccontata: le 11 vittorie consecutive del primo quintetto base nero nella storia NBA, in un momento in cui difendere i diritti civili delle minoranze poteva costare la vita. La seconda, invece, si completò nei minuti successivi alla sirena della vittoriosa gara 5 di Finale sui soliti Lakers quando, dopo esser stato portato di peso da Russell sotto la doccia vestito, "Red" Auerbach in accappatoio davanti alle telecamere, mostrò sorridente un medaglione d’argento con l’effigie di San Cristoforo. Quella vittoria era per Walter Brown, l’uomo che aveva insegnato a tutta l’NBA che “bianco, nero, a strisce o a pallini”, un uomo era un uomo.
Sembrava una stagione come tante altre per i Boston Celtics. Dopo sei anni trionfali o, meglio detto, sportivamente “dittatoriali”, i ragazzi di Red Auerbach si accingevano a percorrere una nuova tappa del cammino che portava alla gloria immortale. I tanti titoli (sette in otto anni) restano. Le persone, purtroppo, almeno fisicamente, se ne vanno. Negli ultimi due anni se n’erano andati Sharman, Cousy, Ramsey e Loscutoff; avevano lasciato il basket giocato ed ora si stavano occupando di altre cose. Ma erano vivi e godevano di buona salute. Chi invece se n’era andato per sempre era Walter Brown. Il fondatore della franchigia, proprietario, amministratore, più semplicemente, “il Padre dei Celtics”, si spense il 7 settembre del 1964 nella sua residenza estiva a Cape Cod, giusto un mese prima che la nuova stagione NBA cominciasse. L’uomo che meno di vent’anni prima aveva portato la pallacanestro professionistica a Boston morì all’età di 59 anni lasciando un vuoto incolmabile nei cuori dei giocatori che comunque riuscirono simbolicamente a portarsi il “Padre” appresso durante tutta la stagione, cucendo una “toppa” nera alla spallina sinistra della canotta in segno di lutto.
Uomo di una generosità immensa, persino esagerata rispetto alle possibilità economiche (per salvare la franchigia era arrivato ad ipotecare la sua stessa casa), era mosso solo ed esclusivamente dalla passione per i suoi Celtics ed il suo Boston Garden e questa sua dedizione totale era riconosciuta da Red e tutti i giocatori.
“I rinnovi contrattuali si discutevano nel bagno degli uomini” – ricorda Tom Heinsohn – “Andavi a fare i tuoi bisogni e spuntava Walter chiedendoti quanti soldi volessii per la nuova stagione; di solito rispondevi chiedendo a lui quanto fosse disposto a pagare. La negoziazione durava giusto il tempo necessario per tirarsi su la cerniera dei pantaloni, e l’accordo era raggiunto”.
L’ultima cosa che avrebbero voluto i Celtics in quella stagione sarebbe stata quella di perdere il campionato. “Questo lo vinceremo per Walter” – aveva dichiarato solennemente Bill Russell prima dell’esordio stagionale. E vittoria con dedica fu. La motivazione addizionale si unì al talento ed alla forza fisica della squadra di Red ed il risultato fu una partenza sprint con 11 vittorie consecutive. Boston sembrava una macchina perfetta e nonostante alcuni passi falsi qua e là i Verdi arrivarono a Natale con il miglior record della lega, 27 vittorie e 7 sconfitte: K.C. Jones era un “cane da guardia” che mordeva le...guardie avversarie costringendole spesso a perder palla, l’altro Jones (Sam) era il “capocannoniere” con oltre 25 punti di media a partita, Bill Russell garantiva la solita presenza dominante sotto i tabelloni catturando oltre 24 rimbalzi ad incontro, “Satch” Sanders nello spot di “power forward” era più regolare di un orologio svizzero e John Havlicek uscendo dalla panchina era il solito “destabilizzatore” che con oltre 18 punti di media spaccava le partite. E Tom Heinsohn? Beh, "Tommy Gun" è sempre stato speciale, nel bene e nel male; ma sul finire del 1964 avrebbe involontariamente contribuito ad un evento unico nella storia della pallacanestro e dello sport in generale. “Grazie” infatti ad un infortunio che lo tenne lontano dai campi di gioco per un mese, il “bianco” Heinsohn il giorno 24 dicembre del 1964 lasciò il posto di titolare al “nero” Willie Naulls aprendo così le porte al primo quintetto iniziale interamente afro-americano nella storia della National Basketball Association. Ancora una volta i Boston Celtics si rivelavano antesignani di un futuro che sarebbe stato considerato “normale” nella lega professionistica solo svariati anni più tardi e, in pieno periodo di lotte sociali e rivendicazioni razziali (Martin Luther King aveva appena vinto il premio Nobel per la Pace), Red Auerbach e la sua squadra dimostravano d’essere più avanti nel tempo sia rispetto alla città di Boston che all’intera società “civile” americana. E Walter Brown - che 14 anni prima aveva scelto Chuck Cooper dicendo "non m'importa se è bianco, nero, a righe o a pallini" - da lassù osservava orgoglioso...
Altra data storica fu il 13 gennaio del 1965. Solo due ore dopo la conclusione dell’All Star Game giocato a Saint Louis (con vittoria dell’Est per 124-123) i San Francisco Warriors, che stavano attraversando un periodo finanziario alquanto burrascoso, ufficializzavano il passaggio di Wilt Chamberlain ai Philadelphia 76ers in cambio di Paul Neumann, Connie Dierking e Lee Shaffer (che si ritirò senza mai vestire la casacca dei Warriors) più la somma di 150.000 dollari. Per Wilt si trattava del ritorno alla città natale anche se la nuova franchigia dei 76ers era il prodotto del trasferimento dei Syracuse Nationals avvenuto l’anno precedente. Per i Celtics invece si trattava del ritorno dell’antagonista principale; Chamberlain sarebbe stato fin da subito la minaccia che avrebbe rinnovato la rivalità per il titolo nella Eastern Division. I 76ers infatti erano una squadra promettente che poteva schierare un futuro Hall of Famer come la guardia Hal Greer e talentuosi “role-players” come Larry Costello, Chet Walker ed il rookie Luke Jackson. Non c’era modo di rilassarsi per Red Auerbach ed i suoi ragazzi, ed anche se la stagione regolare dei Celtics terminò con un trionfale record di 62 vittorie e 18 sconfitte (14 in più dei Cincinnati Royals ad Est e 13 meglio dei Lakers nella Western Division) la sensazione era che Philadelphia, pur reduce da un modesto record di 40 vittorie e 40 sconfitte, avrebbe cambiato marcia con l’inizio dei playoff. La sensazione lasciò subito posto alla certezza quando i 76ers si sbarazzarono in quattro partite (le serie in questa fase erano giocate “al meglio delle cinque”) dei Royals di Oscar Robertson e Jerry Lucas mentre dall’altra parte del tabellone i sorprendenti Baltimore Bullets, reduci da una stagione regolare con sole 37 vittorie, ebbero la meglio sui vecchi Saint Louis Hawks peraltro decimati dagli infortuni, chiudendo anch’essi la serie in quattro partite.
Tutto lasciava presagire all’ennesima riedizione di una finale Celtics-Lakers ma mentre gli eterni rivali ci arrivarono piuttosto agevolmente eliminando i Baltimore Bullets in 6 incontri, ai Boston Celtics toccò sudare durante 7 tiratissime partite che culminarono con uno dei più epici momenti nella storia di questo sport. "Questo campionato lo vinceremo per Walter", aveva proclamato Bill Russell all’inizio della stagione, ma fu proprio lui a rischiare di rovinare tutto, quel 15 aprile di oltre quarant'anni fa: un canestro di Chamberlain a 5 secondi dalla sirena portò i 76ers a -1, 109 a 110, e sulla rimessa Russell colpì con la palla i cavi di sostegno del canestro restituendo il possesso ai 76ers. "Qualcuno mi salvi!" supplicò il numero 6 biancoverde nel timeout, e sul passaggio di Hal Greer per Chet Walker, "Hondo" Havlicek ci mise la mano, salvando Russell ed i Celtics. Dalla sua postazione in alto, sopra il bordo campo, la voce del radiocronista dei Celtics Johnny Most gracchiò lo storico "Havlicek stole the ball", "Havlicek ha rubato la palla”….un grido che è rimasto nella storia dello sport americano e di cui non parleremo ulteriormente dato che sarà oggetto di un articolo a parte.
Sull’onda dell’entusiasmo e della determinazione dopo lo spavento vissuto contro Philadelphia, i Celtics si apprestavano allo scontro finale con i Lakers per la quarta volta negli ultimi sette anni. Los Angeles arrivò alle finali fortemente traumatizzata dal serio infortunio occorso ad Elgin Baylor nella prima partite della precedente serie che li aveva opposti ai Baltimore Bullets: il ginocchio del fuoriclasse giallo-viola si era spezzato durante il salto per un tiro in sospensione. “Sentii il crack tipico di un’esplosione” – avrebbe raccontato lo stesso Baylor, il cui infortunio avrebbe condizionato i rimanenti anni della carriera – “ma il dolore fisico fu nulla se paragonato alla tristezza ed alla rabbia per non poter giocare le finali contro Boston”. Jerry West e Rudy LaRusso provarono a tenere alto l’onore dei Lakers ma Baylor risultò essere insostituibile. In gara 1 i Celtics stritolarono gli avversari con l’impietoso punteggio di 142 a 110 stabilendo un nuovo record per i playoff: K.C. Jones fu incredibile in difesa, limitando West ad un solo canestro nel primo quarto e rubandogli la palla dalle mani 5 volte nei primi 24 minuti di gioco. L’offeso ma tenace Jerry West fu strepitoso nella seconda partita giocata al Boston Garden e coi suoi 45 punti provò a mantenere in vita i Lakers quasi fino alle fine, prima di cedere per 129 a 123. Al ritorno a Los Angeles, feriti più che mai, i Lakers si aggrapparono ancora una volta a West e trovarono un ottimo contributo dal centro-ala LeRoy Ellis; i due "combinarono" per 72 punti e condussero i padroni di casa ad un’agevole vittoria con 21 punti di scarto. Il pubblico di Los Angeles, mai frustrato ed assetato di vendetta, celebrò il trionfo “soffocando” Red Auerbach col fumo soffiato da centinaia di sigari accesi, appositamente preparati per l’occasione. Per loro sfortuna in gara 4 la nube si diradò in fretta, sotto i colpi di uno scatenato Sam Jones che con 37 punti permise ai Celtics di tornare a Boston con il cospicuo vantaggio di tre partite ad una, e a Red di preparare il suo, di sigaro della vittoria. Il Boston Garden era una polveriera con il pubblico delle grandi occasioni. La partita fu sempre sotto il controllo dei padroni di casa e si trasformò in un massacro quando i Celtics infilarono un parziale di 20 a zero, lasciando i Lakers a bocca asciutta durante cinque minuti.
L’impotenza dei giallo-viola era tutta rappresentata da Jerry West che, protagonista negativo di una terribile striscia al tiro, sbagliò 14 delle 15 conclusioni tentate. Ci fu un momento di paura anche per i Celtics, però, quando Bill Russell subì un doloroso infortunio ad un occhio. Nonostante la vista limitata, però, "l'Aquila con la Barba" dominò le plance accaparrandosi 30 rimbalzi. Il risultato finale ancora una volta fu impietoso: Boston 129 – Los Angeles 96. Le parole di Bill Russell che descrivevano il parziale fulminante dei Celtics furono la testimonianza più eloquente del divario tra le due squadre ma introdussero pure una lettura diversa della rivalità storica dotandola di una sensibilità fino ad allora sconosciuta: "Non li stavamo solo battendo, li stavamo distruggendo. E' stato il peggior momento nella mia carriera, perché non provavo la gioia della vittoria, ma l'orrore della distruzione. Sapevamo, anzi, percepivamo senza comprenderlo appieno, di aver portato lo sport oltre i confini del gioco".
Era stato un campionato "segnato" dallo shock della morte di Walter Brown ma da incorniciare fin dal primo giorno, con momenti epici come la palla rubata da John Havlicek e riconoscimenti non solo di squadra ma pure individuali: Red Auerbach fu nominato Allenatore dell’anno e Bill Russell Miglior Giocatore della stagione. Purtroppo dopo i festeggiamenti ci fu ancora spazio per lo shock: Tom Heinsohn annunciò il ritiro immediato dai campi di gioco. Aveva solo trent’anni ma la sua testa lo spingeva verso altre direzioni che l’avrebbero portato, tra le altre cose, a tornare ai Celtics come allenatore, ad affermarsi come uomo d’affari e infine a deliziarci come commentatore ufficiale delle partite casalinghe della franchigia bostoniana. Ma le sorprese non erano finite: lo stesso Red annunciò che avrebbe allenato ancora per un’altra stagione ma che poi avrebbe lasciato la panchina per dedicarsi esclusivamente al ruolo di General Manager; allenare ormai per lui era diventato un peso, una fatica infinita resa ancora più insostenibile dalla necessità di sbrigare anche le funzioni amministrative che fino ad allora erano state coperte direttamente da Walter Brown e che ora erano a suo carico. Certo, amava vincere alla follia ma anche il successo aveva un suo prezzo da pagare che, anche fisicamente (Red aveva solo 50 anni ma all’epoca ammise che si sentiva un settantenne) non era più in grado di sopportare. Quando i giornalisti chiesero al coach quali erano stati i migliori momenti della sua lunga carriera, Red rispose: “Dopo 1500 partite non saprei cosa dirvi. Posso solo ricordare quanto complicato e duro fu ottenere ogni singola vittoria”.
Vittorie dolci con risvolti amari dunque, in quello strano 1965, ma la Dinastia era destinata a continuare e Walter Brown, da lassù, ora proteggeva i suoi ragazzi e li preparava per le future sfide.
Dalla miseria nel Texas ai titoli con i Celtics: K.C. Jones non è solo un grande ex-giocatore ed un grande ex-allenatore. E' un Celtic.
E' difficile spiegare cosa fosse l'America della segregazione razziale a distanza di settant'anni e di diecimila chilometri. Provate ad immaginare: scendere nella piazza più vicina e non poter mangiare al ristorante, bere nel bar, non poter usare la stessa fontana degli altri ed essere persino costretti a sedervi nei sedili in fondo all'autobus o nelle poltrone in fondo al cinema. Tuo padre che ti dice "If you're black, you step back": se sei nero, fai un passo indietro, e la maestra, il primo giorno di scuola, ti deride di fronte alla classe perché non sai leggere. Ecco, questa era la vita di K.C. Jones nel Texas della Grande Depressione. K.C. - non sono iniziali, è proprio il nome mutuato su quello del padre - era nato a Taylor il 25 maggio del 1932 dal meccanico/cuoco che gli aveva passato quello strano nome e da mamma Eula, cameriera part-time. Primogenito di cinque figli, aveva imparato presto cosa significasse la parola "responsabilità" e fin da piccolo cucinava per genitori e fratellini. Non erano benestanti, i Jones, e per trovare un lavoro la famiglia doveva traslocare spesso: nato nel centro del Texas, due anni dopo il piccolo K.C. si era trovato a Corpus Christi sulla costa del Golfo del Messico, a quattro abitava a Dallas, nel nord dello Stato, ed a nove era di nuovo nel cuore del Texas, a MacGregor. E' lì che papà K.C., in una storia sentita mille volte, un bel giorno se n'era andato lasciando la famiglia in gravi difficoltà. Un'ingiustizia, ma in fin dei conti i bambini afroamericani crescevano con una distinta percezione che la vita non fosse mai giusta nei confronti di chi aveva la pelle del "colore sbagliato", ed il piccolo si fece coraggio ed andò avanti. Siccome la scuola non gli dava molte soddisfazioni (non era un fulmine di guerra, ma quella maestra lo aveva probabilmente tramutato nel bambino più timido nello Stato della Stella Solitaria), cominciò ad esprimersi con la musica, cantando in un quartetto nella chiesa, e soprattutto nello sport. Gli piaceva il tennis, ma era "roba da ricchi", ed allora presto dirottò il suo interesse su football e softball. Le difficoltà per una madre “single” a MacGregor erano enormi, ed Eula ad un certo punto ne ebbe abbastanza: caricò tutti i bambini sul treno per San Francisco e cominciò da zero.
Lasciato il Texas per la più aperta California, per K.C. si aprì un nuovo mondo: ragazzini italiani, cinesi, neri ed irlandesi nella stessa scuola? Fontane alle quali tutti potevano attingere? Cinema ed autobus uguali per tutti? E poi tanti luoghi nei quali fare sport e coltivare la passione per i primi eroi: lo scattista Jesse Owens ed il pugile Joe Louis. A tredici anni il primo tiro a canestro con un pallone da calcio: non tirava benissimo ma era molto coordinato. Fu così che finì per innamorarsi anche dello sport dei canestri, e cominciò ad andare a caccia di tutti i playground cittadini in cui poter praticare la sua nuova passione. I più frequentati erano situati nella zona delle colline di San Francisco ed è lì che il ragazzino sviluppò un mortifero “piazzato”. Quando fu il momento di passare al liceo K.C. era già bravino, e lo dimostrò polverizzando i record di realizzazione nella sua categoria. Gli piaceva anche difendere e provava un particolare piacere a “spegnere” l'avversario più forte: un marchio distintivo che avrebbe dato il “la” alla sua carriera. Basket e qualche lavoretto part-time per aiutare la famiglia: la scuola veniva al terzo posto ed era chiaro che Jones nel migliore dei casi non avrebbe potuto aspirare a qualcosa di meglio di un lavoro come postino o autista. Poi accadde un mezzo miracolo: la sua insegnante di storia, Mildred Smith, telefonò a Phil Woolpert.
Il coach dei “Dons” della University of San Francisco non diede peso a quella telefonata, e l'arcigna signora Smith ne fece un'altra ed un'altra ancora, sempre proponendo a Woolpert di fare un provino a K.C. Una borsa di studio sembrava impensabile specie se si consideravano le difficoltà del ragazzo tra i libri, ma la signora Mildred aveva visto la purezza del suo cuore e tanto le era bastato. L’allenatore di USF non si faceva sentire, ed allora il secondo colpo di fortuna si materializzò nella persona di Al Corona, reporter del San Francisco Chronicle. Il giornalista si presentò a Jones e gli chiese quali università lo avessero contattato per la borsa di studio. Quando il ragazzo gli rispose che nessun ateneo si era fatto avanti, Corona sogghignò e gli sussurrò: “Ok, leggi il mio articolo, domani”. K.C. ovviamente comprò il “Chronicle” e rimase a bocca aperta quando lesse che UCLA, University of South California, Stanford, Washington ed Oregon erano interessate a lui: mancavano solo Harvard e Yale! Qualche giorno dopo, puntuale come la cartella delle tasse, arrivò la telefonata di coach Woolpert che gli proponeva una borsa di studio. La vita di K.C. Jones era cambiata per sempre.
Nonostante il futuro roseo, il ragazzo rimase con i piedi ben piantati sul suolo della California e nel corso dell'estate dei suoi 19 anni non rimase con le mani in mano. Con caparbietà trovò un impiego come scaricatore alla "Hide House", il magazzino delle pelli: quando la sera tornava a casa in autobus tutti i viaggiatori gli stavano più lontani possibile, ma questa volta la causa non era il colore della pelle, quanto il fetore emanato dalla concia! In quell'estate del 1951 a K.C. accaddero due cose strabilianti: crebbe di 10 centimetri e perse totalmente il tiro da fuori. Da miglior realizzatore liceale cittadino si tramutò in un atleta incapace di centrare il canestro dalla distanza, un aspetto preoccupante per chi aveva appena ottenuto una borsa di studio per giocare a basket al college.
Quando entrò per la prima volta nel "campus" di USF si sentì fuori luogo, una macchiolina nera in un mare di pelle bianca, e la sua timidezza oltre al "substrato culturale" basato sul "you're black, step back" lo fecero sentire inadeguato. Woolpert però lo fece uscire dal guscio. Il coach che quindici anni dopo si sarebbe visto ingiustamente accusare di razzismo da Bill Russell nel libro "Go Up for Glory", così viene definito da K.C. Jones: “Phil Woolpert fece la differenza. Mi cinse le spalle con un braccio e dal primo istante capii che per lui la barriera del colore della pelle non esisteva: sono cose che capisci subito, se sei nero”. K.C. si fece notare subito ma i “Dons” non erano granché e vinsero solo sette delle ventuno partite giocate in stagione. Fu allora che il ragazzo capì che se voleva aiutare la squadra non avrebbe dovuto intestardirsi a fare il realizzatore ma avrebbe dovuto concentrarsi su difesa e passaggi, diventando il regista del quintetto su entrambi i lati del campo.
Si impegnò maggiormente nello studio ed i risultati cominciarono ad arrivare, seppure col contagocce. Con l'autunno nella sua camera al campus si presentò un ragazzo alto e magro che disse di chiamarsi William Felton Russell. K.C. non se ne rese conto, ma dopo Mildred Smith, Al Corona e Phil Woolpert, Russell sarebbe stato il quarto incontro decisivo per il suo futuro nel mondo del basket. Per il primo mese di convivenza, però i rapporti tra i due si limitarono a qualche gesto: Jones era persino più timido del filiforme compagno e le interazioni tra i due raggiungevano l’apice quando Jones scrollava la coperta per svegliare la matricola che poltriva, o ad un cenno del capo in mensa quando K.C. aveva bisogno di zucchero, sale o pepe. Poi un giorno i due cominciarono a parlare, e da allora non hanno più smesso. Lunghe ore ad esaminare il basket ed i suoi angoli, a discutere di ragazze, di razzismo e delle persone che li circondavano mentre l'amicizia diventava sempre più stretta, inossidabile. In palestra, nonostante gli sforzi del coach, alcuni dei "veterani" si atteggiavano a stelle e la squadra soffrì di questa situazione riportando nuovamente risultati poco felici. All'esordio nel campionato 1953-54, però, K.C. era fiducioso: dopo l'anno "sabbatico" da "freshman" adesso anche il suo amico Bill poteva entrare in campo ed i risultati furono immediati sotto forma di un'imprevista vittoria su University of California. Sembrava che USF potesse puntare in alto, ed invece Jones imparò che in un attimo si può perdere tutto, anche la vita.
Si sentì male, perse conoscenza e gli venne diagnosticata un'appendicite perforata degenerata in peritonite. Rimase per quattro giorni tra la vita e la morte mentre centinaia di studenti di University of San Francisco si ritrovavano in veglia a pregare per lui. Uno di essi era nero, alto alto e si chiedeva come avrebbe fatto se l'amico non fosse sopravvissuto.
Alla fine K.C. "la sfangò", e poco importava che avesse perso gran parte dell'anno accademico e tutte le partite. Appena riprese le forze tornò a maneggiare libri e pallone con rinnovata lena: i “junior” più “velenosi” si erano laureati ed ora la squadra poteva finalmente affidarsi a coach Woolpert sull'asse play-centro Jones-Russell. I due avevano speso ore sulla stessa lunghezza d'onda a parlare di come avrebbero giocato, di come avrebbero “attaccato l'attacco avversario”, di come avrebbero spinto gli avversari alla palla persa, al tiro affrettato, alla sconfitta. E quando iniziò il campionato 1954-55 misero in pratica le loro teorie: dopo tre vittorie, però, giunse una sconfitta contro UCLA di Willie Naulls: sarebbe stata l'ultima battuta d'arresto nelle loro ultime due stagioni a University of San Francisco. I “Dons” infatti vinsero 56 gare in fila e due titoli consecutivi. Nella finale NCAA del 1955 K.C. fu ancor più dominante di Russell quando prese in consegna Tom Gola, stella di LaSalle, e lo costrinse a soli 16 punti mentre lui ne metteva a segno 21. Lo stesso Russell usò parole d’oro per elogiare il compagno ed amico: “Jones ha giocato la più grande partita mai vista”.
L'anno seguente però l'NCAA giocò un brutto tiro all’eroe della finale, mantenendogli “l'eleggibilità” solo per la regular season e - in virtù dell'unica partita giocata prima della famosa appendicite - negandogli la possibilità di difendere il titolo nel Torneo NCAA (che USF vinse comunque). Terminato il college, siccome non aveva firmato alcun contratto professionistico, K.C. era ancora “eleggibile” per la selezione statunitense con destinazione Olimpiadi di Melbourne 1956: fu uno dei soli tre atleti dell'NCAA convocati assieme a Bill Russell ed a Carl Cain di Iowa, fratello della Beverly che sarebbe divenuta la signora Jones. Il texano, ancora una volta “associato” a Bill Russell, vinse la medaglia d'oro e poi rientrò negli "States" dove, anche per aiutare la famiglia, si arruolò nell'esercito e vi passò due anni. Per fortuna in quel periodo non finì in nessuna guerra, ma nonostante pigiasse i tasti di una macchina per scrivere e non il grilletto di una mitragliatrice, K.C. fu sempre orgoglioso della sua esperienza in divisa. Non appena terminata la ferma nel 1958, dal Missouri passò direttamente al “camp” dei Los Angeles Rams dell’NFL. Aveva destato l’attenzione di alcuni scout del football, e nel corso degli allenamenti dimostrò un particolare talento in…difesa! Mentre giocava da defensive back, infatti, non c’era palla svolazzante dalle sue parti che non fosse sua. Ma tra caschi e protezioni non si trovò a suo agio, ed allora se ne andò alla chetichella per provare in un altro sport.
Una telefonata a Red Auerbach per chiedergli se potesse esserci un posto per lui, e Red rispose di sì: un rookie di 26 anni arrivò così al camp dei Celtics. A dispetto dei suoi dubbi riuscì ad entrare nel “roster”: come spesso accadeva l'allenatore in lui aveva visto qualcosa, quell'aura da “Hall of Famer” che solo Red sapeva riconoscere. Una volta arrivato ai Celtics, K.C. faceva fatica a credere di essere la riserva di Cousy. Un tipo sul metro ed ottantacinque senza tiro da fuori nelle altre franchigie sarebbe stato “tagliato” dopo poche partite, ma in una squadra dalla forte specializzazione Jones trovò il suo ruolo: quello di difensore accanito e di “giocatore d'energia” in attacco. Russell lo ospitò a casa sua, e la dolcissima Rose lo trattò come un fratello mentre lui spendeva una discreta parte del (magro) salario in telefonate a Beverly. Passò quella prima stagione in panchina a guardare Cousy, a guardare Auerbach, ad assimilare il gioco ed a capire i ruoli. In 12 minuti d'impiego racimolò 3.5 punti di media ma alla fine potè mettere in tasca l'anello di campione NBA. Nell'estate sposò Beverly ed andò a vivere nel South End di Boston: non smise però di allenarsi perché si rendeva conto di dover migliorare. Lentamente, anno dopo anno, Auerbach acquisì maggior fiducia nelle doti dei due “Jones Boys”: quando infatti K.C. e Sam entravano in campo al posto di Cousy e Sharman i Celtics non solo non subivano parziali negativi, ma spesso addirittura incrementavano il vantaggio. I minuti di K.C. aumentarono gradatamente man mano che il grande “Cooz” invecchiava: 17.2 (6.5 punti e 2.6 assist) nel 1960, 20.6 (7.6 punti e 3.2 assist) nel 1961, 25.7 (9.2 punti e 4.3 assist) nel 1962, tutte annate coronate da titolo NBA. Nell'ultima fatica del play di origine francese, il campionato 1962-63, i minuti, punti ed assist di media di K.C. subirono una leggera flessione, ma arrivò per lui il quinto titolo NBA. Diventò titolare a 31 anni: Cousy era un regista offensivo, ed Auerbach fece di Jones un “regista difensivo”. Nei tre campionati successivi Jones si mantenne sempre intorno ai trenta minuti giocati ed agli 8 punti di media, smazzando 5/6 assist ad incontro. Boston si aggiudicò altri tre campionati ed il texano portò il suo “bottino” personale ad otto. Nel corso del campionato 1966-67 K.C. si rese però conto che gli avversari sembravano più veloci e qualche volta gli rubavano persino palla, cosa impensabile solo un anno prima. Capì che a quasi 35 anni era arrivato per lui il momento di appendere le scarpette al chiodo, ed il rimpianto di Bill Russell quando i Sixers eliminarono i biancoverdi fu quello di vedere l’amico K.C. “chiudere” con una sconfitta. Auerbach fu velocissimo nel ritirare il numero 25: Jones non aveva ancora smesso, che già la sua maglietta sventolava dalle volte del Boston Garden, dopo esser stata appesa il 12 febbraio 1967 in occasione della sofferta vittoria per 113 a 112 proprio sui Phila 76ers.
Dal 1967 al 1970 K.C. mise in pratica gli insegnamenti acquisiti nei lunghi anni di panchina a guardare Red Auerbach ed insegnò basket all'università bostoniana di Brandeis. Poi ricevette la chiamata dall'ex-compagno Bill Sharman che voleva ricreare un po' di “Celtic Pride” ai Los Angeles Lakers: quasi una bestemmia. Sharman lo convinse a fargli da assistente allenatore e si può dire che l'opera di “celticizzazione” di L.A. riuscì abbastanza bene, visto che i gialloviola misero in piedi una stagione da 69 vittorie e 13 sconfitte conquistando l'anello. Per Jones era il nono titolo NBA, il primo lontano da Boston, ed Alex Groza, manager dei San Diego Conquistadores dell'ABA, decise allora di accaparrarselo come allenatore. Sharman fece l'impossibile per trattenerlo ai Lakers arrivando a promettergli il posto di capo allenatore in futuro: ve lo immaginate K.C. al posto di Pat Riley contro i Celtics di Bird? Ma a Jones San Diego piaceva, e nonostante la franchigia d'espansione fosse decisamente povera di talento, lavorò bene portandola a 30 vittorie e 54 sconfitte. A riprova del suo valore arrivò la chiamata di Abe Pollin, proprietario dei Bullets appena trasferitisi da Baltimore a Washington. I Capital Bullets vinsero 47 delle 82 partite nella stagione 1973-74 e come Washington Bullets l'anno successivo arrivarono alle Finali, dopo aver eliminato degli ottimi Celtics perse contro i sorprendenti Golden State Warriors. Nel campionato 1975-76 la squadra subì una flessione, terminando 48-34 e Pollin, decisamente deluso dai risultati di una squadra che riteneva da titolo, licenziò Jones.
Fu il momento peggiore per K.C.: per la prima volta si sentiva un fallito, cominciò a bere e fece naufragare il suo matrimonio. La mano tesagli dall'ex-compagno Wayne Embry sotto forma di un incarico come vice dell'altro ex-Celtic Don Nelson ai Milwaukee Bucks si rivelò alla fine un’altra delusione quando venne nuovamente licenziato per i suoi problemi “extra-sportivi”. Fu allora che l'amico “Satch” Sanders - con la connivenza” dell’onnipresente Auerbach - corse in suo aiuto: Sanders era stato promosso coach dopo l'esonero di Tom Heinsohn, e visti i problemi dell’amico se lo portò accanto per aiutarlo. Vi riuscì, ma non riuscì a rimettere in sesto i Celtics: era troppo galantuomo per gestire i giocatori della nuova generazione il cui credo può essere esemplificato dalla famosa battuta di Curtis Rowe “non ci sono W ed L nell'assegno settimanale”. K.C. rimase ai Celtics anche dopo l'esonero di Sanders ed aiutò il coach-giocatore Dave Cowens a terminare la tribolata stagione 1978-79. Auerbach capì che la squadra adesso aveva bisogno di un “sergente di ferro”, e per la prima volta si affidò ad un “non-Celtic” quando ingaggiò Bill Fitch, reduce da ottimi risultati a Cleveland. Fitch fu bravo ma anche fortunato: poter contare su una matricola come Larry Bird e poco dopo su Robert Parish e Kevin McHale rese il suo compito decisamente più facile. Agli ordini di Fitch, K.C. vinse un altro titolo come assistente nel 1981, ma fu tutt'altro che facile. Il capo allenatore infatti lo vedeva come una minaccia “ereditata” solo perchè Auerbach non abbandonava mai i suoi “ragazzi”, e Jones dovette ingoiare molti rospi. Fitch non perdeva occasione per umiliarlo pubblicamente ed in un'occasione i due arrivarono quasi alle mani. Ma l’allenatore stava perdendo il controllo dei Celtics che nel 1982 vennero eliminati da Phila in sette partite e nel 1983 si videro confezionare addirittura un "cappotto" dai Bucks. Ormai Bird, Parish, Maxwell e McHale non erano più matricole e l'approccio dittatoriale del coach stava ottenendo l’effetto negativo di disunire il gruppo. Auerbach decise di allontanare Fitch, ed il sostituto naturale fu K.C. Jones: nei momenti difficili aveva dimostrato tutte le sue doti umane ed i giocatori lo vedevano come uno di loro.
Il suo approccio sereno prevedeva che il coach dovesse fornire agli atleti una base comune sulla quale operare, ma che poi fossero loro a decidere in campo. Ecco perché gli addetti ai lavori in seguito lo criticarono, dicendo che tutto sommato era facile allenare Bird, Parish e McHale. Ma anche Fitch aveva avuto a disposizione quei Celtics nel 1983, e Boston era stata "sweepata" dai Bucks: non sempre ad alzare la coppa è il coach con il “playbook” più pesante. Anzi. Dalle macchinazioni di mercato del diabolico Auerbach arrivò Dennis Johnson, guardia dei Suns, e la squadra si lanciò nel campionato 1983-84 con l'intento di ritornare in vetta. E vi riuscì vincendo il titolo al termine di sette durissime gare coi Lakers, confermando la bontà della scelta dell'Uomo dal Sigaro. Per K.C. Jones era l'undicesimo titolo, il primo da capo allenatore.
L'anno seguente il Trifoglio non riuscì a ripetersi e Los Angeles alla fine riuscì a spezzare la maledizione di Boston. Nel campionato 1985-86 K.C. Jones allenò i Celtics più forti di sempre, guidandoli al titolo nelle Finali contro Houston. “Un buon fantino è quello che non spreca un buon cavallo”, e K.C. riuscì a far lavorare quella squadra con un'armonia tale che Kevin McHale in seguito avrebbe dichiarato: “Vorrei poter tornare all'inizio di quella stagione e rigiocarla, e poi ritornare all'inizio e giocarla un’altra volta, per sempre”. Il campionato 1986-87 fu ottimo ma verso la fine della stagione i biancoverdi cominciarono a cadere vittima di infortuni: McHale si ruppe un piede, Parish si storse malamente entrambe le caviglie, Ainge si procurò una distorsione al ginocchio. Eppure quei Celtics non smisero mai di lottare, trascinando i “freschi” Lakers alla sesta partita. Nel campionato seguente, dopo una regular season da 57 vittorie, Boston venne eliminata dai Pistons in semifinale e K.C., nonostante le 308 vittorie e 102 sconfitte nei cinque anni sulla panchina biancoverde venne promosso Vice-Presidente. Ma a tutti questa mossa sembrò il classico “promoveatur ut amoveatur”, una promozione che lo toglieva dalla panchina: le critiche “silenziose” puntavano il dito sullo scarso impiego dei giovani nelle ultime due stagioni e sul fatto che i titolari fossero arrivati ai playoffs senza energie. Al suo posto in panchina andò lo scalpitante Jimmy Rodgers, ma che quella non fosse stata una decisione condivisa da K.C. fu chiaro un anno dopo, quando il coach accettò l'offerta per allenare i Seattle Sonics.
La sua esperienza sulla costa pacifica durò un anno e mezzo nel quale guidò i Sonics di Payton ad un record di 59 vittorie e 59 sconfitte (2 vinte e 3 perse nei playoffs). L'inizio della stagione 1991-92 fu promettente, ma quando la squadra cominciò a perdere colpi il coach finì sul banco degli imputati e venne esonerato il 15 gennaio 1992. Nella stagione 1994-95 tornò in panchina come vice-allenatore ai Detroit Pistons (rabbrividiamo), e l’anno dopo rientrò a Boston come vice di M.L. Carr, rimanendovi per due stagioni. La “bufera-Pitino” travolse tutti i “Celtics di lungo corso” e K.C. non fu un'eccezione. Da allora ha tenuto un profilo basso, limitandosi a lavorare per la Hartford University ed a commentare le partite dell’ateneo in TV. Il suo nome è tornato alla ribalta nel giugno 2008 quando “Doc” Rivers è risultato il quinto coach afroamericano a vincere un titolo NBA: gli altri sono Bill Russell, Al Attles, Lenny Wilkens e, ovviamente, K.C. Jones. E per chi commettesse ancora il vecchio errore di coniugare “Celtics” e “pelle bianca”, ricordiamo che cinque dei sette “banners” appesi da coach afroamericani garriscono al TD Banknorth Garden.
K.C. Jones da Taylor, Texas, nel 1989 è stato onorato con un posto nella Hall of Fame di Springfield, Massachusetts. Quanti sono i giocatori NBA che sono rimasti per otto anni nella Lega con medie di 7.4 punti a partita, il 38.7% al tiro ed il 64.7% ai liberi? Pochi, vero? Bene, ce n'è solo uno ad aver raggiunto la Hall Of Fame, con quelle cifre: K.C. Jones. Un uomo vecchio stampo, che con il suo spirito ci riconcilia col Basket con la “B” maiuscola, quello in cui fare canestro è importante, ma è più importante conoscere il proprio ruolo e sacrificarsi per la squadra. Quando allenava le grandi squadre biancoverdi degli anni '80 K.C. disse: “Molti coach credono che questo sia lo sport dell'uno-contro-uno in cui chi ha la palla cerca di battere chi non ce l'ha. Certo, questo è l'ingrediente chiave. Ma per me il basket nei suoi momenti migliori somiglia ad un grande gruppo musicale. Ogni membro della ‘band’ deve contribuire nel modo giusto al momento giusto”. Forse K.C. non sarà mai stato il leader dei “Boston”, ma se il nostro gruppo preferito è il più famoso di tutti, il merito è anche del texano silenzioso.
Come sarebbe stata la vita senza "Cooz"? Con questo impellente interrogativo i pluricampioni Boston Celtics si accingevano ad affrontare una nuova stagione NBA, la prima dopo 13 anni senza il loro leader carismatico e capitano Bob Cousy.
Il 1963 fu un anno di cambiamenti per la lega professionistica americana: la nuova stagione si aprì con alcune importanti novità tra le quali il trasferimento dei Chicago Zephyrs a Baltimore sotto il nuovo nome “Bullets” e quello ben più sonante degli storici Syracuse Nationals che approdavano a Philadelphia (abbandonata solo un anno prima dai Warriors di Wilt Chamberlain) per dar vita ai 76ers (a ricordare che era stato proprio a Hila che nel 1776 era stata redatta la Dichiarazione d’Indipendenza), una franchigia che nei decenni a seguire sarebbe diventata una colonna portante della lega e avrebbe dato vita ad epiche sfide nella Eastern Conference contro i Boston Celtics.
Anche i vertici dirigenziali della National Basketball Association presentavano una grossa novità: il “russo” Maurice Podoloff, primo ed unico “Commissioner” della lega fino ad allora, si ritirava alla vigilia della nuova stagione per lasciare il posto ad un certo J.W. Kennedy (nella foto sta per consegnare il trofeo NBA al proprietario dei Celtics Walter Brown), insediatosi negli uffici della NBA poche settimane prima che il suo quasi omonimo ma molto più celebre Presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy, fosse brutalmente assassinato in un attentato durante la sua visita ufficiale a Dallas, Texas, il 22 novembre del 1963.
Quell’anno vide anche l’arrivo di due giocatori che nelle stagioni successive avrebbero fatto parlare molto di sè: il primo fu Jerry Lucas, robusto pivot di 2 metri e 6 centimetri, stella del team americano alle Olimpiadi di Roma tre anni prima, che approdò ai Cincinnati Royals attraverso l’ormai ben nota formula del “pick territoriale” dopo un fugace passaggio per l’appena nata e già defunta American Basketball League (ABL) di Abe Saperstein. Il secondo importante innesto riguardava i San Francisco Warriors, che al terzo giro del draft selezionarono un altro “big man” da affiancare a Chamberlain, quel Nate Thurmond che sarebbe passato alla storia nel 1974 come il primo giocatore a firmare una “quadrupla doppia ufficiale” in una partita NBA (alle voci punti, rimbalzi, assist e stoppate). Dall’alto dei suoi 2 metri e 10 centimetri “Nate The Great”, come sarebbe stato presto soprannominato, rinforzava non poco la compagine dei “Guerrieri” che si presentava al via sotto la guida di Alex Hannum, nientepopodimenochè l’unico allenatore ad aver strappato ai Boston Celtics di Red Auerbach un titolo negli ultimi 7 anni; l’impresa l’aveva firmata nel 1958 con i Saint Louis Hawks. Con queste premesse i Warriors, che oltretutto si avvalevano dei servigi di un ottimo tiratore come Wayne Hightower, si dichiaravano più o meno apertamente l’antagonista principale per i Boston Celtics i quali, privi di Bob Cousy, dovevano fare di necessità virtù e “rimodellare” lo stile di gioco in base agli uomini a disposizione.
Sotto questo aspetto Red Auerbach non perse tempo e cercò di mettere fin dall’inizio le cose in chiaro: certo, aveva perso un grandissimo giocatore, il capitano di mille battaglie, il cervello e “quarterback della squadra”, un formidabile atleta che probabilmente avrebbe potuto reggere senza problemi, almeno fisicamente, un paio di stagioni ancora nella lega, ma il "Rosso" non era certo uomo incline alla malinconia ed all’autocommiserazione: c’era da difendere il titolo di campioni, ed il condottiero si mise subito al lavoro a modo suo, da incomparabile stratega qual era. K.C. Jones (nella foto in una delle sue penetrazioni) prese il posto di Cousy.
Non era un fine tiratore nè il fantasioso assist-man che Bob era, ma sapeva correre, gestire la palla, passarla e soprattutto garantiva intensità allo stato puro a tutto campo. Red capì subito che la squadra avrebbe perso potenziale in termini di produzione di punti e quindi cambiò la filosofia di gioco enfatizzando ulteriormente la difesa. Il concetto si sposava perfettamente con i giocatori che componevano il quintetto titolare: a parte “Tommy Gun” Heinsohn infatti, mai esageratamente partecipe in difesa, avere Bill Russell nello “spot” di centro e circondandolo con “Satch” Sanders ed i due Jones (Sam e soprattutto K.C.) era garanzia di successo e la barricata sarebbe stata alquanto ardua da abbattere per gli avversari. Poi quando Frank Ramsey e Jim Loscutoff annunciarono che quella sarebbe stata la loro ultima stagione, nonostante il dispiacere da parte di tutta l’organizzazione, non ci fu nessun dramma: Auerbach aveva già mosso alcune importanti pedine e preparato gli aggiustamenti del caso. Innanzitutto Havlicek venne “promosso” sesto uomo della squadra proprio al posto di Ramsey (una mossa che si sarebbe rivelata decisiva nel corso della stagione e che sarebbe stata preambolo di un decennio e più di successi per “Hondo” e per Boston), inoltre alcuni innesti al roster operati dal grande Rosso garantirono la quadratura del cerchio. Gli acquisti di Willie Naulls ed il centro veterano Clyde Lovellette avrebbero allungato la panchina e garantito punti, fisicità ed esperienza, poi Larry Siegfried, ex compagno di Havlicek ad Ohio State, venne recuperato dai Cleveland Pipers della estinta ABL e, con i suoi 24 anni, approdò a Boston per fornire ai Celtics quell’esuberanza giovanile necessaria negli anni futuri.
L’inizio di stagione fu roboante: 23 vitttorie e solamente 3 sconfitte (tutte curiosamente ad opera dei Cincinnati Royals di Oscar Robertson e Jerry Lucas) accompagnarono i Celtics fino a Natale. Seguì poi una leggera flessione a cavallo dell’anno nuovo con 3 sconfitte consecutive (un paio di misura ad opera degli acerrimi nemici e frustratissimi Lakers) ed altre cadute dettate da un calo fisiologico per poi riprendere la marcia a spron battuto fino al raggiungimento del miglior record della lega. Il 18 marzo del 1964 il tabellino finale dei Celtics riportava 59 vittorie e 21 sconfitte. Dietro di loro, con sole 4 vittorie in meno si piazzarono i Royals che, avendo sconfitto per ben 7 volte Boston durante la stagione regolare, si proponevano ora come seria “contender” ad Est. La compagine guidata da Jack McMahon registrò un’ottima stagione, non solo grazie a Robertson (MVP della lega, oltre 31 punti ed 11 assist di media-partita per lui) e Lucas (Rookie dell’anno), ma anche attraverso un ottimo “supporting cast” nel quale spiccavano i tiratori Jack Twyman e Wayne Embry. I nuovi Philadelphia 76ers chiusero la loro prima stagione nella lega con un mediocre 34-46 che comunque permise loro l’accesso ai playoff, molto meglio dei derelitti New York Knicks che si fermarono a quota 22 vittorie con 58 sconfitte. Sull’altra costa i San Francisco Warriors confermarono le attese e si presentarono ai playoffs con un record di 48 vinte e 32 perse, di poco superiore ai St.Louis Hawks dell’eterno Bob Pettit e migliore di 6 partite rispetto a quei Lakers che pur avendo in Jerry West ed Elgin Baylor importanti frecce al loro arco, cominciavano a soffrire pesantemente la mancanza di un centro dominante o almeno di ruolo (l’unico vero pivot pareva essere il mediocre Gene Wiley tra tanti “ibridi” come Ellis, Krebs o LaRusso) costringendo lo stesso Baylor a ricoprire la posizione a fasi alterne (con appena 196 cm., a conferma della straordinarietà di questo giocatore “all-around”). A chiudere la classifica “occidentale” si trovavano due team che per la verità, almeno geograficamente, sarebbero dovuti appartenere alla Eastern Division: i Baltimore Bullets ed i Detroit Pistons, con record ben al di sotto del 40% di vittorie.
I playoffs cominciarono con Celtics e Warriors a fare da spettatori in attesa di sapere con chi avrebbero dovuto giocarsi l’accesso alle finali assolute del campionato (la formula in vigore all’epoca faceva infatti incrociare la seconda classificata con la terza di ogni divisione e la vincente di questo “turno preliminare” avrebbe sfidato i campioni divisionali che godevano quindi di parecchi giorni di riposo). Ad est i 76ers rasentarono l’impresa contro Cincinnati costringendoli a 5 combattutissime partite in una serie che fu decisa principalmente dal fattore campo favorevole ai Royals; una situazione simile si creò ad Ovest dove gli Hawks dovettero sudare non poco per avere ragione in gara 5 dei Los Angeles Lakers.
Questo parallelismo di risultati tra le due divisioni si spezzò durante le finali, nelle quali i Celtics (nell'immagine festeggiano l'approdo alle Finali) da una parte misero ancora le cose in chiaro con i Royals su chi dettasse legge ad Est con un contundente 4-1 che non lasciava spazio a dubbio alcuno, mentre i Warriors dall’altra parte dovettero invece impegnarsi in 7 lunghe sfide per avere la meglio sui sempre ostici St.Louis Hawks.
La prolungata finale della Western Division permise ai Celtics di riposare durante ben nove giorni prima di accorgliere i Warriors al Boston Garden per la prima sfida verso il titolo: ed è qui che un mostruoso Frank Ramsey fece a pezzetti in difesa il gigante Nate Thurmond (al quale concedeva qualcosa come 30 centimetri!) e Bill Russell ci aggiunse del suo costringendo il peraltro ottimo Wilt Chamberlain lontano da canestro. Il climax dell’incontro, preludio alla vittoria (108-96), fu assicurato da una giocata nella quale Russell stoppò prima Chamberlain e poi Thurmond in un’unica sequenza creando un’autentico pandemonio tra il pubblico di casa. Boston aveva cominciato con il piede giusto ed avrebbe proseguito ancora meglio annichilendo San Francisco in gara 2 con un emblematico 124 a 101. Quando la serie si spostò in California i Warriors riuscirono ad intimidire Boston in gara 3 e, soprattutto annullando completamente un già di per sè abbastanza spento Tom Heinsohn, accorciarono le distanze imponendosi chiaramente con il punteggio di 115 a 91. Ma “Tommy Gun” ritrovò il piglio nella cruciale quarta partita: con i Celtics sotto di un punto, 52 a 51, il pistolero si concesse una delle sue ormai famose “abbuffate” al tiro che portò il parziale sul 71 a 60 a favore dei verdi ed a poco valse l’immenso sforzo di Chamberlain sotto le plance (38 rimbalzi), se non a ridimensionare a tre soli punti, 95 a 98, i contorni della sconfitta. Di ritorno a Boston con la serie sul 3-1 ed un chiarissimo vantaggio psicologico, i Celtics dovettero solo contenere l’ennesimo tentativo di rimonta di un indomito Chamberlain che grazie ai suoi 30 punti ricucì uno svantaggio di 11 lunghezze e portò i Warriors a sole due lunghezze dai Celtics con 19 secondi da giocare; ma quando Russell corresse un errore al tiro di Heinsohn con una schiacciata furiosa la partita si chiuse sul punteggio di 105 a 99. Ancora Campioni del Mondo. Sembrò fin troppo facile, anche senza Bob Cousy. Ma il significato di quest’ennesimo trionfo era di portata storica: i Celtics si affermavano come la più Grande Dinastia di Sempre all’interno del panorama di sport professionistici americani; Red Auerbach ed i suoi ragazzi arrivarono dove nè gli Yankees di New York (vincitori di 5 titoli consecutivi della Major League Baseball dal 1949 al 1953) nè i Montreal Canadiens, penta-trionfatori della Stanley Cup (hockey su ghiaccio) tra il 1956 ed il 1960, avevano mai potuto od osato arrivare. Unici, inimitabili ed irripetibili Boston Celtics! Qual era il segreto di questo dominio senza precedenti?
Come poteva una squadra che aveva appena perso il suo “giocatore-franchigia” rinnovarsi e riproporsi in modo così rapido, ripetersi in modo così lampante e riconfermarsi al vertice del mondo in modo così contundente e cinico per gli ormai rassegnati avversari? Bob Cousy non era stato capace di vincere fino a prima che arrivasse Bill Russell. Avrebbe potuto Bill Russell ora vincere senza Cousy? Certo! E perchè? Innanzitutto perchè il tanto citato ed ormai famoso “supporting cast” attorno a Bill era molto più forte e completo di quello che Cousy aveva avuto a disposizione un decennio prima. E poi perchè la “crucialità” di un “big man” dominante nella lega aveva un peso specifico di molto superiore a quello che poteva apportare una “point guard”, per quanto straordinaria, come nel caso del “Cooz”. Ma allora, se tutto si riduce ad una questione di “taglia”, come è possibile che le squadre di Bill Russell prevalessero sempre e comunque, senza distinzioni ed eccezioni di sorta, su quelle di Wilt Chamberlain? Il pivot dei Warriors era di gran lunga fisicamente più forte e più alto del “celtico” ed avrebbe sempre fatto incetta di punti contro Russell, ma la grandezza della leggenda bostoniana oltre che nel fisico e nelle capacità cestistiche risiedeva soprattutto nella testa: Bill sempre pensava e studiava il miglior modo per prevalere su Chamberlain, non solo dal punto di vista individuale ma soprattutto e Sempre attraverso il concetto di squadra. Ogni suo movimento, ogni suo giocata, ogni suo sguardo aveva un riflesso diretto sui compagni di squadra. Il concetto era tanto semplice quanto chiaro ed efficace: “se io faccio bene quello che meglio so fare, e se tutti gli altri faranno lo stesso, e se come squadra ci sacrificheremo sempre e lotteremo per l’obiettivo comune...vinceremo!”
Altrimenti come si potrebbe ancora spiegare che proprio nell’anno successivo al ritiro di Bob Cousy, il sostituto K.C. Jones terminasse il campionato come il terzo miglior passatore della lega? E che John Havlicek dopo una prima stagione “di attesa” si attestasse sui 20 punti di media ad incontro partendo dalla panchina? La squadra, il magico ed intramontabile “trademark” nella storia dei Boston Celtics. E poi la difesa. Quanta intensità, quanti sforzi e sacrifici vennero indirizzati dalla panchina da Red Auerbach e perfettamente interpretati in campo dai suoi ragazzi! Bill Russell ancora oggi ricorda la stagione che si concluse nel 1964 come la sua favorita, quella dei “suoi personali migliori Boston Celtics di tutti i tempi”, per il materiale tecnico ed umano (ed aggiungiamoci pure il fattore età) che li componeva. Ed anche se siamo sicuri che si tratta di un esercizio tanto complicato quanto probabilmente ingiusto nei confronti di altri Celtics di altre generazioni, possiamo capire il punto di vista di Russell, tra tante altre cose anche per il significato storico e sociale che accompagnava questa squadra che era la prima nella storia della NBA a schierare 5 giocatori di colore in campo allo stesso tempo. Tom Heinsohn era l’unico titolare bianco e Naulls spesso veniva schierato assieme a Russell, Sanders ed ai due Jones. Ma il colore della pelle non contava nulla, come non importava l’estrazione sociale e la provenienza dei giocatori: i Celtics erano un insieme, e questo concetto di collettivo era persino più forte della semplice somma delle varie individualità perchè la Franchigia non era e non sarebbe stata solo storia, tradizione ed orgoglio, ma anche e soprattutto innovazione e sorpresa in un continuo sforzo di miglioramento. Disse bene Red Auerbach: “I Celtics non sono semplicemente un team, sono uno stile di vita”.