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#14 - Bob Cousy

Pubblicato da Angelo Merendi giovedì 27 agosto 2009 Comments



Il "triste addio" di Robert Joseph Cousy ce l'ha raccontato Samuele...ora la palla va ad Angelo (con un passaggio rigorosamente "no-look") per la biografia completa dell'Houdini del parquet incrociato.

Nel 1950 la Lega professionistica di basket si appresta a scaldare i motori per la quinta stagione, la seconda griffata NBA dopo 3 anni di Basketball Association of America (BAA). Per i tifosi abituati a Pierce, James e Bryant imbattersi nelle immagini di repertorio dei primordi è un po' come entrare in punta di piedi in un mondo magico: ritmi compassati, nessun afroamericano in campo, tecniche di palleggio e tiro al limite del "naif", riprese audio-video più simili al Cinegiornale Luce dei nostri nonni che alle moderne cronache sportive.

Proprio in quell'anno un giovanotto di 22 anni si abbatte su questo universo in bianco e nero e inizia a giocare "a colori": assist "no-look", passaggi dietro la schiena oppure schiacciati, aperture fulminanti per il contropiede, cambi di direzione inauditi per l'epoca, visione di gioco a 360 gradi. Tutti marchi di fabbrica che cambiano radicalmente il metro di paragone con cui viene giudicato un playmaker, fino ad allora spesso solamente un affidabile portatore di palla.
Il suo nome è Robert Joseph Cousy, al secolo semplicemente Bob, il primo, irripetibile tassello di quel mosaico chiamato familiarmente "La Dinastia" che avrebbe dominato il basket a stelle e strisce per quasi tre lustri. Delizierà l'osannante pubblico del Garden per tredici anni consecutivi contribuendo alla conquista di sei titoli NBA, per otto volte indosserà la corona di miglior uomo-assist, insieme all'arcirivale Pettit condividerà l'onore di essere inserito per dieci volte nel miglior quintetto della lega, verrà convocato per l'All Star Game in ogni singola stagione a cui prenderà parte...e se ancora tutto questo non basta, non resta che armarsi di pazienza e cercare i molti filmati presenti in rete che descrivono meglio di ogni parola quello che è difficile rendere per iscritto, ovvero l'impressione che quel ragazzo di 185 centimetri per 79 chilogrammi fosse stato catapultato in campo da un futuro nemmeno troppo prossimo.
Nasce a Manhattan, nell' East Side, il 9 Agosto del 1928 da una famiglia di origini francesi che non naviga certo nell'oro, il che è decisamente un eufemismo se consideriamo che la catapecchia in cui vivono è priva di acqua corrente. Il padre è autista di taxi ma tirare avanti nel pieno della grande depressione non è certo facile. Bob passa l'infanzia giocando in strada con coetanei di ogni colore e cultura e ciò contribuisce in maniera decisiva alla nascita di quei sentimenti di uguaglianza che lo accompagneranno per tutta la vita, sportiva e non (si laureerà con una tesi sulla persecuzione delle minoranze).
Chi si trovasse a pensare a una gioventù fatta di interminabili partitelle di basket rimarrebbe deluso: lo “sport” preferito dal ragazzo è lo “stickball”, una sorta di baseball con regole adattate all'ambito urbano. Nel 1940 la famiglia affitta un'abitazione a St. Albans, Queens e pochi mesi dopo papà Cousy riesce finalmente a diventare “padrone di casa”, sempre nello stesso quartiere, affittandone una parte per pagare le rate del mutuo.
Proprio nel Queens Bob inizia a conoscere ed apprezzare la palla a spicchi, per la verità senza ricevere immediati riconoscimenti della propria classe: viene tagliato per due volte dalla squadra dell'  Andrew Jackson High School e, per giunta, a 13 anni si rompe il braccio destro cadendo da un albero. Per la serie "non tutti i mali vengono per nuocere" durante la lunga e noiosa convalescenza non abbandona "The Game", abituandosi ad usare la mano sinistra, con il risultato di diventare praticamente ambidestro. Il suo vecchio allenatore, Lou Grummond, vedendo giocare la versione migliorata di quel ragazzo basso e magrolino che aveva scartato non molto tempo prima, si convince ad offrirgli un'ulteriore chance. I risultati non tardano ad arrivare e dopo un anno e mezzo è uno dei ragazzi più promettenti della città.

A 18 primavere, nel 1946, sceglie il college di Holy Cross (come Heinsohn un lustro dopo), scuola gesuita di Worcester, nelle immediate vicinanze di Boston. I Crusaders giocano le partite casalinghe proprio al Boston Garden dove il pubblico non ci mette molto ad innamorarsi di quella scheggia impazzita che rimbalza a velocità inaudita tra i due canestri. Purtroppo l’apprezzamento dei bostoniani è inversamente proporzionale a quello di coach Alvin “Doggie” Julian, ma è forse troppo facile giudicarlo incompetente con il senno di poi: in quel momento storico a dominare sono i “big men”, i Mikan, i Mikkelsen, non certo i piccoletti. Specie se si permettono di uscire dagli schemi fatti di ritmi bassi e di ragionati tiri piedi per terra, esattamente il contrario di ciò che la mente e le mani di Cousy sono in grado di partorire. Sta di fatto che la squadra nel 1947 conquista il titolo NCAA dopo aver segnato un percorso record da 24 vittorie e 3 sconfitte, con Bob sistematicamente partente dalla panchina. Julian imposta la stagione sull’utilizzo di due distinti quintetti, il secondo (composto dai “freshmen”) a sostituire in toto il primo per far riprendere fiato ai titolari. Il minutaggio che ne risulta per le riserve non è particolarmente risicato, ma Cousy sente di meritare più di un ruolo da semplice comprimario alle spalle di George Kaftan e Joe Mullaney. Come conseguenza, nella seconda parte di quel torneo si scontra apertamente con il coach che lo accusa di sterile esibizionismo. In tutti i casi termina la stagione in terza posizione tra i migliori marcatori della squadra, anche se durante la fase finale di quel vittorioso campionato (il primo vinto da una squadra del New England) gioca poco e male, con un 2/13 dal campo che non profuma certo di trionfo.
L'anno successivo il suo minutaggio in campo subisce un'ulteriore flessione e il giocatore pensa seriamente di mollare, di salutare il New England e di tornare a casa per iscriversi a St. John’s. Scrive anche una lettera per tastare il terreno con il coach della squadra di quell'università, Joe Lapchick. Questi gli risponde consigliando cautela ed elencando i motivi per cui una tale scelta sarebbe quantomeno azzardata: Julian è uno dei migliori coach di tutti gli Stati Uniti e negli anni successivi Cousy troverà lo spazio che cerca. Inoltre il trasferimento sarebbe stato un'operazione rischiosa dato che, in base alle regole vigenti nell' NCAA Bob avrebbe dovuto fermarsi per un anno prima di essere "eleggibile" per giocare con la rappresentativa universitaria. Tutte queste argomentazioni lo convincono a restare, nonostante il morale non sia altissimo.
Il destino del futuro Hall Of Famer ruota di 180 gradi durante una partita al Garden contro Loyola ed una parte importante nella vicenda va senz'altro riconosciuta al popolo che affolla le gradinate: la squadra è sotto e mancano 5 minuti alla fine quando il pubblico inizia a richiedere a gran voce l'ingresso del piccolo playmaker: “Vogliamo Cousy! Vogliamo Cousy!”. Julian si piega al volere del popolo e gli fa cenno di entrare: la risposta forte e chiara sono 12 punti, frutto di due tiri liberi e cinque canestri compreso il “buzzer beater” della vittoria, un gancio con la mano sinistra (benedetta quella caduta dall'albero...) ovviamente lasciato partire dopo un ubriacante movimento con palla dietro la schiena. Da quel momento non esce più dallo “starting five” e la squadra inizia una strabiliante serie vincente durata 26 partite. En passant, viene eletto per tre volte consecutive All American, portando i suoi ad un record complessivo di 99 vittorie e 29 sconfitte.

Il 1950 è l’anno del grande salto: i tifosi di Boston, stanchi della mediocrità di una squadra che non è ancora riuscita ad azzeccare una sola annata con almeno il 50% di vittorie, vedono di buon occhio l'acquisizione del talentuoso play, non così il neo-allenatore Auerbach, scettico sulle reali possibilità di quel ragazzo così difficilmente inquadrabile. Consideriamo inoltre che il roster dei biancoverdi necessita in primo luogo di un centro di buon (anzi, meglio se ottimo) livello. “Red” non ci pensa su e sceglie il 2.10 Charlie “Chuck” Share. E Bob? Mentre attende di sapere che cosa accadrà nella sua vita da professionista del canestro apre una stazione di servizio a Worcester con il suo ex compagno di scuola (e di squadra) Frank Oftring. Ovviamente nessuno dei due ha idea di come metter le mani dentro al cofano di un auto e presto la voce che si sparge è “andate da quei due ragazzi solo per un pieno di carburante, nient'altro”. Così, per aumentare gli incassi, i due completano l’attività con la creazione di una scuola guida, parco macchine tre unità e con l'addizione di un terzo socio, Jimmy O’Connell, altro collega di Holy Cross. Quanto succede durante quel draft del 1950 ce lo spiega lo stesso Cousy: “Stavo insegnando a guidare alle signore mentre aspettavo di sapere cosa sarebbe successo con l'NBA. Onestamente non ci pensavo molto, finchè qualcuno mi chiamò e mi disse: 'Hey, tu sei la prima scelta dei Tri-Cities Blackhawks!!!'. Io risposi: 'Ero un bravo studente, ma devo essermi addormentato durente la lezione di geografia: che diavolo è un Tri-Cities Blackhawk???' Comunque incontrai il proprietario della squadra, Ben Kerner, ma lui mi disse che non poteva garantirmi i 10.000 dollari che gli chiedevo (si fermò a 6.000 ndr), d’altronde allora il salario medio era 2.500 dollari...Così tornai a casa a continuai ad insegnare a guidare alle signore; dopo poco mi richiamarono: ‘Hey, se stato girato ai Chicago Stags!’. Risposi: ‘Meraviglioso! Non ho intenzione di giocare nemmeno a Chicago...’”.
Sia ora consentita una breve digressione nell'ipotetico: i Blackhawks non navigano in buone acque e l'anno successivo si trasferiscono a Milwaukee e poi in Missouri, dove diventano i St. Louis Hawks, ovvero Pettit, leggendaria ala di quella squadra per un decennio. Cosa sarebbero state le epiche sfide con i Celtics dalla metà degli anni 50 se gli avversari avessero potuto contare su un terribile asse Cousy-Pettit?
Tornando a noi, ad ogni buon conto gli Stags dichiarano fallimento prima dell'inizio del campionato. Ne consegue il canonico (per quell'epoca difficile in cui le squadre costrette a chiudere i battenti sono evenienza tuttaltro che inusuale) “dispersal draft”, una chance supplementare per le squadre che nell'anno precedente si sono classificate nei bassifondi della classifica. Sulla piazza finisce un trittico di guardie interessanti: Max Zaslofski, Andy Phillip e Bob Cousy. Il primo è senz’altro il più appetibile: un venticinquenne con tre anni di esperienza alle spalle, capace di superare durante il suo secondo anno da professionista i venti punti di media a partita. Le franchigie chiamate a spartirsi il bottino sono quelle dalla classifica più deficitaria: New York, Philadelphia e, naturalmente, Boston. Le raccomandazioni del “Commissioner” Maurice Podoloff volte ad evitare una inutile ed ulteriore lotteria cadono nel vuoto, visto che Zaslofski è l’oggetto del desiderio di tutti i contendenti. Al sorteggio, svolto in una stanza di albergo pescando tre foglietti da un cappello hanno la meglio i Knicks che “estraggono” Max; la seconda scelta è dei Warriors (Phillip) e la terza dei Celtics. Auerbach è deluso e Walter Brown, pur consapevole dell’affetto che il pubblico della sua squadra porta al prodotto di Holy Cross, appallottola e getta a terra il foglietto che ha in mano, quello con scritto “Cousy”.
La "contrattazione salariale" avviene con queste modalità:
Luogo: toilette degli uomini (l'ufficio di Brown è momentaneamente occupato...).
Svolgimento:
Brown: “Quanto vuoi”?
Cousy: “Vorrei 10.000 dollari, Signor Brown”.
Brown: “Dunque, non posso darteli, vanno bene 9.000”?
Cousy: “Ottimo, in fondo gioco vicino a casa...”.
Fine.

Come nella precedente esperienza universitaria anche i primi tempi ai Celtics non sono rose e fiori: Auerbach, sempre poco convinto della bontà di quell'addizione, tratta Bob piuttosto duramente. Ma il ragazzo, temprato da una vita mai facile, ha imparato ad attendere la propria occasione, ed in realtà trova quasi immediatamente spazio in squadra: Red non vedrà di buon occhio il suo modo di giocare sempre sopra le righe, però sa riconoscere la classe e non gli impedisce di impostare il suo basket, salvo riempirlo di improperi ogniqualvolta i suoi ritmi forsennati si trasformano in evitabili palle perse: il suo rapporto con il Cousy prima maniera può essere mirabilmente sintetizzato con queste parole, tratte da un'intervista di molti anni dopo: "Raggiungemmo ben presto un accordo, io non mi sarei preoccupato del modo con cui passava la palla, dietro le spalle, sopra la testa, in mezzo alle gambe...ma qualcuno avrebbe dovuto ricevere quel passaggio. Altrimenti ne avrebbe risposto lui in prima persona".

Quel primo anno è positivo sia per il giocatore che per i Celtics, finalmente capaci di terminare una stagione con un record superiore al 50% (39-30). Ovviamente il merito non va ascritto in toto alle prestazioni del giovane playmaker che, ad ogni buon conto, chiude con 15.6 punti e 4.9 assist a partita aggiudicandosi il premio di Rookie Of The Year ed ottenendo la prima di un’interminabile serie di convocazioni per l’All Star Game. In quintetto c'è un’altra addizione di peso, quell’Ed Macauley nel quale Auerbach ha identificato il centro adatto al salto di qualità, ma che si rivelerà non sufficientemente “fisico” per trasformare una squadra mediocre in uno schiacciasassi. I playoffs sono infausti e terminano con una celere sconfitta per due gare a zero al primo turno. Rimane comunque l’impressione che la strada sia quella giusta: un allenatore dalla personalità straripante, un lungo “vero”, un giovanotto che sembra molto più di una promessa. Proprio nell’anno da matricola Cousy dà prova della sua tolleranza nei riguardi delle minoranze discriminate, diventando amico e punto di riferimento di Chuck Cooper, il primo afroamericano che abbia vestito la maglia dei Celtics. Durante una trasferta nel North Carolina, stato non  propriamente “faro di tolleranza” all'epoca, la squadra si scontra con il rifiuto dei ristoratori di servire al tavolo perché nella comitiva c'è un “negro”...si tocca il fondo quando a Chuck viene impedito di pernottare nell’albergo: l'unica possibilità è rientrare in treno e dormire in cuccetta. Da solo? No, Bob abbandona la comoda camera e sceglie di accompagnare l'amico.
Presto (1951) la compagnia si arricchisce di un'altra futura leggenda, ovvero Bill Sharman, che con Cousy formerà per un decennio la coppia di guardie più devastante dell'intero panorama NBA. Le cifre del playmaker si impennano ulteriormente, raggiungendo i 21.7 punti (quando il cronometro dei 24 secondi è ancora nei sogni di Danny Biasone, ricordiamolo) e 6.7 assist in più di 40 minuti giocati di media. Anche questa volta ci si qualifica per la postseason grazie ad un bilancio di 39 vinte e 27 perse, purtroppo con i medesimi risultati, ossia l’uscita dai giochi in semifinale di Conference ancora per mano dei Knicks (che per la seconda stagione consecutiva arriveranno alla finale senza riuscire ad aggiudicarsi il titolo). Bob ce la mette tutta per affondare la corazzata avversaria, ma, nonostante segni 31 punti di media nelle tre gare della serie, deve arrendersi. Ciò che stupisce nel gioco del numero 14, insieme alle molte già citate innovazioni apportate al ruolo di playmaker, è la straordinaria visione di gioco che lo rende assolutamente incomprensibile per gli avversari: decidi di lasciargli un metro di spazio? Il suo tiro, seppure non sia propriamente una sentenza, fa male. Lo raddoppi, lo pressi, lo triplichi? Parte in penetrazione e ti brucia per il più comodo dei layup, oppure con qualcosa di molto simile alla telepatia trova invariabilmente un compagno libero per la conclusione a canestro... e se il compagno è Sharman (e qualche anno dopo, magari, Heinsohn), un piccoletto con mano da cecchino e straordinarie capacità nello smarcarsi, beh, il rebus diventa veramente irrisolvibile. Non è e non sarà mai un tiratore più che discreto, ma un fattore decisivo del suo gioco offensivo risiede nella fiducia nei propri mezzi: “Poteva sbagliare cinque tiri di fila, ma se ne aveva la possibilità tirava e realizzava il sesto, e quello probabilmente sarebbe stato il canestro che ti avrebbe spezzato la schiena” (Slater Martin, avversario all'epoca degli epici scontri con i St Louis Hawks).
Molti anni dopo Cousy racconterà: “Ovviamente sono nato con basket nel sangue, ma avevo anche l'immaginazione e la creatività per giocare in quella posizione. Inoltre ho avuto allenatori che mi hanno sempre dato la possibilità di sviluppare le mie capacità, da Buster Sheary a Red Auerbach. In questo modo il mio stile di gioco era una combinazione, appunto, di creatività, immaginazione e alcune caratteristiche fisiche peculiari, ovvero braccia lunghe e una straordinaria visione periferica. Voglio dire, potevo vedere un colore molto distante dal centro del mio campo visivo. Gli avversari mi dicevano: ‘Tu hai gli occhi dietro la testa’!. Io non potevo dire chi ci fosse là in fondo, ma potevo vedere il movimento, potevo vedere il colore...”.

La leggenda inizia però a prendere pienamente corpo dalla stagione seguente: il campionato è quello del 1952-53, il terzo di Cousy tra i professionisti. Smazza 7.7 assist a partita vincendo per la prima volta la relativa classifica, sfiorando anche i 20 punti di media. Nei playoffs Boston supera il primo scoglio con un 2-0 sui Syracuse Nationals: il 21 marzo del 1953, in gara due di quella semifinale di Conference, il giovane play fa registrare una prestazione dall'impatto mediatico impressionante: realizza 25 punti nei tempi regolamentari compreso il tiro libero all'ultimo secondo che impatta la partita sul 77 pari. Al primo overtime stampa 6 dei 9 punti della sua squadra, con il canestro del nuovo pareggio all'ultimo secondo. Nel secondo OT sigla tutti e 4 i punti dei Celtics. Nel terzo arriva ad 8, impattando ancora il punteggio con una fucilata da 8 metri. Nel quarto supplementare (!!!) i suoi si trovano nuovamente sotto per 104-99, finchè Cousy non ricomincia a macinare gioco e punti: 5 consecutivi e poi gli ultimi 4 del match, per un totale di 9 sui 12 complessivi. Per farla breve, dopo 3 ore e undici minuti Boston vince per 111 a 105. Per il “francesino” 52 punti con la ciliegina sulla torta del maggior numero di liberi segnati in una sola partita (30 dei 32 totali), un record che resiste tuttora. Prestazione decisamente stratosferica se inserita in un contesto che non prevede limiti di tempo per il tiro, tanto più se realizzata da un playmaker, da un esterno. Ah, una precisazione: non è al 100% a causa di un fastidioso infortunio ad una gamba...
Ormai per tutti è "Cooz", oppure "The Houdini of the Hardwood", oppure, ancora "Mr. Basketball" ed attende solo una formazione più competitiva per iniziare a vincere...questione di tempo. Per ora sono i soliti Knicks a concludere l'avventura dei Celtics: 3-1 nella finale di Eastern Division. Nel 1953 Bob prosegue con medie di tutto rispetto nonostante la squadra sia ancora solamente Cousy-Sharman-Macauley e poco altro. In questo senso Charley Eckman, coach dei Fort Wayne Pistons, fotograferà mirabilmente la situazione tecnica di Boston: “Quando giocavi contro i Celtics, sapevi che Cousy avrebbe segnato 20 punti e così anche Sharman e Macauley, ma nonostante questo potevi batterli ugualmente di 20”.



Per il secondo di otto anni consecutivi ottiene la miglior media assist della lega (7.2), cui aggiunge i “soliti” 19 punti abbondanti. Nell’All Star Game giocatosi a New York, porta la Eastern Division alla vittoria dopo un overtime (98-93) mettendo assieme 20 punti, 11 rimbalzi e 4 assist, e guadagnando il trofeo di MVP. Ovviamente viene incluso nel per lui familiare primo quintetto NBA, abitudine che, come già detto, lo accompagnerà per 10 anni consecutivi (fino al 1961), quando “l’età avanzata” lo costringerà ad accontentarsi del secondo quintetto per le ultime due stagioni della carriera. Ancora una volta, nonostante le ottime prestazioni personali, la stagione biancoverde segue la falsariga di quelle precedenti: buona la regular season (42-30), male nei playoffs, dove si esce senza grossi sussulti, sconfitti per 2-0 al primo turno dai soliti Syracuse Nationals.
Il 1954 è “l’anno dei 24 secondi”, escamotage fortemente voluto dal proprietario degli stessi Nationals, il "paisà" Danny Biasone, allo scopo di rendere più interessante uno sport che non gode certo dei favori del grande pubblico. Riuscite a immaginare una partita terminata 19-18 (Pistons-Lakers del 1950)? Oppure un'altra finita al quinto supplementare perché le due squadre hanno deciso di giocarsela tenendo la palla all’infinito salvo tentare il tiro della vittoria negli ultimi secondi (sempre nel 1950, gara tra Rochester Royals ed Indianapolis Olympians?). Ebbene, Biasone ha questa geniale idea allo scopo di salvare l’NBA dalla noia e forse dalla bancarotta, ma rende anche un favore non da poco a Cousy che grazie al suo peculiare stile di gioco può approfittare dei ritmi elevati incrementando le medie punti (da 19.2 a 21.2) e assist (da 7.2 a 7.8) . Purtroppo i Celtics non sono altrettanto inarrestabili e, dopo una regular season da 36 vittorie e 36 sconfitte, si fermano (peraltro onorevolmente) in finale di Division proprio contro i Nationals di Biasone, che alla fine vinceranno il loro primo e unico titolo. Prima dell'inizio ufficiale della dinastia, targato 1956, c'è ancora tempo per un campionato interlocutorio, chiuso al primo turno di playoffs, nonostante l'importante innesto del secondo “policeman” della storia dei Celtics (il primo fu Bob Brannum): stiamo parlando di “Jungle Jim” Loscutoff, colui che, stando alle parole di Red Auerbach: “Era in campo per due motivi: prendere rimbalzi e assicurarsi che non succedesse nulla a Bob Cousy”. In altre parole, chiunque osi approfittare della maggiore stazza per intimidire i 79 chili del playmaker biancoverde, presto o tardi (spesso presto) sarà costretto a massaggiarsi qualche parte del corpo dolorante...
In quel periodo Cousy si impegna attivamente per la creazione della “NBA Player Union”, l'Associazione Giocatori. E' il primo presidente (il secondo sarà il compagno di squadra Tom Heinsohn) e rimane in carica dal 1954 al 1958. Per chi si chiedesse i motivi che lo spingono ad esporsi per la difesa della categoria, proprio lui che ha il salario probabilmente più succoso dell'intero lotto di atleti, ecco la risposta: “Beh, avevamo bisogno di una rappresentanza, è semplice. Io ero l’unico che poteva farlo senza timore di rappresaglie. Ogni anno, con il mio vecchio compagno ai “Crusaders” Connie Hurley, che era avvocato, andavamo a New York a parlare con il presidente dell'NBA Maurice Podoloff. Lui ci faceva aspettare per 45 minuti. Gli presentavamo la nostra piccola lista di richieste e lui ci rispondeva: “Bene, la porterò all'attenzione degli owners al prossimo incontro”. Ovviamente non lo fece mai. I proprietari delle franchigie sapevano che noi non avevamo nessun tipo di autorità e perciò ci ignoravano. L'unica concessione in quegli anni fu quando riuscimmo a farci aumentare i buoni pasto da cinque a sette dollari al giorno...era un extra di 200 dollari nelle tasche dei giocatori. Ragazzi, divenni un eroe”!
Ma veniamo agli anni d’oro, a quei Celtics che dominano il mondo in lungo e in largo: tutto inizia, come noto, con un clamoroso colpo triplo di Auerbach, che si porta a casa in un sol draft Russell, Heinsohn e K.C. Jones. Per Cousy l'arrivo di Russell è la scossa decisiva: L' ingombrante (per gli altri) presenza dell'uno esalta le doti di contropiedista e splendido passatore dell'altro. L' intesa è pressoché perfetta fin da subito, ed i Celtics ora possono schierare un asse play-centro a dir poco devastante, fra i migliori che la storia della lega ricordi. Boston incentra gran parte del suo gioco su fulminei e letali contropiede quasi sempre innestati in difesa da una delle classiche stoppate del numero 6 che recupera il pallone e serve il compagno, il quale parte come una molla verso il canestro avversario per concludere in solitaria oppure per servire l'assist per due punti facili facili. Bob chiude la stagione con 20.6 punti a partita, 7.5 assist, 4.8 rimbalzi e vince il primo e unico trofeo MVP di Regular Season, nonchè il secondo MVP dell' All Star Game. La squadra conclude quel torneo alla grande andando a vincere il primo titolo di una lunga serie alla settima gara di una tiratissima finale contro gli Hawks di Pettit grazie a un Heinsohn dominante. La rivincita di dodici mesi dopo non intacca la grandezza dei Celtics, sconfitti solo grazie a un maledetto infortunio di Russell durante gara 3 della finale. A Boston viene così a mancare una delle armi più affilate per combattere Pettit, che infatti fa sfracelli. Cousy, dal canto suo, imbrocca l'ennesima stagione eccellente: a 29 primavere è nel pieno della maturità tecnica e agonistica e lo dimostra con medie di 18 punti e 7.1 assist. Per la cronaca, questa è l'ultima serie di playoffs che lo vede uscire dal campo sconfitto, e giocherà ancora per cinque anni filati. Nella stagione 1958-59 i biancoverdi si prendono la soddisfazione di sconfiggere, questa volta a ranghi completi, gli ormai eterni rivali di St.Louis. A guidarli, tanto per cambiare è un ispirato numero 14 capace di collezionare cifre come sempre ragguardevoli: 20 punti, 8.6 assist e anche 5.5 rimbalzi. Il 27 febbraio 1959 Cousy scrive un altro record che ha dell'incredibile e che sarà battuto solo 19 anni dopo (da Kevin Porter). La partita è Celtics-Lakers, il risultato finale 173-139 e qualcuno "serve" la stratosferica cifra di 28 passaggi vincenti. Chi? Suvvia...
Se è vero che questo record non è più “in carica”, resta comunque valido quello di 19 in un solo tempo di gioco (sempre nella medesima gara). Boston domina i playoffs e, anche grazie alle 51 assistenze in 4 partite sfornate da Bob, asfalta gli stessi Lakers con il primo “sweep” della storia delle Finali NBA. Passano gli anni, ma le buone abitudini restano: 1959-60, 19.4 punti, 4.7 rimbalzi e 9.5 assist a partita che oltre a rappresentare il record assoluto per il figlio dell' East End, suggellano anche la fine della clamorosa serie di otto stagioni consecutive in testa alla relativa classifica dei migliori passatori. Questa volta l'anello arriva con pathos ben diverso rispetto alla passeggiata di dodici mesi prima: 4-3 agli Hawks. “Cooz” gioca ancora per tre stagioni, tutte concluse con la conquista dell'anello; cifre in flessione, d’accordo, ma resta pur sempre il playmaker titolare della squadra più forte di ogni tempo, sempre convocato all’All Star Game, sempre incluso nel primo quintetto NBA (1960-61) o nel secondo (1961-62 e 1962-63). Nel 1962 i Celtics in finale di Conference battono dopo sette tiratissime partite i Philadelphia Warriors di un indiavolato Chamberlain nell'anno in cui il centro da Kansas ha appena chiuso la regular season segnando più di 50 punti a partita. All’ultimo atto per la prima volta affrontano i Lakers a Los Angeles, città in cui si sono trasferiti due anni addietro dopo dodici inverni passati nella fredda Minneapolis. E’ una delle serie più combattute di sempre, quella in cui Cousy tenta un improbabile raddoppio su West ed arriva con un attimo di ritardo su Frank Selvy. Selvy è l’eroe mancato della sfida, visto che sbaglia sulla sirena il tiro che potrebbe affossare definitivamente i biancoverdi quando il tabellone recita 100-100 e il cronometro tende allo zero. Ovviamente ai supplementari la spuntano i ragazzi di Auerbach, per il quinto anello di Bob e della franchigia.
All'inizio della stagione seguente Cousy annuncia che quello sarà il suo ultimo anno di basket giocato. Il 17 marzo del 1963 al Garden sono di scena i Syracuse Nationals nell'ultimo atto di regular season che passerà alla storia come "The Boston Tear Party". "Houdini" impugna il microfono per accommiatarsi dai tifosi che l’hanno adorato per tredici stagioni accompagnandolo dai bassifondi della classifica al tetto del mondo, da quando era solo una bella e spettacolare speranza fino a quando è diventato Il playmaker per antonomasia, e molti occhi sono già lucidi. Alle prime parole tutto il pubblico si alza in piedi e tributa un'infinita ovazione al suo idolo: cinque, dieci, quindici minuti...ci si ferma a venti, con il protagonista di mille battaglie pietrificato dall'emozione al centro della scena. A rompere la tensione è l'urlo, entrato nella leggenda, del tifoso Joe Dillon: "We love ya, Cooz!!!". In tutto lo stadio gli occhi asciutti si contano sulle dita di una mano.
E “Cooz” chiude quella stagione con il sesto e ultimo trionfo personale, lasciando indelebile nelle menti dei tifosi il suo timbro, d'altronde una leggenda non può andarsene da comprimario. La finale vede i Celtics opposti - tanto per cambiare - ai Lakers: sembra tutto facile, con i biancoverdi celermente sul 3-0, ma la rimonta è veemente: E' così che si va a Los Angeles per gara 6 sul 3-2. I ragazzi di Auerbach giocano in scioltezza e sembrano poter aggiudicarsi agevolmente la posta, poi Bob si infortuna alla caviglia e lascia il terreno di gioco. Sarà un caso ma da quel momento gli avversari iniziano una furiosa rimonta, finchè Red chiede al suo play titolare di rientrare in campo. Boston è ancora sul più uno ma l’inerzia della partita appartiene ai padroni di casa. Cousy  prende per mano la squadra e la riconduce sui giusti binari: la partita si conclude sul 112-109 e le telecamere lo immortalano, come in un eterno tributo alla grandezza del campione, mentre palleggia inseguito da mezza squadra dei Lakers, finché il suono della sirena sancisce il trionfo.


Lascia il basket giocato (fatta salva una breve apparizione a cavallo tra il 1969 e il '70) con 16.955 punti, 6.945 assist ed un 80.3% di realizzazione ai liberi, il tutto in 917 partite in maglia biancoverde. In 109 presenze ai playoffs piazza una media di 18.5 punti e 8.6 assist a partita, e in 13 All Star Games 11.3 punti e 6.6 assist. Viene incluso negli "Anniversary Teams" dell’NBA in occasione del venticinquesimo, trentacinquesimo e cinquantesimo anno dalla fondazione. Nel 1971 viene inserito nella Hall Of Fame e, come sappiamo, il suo mitico numero 14 è appeso alle volte del TD Banknorth Garden nell'empireo dei 23 eletti. Come nel caso di Heinsohn, di Russell e di molti altri campioni della storia biancoverde, Cousy preferisce rimanere nell'ambiente anziché godersi un dorato e prematuro pensionamento. Dopo aver pubblicato nel 1963 la sua autobiografia dal titolo “Basketball Is My Life”, pochi mesi dopo il ritiro dall'attività agonistica viene chiamato ad allenare Boston College. I risultati non si fanno attendere: guida le “Aquile” ad un sontuoso record di 117-38 nei successivi sei anni ricevendo nel 1968 e 1969 l'onore di essere nominato Coach Of The Year del New England.
Accompagna i suoi ragazzi in una finale regionale nel torneo NCAA del 1967 ed a tre presenze al NIT (National Invitation Tournament), inclusa la finale del 1969. A quel punto realizza definitivamente di non avere più gli stimoli per allenare il basket universitario: per una persona moralmente integerrima come lui risulta difficile sopportare l'evoluzione delle meccaniche verso una logica sempre più mercenaria e meno mirata all'educazione dei ragazzi. Per questo motivo getta la spugna e si dedica a progetti più ambiziosi, ovvero un posto da allenatore in quell'NBA che lo aveva osannato come un idolo quando calcava il parquet da primattore.

La sfida è succosa e affascinante: si tratta di guidare i Cincinnati Royals del fenomeno ed ex avversario Oscar Robertson. Nonostante la presenza di “Big O”, la squadra non è certo inarrestabile: Jerry Lucas viene ceduto quasi immediatamente nel corso della stagione e, a parte Tom Van Arsdale, una guardia dal canestro facile e dalla precisione chirurgica al tiro libero, il resto non è granché. Il pubblico lo sa ed il botteghino piange. E’ così che a 41 anni, durante quella prima stagione, Cousy per dare una scossa all'ambiente allaccia le scarpe e fa il suo rientro in campo: poca cosa a dirla tutta, 34 minuti in sette partite per un totale di cinque punti, ma ciò è sufficiente per far aumentare del 77% il numero di biglietti venduti. Allena a Cincinnati per tre anni tenendo a battesimo un altro Hall Of Famer, "Tiny" Archibald, futuro numero 7 dei Celtics per un quadriennio a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80. I record dei Royals sono sempre abbondantemente sotto il 50% e le cose non cambiano nemmeno dopo il trasferimento a Kansas City. In totale la carriera di coach Cousy in NBA fa registrare un non indimenticabile bilancio di 141 vittorie e 209 sconfitte.
Poco male, non è uomo capace di dormire sugli allori: la sua stellare e più che ventennale esperienza sul campo lo spinge a scrivere un acclamatissimo saggio sul basket, “Basketball Principles And Techniques”. Nel 1974 chiude definitivamente con la panchina ed inizia a commentare le partite dei Celtics. Ovviamente per una personalità iperattiva quell’impegno non può essere sufficiente, per cui accetta la proposta di diventare Commissioner dell’American Soccer League dal 1974 al 1979. Nel 1993 recita anche un “cameo” nel film sulla palla a spicchi “Blue Chips”, con Nick Nolte, in cui interpreta la parte del direttore atletico di una squadra di college. Nel novembre del 2008 anche il numero 17 indossato negli anni passati ai Crusaders di Holy Cross viene fissato alle travi del soffitto dell’Hart Center di Worcester insieme al 12 di George Kaftan, al 22 di Togo Palazzi e al 24 di Tom Heinsohn, tutti ex-Celtics

Attualmente è consulente di marketing per una franchigia il cui nome potete immaginare con sforzo relativo, occasionalmente compare a fianco del duo Gorman-Heinsohn e racconta “tra amici” le partite casalinghe dei biancoverdi e, ad 80 anni, quando gli viene chiesto che cosa ricorda dell'interminabile periodo passato a giocare, allenare, commentare il basket, risponde così: “Qualche anno fa vendemmo (insieme alla moglie Missie, sposata nel 1950, n.d.r.) molti dei miei ricordi sportivi, e tante persone mi dissero che non dovevamo farlo...in realtà penso di aver fatto la cosa giusta. Le nostre due figlie sono insegnanti e nostro nipote sta entrando al college. Abbiamo dato a loro tutto il ricavato delle nostre vendite. Non sono una persona a cui piace scendere in cantina e rimuginare sugli oggetti del passato, le targhe, le coppe, i riconoscimenti. Io penso all’oggi ed al domani e quando ripercorro la mia carriera sono felice, mi ritengo fortunato e sono riconoscente per la vita che ho vissuto. Ma, in tutta onestà, non sono i ricordi strettamente sportivi quelli che custodisco più gelosamente: piuttosto, sono una serie di opportunità, momenti che sono derivati dalla mia attività. Sono stato invitato alla Casa Bianca da sei presidenti, ho avuto un udienza privata con il Papa, quando ho lavorato nel film “Blue Chips” ho creato la più grande raccolta di fondi nella storia della mia città, Worcester... poi penso alla mia esperienza con l'organizzazione “Big Brother” (associazione benefica che si occupa di assistenza all'infanzia e alla gioventù, n.d.r.). Queste sono le cose che reputo significative, in fondo ad un certo punto cresci e metti via i tuoi giocattoli. Essere stato parte della storia della NCAA qui a Holy Cross ed al Boston College, essere stato sei volte campione NBA con i Celtics sono cose magnifiche, ma a questo punto della mia vita ci sono altre cose a dare significato e gioia ai miei giorni: la possibilità di essere ancora utile, di godere della compagnia dei miei familiari e amici, di essere parte della mia comunità...”
Bob Cousy, “A thrilling dwarf among the frustrated giants”, “Un eccitante nano in mezzo ai giganti frustrati” (Jimmy Cannon).

 


L'addio di Bob Cousy

Pubblicato da Shamrock giovedì 20 agosto 2009 Comments



Boston, 17 marzo 1963, St. Patrick's Day. Per una volta, forse la prima nella storia dei festeggiamenti per il santo protettore degli Irlandesi, il popolo bostoniano sente, nella testa e nel cuore, una priorità diversa da quella di trangugiare pinte di Guinness e sfilare per le strade della citta’ sfoggiando vestiti verdi e “trifogliati”: l’evento del giorno è l’ultima partita di Bob Cousy al Boston Garden e le 13909 anime che affollano la venue cittadina hanno in mente solo una cosa, tributargli l’ultima meritata e commossa manifestazione d’Amore.


Si, parliamo d’Amore con la A maiuscola perche’ Bob Cousy non fu solamente il primo di una Dinastia di tanti campioni che indossarono la gloriosa casacca biancoverde ma fu, innanzitutto, il responsabile principale o meglio il “colpevole” dell’innamoramento dei bostoniani per la pallacanestro, uno sport che fino a qualche anno prima era considerato semplicemente quella pratica agonistica che si svolgeva a cavallo delle stagioni del football e del baseball e, nel caso concreto della città di Boston, quasi un “disturbo invernale” che si intervallava nel Boston Garden con le partite di hockey su ghiaccio dei Boston Bruins con i quali i Celtics non condividevano solo la “casa” ma pure il presidente e proprietario, Walter A. Brown.
Per i Boston Celtics e per la lega in generale Bob Cousy era stato un antesignano, un simbolo, senza esagerazioni...il Messia. Fondata nel 1946, la National Basketball Association dei primordi era completamente “oscurata” dalla pallacanestro universitaria che aveva radici negli anni Trenta, e quando lo stesso Cousy entrò a farne parte come giocatore, nel 1950, la lega professionistica americana era catalogabile al livello del wrestling o del rodeo, eventi “collaterali”, quasi “curiosi”, ma senza nessun particolare impatto mediatico o commerciale, tanto meno “emotivo”, sul pubblico sportivo americano.

Con il passare degli anni però le cose cambiarono radicalmente e senza dubbio, nel 1963, per il “Bob Cousy Day”, l'NBA era già da un po’ un evento di successo ed uno sport seguito da molti fan. Ed, in modo direttamente proporzionale, il “Cooz” ne rappresentò la prima "superstar" collettivamente riconosciuta: probabilmente perchè faceva cose con la palla che mai si erano viste in precedenza (il palleggio e passaggio dietro la schiena lo inventò lui come pure i “no look pass”, e 30 anni prima di un certo Magic Johnson) oppure perchè i tifosi dei Celtics, un po’ egoisticamente, potevano identificarsi in questo omino bianco, dal fisico normalissimo che faceva letteralmente impazzire gli avversari e portava la sua squadra a vittorie incredibili ed insperate (5 titoli "mondiali" dal 1957 al 1962); fatto sta che questo ragazzo, concepito sulla nave che portava i suoi genitori dalla Francia a New York in un freddissimo dicembre del 1927, aveva lasciato un segno indelebile nella recente storia di questo sport e nessuno, ma proprio nessuno, in questo piovoso giorno di San Patrizio, voleva perdere l’occasione per ringraziarlo pubblicamente.

Cousy aveva annunciato a stagione in corso che quello sarebbe stato il suo ultimo anno in pantaloncini corti ed avrebbe poi optato per la panchina di Boston College: aveva 34 anni e voleva cominciare a costruirsi una carriera ed una vita post-pallacanestro giocata che potessero garantirgli pure una certa stabilità economica (non era certo un indigente ma comunque erano ancora altri tempi). Nonostante un fisico integro e perfettamente preparato per almeno altri due o tre anni di gioco ad alti livelli, Bob pensò che sarebbe stato meglio lasciare ora, al top della carriera ed in un momento in cui i fans gli avrebbero assicurato il massimo riconoscimento.

Era la sua tredicesima stagione nella lega professionistica e, secondo moltissimi “addetti ai lavori”, Bob era la ragione principale per cui l'NBA esisteva ancora ed era arrivata ad un discreto successo di pubblico: era universalmente riconosciuto come il miglior giocatore, per 10 volte consecutive era stato eletto nel quintetto ideale, era stato eletto MVP della stagione 1956-57 e per otto volte consecutive il miglior assist-man del campionato.

Ma tutto ciò aveva richiesto un prezzo alto da pagare: per anni ed anni Cousy aveva sofferto incubi notturni. Bill Sharman, suo compagno di stanza per dieci anni durante i ritiri pre-partita, sopportò in diverse occasioni gli improvvisi attacchi d’ansia di Bob che si svegliava nel cuore della notte e cominciava a camminare nervosamente per la stanza d’albergo blaterando parole in francese (lingua che aveva parlato solo durante la sua infanzia in casa). Nemmeno le medicine prescrittegli dallo psichiatra aiutarono a mitigare queste frequenti manifestazioni di stress psico-nervoso che culminarono in un tic sotto l’occhio destro che Bob non riusciva a controllare in nessun modo. Ma perchè?



Ho sempre avuto paura di non essere all’altezza” fu la sua spiegazione, in contrasto totale con quell’immagine di sicurezza, di fiducia in sè stesso e di completo autocontrollo che mostrò praticamente in ogni frangente di una qualsiasi partita di pallacanestro giocata durante la sua irripetibile carriera. Questa contraddizione, Paura contro Fiducia in sè stesso, non lo abbandonò mai e si acutizzo’ durante la fase finale della sua carriera, probabilmente a causa della “responsabilità” di dover dimostrare sempre e comunque che lui era “il migliore”, anche di fronte alle nuove leve e promesse della pallacanestro che si affacciavano prepotentemente sul palcoscenico nazionale.
Ecco quindi che per colpa di questo senso di responsabilità e questa fobia del fallimento, Cousy non VOLEVA vincere ma...DOVEVA vincere! Gli avversari diventavano NEMICI da annientare, ed ogni partita era preceduta da una sorta di rituale mistico ed “auto-preparativo” in cui il pensiero della sconfitta era raffigurato come il MALE estremo, ultimo ed assoluto. Questo suo continuo ponderare, rimuginare con una metodologia quasi tipica del training autogeno lasciava poi spazio ad una sorta di “tempesta emozionale interiore” che attraversava il suo corpo e la sua mente durante ogni partita. Per rendere meglio l’idea di ciò che questo processo interiore significava per il giocatore vale la pena ricordare come dopo le finali perse contro Saint Louis nel 1958, Cousy letteralmente crollò nello spogliatoio e scoppiò a piangere dissolvendo in lacrime tutto quel turbinio di emozioni alle quali aveva sottoposto il suo cervello ed il suo fisico. E questa crisi era dettata non solo dalla sconfitta sul campo ma anche e soprattutto dal fatto che per Bob la causa principale del “fallimento” era riconducibile, nella sua forma mentale, ad una “preparazione” errata ed al fatto che non era riuscito a rendere i suoi compagni migliori, attraverso la sua leadership.
Questa preparazione ossessiva era comunque un processo volontario e non il frutto di un’incontrollabile follia degenerativa: per il "Cooz" era il sacrificio da compiere per ottenere quei trionfi che lo avrebbero ripagato di ogni sforzo, mentale e fisico.

Nonostante questo particolarissimo modo di vivere la “professione”, dettato come spiegato dalla necessita’ di vittoria oltre ogni cosa e non certo da una sorta di squilibrio mentale, Bob Cousy sara’ sempre ricordato come il “piccolo uomo che costruì una leggenda nel gioco dei grandi uomini”, un mago della palla giustamente ribattezzato come “Houdini of the Hardwood”, un atleta straordinario e l’uomo-assist che “distribuiva lo zucchero” ai compagni. Ma, soprattutto, "Cooz" ebbe un ruolo centrale nel processo di cambiamento storico a cui la NBA ed i Boston Celtics sarebbero stati sottoposti in quegli anni.

Quando Cousy esordì a Boston nel 1950, i Celtics erano una squadra di bianchi che annoverava tra le sue fila il primo giocatore afroamericano della storia, Chuck Cooper. Il resto della lega era ancora piu’ “bianco”, contando solo altri due giocatori di colore oltre al citato Chuck; ora, una dozzina d’anni più tardi quattro dei migliori giocatori a Boston erano di colore: Russell, "Satch" Sanders, K.C. Jones e Sam Jones, ed una delle ragioni della grandezza di questa franchigia, e conseguentemente dei suoi ripetuti trionfi, risiedeva proprio nella convivenza e nel rispetto reciproco tra bianchi e neri (peraltro allenati da un ebreo, Auerbach, nato e cresciuto in un ghetto di New York!) Questo non era assolutamente un dettaglio insignificante in un’America in cui erano cominciate da poco le battaglie ed i movimenti per i Diritti Civili di cui proprio Bill Russell sarebbe stato un illustre “attivista”. Ed ecco che proprio Cousy e Russell sarebbero giocoforza stati eretti a simboli opposti ma integrati del “sistema Celtics”.
I due, a dire la verità, non furono mai grandi amici: il loro rapporto si basava sul mutuo rispetto. Russell non era per niente una persona dal facile approccio, anzi, la sua “distanza” dal pubblico, con picchi saltuari di scontrosità (peraltro giustificati in parte da episodi di razzismo subiti) non ne facevano esattamente il tipico campione osannato dai tifosi. Ma sul parquet queste differenze umane, culturali e “sociali” erano impercettibili perchè Cousy e Russell erano, assieme al resto dei compagni, una famiglia unita, agguerrita e disposta a tutto pur di difendere e riconvalidare costantemente il loro predominio. Condividevano una “visione” e soprattutto l’orgoglio che li spingeva a dare ognuno il meglio di sè in un instancabile sforzo di conquista, titolo dopo titolo. Insomma, erano una Squadra nel vero senso della parola, quella che ancor oggi fa credere ciecamente ai giocatori che “insieme siamo molto più forti che individualmente”.
In un certo qual modo i Celtics di quegli anni erano i precursori di una Nuova America, un esempio di coesione nella diversità in tempi ancora alquanto difficili, quando la società lentamente cominciava a cambiare ma tuttavia non era ancora completamente pronta.

Ma per Cousy più passavano gli anni e più cresceva la necessità di passare più tempo in famiglia: era arrivato ad odiare i lunghi ed estenuanti viaggi in aereo da una parte all’altra del Paese, le malinconiche notti in albergo, le nervosissime attese prima di ogni partita. Si sentiva oltremodo colpevole per il pochissimo tempo dedicato alla moglie ed alle due figlie, le quali “un giorno si sposeranno ed io cosa ricorderò’? Un migliaio di stanze d’albergo?”
Spazio alla festa ed alla commozione quindi. In quel 17 marzo 1963, di fronte ad un Boston Garden in ossequioso silenzio, il primo a prendere la parola fu Red Auerbach, il coach burbero ed autoritario, colui che in un primo momento aveva scartato drasticamente e senza riserve qualsiasi possibilità di veder giocare Bob nella città di Boston: “Mi si chiede di vincere, non di schierare i bifolchi locali” disse prima del draft del 1950 in merito alle aspettative del pubblico bostoniano di vedere il prodotto di Holy Cross continuare ad incantare il Boston Garden indossando però la casacca biancoverde.

Quello stesso Red che, dopo aver bocciato Cousy sul nascere, di fatto rifiutandosi di metterlo sotto contratto, se lo sarebbe ritrovato alla fine in squadra, quasi “imposto” dalla disintegrazione dei Chicago Stags, paradossalmente, cominciò poco a poco a costruire un rapporto con il Cooz che lo avrebbe portato dal rifiuto iniziale, all’accettazione, poi alla stima, alla collaborazione reciproca per terminare in una specie di idillio o quantomeno rapporto “preferenziale” incomparabile con qualsiasi altro giocatore durante il ventennio in cui fu allenatore dei Celtics. Semplicemente, il Mago del basket era riuscito ad incantare il “dittatore” che, ora, 13 anni dopo apriva lo spessissimo portone del suo ruvido cuore per pronunciare le seguenti frasi:
Cosa posso dire quando sto per perdere il miglior giocatore che ho mai allenato? Nessuno sarà mai in grado di sostituirlo, c’e’ solo un Bob Cousy al mondo.” Una leggera pausa per poi seguire: “Bob è il Capitano di nome e di fatto, Lui è l’esempio da seguire, non mi dice mai che è stanco. E’ un’ispirazione per i più giovani, è il loro idolo”.
I tifosi e la stampa erano in adorazione. La cerimonia in corso al Boston Garden era quanto di piu’ ufficiale, “sacro” e “sfarzoso” si fosse mai visto prima per qualsiasi altro atleta della città. E questo era un dettaglio non indifferente per una popolazione che fino a pochi anni prima si era “nutrita” soprattutto delle gesta di eroi del baseball quali Babe Ruth, Jimmie Foxx o Ted Williams.


Cousy era sempre stato amato sia dai tifosi che dai giornalisti cittadini in un modo in cui i suoi illustri precursori non lo erano mai stati. Probabilmente perchè, essendo un prodotto della “locale” Holy Cross University di Worcester a poche miglia ad Ovest di Boston (le cui partite casalinghe erano state spesso disputate al Boston Garden), Bob era il primo vero autentico “indigeno” di successo per la città (nonostante fosse newyorkese di nascita), o forse perchè questo atleta non era stato solo un autentico innovatore del basket capace di fare cose con la palla che mai si erano viste prima ma anche perchè’ durante la prima metà’ degli anni Cinquanta aveva rappresentato l’unica ragione per cui gli ancora molti scettici della pallacanestro si erano recati a vedere le partite, cambiando poco a poco la loro opinione su questo “nuovo sport”. O forse ancora perchè i Celtics nel 1963 avevano vinto già cinque titoli NBA (ed il sesto sarebbe arrivato in quella stessa stagione) diventando presto la più grande Dinastia della storia sportiva americana mentre i più attempati Red Sox del baseball erano rimasti a bocca asciutta dal 1918. Ma forse, dopo tutto, la ragione più evidente ed incontrovertibile per adorare questo ragazzo di origini francesi evidenti nella parlata condita da “erre” moscia tipicamente gallica, era che Bob Cousy era agli occhi di tutti semplicemente “Mister Basketball”.
Fatto sta che questo giorno fu ricordato per decenni come il “Biggest Goodbye in the History of Boston Sports”. La cerimonia durò circa un’ora prima della partita casalinga contro i Syracuse Nationals e Cousy era accompagnato dalla moglie Missie, le due figlie Mary e Marie Patricia (in rigorosi ed identici vestiti verdi) e dai genitori arrivati apposta da St.Albans, New York. Bob fu fatto omaggio di vari regali, tra i quali pure una nuova e fiammante Cadillac mentre non riusciva proprio a trattenere le lacrime e più volte dovette asciugarsi gli occhi.

Parlarono in molti: il sindaco della città John Collins, il governatore dello stato del Massachusetts, John Volpe, ed il proprietario del Garden e dei Celtics, il “creatore” della franchigia ed uno dei "padri" della stessa NBA: il grande Walter Brown, che ricordò un aneddoto che al giorno d’oggi potrebbe sembrare utopia pura: “Le cose non sono sempre state facili per i Celtics. Un anno la situazione economica era così grave che non avevo i soldi necessari per pagare gli stipendi dei giocatori. Bob Cousy non mi chiese mai quei soldi e la sua generosità contribui’ alla salvezza della franchigia”. Poi, rivolgendosi a Cousy direttamente: “Bob, per 13 anni tu sei stato i Boston Celtics”. Boato.

Quando arrivò il suo momento di prendere la parola, il pubblico del Boston Garden pendeva letteralmente dalle sue labbra, quelle stesse labbra che, muovendosi con esitazione tra singhiozzi avrebbero pronunciato le seguenti parole: “Il mio più grande rammarico, ritirandomi, è quello di non poter più vivere e condividere con i compagni quel senso di appartenenza, il cameratismo, il vincolo comune e spirito competitivo che ci hanno legati durante tutto questo tempo e sono stati una costante ispirazione a dare sempre il meglio di me stesso in qualsiasi situazione”.
Non erano semplici parole di circostanza per Bob: il suo senso di appartenenza ad un team e la dedizione allo stesso erano totali, sentiti e vissuti in tutti i suoi aspetti, anche i più apparentemente marginali.

Gli applausi scrosciavano dalle tribune del Garden e la commozione generale era evidente, palpabile, sentita. Cousy proseguì: “Da quando entrai a Holy Cross ad oggi son passati 17 anni durante i quali ho avuto diverse occasioni per essere al centro dell’attenzione. Non mi sono mai sentito completamente a mio agio ma oggi il compito è veramente arduo...non riesco neppure a trovare le parole più semplici per esprimere il mio stato d’animo e tutto mi sembra inadeguato”...quindici eterni, imbarazzanti secondi di silenzio in cui "Cooz" sembrò sul punto di crollare emotivamente ma il repentino soccorso di un sempre sensibile Boston Garden seppe risolvere la situazione con l’ennesimo caloroso ed affettuoso applauso. “Non avrei voluto giocare in nessun altro posto all’infuori di Boston”, trovò la forza di dire mentre la figlia Marie gli allungava un fazzoletto per asciugare le inarrestabili lacrime che rotolavano sulle sue gote.
Avrebbe aggiunto altre parole, ma ci piace l’idea di concludere questa storia con quella voce forte, sicura ma allo stesso tempo rotta dall’emozione che, nel mezzo del silenzio sacro del Boston Garden, interruppe per un secondo il soffertissimo addio finale di Bob Cousy; quella voce, di un tifoso che in quel momento era la voce di tutti i tifosi dei Boston Celtics, dentro e fuori dal Garden, gridò: “Ti Amiamo, Cooz”!

Amore con la A maiuscola.


Vecchi e giovani leoni

Pubblicato da Shamrock martedì 11 agosto 2009 Comments




In un panorama politico-sociale quanto mai conflittuale, contraddittorio e preoccupante si apriva la diciasettesima stagione della National Basketball Association: gli Stati Uniti erano in piena “Guerra Fredda”, J.F. Kennedy aveva appena lanciato l’embargo economico a Fidel Castro, reo di aver dichiarato Cuba una Repubblica Socialista e quindi stato satellite della temuta Unione Sovietica; migliaia di militari americani combattevano già in Vietnam, e già le prime decine tornavano a casa in un sacco nero. Il misterioso e mai risolto suicidio/omicidio di Marilyn Monroe nell’agosto del 1962 continuava a fare molto rumore, anche piu’ della notizia della morte di Eleanor Roosvelt, avvenuta solamente 3 mesi più tardi.

Lo sport sembrava non essere esente da scandali e quando le star della National Football League Paul Hornung ed Alex Karras furono squalificate per aver scommesso e "truccato" alcune partite del secondo sport più famoso negli States dopo il baseball, ecco che alla pallacanestro veniva data la possibilità di aprire le sue porte a nuovi adepti. C’era un problema però: l'NBA era da qualche anno il campionato professionistico più noioso d’America. Perchè? Perchè vincevano sempre gli stessi. Vincevano i Boston Celtics.




L’armata guidata dal condottiero Red Auerbach aveva trionfato nelle quattro stagioni precedenti ed in cinque degli ultimi sei campionati: Russell, Heinsohn, Cousy e compagnia non avevano avuto nessuna pietà per gli avversari di turno, si chiamassero Philadelphia Warriors, Saint Louis Hawks o Minneapolis/Los Angeles Lakers (i “lacustri” se n’erano andati dal Minnesota solo due anni prima). Certo, ripetersi e continuare a vincere non era affatto facile, ma neppure di fronte ai primi “importanti” cambiamenti di roster (come la partenza di Bill Sharman dopo la stagione 1960-61) il perfetto ingranaggio della macchina bostoniana aveva dato segni di cedimento. Anzi, uno dei meriti e la grandezza di Auerbach come allenatore e stratega era proprio quella di saper piazzare quasi ogni anno almeno un colpo ad effetto per far sì che la squadra avesse sempre un elemento di novità ed un quid di motivazione addizionale per affrontare la nuova stagione.

L’addio di Bill Sharman aveva permesso l'aumento del minutaggio a quel Sam Jones che da lì a qualche anno sarebbe passato alla storia come il secondo giocatore nella speciale ed irripetibile graduatoria Celtic di tutti i tempi per titoli vinti, superato solo dall’imbattibile Bill Russell.
Ma l’inizio della stagione 1962-63 era visto con maggior scetticismo rispetto alle precedenti: sarebbe stato infatti l’ultimo anno di gioco per Bob Cousy. “Mister Basketball” aveva annunciato già ad inizio stagione che nella primavera del 1963 si sarebbe ritirato definitivamente e non solo Boston, ma la lega intera non riusciva ad immaginare un campionato NBA senza "l'Houdini del Parquet" a calcare le arene americane: con lui infatti era nato il “vero” basket professionistico, grazie a lui il conservatorismo americano si era aperto a questo nuovo sport facendo aumentare spettatori ed introiti stagione dopo stagione; Bob aveva praticamente inventato lo “show-time” ed il “fast-break game”. Insomma, sembrava che con il suo addio lo status acquisito dalla pallacanestro all’interno del panorama sportivo statunitense ne avrebbe risentito in modo brutale (tanto più che la concorrenza dell’American Basketball League fondata dal proprietario dei Globetrotters Abe Saperstein come atto di vendetta per non essere riuscito a crearsi una franchigia NBA a Los Angeles, non faceva che peggiorare le cose) e, con esso, si sarebbero affievolite le possibilità di dominio dei Boston Celtics.

Invece no. Ancora una volta il “Luck of the Irish” ma soprattutto la lungimiranza del patriarca Auerbach sarebbero intervenute tempestivamente per assicurare la continuità di quella che veniva già chiamata Dinastia Celtica. La Speranza risiedeva nel draft del 1962 ed aveva un nome ed un cognome: John Havlicek, da Ohio State. Ma siccome le cose non sono mai avvenute in modo semplice ed indolore in casa Boston, ancora una volta Red dovette affrontare la concorrenza non solo di altre franchigie NBA interessate ad Havlicek (in primis i Cincinnati Royals), ma pure le ingerenze di altri sport, in questo caso della National Football League che, nelle sembianze dei Cleveland Browns era interessata a mettere sotto contratto questo promettente “wide receiver”.

Non era la prima volta che Red affrontava questi problemi di “polivalenza sportiva” con i suoi atleti: in precedenza era già successo con Bill Sharman (baseball) e con K.C. Jones (football); certo, i precedenti portarono fortuna e quando i Cleveland Browns “tagliarono” Havlicek a favore del futuro All-Pro Gary Collins, il contratto di Red era pronto ed il libro di storia celtica si riapriva automaticamente per inserire un altro glorioso capitolo.
L’approdo di Havlicek a Boston non fu esente da traumi, anzi. La prima esperienza della stella di Ohio State nella Beantown fu la vista degli ubriaconi indigenti che “abitavano” le zone circostanti il Boston Garden. Ma fu quando entrò nella presunta “Mecca della pallacanestro americana”, in una notte umida e piovosa che il giovane John rimase letteralmente di pietra: gli spogliatoi erano un buco maleodorante con un’unica doccia per tutta la squadra, un solo bagno senza porta e due appendiabiti per ciascun giocatore. Benvenuto nella lega professionistica americana John!


Fortunatamente il ragazzo fece subito buon viso a cattiva sorte e reagi’ in modo piuttosto “filosofico”: “Se a tutti gli altri giocatori va bene così, non sarò certo io a lamentarmi...beh, effettivamente, non è che Bill Russell e compagnia fossero l’immagine della felicità in tale “infrastruttura”. Diciamo piuttosto che alla base di tutto c’era l’inoppugnabile superstizione di Red Auerbach che non ne voleva sapere di cambiare nè posti, nè abitudini...non finchè’ si continuava a vincere, almeno...




Quando la stagione cominciò ufficialmente, lo fece con un’assenza importante: Philadelphia non esisteva più perchè i Warriors di Wilt Chamberlain si erano trasferiti a San Francisco. Certo fu uno shock per tutti perchè i “Guerrieri” erano una delle franchigie mitiche nella seppur giovane lega ed il fatto di traslocarli dalla costa atlantica a quella pacifica destava scalpore. Col senno di poi, ed in modo un po’ maligno potremmo dire che forse questo “trasferimento” rappresentava l’unica possibilità per Wilt di approdare ad una finale NBA a breve termine, dato che i suoi precedenti tentativi erano stati sempre puntualmente frustrati dai Boston Celtics nelle finali dell’allora Eastern Division...
Questa mossa, almeno nella stagione 1962-63, si sarebbe rivelata totalmente fallimentare e, nonostante la media “disumana” di Wilt Chamberlain (che avrebbe accumulato 44 punti a partita), avrebbe visto i Warriors perdere più della metà degli incontri di regular season (31-49 il loro deficitario record finale).


I Lakers invece, al loro terzo anno a Los Angeles, dopo la gloriosa parentesi a Minneapolis condita da cinque titoli NBA (ma anche dalla prima sconfitta in una finale ad opera, guardacaso, dei Celtics nel 1959) erano condotti da un giocatore “all-around” del calibro di Elgin Baylor (nella foto attacca Cousy dal palleggio). L’ala di Los Angeles, oltre a mettere a referto 34 punti ad incontro (secondo solo all’inavvicinabile Chamberlain) era pure il quinto miglior rimbalzista ed il sesto passatore della lega. Coadiuvato dalla stella sempre più fulgida di Jerry West (per lui 27 punti a partita), portò i Lakers alla vittoria in 53 degli 80 incontri di regular season, e puntò senza esitazioni alla rivincita con i Boston Celtics, dopo essere stati sconfitti in 7 partite nella stagione precedente. La Rivalità era ufficialmente iniziata...


Le antagoniste di Boston e Los Angeles sembravano essere essenzialmente i Syracuse Nationals ad Est e le vecchie conoscenze St.Louis Hawks ad Ovest.
I Nationals di coach Alex Hannum erano una minaccia a livello offensivo: il miglior attacco della lega, formato dal centro Johnny Kerry, la giovane promessa Lee Shaffer nello spot di ala e la guardia tiratrice Hal Greer, ben sorretti dalla più “attempata” ma sempre valida stella Dolph Schayes, avrebbe dovuto, secondo i piani, rendere ancora una volta la vita complicata ai Boston Celtics ma, come vedremo, la sorpresa della stagione sarebbe arrivata dai Cincinnati Royals che inaspettatamente avrebbero liquidato i Nationals in cinque partite e sarebbero approdati alla finale ad Est contro i Celtics.


Nella Western Division i St.Louis Hawks guidati dalla loro superstar Bob Pettit (terzo miglior realizzatore della lega con quasi 29 punti di media a partita), avevano come missione il ritorno alle finali NBA già visitate in quattro occasioni negli ultimi sei anni. Le 48 vittorie in regular season però non permisero loro di giungere alla decisiva sfida contro i Lakers con il fattore campo a favore, e così, dopo sette intensissime e spettacolari partite, West e Baylor riuscirono ad ottenere l’approdo alle "World Series".

I Celtics, come detto, si stavano preparando ad affrontare Syracuse per il titolo divisionale ma i Nationals non avevano fatto i conti con i Cincinnati Royals ed il loro incontrastato leader, quell'Oscar Robertson che al terzo anno di NBA stava dimostrando tutta la sua classe ed il suo potenziale. 28 punti, 9 rimbalzi e 10 assists a partita fu il registro della stella di Cincinnati che aveva condotto i Royals ad un record finale di 42 vittorie e 38 sconfitte. La sorpresa fu enorme quando Robertson e compagni eliminarono i Nationals in cinque partite, anche e soprattutto per i Royals stessi dato che, convinti di soccombere a Syracuse, avevano già concesso l’utilizzo del loro Cincinnati Gardens nei successivi giorni ad una compagnia circense!

Costretti ad “emigrare” in un’altra arena in due dei loro incontri casalinghi contro i Celtics, i sorprendenti Royals costrinsero Boston a sette intense partite prima di alzare bandiera bianca di fronte all’incredibile prestazione di Sam Jones nell’incontro decisivo: i suoi 47 punti furono una sentenza per Cincinnati ma, allo stesso tempo, cominciarono a creare più di un legittimo dubbio sulle possibilità dei Celtics di riconfermarsi campioni dando così il "la" alla proverbiale supponenza dei nemici Lakers che, probabilmente, non essendosi ancora “abituati” completamente alle sconfitte contro Boston, cominciavano a lanciare proclami all’universo cestistico annunciando Los Angeles come la “Capitale mondiale della pallacanestro”!


Per carità, il fatto che i Celtics dovessero sudare sette camice per aver ragione dei Royals, una squadra che tra l’altro aveva perso le sue migliori scelte del precedente draft (Jerry Lucas e Larry Siegfried avevano optato per i Cleveland Pipers nella ABL di Abe Saperstein) era un segnale d’allarme ma forse i Lakers avrebbero fatto bene a non sottovalutare il “Cuore dei Campioni”...



I Celtics arrivavano comunque da una stagione altamente positiva. Il loro record di 58 vittorie e 22 sconfitte li posizionava nello scalino più alto del ranking finale dopo la stagione regolare; sette giocatori avevano chiuso in doppia cifra: Sam Jones, Tom Heinsohn, John Havlicek, Bill Russell, Bob Cousy, Frank Ramsey e Tom “Satch” Sanders. Nessuno di questi superava i 20 punti di media a gara, ma si trattava chiaramente di una prestazione corale incredibile, una “democrazia realizzativa” in totale controtendenza rispetto all’oligarchia vigente tra le altre compagini NBA che, come detto in precedenza, si affidavano nella maggior parte dei casi ad un paio di campioni per dominare le statistiche. Anche a livello di minutaggio, se escludiamo l’ovvio dato riguardante i 44 minuti a partita di Bill Russell, MVP stagionale, Red Auerbach distribuiva in modo quasi equanime il tempo tra sette giocatori (nella rotazione erano infatti da inserire i quasi 25 minuti a partita concessi a K.C. Jones). Ma non dimentichiamo che anche gli “ultimi” delle seconde linee racimolavano comunque tra i 7 ed i 10 minuti a partita (era il caso dell’ormai anziano ma sempre solido Jim Loscutoff o del recente acquisto da Saint Louis, il veterano Clyde Lovellette).

La stagione del rookie Havlicek era stata positiva, ma non fu certamente impressionante: è vero che aveva dimostrato intensità e tenacia difensiva e delle straordinarie doti fisiche ma, nonostante la velocità fuori dal comune, il suo gioco offensivo appariva abbastanza limitato e lo stesso Cousy arrivò a definirlo un “non-tiratore”. Sarebbe stato solo grazie alla sua innata voglia di migliorarsi ed al lavoro duro che “Hondo” avrebbe dimostrato negli anni successivi quanto affrettato fosse stato il giudizio del capitano dei Celtics...



La serie finale non cominciò sotto i migliori auspici: in gara 1 lo stesso Havlicek si slogò una caviglia ma fortunatamente ciò non impedì ai Celtics di portare a casa una risicata vittoria, 117-114, poi “suffragata” dai 38 rimbalzi di Bill Russell per il secondo trionfo casalingo due giorni più tardi.

Alla Los Angeles Sports Arena le due squadre si divisero la posta con i Lakers chiaramente superiori in gara 3, dominata con 20 punti di scarto, ed i Celtics a sfoggiare l’ormai noto "Pride" in gara 4, dove imposero intensità difensiva e determinazione mentale e fisica.


Tutto sembrava scritto per la quinta partita a Boston dove i Celtics contavano di chiudere la pratica e festeggiare tra le mura amiche; purtroppo i ragazzi di Red Auerbach sottovalutarono i Lakers che, trascinati da Baylor e West, rimandarono la serie a Los Angeles imponendosi per 7 punti di scarto con il punteggio di 126 a 119.
Il 24 aprile del 1963, a poco più di un mese dall’emotivo annuncio del suo addio, Bob Cousy rimase vittima di un infortunio alla caviglia sinistra nelle concitate fasi di gioco di gara 6 ma anche se un alone di pessimismo per alcuni minuti pervase la panchina bostoniana, i Celtics furono capaci di costruirsi un vantaggio di 14 punti. Sembrava fatta, ma ancora una volta i Lakers furono capaci di rientrare in partita recuperando lo svantaggio e riducendolo ad un solo punto.


Cousy, capitano di mille battaglie, non ci stava e bastò un rapido scambio di parole con Red Auerbach a farlo tornare eroicamente in campo, praticamente zoppicante, fino a gestire l’ultimo possesso dell’incontro. Con i Celtics in vantaggio di tre punti, Bob mise al sicuro la palla del trionfo fino a poterla scagliare, in pieno sfogo liberatorio, in alto...altissimo, verso il soffitto di quello Sports Arena che non avrebbe visto innalzare nessun banner...il titolo, ancora una volta, viaggiava verso Boston, assieme alla bottiglia di bourbon comprata da Frank Ramsey per festeggiare assieme ai compagni durante il volo di ritorno verso “Title Town”, la città dei campioni. I trionfi consecutivi salivano a 5 e, nonostante l’addio di Cousy, non c’era nessuna intenzione di smettere di vincere negli anni a seguire.

#24 Sam Jones

Pubblicato da Fabio Anderle martedì 4 agosto 2009 Comments


Conosciamo il grande "Sad Mister Clutch"... 


Nella storia NBA ci sono solo due giocatori che possono indossare un anello da campione su ogni dito delle mani. Se tutti sappiamo che il primo è William Felton Russell con i suoi 11 titoli, non sono in molti a ricordare che il secondo posto è occupato da Samuel Jones da Laurinburg, North Carolina. Ed è un peccato, perché oltre a scrivere pagine indelebili della storia dei Celtics, Sam nell’NBA è diventato il prototipo della “big guard”, del realizzatore potente ed allo stesso tempo veloce che alla fine ha trovato in Michael Jordan – guarda caso anche lui figlio del North Carolina – l’epigono più illustre.

Samuel Jones nacque a Laurinburg il 24 giugno 1933, in quel profondo Sud in cui la segregazione razziale era qualcosa di scontato come la cadenza delle tempeste tropicali o il sonnacchioso fluire del fiume Cape Fear. La famiglia poverissima perse presto il capofamiglia stroncato in giovane età, e Sam si dovette industriare presto per portare a casa qualche dollaro. Lo sport in genere ma in particolare il basket accesero in lui una passione che gli garantì la borsa di studio ed un’istruzione superiore a North Carolina Central, un ateneo per soli neri in cui coach John McClendon gestiva il programma con il pugno di ferro ma anche con grandi doti umane. Il corso di laurea di Sam durò sei anni perché per un biennio decise di prestare servizio nell’esercito, dove continuò ad allenarsi nella squadra di basket di reparto mentre completava il corso di paracadutista nella famosa 101^ Divisione Aerotrasportata, gli “Screaming Eagles” resi famosi dieci anni prima dalle battaglie in Normandia. La massima aspirazione di Sam però era molto meno bellicosa: aveva sempre sognato di diventare insegnante, ma la paga da soldato era buona e la famiglia aveva bisogno di aiuto. Al termine della ferma rientrò a Durham, sede dell’ateneo, e guidò N.C. Central ad una stagione da 21 vittorie e 6 sconfitte, anche se nessuno nell’NBA sembrava aver preso nota delle sue gesta. Nello “scouting” in previsione al draft del 1957 anche Red Auerbach non aveva nessun giocatore di rilievo, ed allora decise di fare ciò che solo un anno prima gli era tornato utilissimo: una telefonata. Nel draft del 1956 era stato Bill Reinhart - suo ex-allenatore a George Washington - a consigliargli Bill Russell, ed un anno dopo Red contattò l’ex-Celtic Horace “Bones” McKinney, coach di Wake Forest, chiedendogli: “Bones, c’è qualcuno che sa giocare a basket, laggiù nel Sud”? McKinney rispose: “C’è un ragazzo che potrebbe essere una sorpresa. Il suo nome è Sam Jones, da North Carolina Central”. Auerbach si fidava dei suoi amici, ma di solito preferiva dare una sbirciatina al “prospetto”: lo aveva fatto con Russell, lo avrebbe fatto anche con Cowens e con Bird. Sam Jones fu l’unico che venne preso a “scatola chiusa”, e Red non ebbe mai a pentirsi del consiglio di McKinney. Boston “pescò” Jones con l’ottava scelta assoluta dopo che le altre squadre avevano chiamato Charles Tyra, Jim Krebs, Win Wilfong, Brendan McCann, Len Rosenbluth e George BonSalle. Solo la prima scelta assoluta “Hot Rod” Hundley sarebbe diventato un All Star, ma nessuno dei giocatori “draftati” quel giorno - a parte Samuel Jones - sarebbe stato eletto tra i migliori 50 della storia NBA. Tutto perfetto, dunque? Neanche per idea: appena seppe di essere stato scelto dai Celtics Jones rimase scioccato. “Pensavo fosse la fine della mia carriera - dichiarò in seguito - ovviamente ero onorato dalla scelta, ma non credevo che sarei riuscito ad entrare nel roster”. Il motivo della sfiducia era la composizione della "rosa" dei Celtics campioni NBA 1957, che comprendeva allora quattro guardie: gli All Star Bob Cousy, Bill Sharman ed Andy Phillip ed il sesto uomo Frank Ramsey. Tutti poi finiti nella Hall of Fame a Springfield. Tra l’altro, un liceo aveva offerto a Sam quel posto da insegnante che aveva sempre sognato, ed allora quando Boston gli sottopose un contratto decise che se il liceo gli avesse garantito 500 $ in più sarebbe rimasto nel North Carolina, altrimenti avrebbe accettato l’offerta di Auerbach. La scuola non gli accordò l’aumento e lui raccolse le sue cose e varcò la linea Mason-Dixon dirigendosi nel Massachusetts.
Al camp pre-stagionale il nuovo arrivato colpì tutti per le sopracciglia calanti che gli conferivano un’aria triste (da qui il soprannome “Sad Sam”) e per un infallibile tiro appoggiato al tabellone. Auerbach si rese immediatamente conto che il rookie era speciale. Dick Hemric, brillante giocatore college a Wake Forest (per ironia della sorte proveniva dalla “scuderia” di McKinney) venne “tagliato” per fare spazio a Sam, ma se trovare un posto in squadra ai Celtics era difficile, trovare minuti in campo era un’impresa quasi disperata. Anche perché tutte quelle stelle misero in soggezione al "rookie", dapprincipio, tanto che all’esordio in un match pre-stagionale a New York Bill Russell lo battezzò “Right Back”, “Subito Indietro” per la tendenza a restituire immediatamente la palla a chi gliel’aveva passata. I due diventarono grandi amici, tanto che Russell lo ospitò nella sua casa per molti mesi. Nell’anno da matricola Jones giocò solo 10 minuti a partita, e seduto in panchina soffrì nei playoffs mentre l’amico Bill Russell si infortunava alla caviglia ed i St.Louis Hawks superavano i Celtics in Finale. Nella seconda stagione il suo minutaggio aumentò, ed il giocatore ripagò la fiducia del coach con 10.7 punti e 6 rimbalzi a partita. Auerbach lo stava preparando per prendere il posto della guardia titolare Bill Sharman, anche perché Sam e K.C. Jones insieme si erano dimostrati una coppia di notevole impatto. “La squadra come per incanto prendeva quota quando mettevo in campo i due Jones – dichiarò Auerbach - e gli avversari sembravano trovare un mucchio di difficoltà in attacco”. Per il ragazzo del Sud arrivò il primo titolo, una “sweep” (ai danni dei Lakers) che rappresentò anche il primo 4 a 0 nella storia delle Finali NBA. Bill Sharman stava cominciando a sentire il peso dell’età e la sua percentuale di tiro era in declino, ma non per questo Jones si sentiva in diritto di pretendere un posto in quintetto. L’arcigno texano si era guadagnato lo “status” di titolare: altri tempi, quelli in cui anche un futuro Hall of Famer aspettava pazientemente il suo momento… l’allenatore però era conscio del fatto che il ragazzo fosse pronto, ed un giorno lo prese da parte dicendogli: “Quando ti senti di tirare, fallo”. Un onore che Auerbach garantiva a pochi giocatori, e Sam rimase a bocca aperta: “Coach, cosa ha detto”? “Ho detto che hai semaforo verde in attacco, e questa è una grossa responsabilità”. Diavolo di un Auerbach: con una frase gli aveva fatto capire che si fidava di lui, ma che la fiducia andava ripagata. Nel campionato 1959-60 la media di punti a partita di Jones salì ancora (11.9), e nel frattempo per i Celtics arrivò il terzo titolo in quattro anni.

All’inizio della campagna 1960-61 Sharman gli lasciò il posto in quintetto base e Sam rispose con 15 punti a partita in 26 minuti di gioco e con la miglior percentuale di realizzazione dell’intera squadra nonostante tirasse spesso da fuori. Un secco 4 a 1 ai St.Louis Hawks sancì la conquista del quarto titolo, i cui festeggiamenti coincisero con l’addio di Bill Sharman. Nella stagione 1961-62 i Celtics non accusarono il colpo del suo ritiro proprio grazie all’esplosione della guardia da Laurinburg, e raggiunsero per la prima volta quota sessanta vittorie prima di trovarsi di fronte nella finale Est dei playoffs i Philadelphia Warriors di Wilt Chamberlain. Furono gli ultimi due secondi della settima e decisiva partita a decidere la serie: col punteggio fissato sul 107 pari, Sam, autore fino a quel momento di 26 punti, infilò il “jumper” decisivo eludendo la stoppata di Chamberlain e consolidando la fama di “clutch shooter”. Era la definitiva consacrazione ed Auerbach sentenziò “Ne vedrete altri, di canestri come questi”. I tifosi bostoniani non dovettero aspettare molto: ancora una gara sette, ormai ambiente naturale per il numero 24 dal ghiaccio nelle vene, gli avversari in Finale erano i Lakers, e Jones nel supplementare della vittoria mise a segno cinque dei dieci punti che propiziarono il quarto alloro consecutivo. Sam era ormai considerato uno dei campioni dell’NBA ed il suo caratteristico tiro appoggiato al tabellone era un marchio di fabbrica temuto e rispettato. Ma non era l’unica arma, anzi: spesso il giocatore concludeva con deliziosi ed immarcabili “finger roll”. Se Havlicek rappresentava poi l’incarnazione cestistica del moto perpetuo, Sam Jones riusciva magicamente a trovarsi sempre nel posto giusto al momento giusto in virtù di un gioco senza palla tra i migliri di sempre.

Nel 1963 e 1964 Boston vinse altri due titoli: Sam e “Hondo” erano le punte di diamante nell’attacco di Auerbach, e dopo il ritiro di Cousy furono i “Jones Boys” a dettare i ritmi dal “back court” bostoniano. Sam poi aveva dimostrato ancora una volta di essere “Mister Clutch” segnando 47 punti nella settima e decisiva partita della serie contro Cincinnati. Ma il fatto di essere il tiratore designato della miglior squadra di basket al mondo non gli aveva fatto montare la testa: “Le medie di punti segnati non significano nulla. Ogni giocatore di quei Celtics sarebbe stato capace di segnare gli stessi miei punti se gli fosse stato chiesto, ma ognuno di noi si atteneva al ruolo deciso da Red Auerbach. Sapevamo perfettamente quello che ci si aspettava facessimo per vincere, e lo facevamo”. E così Sam continuò a tirare e soprattutto a segnare canestri decisivi, anzi incrementò la sua produzione toccando le medie più alte della carriera, 25.9 punti in regular season e 28.6 nei playoffs. Nella settima partita delle finali Est 1965 (esatto, “Havlicek stole the ball”) realizzò 37 punti ai malcapitati Philadelphia 76ers proiettando Boston all’ottavo titolo consecutivo, quello del lutto sulla spallina per la morte del papà dei Celtics Walter Brown. L'anno successivo la salsa di tabasco extra venne fornita da Red Auerbach quando dichiarò che quella sarebbe stata l’ultima occasione per i suoi avversari, perché si sarebbe ritirato a fine stagione.
Ed i Celtics ovviamente fecero l’impossibile per farlo uscire sventolando l’ennesima bandiera: ancora una Finale in sette episodi, ed ancora un successo striminzito (95 a 93) nell’ultimo atto, con il grande Red che rischia di soffocarsi sull’ultimo sigaro. Si apriva la caccia al sostituto, ma il geniale coach si rese conto che il suo successore avrebbe avuto difficoltà a gestire Bill Russell. Ed allora quale miglior coach di Bill Russell per spronare… Bill Russell? L’esordio per il primo coach nero nella storia degli sport professionistici americani non fu fortunato: i Sixers di Chamberlain, Greer e Walker erano una squadra fantastica e nella finale Est di sbarazzarono dei Celtics con un perentorio 4 a 1, nonostante Sam continuasse ad evoluire sui suoi standard abituali, come testimoniato anche dai 51 punti segnati ai Knicks in un incontro di playoffs il 28 marzo 1967. Negli occhi di tutti rimasero impressi gli striscioni dei tifosi della “città dell’Amore Fraterno” con la scritta “Boston is Dead”, e nel campionato 1967-68 la molla che spinse la truppa di Russell fu proprio l’orgoglio dei campioni che vogliono dimostrare di non essere finiti. E nella post-season, sotto per 3 partite ad 1 con i soliti Sixers, i Celtics mostrarono tutto il loro “Pride” aggiudicandosi tre gare consecutive, prima squadra a vincere una serie uscendo “dalla fossa” nella storia dei playoffs NBA. Boston non era per nulla morta ed in Finale regolò ancora una volta i Lakers per 4 a 2: era il decimo titolo per Russell, ed il primo da coach. Sam era ancora il fromboliere principe dei biancoverdi, ma qualche problemino fisico e la crescita costante di John Havlicek stavano lentamente spostando i riflettori sul numero 17. Jones in realtà aveva già deciso di ritirarsi due anni prima, ma l’avvento dell’amico Russell sulla panchina e la sconfitta con Philadelphia l’avevano convinto a restare. Ai nastri di partenza della stagione 1968-69, però, tutti sapevano che sarebbe stata l’ultima.
Diversi infortuni caratterizzarono quel campionato, compreso uno allo stesso Jones che lo fermò per una dozzina di incontri. Ma i Celtics riuscirono ad arrivare ai playoffs in discrete condizioni fisiche, e sorpresero l’NBA eliminando prima i Sixers e poi i rampanti Knicks. Nonostante ciò, in Finale erano in pochi a dar loro qualche speranza contro i Lakers del trio Baylor-Chamberlain-West, ed ancor meno quando i californiani si aggiudicarono le prime due partite al Forum. I Celtics spuntarono un difficoltoso 112 a 105 in gara tre, ma a sette secondi dal termine della quarta sfida erano in svantaggio per 88 a 87. Con la prospettiva di andare sotto per 3 a 1 e giocare la quinta ad L.A. dove avevano già perso due volte, coach Russell chiamò timeout ed esitò per un attimo, mentre decideva a chi assegnare il tiro decisivo. Temeva che, se Jones avesse fallito, al momento del ritiro i tifosi si sarebbero ricordati di lui solo per quell’episodio e non per tutte le imprese precedenti.

Ma anche a 36 anni Sam era sempre una sicurezza, e quando il pallone lasciò le sue mani sapeva che sarebbe entrato. Vittoria per 89 a 88, esultanza del Boston Garden e scampato pericolo. I Celtics arrivarono all’ennesima settima partita della loro storia, quella della Banda di USC e dei palloncini sulle volte del Forum. Sam giocò in modo superbo (24 punti e 7 rimbalzi con 10 su 16 al tiro) ma nell’ultimo quarto commise il sesto fallo e dovette passare gli ultimi minuti della sua carriera in panchina, mentre Los Angeles metteva in piedi una disperata rimonta. Rimonta che venne frustrata dal tiro pazzo di Don Nelson e dal grande Bill Russell, che assieme a Sam Jones potè ritirarsi da campione. Undici titoli per Russell, dieci per il numero 24, che venne ritirato il 9 marzo 1969. Nel corso della cerimonia al Boston Garden Auerbach salutò con queste parole il suo campione: “Vorrei ringraziare Sam Jones per avermi reso un grande allenatore”. Dopo l’addio all’NBA Sam provò con poca fortuna la carriera di coach universitario a Washington e poi alla sua North Carolina Central, e quindi lavorò come assistente allenatore dei New Orleans Jazz. Nel 1983 venne inserito nella Hall of Fame di Springfield e nel 1996  fu votato come uno dei migliori cinquanta giocatori nel cinquantesimo anniversario dell’NBA: gli altri 48 giocatori avevano accumulato in tutto 87 anelli (meno di due a testa) dove lui e Russell insieme ne totalizzavano 21.
Jim Murray, forse il più grande giornalista sportivo di sempre, così “dipinse” il tiratore bostoniano: “I Celtics hanno sempre avuto un giocatore il cui ruolo è simile a quello di un addetto alle trasfusioni in ospedale. Sam Jones l’ha fatto per anni: quando i Celtics erano in svantaggio di nove punti, era suo compito pareggiare”. Tutti ricordano le palle rubate da Havlicek, Bird ed Henderson, tutti hanno presente il canestro di Nelson nel 1969 o le “triple” di Pierce nel 2008 dopo l’infortunio al ginocchio. Ma raramente sentiamo parlare di “Sad Sam” e dell’incredibile sequenza di vittorie che le sue mani d’oro hanno assicurato ai Boston Celtics. Quanto è sottovalutato il suo apporto nella storia della Franchigia? Facciamo parlare proprio Bill Russell, l’unico giocatore ad aver conquistato più titoli di Sam Jones nella storia NBA: “Ad un certo punto vincemmo otto campionati in fila, e per sei volte durante quella folle corsa gli chiedemmo di prendere il tiro che valeva l’intera stagione. Se quel tiro fosse uscito noi saremmo tornati a casa a mani vuote. Ma lui non lo sbagliò mai”.

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