Un altro affresco sulle partite che hanno dato vita al "Pride". Il primo vero scontro tra L.A. Lakers e Celtics, l'inizio di una rivalità lunga cinquant'anni.
L’aprile 1962 avrebbe segnato l’inizio di una rivalità destinata ad infiammare l’NBA per i successivi cinquant’anni, ma nessuno lo sapeva ancora. Anche perché in realtà Celtics e Lakers si erano già affrontati nell’ultimo atto dei playoffs 1959, ma allora i “lacustri” portavano il loro nome con l’orgoglio di chi rappresentava il Minnesota, “La Terra dei Diecimila Laghi”. Nella primavera 1962 i Celtics erano campioni in carica e lo sarebbero stati ancora a lungo, mentre i Lakers si stavano appena adattando alle luci di Hollywood dopo il trasferimento dalla nevosa Minneapolis. Nonostante la distonia esistente tra il nome “Quelli dei Laghi” ed il fatto che la franchigia si fosse stabilita in una città che si allungava pigramente lungo l’Oceano Pacifico, i cestisti non avevano perso tempo, ed al secondo anno in California avevano guadagnato i "galloni" di “contender”. Nel corso del campionato l’unico difensore in grado di limitare il grandissimo Elgin Baylor era stato… l’esercito: gli obblighi del servizio militare nella caserma di Fort Lewis, Washington, lo avevano costretto a giocare solo nei weekend limitandolo a sole 48 gare nelle quali si era dato piuttosto da fare, facendo registrare medie di 38.3 punti e 18.6 rimbalzi.
Se la loro stella fosse stata sempre disponibile, è probabile che la squadra allenata da Fred Schaus avrebbe potuto minacciare il 60 vinte - 20 perse fatto registrare dai Celtics, invece di fermarsi a “sole” 54 vittorie, anche perché l’organico dei Lakers poteva contare sul talento dei giovani Jerry West (30.8 punti, 7.9 rimbalzi e 5.4 assist) e Rudy LaRusso (17.2 e 10.4, nella foto è contrastato da Heinsohn) e sull’esperienza di Frank Selvy (14.7 punti, l’uomo che in una partita al college ne aveva messi 100), Jim Krebs e “Hot Rod” Hundley. Mentre i Celtics ed i Philadelphia Warriors si “scannavano” in semifinale, i californiani non facevano mistero di preferire un eventuale scontro con i biancoverdi perché ritenevano di poter controllare più agevolmente l’MVP stagionale Bill Russell rispetto al potentissimo Wilt Chamberlain. Wilt “The Stilt” era reduce da una stagione regolare in cui aveva dominato le difese a 50.4 punti di media ed in una fredda serata di marzo nel piccolo paesino di Hershey, Pennsylvania, aveva scioccato il mondo dei canestri quando ne aveva infilati 100 nel canestro dei malcapitati New York Knicks.
Ecco perché nel preciso istante in cui il serico “jumper” di Sam Jones aveva messo il sigillo alla settima partita della serie con Phila, la truppa di Schaus – seduta nei posti di prima fila al Boston Garden - si era dichiarata ragionevolmente convinta di poter far suo il titolo. Nell’opener della serie i Celtics vinsero senza troppi patemi, 122 a 108, ma la seconda partita lasciò i “thirteen-nine-oh-nine” del Garden con l’amaro in bocca della sconfitta, un 129 a 122 per i gialloviola. Auerbach ed i suoi volarono in California con la ferma intenzione di riprendere il controllo della serie e nella terza partita Boston condusse a lungo. West però fu magistrale: nell’ultimo minuto prima pareggiò e poi, intercettato un passaggio di Sam Jones per Cousy a tre secondi dalla sirena finale, si lanciò in contropiede realizzando il canestro del 117 a 115 definitivo tra le proteste di Auerbach che sottolineava come quei tre secondi fossero durati…un’eternità. Il Trifoglio aveva ancora abbondanti riserve di “Pride” alle quali attingere e le usò per aggiudicarsi la quarta partita col punteggio di 115 a 103.
Una volta che le squadre furono rientrate nella Beantown, il 14 aprile 1962 la serie sembrò di nuovo in mano ai gialloviola quando Baylor realizzò 61 punti che valevano il record nei playoffs e soprattutto il successo per 126 a 121 ed il punto del match sulla racchetta, con tanto di “servizio” a disposizione: dopo un altro volo “coast to coast” le due squadre infatti si sarebbero ritrovate in una Sports Arena popolata da tifosi festanti e stelle del cinema, tutti desiderosi di assistere al successo di Baylor e compagni. I Celtics però spensero l’entusiasmo sciorinando una prestazione eccellente e vincendo per 119 a 105 riuscirono a “spostare” la decisione finale sul proprio "parquet incrociato". Il 18 aprile 1962 il Boston Garden era la solita bolgia in cui l’atmosfera era pregna di odori forti: dal sudore alla birra, dalla pipì di topo all’adrenalina. I Celtics partirono bene mentre “Satch” Sanders faceva l’impossibile per evitare che Baylor prendesse troppa confidenza col canestro, ma Sam Jones era in serata poco felice ed i padroni di casa non riuscirono a spiccare il volo. All’intervallo il tabellone elettronico indicava il punteggio di 53 a 47 con Jones fermo ad un solo canestro su dieci tentativi mentre Baylor era ad 8 su 18, per lui una normale giornata in ufficio. Con qualche piccolo “strattone” da una parte e dall’altra si arrivò all’ultimo giro di lancette del terzo quarto con Boston in vantaggio per 73 a 67, ma in un lampo Jerry West insaccò sette punti e la frazione si chiuse sul 75 pari.
Nell’ultimo quarto l’eccitazione del pubblico raggiunse livelli mai visti quando i biancoverdi presero di nuovo sei lunghezze di vantaggio in quella che sembrò la fuga decisiva. I californiani ribattevano colpo su colpo e pareggiarono a quota 88 mentre l’orologio superava il sesto minuto: ancora Boston avanti sul +3 quando Tom Heinsohn commise il sesto fallo nel tentativo di arginare Baylor ed andò ad accomodarsi in panchina dove lo aspettavano “Satch” Sanders e Jim Loscutoff che avevano già raggiunto il limite di penalità personali. Russell però non era disposto a mollare, e segnò su rimbalzo offensivo il canestro del 96 a 91. West infilò un jump-shot dei suoi e Baylor aggiunse un tiro libero, al quale i Celtics risposero con due “personali” ancora dal loro centro e capitano.
Fu ancora Jerry West ad accorciare le distanze con un tiro in sospensione, ed i Lakers ebbero anche l’occasione per pareggiare ma Frank Selvy si fece stoppare dal più piccolo Sam Jones che poi andò a realizzare due tiri liberi per il +4, 100 a 96, quando sul cronometro mancava poco più di un minuto. Rudy LaRusso commise un fallo in attacco e sembrò l’ultimo chiodo sulla bara dei californiani, ma Selvy carpì un rimbalzo e si lanciò in contropiede riavvicinando i Lalers a -2. Pochi secondi dopo sempre Selvy si ripetè a rimbalzo, si involò in contropiede, sbagliò, recuperò il rimbalzo e segnò il canestro del 100 pari. Mancavano 18 secondi quando i Celtics ripresero palla, la lavorarono e servirono Frank Ramsey. “Rams” vide uno spiraglio nel “traffico” ed andò a concludere in gancio per la vittoria, ma il tiro rotolò sul cerchio e fu preda di LaRusso, mentre Schaus chiamava timeout ed il cronometro indicava 5” da giocare. Ora erano gli ospiti ad avere in mano la palla della vittoria: “Hot Rod” Hundley, anche se la notte precedente aveva sognato di realizzare il canestro vincente, sapeva che le prime due opzioni dell’attacco californiano erano Baylor e West e fece il possibile per servirli. La difesa bostoniana però “flottò” sui due lasciando libero Selvy sulla linea di fondo alla sinistra del canestro.
Come al rallentatore, Hundley passò la palla al compagno, mentre il pubblico “ruggiva” e Cousy, che era andato a raddoppiare su West, disperatamente tornava sui suoi passi. Selvy era a poco più di due metri dal canestro, e quel tiro di solito lo segnava nel sonno: ma “la Fortuna dell’Irlandese” gettò su di lui l’incantesimo mentre la sua conclusione incredibilmente rimbalzava sul canestro e Baylor e Russell si lanciavano alla caccia del pallone. Sam Jones con esperienza spintonò l’asso de Lakers permettendo al numero 6 di catturare l’ennesimo rimbalzo, e Russell strinse la palla al petto, appoggiò il ginocchio a terra e rimase a lungo in quella posizione, quasi a ringraziare gli “Dei del Basket” di quell’aiuto insperato. Poi tornò alla panchina e si sedette mentre il trainer Buddy LeRoux gli rovesciava un fiotto di acqua fredda sul collo per dargli un po’ di sollievo. Le spalle cadenti, acqua e sudore che colavano, il capo chino, il capitano dei Celtics sembrava distrutto mentre West volgeva il capo verso gli avversari, pronto ad iniziare il tempo supplementare: “Credevo non ne avesse più”, ammise in seguito. Ed invece, non appena l’arbitro alzò la palla a due del supplementare, William Felton Russell strinse gli occhi fino a farne due fessure, prendendo il controllo del match: era di nuovo il dominatore, si trovava ovunque e non c’era rimbalzo che non gli appartenesse, non c’era tiro che non riuscisse ad affrettare o stoppare. “Nei playoffs gioco meglio – dichiarò a fine gara – perché sono più corti e più importanti”.
Nel primo minuto della sessione extra Frank Ramsey diventò il quarto Celtic a soccombere ai sei falli nell’impossibile compito di marcare Elgin Baylor, ed allora Auerbach fece qualche passo lungo il lato del campo fino ad arrivare di fronte a Gene Guarilia (nella foto), panchinaro che avrebbe vissuto i quattro minuti più brillanti della sua carriera. Il coach puntò il suo dito verso il numero 20 e gracchiò: “Tutto quello che devi fare è afferrarlo, trattenerlo, ma non devi dargli un gioco da tre punti o falli stupidi. E quando prendiamo palla, muovi il sedere dall’altra parte più velocemente possibile”. Guarilia entrò e seguì alla perfezione le istruzioni, anche perchè Baylor cominciava anche ad essere un po’ stanco: Gene riuscì ad usare le lunghe braccia per costringerlo a muoversi per ricevere, e poi addirittura con la punta delle dita gli deviò due tiri.
Ormai in preda a furore agonistico servì Russell vicino a canestro per l’affondata e quando mancavano due minuti al termine costrinse il suo grande avversario al sesto fallo. Baylor uscì dal campo sotto la pioggia di applausi dei tifosi biancoverdi che gli perdonavano i 38 punti in virtù della sua classe cristallina. La tredicesima volta in cui una delle due squadre prese il comando fu anche l’ultima, Sam Jones nel supplementare mise a referto 5 dei 10 punti dei Celtics e Bob Cousy “uccise” il cronometro palleggiando per gli ultimi 20 secondi di gara, mentre il punteggio finale di 110 a 107 decretava il quarto titolo consecutivo per il Trifoglio. Il Boston Garden esplodeva nel suo classico rituale mentre i tifosi sciamavano in campo ed i giocatori cercavano a stento la via degli spogliatoi: la Nazione in Verde si stringeva con tanto (pure troppo) calore intorno a Sam Jones, autore di 27 punti, intorno a Frank Ramsey, che aveva segnato 15 dei 16 liberi a disposizione nonostante un brutto infortunio alla coscia, intorno a Bill Russell che nei 53 minuti di gioco aveva messo assieme 30 punti e 40 rimbalzi, chiudendo la serie con il record NBA di 27 rimbalzi di media.
Cousy per evitare guai si nascose sotto un tavolo, trovò quindi il modo di lasciare il campo e poi commentò: “I tifosi si lanciarono in campo come se avessero dovuto sfogare un’incredibile frustrazione” . E come dare loro torto? Due gare 7 vinte consecutivamente per 2 e 3 punti di scarto, una ai supplementari, e la dimostrazione che la loro squadra era davvero grande, che il “Pride” non mollava mai. Pochi minuti dopo nello spogliatoio, appena il tempo per una veloce doccia, Bill Russell aveva ancora le guance rigate da lacrime di gioia. Si passò una mano sull’ispida “goatee” e sentenziò: “Questo titolo significa molto per me, più che per altri. Anche perché con dei Lakers così forti sento che il risultato l’anno prossimo potrebbe essere diverso”. Per fortuna lo pagavano per giocare a basket e non per fare predizioni, perché nei playoffs William Felton Russell non sarebbe mai stato sconfitto dai Los Angeles Lakers.














