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Greatest Games: 1962 NBA Finals #7 Boston Vs LA Lakers

Pubblicato da Fabio Anderle martedì 28 luglio 2009 Comments


Un altro affresco sulle partite che hanno dato vita al "Pride". Il primo vero scontro tra L.A. Lakers e Celtics, l'inizio di una rivalità lunga cinquant'anni. 


L’aprile 1962 avrebbe segnato l’inizio di una rivalità destinata ad infiammare l’NBA per i successivi cinquant’anni, ma nessuno lo sapeva ancora. Anche perché in realtà Celtics e Lakers si erano già affrontati nell’ultimo atto dei playoffs 1959, ma allora i “lacustri” portavano il loro nome con l’orgoglio di chi rappresentava il Minnesota, “La Terra dei Diecimila Laghi”. Nella primavera 1962 i Celtics erano campioni in carica e lo sarebbero stati ancora a lungo, mentre i Lakers si stavano appena adattando alle luci di Hollywood dopo il trasferimento dalla nevosa Minneapolis. Nonostante la distonia esistente tra il nome “Quelli dei Laghi” ed il fatto che la franchigia si fosse stabilita in una città che si allungava pigramente lungo l’Oceano Pacifico, i cestisti non avevano perso tempo, ed al secondo anno in California avevano guadagnato i "galloni" di “contender”. Nel corso del campionato l’unico difensore in grado di limitare il grandissimo Elgin Baylor  era stato… l’esercito: gli obblighi del servizio militare nella caserma di Fort Lewis, Washington, lo avevano costretto a giocare solo nei weekend limitandolo a sole 48 gare nelle quali si era dato piuttosto da fare, facendo registrare medie di 38.3 punti e 18.6 rimbalzi.


Se la loro stella fosse stata sempre disponibile, è probabile che la squadra allenata da Fred Schaus avrebbe potuto minacciare il 60 vinte - 20 perse fatto registrare dai Celtics, invece di fermarsi a “sole” 54 vittorie, anche perché l’organico dei Lakers poteva contare sul talento dei giovani Jerry West (30.8 punti, 7.9 rimbalzi e 5.4 assist) e Rudy LaRusso (17.2 e 10.4, nella foto è contrastato da Heinsohn) e sull’esperienza di Frank Selvy (14.7 punti, l’uomo che in una partita al college ne aveva messi 100), Jim Krebs e “Hot Rod” Hundley. Mentre i Celtics ed i Philadelphia Warriors si “scannavano” in semifinale, i californiani non facevano mistero di preferire un eventuale scontro con i biancoverdi perché ritenevano di poter controllare più agevolmente l’MVP stagionale Bill Russell rispetto al potentissimo Wilt Chamberlain. Wilt “The Stilt” era reduce da una stagione regolare in cui aveva dominato le difese a 50.4 punti di media ed in una fredda serata di marzo nel piccolo paesino di Hershey, Pennsylvania, aveva scioccato il mondo dei canestri quando ne aveva infilati 100 nel canestro dei malcapitati New York Knicks.
Ecco perché nel preciso istante in cui il serico “jumper” di Sam Jones aveva messo il sigillo alla settima partita della serie con Phila, la truppa di Schaus – seduta nei posti di prima fila al Boston Garden - si era dichiarata ragionevolmente convinta di poter far suo il titolo. Nell’opener della serie i Celtics vinsero senza troppi patemi, 122 a 108, ma la seconda partita lasciò i “thirteen-nine-oh-nine” del Garden con l’amaro in bocca della sconfitta, un 129 a 122 per i gialloviola. Auerbach ed i suoi volarono in California con la ferma intenzione di riprendere il controllo della serie e nella terza partita Boston condusse a lungo. West però fu magistrale: nell’ultimo minuto prima pareggiò e poi, intercettato un passaggio di Sam Jones per Cousy a tre secondi dalla sirena finale, si lanciò in contropiede realizzando il canestro del 117 a 115 definitivo tra le proteste di Auerbach che sottolineava come quei tre secondi fossero durati…un’eternità. Il Trifoglio aveva ancora abbondanti riserve di “Pride” alle quali attingere e le usò per aggiudicarsi la quarta partita col punteggio di 115 a 103.
Una volta che le squadre furono rientrate nella Beantown, il 14 aprile 1962 la serie sembrò di nuovo in mano ai gialloviola quando Baylor realizzò 61 punti che valevano il record nei playoffs e soprattutto il successo per 126 a 121 ed il punto del match sulla racchetta, con tanto di “servizio” a disposizione: dopo un altro volo “coast to coast” le due squadre infatti si sarebbero ritrovate in una Sports Arena popolata da tifosi festanti e stelle del cinema, tutti desiderosi di assistere al successo di Baylor e compagni. I Celtics però spensero l’entusiasmo sciorinando una prestazione eccellente e vincendo per 119 a 105 riuscirono a “spostare” la decisione finale sul proprio "parquet incrociato". Il 18 aprile 1962 il Boston Garden era la solita bolgia in cui l’atmosfera era pregna di odori forti: dal sudore alla birra, dalla pipì di topo all’adrenalina. I Celtics partirono bene mentre “Satch” Sanders faceva l’impossibile per evitare che Baylor prendesse troppa confidenza col canestro, ma Sam Jones era in serata poco felice ed i padroni di casa non riuscirono a spiccare il volo. All’intervallo il tabellone elettronico indicava il punteggio di 53 a 47 con Jones fermo ad un solo canestro su dieci tentativi mentre Baylor era ad 8 su 18, per lui una normale giornata in ufficio.  Con qualche piccolo “strattone” da una parte e dall’altra si arrivò all’ultimo giro di lancette del terzo quarto con Boston in vantaggio per 73 a 67, ma in un lampo Jerry West insaccò sette punti e la frazione si chiuse sul 75 pari.

Nell’ultimo quarto l’eccitazione del pubblico raggiunse livelli mai visti quando i biancoverdi presero di nuovo sei lunghezze di vantaggio in quella che sembrò la fuga decisiva. I californiani ribattevano colpo su colpo e pareggiarono a quota 88 mentre l’orologio superava il sesto minuto: ancora Boston avanti sul +3 quando Tom Heinsohn commise il sesto fallo nel tentativo di arginare Baylor ed andò ad accomodarsi in panchina dove lo aspettavano “Satch” Sanders e Jim Loscutoff che avevano già raggiunto il limite di penalità personali. Russell però non era disposto a mollare, e segnò su rimbalzo offensivo il canestro del 96 a 91. West infilò un jump-shot dei suoi e Baylor aggiunse un tiro libero, al quale i Celtics risposero con due “personali” ancora dal loro centro e capitano.
Fu ancora Jerry West ad accorciare le distanze con un tiro in sospensione, ed i Lakers ebbero anche l’occasione per pareggiare ma Frank Selvy si fece stoppare dal più piccolo Sam Jones che poi andò a realizzare due tiri liberi per il +4, 100 a 96, quando sul cronometro mancava poco più di un minuto. Rudy LaRusso commise un fallo in attacco e sembrò l’ultimo chiodo sulla bara dei californiani, ma Selvy carpì un rimbalzo e si lanciò in contropiede riavvicinando i Lalers a -2. Pochi secondi dopo sempre Selvy si ripetè a rimbalzo, si involò in contropiede, sbagliò, recuperò il rimbalzo e segnò il canestro del 100 pari. Mancavano 18 secondi quando i Celtics ripresero palla, la lavorarono e servirono Frank Ramsey. “Rams” vide uno spiraglio nel “traffico” ed andò a concludere in gancio per la vittoria, ma il tiro rotolò sul cerchio e fu preda di LaRusso, mentre Schaus chiamava timeout ed il cronometro indicava 5” da giocare. Ora erano gli ospiti ad avere in mano la palla della vittoria: “Hot Rod” Hundley, anche se la notte precedente aveva sognato di realizzare il canestro vincente, sapeva che le prime due opzioni dell’attacco californiano erano Baylor e West e fece il possibile per servirli. La difesa bostoniana però “flottò” sui due lasciando libero Selvy sulla linea di fondo alla sinistra del canestro.
Come al rallentatore, Hundley passò la palla al compagno, mentre il pubblico “ruggiva” e Cousy, che era andato a raddoppiare su West, disperatamente tornava sui suoi passi. Selvy era a poco più di due metri dal canestro, e quel tiro di solito lo segnava nel sonno: ma “la Fortuna dell’Irlandese” gettò su di lui l’incantesimo mentre la sua conclusione incredibilmente rimbalzava sul canestro e Baylor e Russell si lanciavano alla caccia del pallone. Sam Jones con esperienza spintonò l’asso de Lakers permettendo al numero 6 di catturare l’ennesimo rimbalzo, e Russell strinse la palla al petto, appoggiò il ginocchio a terra e rimase a lungo in quella posizione, quasi a ringraziare gli “Dei del Basket” di quell’aiuto insperato. Poi tornò alla panchina e si sedette mentre il trainer Buddy LeRoux gli rovesciava un fiotto di acqua fredda sul collo per dargli un po’ di sollievo.  Le spalle cadenti, acqua e sudore che colavano, il capo chino, il capitano dei Celtics sembrava distrutto mentre West volgeva il capo verso gli avversari, pronto ad iniziare il tempo supplementare: “Credevo non ne avesse più”, ammise in seguito. Ed invece, non appena l’arbitro alzò la palla a due del supplementare, William Felton Russell strinse gli occhi fino a farne due fessure, prendendo il controllo del match: era di nuovo il dominatore, si trovava ovunque e non c’era rimbalzo che non gli appartenesse, non c’era tiro che non riuscisse ad affrettare o  stoppare. “Nei playoffs gioco meglio – dichiarò a fine gara – perché sono più corti e più importanti”.

Nel primo minuto della sessione extra Frank Ramsey diventò il quarto Celtic a soccombere ai sei falli nell’impossibile compito di marcare Elgin Baylor, ed allora Auerbach fece qualche passo lungo il lato del campo fino ad arrivare di fronte a Gene Guarilia (nella foto), panchinaro che avrebbe vissuto i quattro minuti più brillanti della sua carriera. Il coach puntò il suo dito verso il numero 20 e gracchiò: “Tutto quello che devi fare è afferrarlo, trattenerlo, ma non devi dargli un gioco da tre punti o falli stupidi. E quando prendiamo palla, muovi il sedere dall’altra parte più velocemente possibile”. Guarilia entrò e seguì alla perfezione le istruzioni, anche perchè Baylor cominciava anche ad essere un po’ stanco: Gene riuscì ad usare le lunghe braccia per costringerlo a muoversi per ricevere, e poi addirittura con la punta delle dita gli deviò due tiri.
Ormai in preda a furore agonistico servì Russell vicino a canestro per l’affondata e quando mancavano due minuti al termine costrinse il suo grande avversario al sesto fallo. Baylor uscì dal campo sotto la pioggia di applausi dei tifosi biancoverdi che gli perdonavano i 38 punti in virtù della sua classe cristallina. La tredicesima volta in cui una delle due squadre prese il comando fu anche l’ultima, Sam Jones nel supplementare mise a referto 5 dei 10 punti dei Celtics e Bob Cousy “uccise” il cronometro palleggiando per gli ultimi 20 secondi di gara, mentre il punteggio finale di 110 a 107 decretava il quarto titolo consecutivo per il Trifoglio. Il Boston Garden esplodeva nel suo classico rituale mentre i tifosi sciamavano in campo ed i giocatori cercavano a stento la via degli spogliatoi: la Nazione in Verde si stringeva con tanto (pure troppo) calore intorno a Sam Jones, autore di 27 punti, intorno a Frank Ramsey, che aveva segnato 15 dei 16 liberi a disposizione nonostante un brutto infortunio alla coscia, intorno a Bill Russell che nei 53 minuti di gioco aveva messo assieme 30 punti e 40 rimbalzi, chiudendo la serie con il record NBA di 27 rimbalzi di media.
Cousy per evitare guai si nascose sotto un tavolo, trovò quindi il modo di lasciare il campo e poi commentò: “I tifosi si lanciarono in campo come se avessero dovuto sfogare un’incredibile frustrazione” . E come dare loro torto? Due gare 7 vinte consecutivamente per 2 e 3 punti di scarto, una ai supplementari, e la dimostrazione che la loro squadra era davvero grande, che il “Pride” non mollava mai. Pochi minuti dopo nello spogliatoio, appena il tempo per una veloce doccia, Bill Russell aveva ancora le guance rigate da lacrime di gioia. Si passò una mano sull’ispida “goatee” e sentenziò: “Questo titolo significa molto per me, più che per altri. Anche perché con dei Lakers così forti sento che il risultato l’anno prossimo potrebbe essere diverso”. Per fortuna lo pagavano per giocare a basket e non per fare predizioni, perché nei playoffs William Felton Russell non sarebbe mai stato sconfitto dai Los Angeles Lakers.
 
 

Campioni per un centimetro

Pubblicato da Angelo Merendi giovedì 23 luglio 2009 Comments


Si ritira Bill Sharman, ma a Boston è già pronto il sostituto. Ed arriva un altro titolo.

Quattro titoli vinti negli ultimi cinque anni, un dominio indiscusso e indiscutibile, l'ultimo trionfo raggiunto addirittura passeggiando con un comodo primo posto in regular season e seguente galoppata nei playoffs. C'è bisogno di dire quale fosse la squadra da battere nel campionato che si sarebbe giocato a cavallo tra il '61 e il '62?
Vero, Bill Sharman avrebbe visto in televisione i suoi Celtics. Vero, Wilt Chamberlain al terzo anno di professionismo ed in continua, mostruosa crescita faceva decisamente paura. Vero, altre due stelle di primissima grandezza si stavano preparando per entrare nella leggenda dalla porta principale ( stiamo parlando dei sophomores Jerry West e Oscar Robertson). Tutto verissimo, ma sarebbe stato sufficiente per spodestare il "tiranno"?

Ebbene si, per la prima volta dopo un decennio Boston scaldava i motori in contumacia Sharman: il realizzatore principe si era ritirato da campione l'anno precedente, primo "pezzo di dinastia" a indossare le pantofole (in senso figurato, in realtà la sua carriera di allenatore sarebbe stata altrettanto fulgida).
Più di 12,000 punti segnati, 8 All Star Games, 4 presenze nel primo quintetto NBA, 3 nel secondo...come pensare di sostituire in maniera indolore una leggenda? Risposta secca: con un'altra leggenda. Sam Jones era cresciuto per 4 anni all'ombra del più esperto compagno e purtroppo per gli avversari nel 1961 era più che pronto per entrare da protagonista in quintetto.
Ad Est, come per i due anni precedenti occorreva prestare attenzione ai Warriors, forti di un solidissimo starting five: Chamberlain, Gola, Arizin, Attles e Rodgers. Chamberlain in particolare riscrisse in quell'anno una buona parte del "book of records", mettendo insieme cifre impressionanti: 48.5 minuti a partita (beh, contro i Lakers ci fu una partita con 3 overtimes...), 25.7 rimbalzi, 50.4 punti a ingresso in campo con quell'incredibile "centello" del 2 marzo a spese dei Knicks. Arizin, che si sarebbe ritirato alla fine di quella stagione, aggiunse i canonici (per lui) 21.9 punti e Rodgers contribuì con la specialità della casa, 8 assist, meglio di Cousy. Quell'anno esordì anche un rookie americano-ma-non-troppo dalla vita che meriterebbe di essere raccontata in un articolo a parte: Tom Meschery. Nato in Manciuria da emigranti russi ivi fuggiti dopo la Rivoluzione di Ottobre, durante la seconda guerra mondiale venne internato con padre e madre in un campo di prigionia giapponese nei dintorni di Tokyo. Al cessare delle ostilità il babbo decise di tentare la fortuna emigrando negli States, peraltro in un periodo in cui il maccartismo imperante rendeva i sovietici non esattamente i benvenuti. Per questo motivo Tomislav Nikolayevich Mescheryakov diventò Thomas Nicholas Meschery. Dopo 10 anni di onorata carriera nell' NBA tra Warriors e Sonics, un All Star Game e due finali giocate trovò anche il tempo di tornare all'università e diventare uno stimato poeta fino ad essere incluso nella "Nevada Writers Hall of Fame". In campo era un duro, efficace a rimbalzo e  con un ottimo tiro dalla distanza, ideale complemento per Gola e Arizin, 62 anni in due, non propriamente ragazzini. Ed uno dei più duri avversari di Tom Heinsohn, col quale arrivò spesso alle mani.
Di fronte a tanto ben di Dio, facile immaginare chi dominò quella regular season...appunto, i Celtics.
Russell non segnò mai 100 punti, Auerbach non lo tenne in campo per 48.5 minuti a partita, si accontentò del titolo di MVP e di medie "modeste" (18.9 punti e 23.6 rimbalzi); fu misteriosamente escluso dal miglior quintetto NBA (ma come? L'MVP fuori dal miglior quintetto?) dovendosi accontentare del secondo mentre il fumo gli usciva dalle orecchie, visto che la riteneva la solita manovra del "sistema" contro un nero. Heinsohn fu il miglior realizzatore della squadra con 22.1 punti e Sam Jones, liberato dall'ingombrante presenza di Sharman, esplose mettendone a segno 18.1 di media; anche Cousy, all'undicesimo anno da professionista continuò il suo mirabile lavoro da metronomo, ancora terzo nella lega per assist sfornati (7.8, alle spalle del fenomeno Robertson e del già citato Rodgers).
Insomma, per chi si aspettava una regular season combattuta la sorpresa fu oltremodo sgradevole: basti ricordare che dopo 35 partite il bilancio aziendale recitava 30-5 e in seguito non ci furono cedimenti di sorta. 60-20 con 11 lunghezze di vantaggio su Philadelphia, c'è bisogno di aggiungere qualcosa? Forse sì, il record nei 12 incontri giocati contro i Warriors: 8-4, con buona pace dello strapotere di Chamberlain.
Alle spalle delle due contendenti facevano bella mostra i Syracuse Nationals tornati sopra al 50% di vittorie: con la vechia gloria Schayes ormai in parabola discendente e con qualche problema di infortuni (giocò solo 56 partite di regular season) toccò a un ottimo Greer (autore di 22.1 punti e 7.4 assist) fare le pentole ed i coperchi, anche se fu ben supportato dal solito "Red" Kerr, autore della sua migliore performance in carriera con 16.3 punti e 14.7 rimbalzi, anche per merito delle maggiori responsabilità attribuitegli in mancanza del compagno di frontline.


Novità ad Ovest, innanzitutto per l'ingresso (o meglio, per il ritorno) di Chicago nel panorama NBA: i Packers si andavano ad aggiungere alle 8 franchigie già presenti. Il risultato fu sconfortante (record di 18 vinte e 62 perse), ma fu il primo passo di quella crescita che avrebbe portato a raggiungere l'attuale soglia di 30 squadre.
La seconda notizia fu il ribaltamento dei vecchi valori. La Division, infatti, grazie agli arrivi di West e Robertson nell'anno precedente stava cambiando faccia: i Lakers dominarono la regular season alzando l'asticella a 54 vittorie e 26 sconfitte, migliore prestazione dal 1952-53 quando in frontline spadroneggiavano George Mikan e Vern Mikkelsen; la premiata ditta Baylor-West mise insieme più di 60 punti di media ed anche il supporting cast si fece rispettare, a partire da quel Frank Selvy, guardia rapida e dal tiro affidabile che diventerà suo malgrado protagonista nella finale giocata con i Celtics.

Rimarchevole anche l'apporto della giovane ala forte Rudy LaRusso (nella foto trattenuto da Guarilia e Loscutoff nel corso di una rissa con Cousy), il "cattivo" di quella squadra, autore di una doppia doppia da 17.2 punti e 10.4 rimbalzi. Alle spalle dei californiani si piazzarono i Cincinnati Royals spinti dal talento straripante di Oscar Robertson, autore di una clamorosa tripla doppia di media: 30.8 punti, 12.5 rimbalzi e 11.4 assist.

OK, Lakers, Royals...ma gli Hawks, protagonisti di epiche sfide contro i Celtics nell'ultimo lustro? Dopo l' ultima finale giocata furono vittime di una stagione disgraziatissima: John Mc Carthy mancò 65 partite per infortunio, Clyde Lovellette 40 e Larry Foust 23. Come se non bastasse Lenny Wilkens dovette sottostare agli obblighi di leva, costretto a fare il pendolare nei fine settimana da Fort Lee, in Virginia. Riuscì a presenziare solo in 20 occasioni, poco per un tangibile contributo alla causa. Insomma, un disastro condito da due cambi di coach, con Pettit ad allenare la squadra per le ultime 6 partite. La conclusione, amarissima, fu un 29-51 che significava un malinconico quarto ed ultimo posto nella Division.

Ai playoffs il pronostico non era scontatissimo: Russell e soci per trionfare avrebbero presumibilmente dovuto passare sul corpo di Warriors e Lakers, due formazioni zeppe di talento, in crescita verticale e ben motivate ad abbattere il "tiranno".
In quanto detentori del miglior record i Celtics si disposero all'attesa dei "risultati dai campi". Philadelphia avrebbe teoricamente dovuto dominare Syracuse ma teoria e pratica non sempre vanno a braccetto e i Warriors dovettero sudare le proverbiali sette camicie per aver ragione degli orgogliosi avversari: la spuntarono in gara 5 dopo essersi fatti rimontare da 2-0 a 2-2, nonostante Greer costretto a guardare i compagni dalla panchina causa infortunio e Schayes a mezzo servizio; non un buon biglietto da visita per "mister 100 punti". Vittoria faticosa quindi ma pur sempre vittoria: il problema a questo punto era la condizione fisica, almeno in vista della prima partita di finale divisionale che si sarebbe giocata il 26 di maggio. I Nationals infatti alzarono bandiera bianca solo il 24, lasciando la miseria di 48 ore ai futuri avversari dei Celtics per smaltire le tossine, mentre i biancoverdi avevano passato gli ultimi 10 giorni ad allenarsi tranquillamente a Beantown. Il risultato fu un massacro compiuto dai campioni in carica, una passeggiata chiusa con 28 punti di vantaggio (117-89). Tutto facile? Nemmeno per sogno, da quel momento in poi fu un continuo tentare l'allungo da parte di Boston, sempre vittoriosa in casa ma sempre sconfitta fuori (ricordate la semifinale di conference del 2008 contro Cleveland?): 1-1 al Civic Center (113-106), poi ancora avanti il giorno successivo (129-114), poi di nuovo raggiunti a Philadelphia (110-106) in un'altalena snervante.


Un monumentale Russell riuscì ad arginare mirabilmente lo strapotere fisico di Chamberlain (nell'immagine cerca di farsi giustizia dopo uno "scambio" con Loscutoff, mentre "Russ" lo trattiene), il quale vide le proprie medie attestarsi ben al di sotto dei 50 punti ottenuti in regular season, ma Wilt era solo la punta di diamante di una squadra che aveva pur sempre un Arizin da 23 di media nei playoffs e un sorprendentemente incisivo Meschery ( o Mescheryakov, come abbiamo detto). Gara 5 si concluse ancora con una vittoria dei Celtics (119-104), vanificata dal pronto riscatto dei Warriors (109-99). Tutto si sarebbe deciso in gara 7, ma il parquet del Garden non fu violato, ed in una tiratissima partita (109-107) i biancoverdi si guadagnarono il diritto ad affrontare i Lakers nell'ennesima finale.
Già, i Lakers: fuori dai giochi St.Louis erano i logici favoriti per la conquista della finale, soprattutto dal momento in cui i Royals di Robertson furono inopinatamente fatti fuori dai Pistons per 3-1 nella semifinale di Division. Detroit, nonostante il solido apporto di Bailey Howell e del mortifero tiratore dalla lunga Don Ohl, avevano concluso la regular season con un record inferiore al 50% candidandosi come vittime sacrificali. Le cose non andarono così (anche grazie a due rocambolesche vittorie giunte negli ultimi secondi di gioco) e Los Angeles non trovò l'avversario designato in finale. Questa non fu mai seriamente in discussione, troppa la differenza di caratura tra le due formazioni: fu un 4-2 che ebbe solo un unico sussulto quando i Lakers furono sconfitti in casa nella partita che avrebbe dovuto sancire la fine dei giochi e che invece fissò il punteggio sul 3-2. Poco male, West e Baylor guidarono la squadra alla vittoria in trasferta: 123-117 e palla al centro per la finale più attesa.
La sfida appariva equilibrata ma i Celtics erano da ritenersi favoriti per due motivi fondamentali: la maggior abitudine a giocare sfide decisive e la mancanza di un efficace gioco in post da parte dei Lakers: sotto le plance coach Schaus poteva gettare nella mischia solo Ray Felix e Jim Krebs. Nessuno dei due aveva la minima possibilità di infastidire Russell nel pitturato: l'unica difficoltà poteva arrivare dall'impiego del "duro" Krebs, lungo dal buon gioco perimetrale che poteva portare fuori posizione il centro biancoverde.
La delicata gara 1 a Boston andò ai padroni di casa, vincitori per 122-108 ma il Garden fu violato con un convincente 129-122 nella seconda partita. A Los Angeles più di 15,000 persone si assieparono sugli spalti pregustando il possibile trionfo ed effettivamente gara 3 si concluse con la vittoria dei californiani, grazie a West che rubò palla sul tentativo di rimessa di Sam Jones a Cousy e finì con un layup sulla sirena che fissò il risultato sul 117-115. 2-1 e un alto colpo in canna per il 3-1 quindi, ma gli uomini di Auerbach ed Auerbach stesso avevano combattuto troppe volte per farsi prendere dal panico e risposero nell'unico modo che conoscevano, ovvero tornando a casa con un' affermazione tutto sommato agevole (115-103).
Il fattore campo fu ancora una volta sparigliato in gara 5 quando Baylor trascinò di forza i suoi in quello che sarebbe potuto essere il colpo decisivo: 61 punti e 22 rimbalzi per il 126-121 finale, e nessun accorgimento bastò a fermare Elgin: non i continui raddoppi, non la marcatura asfissiante di Sanders. I Lakers avevano il "match point" sulla racchetta, ma ancora una volta i Celtics risposero da campioni andando ad espugnare per la seconda volta la Memorial Sports Arena (119-105).
Gara 7 entrò di diritto nella storia del basket.

Fin dall'inizio il tema-partita fu chiaro, con i Celtics a sfruttare il gioco corale e i Lakers a cavalcare offensivamente Elgin Baylor nella speranza che potesse ripetere l'exploit di pochi giorni prima, come dimostrano i 18 tiri presi dal giocatore nel primo tempo. Biancoverdi quasi sempre avanti finchè West, con 7 punti consecutivi non ricucì lo strappo alla fine del terzo quarto. Da quel momento fu un'autentica battaglia che tenne gli spettatori del Garden incollati alle sedie. Nell'arginare le folate offensive degli avversari prima Loscutoff, poi Sanders, poi Heinsohn uscirono per falli e buona parte della pressione andò sulle peraltro solidissime spalle di Russell il quale, ad ogni buon conto, alla fine abbrancò la bellezza di 40 rimbalzi. Gli ultimi minuti furono una battaglia punto a punto che sembrò risolversi quando a sessanta secondi dalla conclusione Sam Jones segnò due tiri liberi per il 100-96, seguiti da un fallo in attacco di LaRusso che consegnò la palla in mano a Boston.
Nessuno aveva però fatto i conti con Frank Selvy che, nel bene e nel male, divenne l'assoluto protagonista: l'ex prima scelta del 1954 segnò due layup in transizione portando il punteggio sul 100-100. Il successivo errore di Ramsey quando il cronometro segnava meno 18 regalò il pallone della vittoria ai losangelini.
Hundley, palla in mano, vide che West e Baylor erano coperti, non così Selvy il quale si trovò libero a seguito di un maldestro tentativo di Cousy di raddoppiare lo stesso West. "Hot Rod" servì Selvy: la distanza dal canestro era di soli quattro metri, il tiro partì ma colpì il ferro, lasciando giusto il tempo a Russell di raccogliere il rimbalzo difensivo. Per una questione di centimetri la partita si sarebbe risolta all'overtime, ma il momento magico dei Lakers era passato e con l'apporto di Sam Jones, autore di 5 punti sui 10 totali messi a segno nel supplementare, i Celtics chiusero ancora una volta in trionfo: 110-107.

I titoli consecutivi erano arrivati a 4, Loscutoff andava per i 32 e Ramsey per i 31; Cousy dichiarò che il successivo sarebbe stato il suo ultimo anno da professionista. Molti addetti ai lavori iniziarono a scrivere la messa da requiem per Auerbach e i suoi, fino all'apoteosi di Sports Illustrated e di quel leggendario "I Boston Celtics sono una squadra vecchia. Sangue stanco scorre nelle loro vene varicose". Mai profezia fu meno azzeccata. Con buona pace di Sports Illustrated.


#21 Bill Sharman

Pubblicato da Angelo Merendi martedì 14 luglio 2009 Comments


Grintoso, quasi cattivo, ed allo stesso tempo il miglior tiratore dell'NBA. Poi coach innovatore e GM brillante...ma non a Boston. Bill Sharman...

Red Auerbach, Ed Macauley, Bob Cousy, poi l'anno dopo Bill Sharman. Da questi "semi" nacque tutto: la più dirompente dinastia che lo sport professionistico americano abbia mai ammirato, la leggenda della franchigia più vittoriosa, quella di Russell, Havlicek, Cowens, Bird, Pierce.
William Walton Sharman è stato un realizzatore ("forse il migliore di tutti i tempi", parola di Wilt Chamberlain), ma chi dovesse immaginarlo come un narciso svogliato in perenne ed oziosa attesa dell'assist per liberare il proprio talento sbaglierebbe di grosso: era un duro in campo, capace di farsi rispettare e di difendere con grinta, un perfezionista del lavoro e della preparazione fisica, una guardia capace di sfiancare con scatti continui il proprio marcatore in un mondo che andava ancora al rallentatore. Dotato di grandissima autodisciplina, era convinto che la volontà potesse costringere il corpo a raggiungere ogni obiettivo si fosse prefisso. 
Nasce ad Abilene, Texas, il 25 maggio 1926 da famiglia di agricoltori. E' un ragazzino sveglio e portato per lo sport che pratica con profitto: al liceo è il capitano della squadra di football, prima base in quella di baseball, guardia in quella di basket, ma non gli basta. Pratica l'atletica leggera (lanciatore di peso e disco, ma anche ostacolista) ed è il miglior tennista della San Joaquin Valley. A 19 anni peròla sua meravigliosa avventura rischia di terminare prima di avere un inizio. Subito dopo essersi sposato, sente di doversi arruolare mentre gli Stati Uniti sono impegnati a chiudere gli ultimi conti di fronte alla più tragica guerra che la storia ricordi: viene destinato alla marina, con lo spauracchio di una potenzialmente disastrosa invasione del Giappone, eventualità considerata tuttaltro che peregrina dai ragazzi che attendono ordini. Nessuno sa che la storia (e il presidente Truman) stanno decidendo diversamente: il 6 e il 9 agosto, con un atto tra i più discussi del Ventesimo Secolo, Hiroshima e Nagasaki vengono nuclearizzate, svelando i reali piani del governo a stelle e strisce. Meno di un mese dopo l'imperatore nipponico Hirohito si arrende e per i soldati al fronte è la fine di un incubo, ma le settimane che precedono la smobilitazione sono lunghe e noiose, tra continui spostamenti e soste in cui, sostanzialmente, la noia la fa da padrona.

George Druliner, responsabile all'approvvigionamento della nave USS Oceanus nonchè organizzatore di eventi vari per curare il morale delle disoccupate truppe, ricorda con affetto il torneo in cui conobbe il futuro All Star, una competizione in cui tutte le "branche" dell'esercito erano adeguatamente rappresentate. Ovviamente Bill Sharman, nonostante sia un giovanotto (peraltro con una solida fama di stellina del basket all'High School di Porterville, California) è il punto di riferimento della squadra e trascina i suoi alla vittoria contro i più quotati rappresentanti di esercito e aeronautica. In finale è l' MVP indiscusso, con 34 punti segnati. Druliner, nominatosi coach e playmaker della squadra ricorda: "Avevo studiato gli schemi in modo che la palla arrivasse il maggior numero di volte a Sharman e lui non sbagliò quasi mai".
Smobilitato ritorna in patria e si iscrive alla University of Southern California (USC) dove gioca per 4 stagioni con medie realizzative in continua crescita, fino ad arrivare ai 18.6 punti nell'ultimo anno. Come accadrà un decennio dopo con un altro pezzo di storia biancoverde, John Havlicek, anche Sharman è un poliedrico, impegnato indifferentemente, e con risultati brillanti, con basket (All American) e baseball (MVP della "Pacific Coast Conference nel 1949 e 1950). Ancora indeciso su quale strada percorrere prende mazza e guantone e firma un contratto con i grandi Brooklyn Dodgers, e viene mandato a farsi le ossa nelle leghe minori. Pochi mesi dopo arriva l'NBA, e Bill viene "draftato" al secondo giro dai Washington Capitols; chi pensasse a una decisione definitiva rimarrebbe deluso, perchè il ragazzo - cosa inconcepibile nel mondo sportivo dei nostri giorni - mantiene due carriere parallele fino al 1955, quando sceglie di dedicarsi a tempo pieno alla palla a spicchi.
I Capitols sono una delle gloriose franchigie che hanno creato la BAA, poi diventata NBA; tra i personaggi illustri che ne hanno caratterizzato il breve cammino, uno su tutti: Red Auerbach, allenatore dal 1946 al 1949, l'uomo che è riuscito a portare i suoi fino alla finale (persa) contro i Minneapolis Lakers di George Mikan nel 1949. Purtroppo, agli albori degli anni '50 la situazione finanziaria di molti club è deficitaria, il pubbblico preferisce altri sport anche perchè molte gare risultano insopportabilmente noiose con giocatori che palleggiano all'infinito approfittando della mancanza di un tempo limite per arrivare al tiro (la "shot clock era" arriverà solo nel '54). Da questa condizione ancora magmatica molte franchigie escono con le ossa rotte e una di queste sono proprio i Capitols, che falliscono dopo 35 gare in quell'anno di grazia 1950-51, peraltro con un record assai poco lusinghiero di 10 vinte e 25 perse. Sharman è il miglior marcatore della squadra con 12.2 punti a partita, ma la sodisfazione è assai magra.
Nel susseguente "dispersal draft" Bill viene scelto dai Fort Wayne Pistons ma Auerbach interviene con la consueta decisione: convinto del fatto che quello sia un signor giocatore, imbastisce una fulminea trade per portarlo a Boston (insieme a Bob Brannum) in cambio dei diritti per Charlie Share. Qui inizia la carriera in biancoverde celtico del numero 21 che si va ad affiancare ad altri due campioni come Bob Cousy e Ed Macauley. Possibilità offensive dirompenti ma frontcourt ancora un po' troppo "leggero" (lo stesso Macauley non è certo un peso massimo), la squadra si comporta bene in regular season classificandosi al secondo posto della Eastern Division alle spalle dei Syracuse Nationals. Sharman viene impiegato con parsimonia (22 minuti a partita) e mette a segno 10.7 punti di media. Purtroppo i playoffs sanciscono la rapida uscita dai giochi per mano dei Knicks al primo turno, nonostante una strenua difesa soffocata solo in gara 3 dopo due supplementari.

L'anno successivo il minutaggio supera i 32 minuti e Sharman comincia a costruirsi la fama di tiratore infallibile: per la prima volta (saranno ben 7 alla fine della sua carriera) chiude la stagione come miglior tiratore di liberi, risultando quarto anche per quanto che riguarda la percentuale dal campo (43.6%, impressionante allora per una guardia) e meritandosi la prima convocazione all'All Star Game, nonchè l'inclusione nel secondo quintetto NBA.
Passano gli anni e Bill continua a migliorare gradualmente le sue statistiche: purtroppo i rinforzi durante la off-season non sono così efficaci da poter colmare le citate lacune nel roster. E' così che nonostante le tre convocazioni consecutive all' All Star game, l'inclusione nel primo quintetto (1955-56) e una media punti che passa gradualmente da 16 a 19.9 (anche grazie all'introduzione del cronometro dei 24 secondi datato 1954), i Celtics vengono sistematicamente sbattuti fuori ai playoffs e sempre dai Syracuse Nationals.
E' di questo periodo una delle imprese più curiose della  carriera di Sharman, un tiro che, a suo modo, appartiene ancora alla storia dell' NBA. Il palcoscenico è la partita delle stelle dell'anno 1955: col tempo che sta per scadere, lancia un baseball pass da sotto il proprio canestro; il passaggio, troppo alto per il destinatario Bob Cousy, finisce dritto nella retina per una realizzazione dal campo di 70 piedi (21.33 metri e spiccioli), la più "lunga" nella storia dell’All-Star Game. Questa prodezza, unita ai 10 punti segnati nel quarto quarto gli valgono il titolo di MVP della manifestazione.

Nel 1956 Auerbach mette in atto quello che, probabilmente, è la sessione di mercato più miracolosa della storia, acquisendo Russell, KC Jones e Heinsohn in un colpo solo. Jones vestirà la maglia biancoverde solo due anni dopo causa servizio militare ma gli altri due, sfortunatamente per le altre franchigie, scardinano tutti gli equilibri fino a quel momento presenti nell' NBA. Lo strapotere difensivo di Russell e la sfacciataggine di Heinsohn vanno a integrarsi perfettamente con il fosforo di Cousy e il talento realizzativo di Sharman (senza dimenticare i "cagnacci" Ramsey e Loscutoff). Il risultato, esplosivo, è la squadra che riesce a conquistare il suo primo titolo in una memorabile finale vinta per 4-3 ai danni dei St Louis Hawks. In questa occasione il numero 21 risulta il miglior marcatore tra i biancoverdi (21.1 punti) e ha il secondo minutaggio assoluto dietro Russell. Ovviamente viene convocato per il suo quarto All Star game (ne giocherà 8 consecutivi in tutto, fino al 1960) e incluso nel primo quintetto NBA insieme a mostri sacri come Arizin, Cousy, Pettit e Schayes.
Ciò che colpisce di questo straordinario cecchino è l'etica del lavoro assolutamente fuori del comune: è un perfezionista che si sottopone a massacranti sessioni di allenamento, studia tutti gli avversari più pericolosi annotandone pregi, difetti e caratteristiche. Anche in campo è un precursore, fenomenale nello smarcarsi con continui e rapidissimi spostamenti, colti al millesimo di secondo dal genio di "Cooz". Inutile sottolineare come le due guardie si trovino a memoria con risultati distruttivi per le squadre avversarie.

Ormai la strada del dominio è tracciata, e anche nel campionato 1957-58 Sharman contribuisce alla conquista del miglior record in stagione regolare (49-23) mettendo a segno la miglior stagione della sua brillante carriera con 22.3 punti a partita. Ma questo tutto sommato non può stupire più di tanto: la vera notizia è che, dopo 5 anni non è più il miglior tiratore di liberi della lega, a causa della strepitosa stagione del centro dei Nationals Dolph Schayes (90.4% contro 89.3%). Poco male: la terza consecutiva inclusione nel primo quintetto NBA e l' ennesima convocazione all'All Star game possono essere considerati una consolazione più che accettabile. Purtroppo, anche a causa del ben noto infortunio che toglie di mezzo Russell sul più bello nella finale contro gli Hawks, i Celtics non ce la fanno a centrare il repeat e a festeggiare (per la prima e ultima volta) sono Pettit, Macauley e Hagan.

La stagione successiva è la prima perla di otto trionfi consecutivi e Sharman, pur non essendo più un ragazzino continua a guidare i suoi per punti segnati (20.4), anche se il suo minutaggio incomincia a decrescere. L'anno precedente aveva perso la corona di miglior cecchino ai liberi? Nessun problema, nel 1958-59 mette a segno un incredibile 93.2%, record che rimarrà imbattuto per quasi 20 anni finchè nel 1977 Ernie Di Gregorio, giovane play dei Buffalo Braves, non riuscirà a farlo suo. Anche nella postseason, chiusa con un trionfale sweep sui rampanti Lakers del giovane Elgin Baylor mantiene fede alla sua solida fama: 20.1 punti di media e 57 tiri liberi segnati su 59 tentati.
Gli anni passano inesorabili ed alle sue spalle scalpita il giovane Sam Jones. Tuttavia il vecchio guerriero non ha nessuna intenzione di farsi da parte e continua a partire nel quintetto titolare fino alla data del suo ritiro: le sue ultime due stagioni gli valgono il terzo e il quarto anello da giocatore e le sue prestazioni non sono mai da vecchia gloria, basti pensare che in quel biennio riesce a collezionare l'ottava presenza all All Star Game (1960, dove stabilisce anche il record personale di 17 punti segnati), la terza inclusione nel secondo quintetto NBA (ancora 1960) e il settimo primato per quel che riguarda la miglior percentuale di conversione al tiro libero (1961). Proprio nell'ultima stagione da giocatore si trova di fronte Jerry West, rookie di belle speranze (e futuro luminoso): ebbene, West gli spara in faccia sei jumper consecutivi, tutti a segno. Se Sharman fosse un etereo tiratore dedito esclusivamente al piacere della retina che si gonfia probabilmente farebbe spallucce, ma non è di quella pasta: ha battagliato duramente per un decennio senza paura di sporcarsi le mani, ha sempre fatto della difesa una seconda arma letale, Auerbach gli ha insegnato a non tirarsi mai indietro, per cui al settimo tentativo dell'avversario, beh, lascia semplicemente partire un diretto...il fendente manca il bersaglio (ed è un bene per "Mr. Clutch", dato che il Celtic in gioventù è stato anche un pugile di buon livello) ma il messaggio arriva forte e chiaro e suona più o meno così: "Ragazzo, ora basta". Ancora oggi West ricorda: "Era un duro che aveva combattuto più battaglie di Mike Tyson, un giocatore cui si doveva rispetto".
La sua avventura nel freddo Massachusetts finisce qui e non nella maniera migliore: dopo essere stato un grande in campo sente di poter primeggiare anche dalla panchina e offre i suoi servigi a Walter Brown. Ovviamente, avendo in casa un certo Auerbach l'owner storico dei Celtics rifiuta garbatamente, ma la voce arriva a Red che non la prende benissimo. Ci vorranno vari anni per la riappacificazione.
Nel 1961 il panorama del basket a stelle e strisce si arricchisce di un campionato alternativo, la American Basketball League (ABL), tentativo presto abortito e fortemente voluto dal vulcanico Abe Saperstein, già "padrone" degli Harlem Globetrotters. Seccato per non aver avuto la possibilità di possedere una sua franchigia a Los Angeles convince le migliori formazioni di National Alliance of Basketball Leagues (NABL) e Amateur Athletic Union (AAU) ad unirsi e provare la grande avventura. L' ex Celtic trova un posto da allenatore-giocatore proprio ai Los Angeles Jets di Saperstein; l'impiego è di breve durata dato il repentino fallimento della squadra. Poco male, immediatamente viene assunto dai Cleveland Pipers, stesso ambito, e questa volta coglie il suo primo successo da coach portando i suoi alla vittoria. La ABL nel 1963 si spegne, rapidamente come era nata solo due anni prima e Sharman si trova senza lavoro: per due anni si dedica al basket collegiale al sole della California, poi per un altro biennio prova la strada del commentatore radiotelevisivo. La grande occasione arriva nel 1966 quando viene chiamato ad allenare i San Francisco Warriors: la sua esperienza nella baia dura due anni con risultati quanto mai incoraggianti: all'esordio si trova tra le mani una squadra di belle speranze che può contare su due elementi talentuosi come Rick Barry e Nate Thurmond, futuri Hall of Famer. La stagione è estremamente positiva e la marcia si ferma solo in finale al cospetto dei Sixers (4-2). Il secondo anno è meno spumeggiante, anche a causa del trasloco di Barry agli Oakland Oaks, franchigia della neonata ABA: i Warriors arrivano comunque fino alla finale di division, dove devono cedere 4-0 ai Lakers, che saranno poi sconfitti in finale da Boston.


Il metodo di allenamento dell'ex Celtic è improntato al massimo rigore e a un attenta organizzazione; da Auerbach ha imparato il lavoro e la disciplina e, pur non essendo un eccelso psicologo come il patriarca biancoverde, riesce a ottenere il massimo dai suoi giocatori. Soprattutto introduce lo shootaround, informale sessione di tiro precedente la partita; Sharman ritiene che sia un ottimo metodo per sciogliere i muscoli, la tensione nervosa ed entrare dolcemente nel clima agonistico. Il fatto che tuttora tale pratica sia largamente diffusa dimostra la bontà dell'idea originale.
Certo, il suo carattere inflessibile gli costa qualche scontro con i ragazzi più carismatici: Chamberlain, da lui allenato durante la fortunata esperienza ai Lakers, saputo che alle 11 del mattino si sarebbe svolta una sessione sbotta: "Io a quell'ora dormo!". poco male, i risultati come vedremo gli danno ragione.

Ma torniamo a quegli ultimi bagliori di anni 60: dopo la positiva esperienza a San Francisco Bill accetta di passare all' ABA, in perenne ricerca di personaggi di spessore per nobilitare la lega neonata. Per due anni si occupa dei Los Angeles Stars e, dopo una stagione di assestamento in cui manca i playoffs, nel 1969-70 compie il mezzo capolavoro di portare una formazione priva di grandissimi campioni fino alla finale, purtroppo persa con gli Indiana Pacers (4-2). La critica apprezza e gli regala il premio di Coach of the Year.
L'anno successivo la franchigia si sposta a Salt Lake City e prende il nome di Utah Stars: il lavoro di Sharman continua a pagare, tanto che la squadra riesce, dopo una stagione da 57 vittorie e 27 sconfitte a portare a casa il titolo sconfiggendo in una tiratissima serie chiusa solo in gara 7 i favoriti Kentucky Colonels. Campione ABL, Campione ABA, manca solo il successo da allenatore nella più nobile NBA. Il 1971 è il momento del ritorno ai lidi che lo videro protagonista da giocatore fino a un decennio prima: si accasa ai Los Angeles Lakers e i giocatori più rappresentativi si chiamano Chamberlain, West, Goodrich...non male. Infatti la stagione è pressochè perfetta: dal 5 novembre 1971 al 7 gennaio 1972 i gialloviola non perdono un colpo, per una striscia record che resiste tuttore, 33 incredibili vittorie consecutive. Il record alla fine recita 69-13 (battuto solo dai Bulls di Jordan negli anni 90) e ai playoffs il cammino è altrettanto trionfale: 12 vittorie e 3 sconfitte che valgono a Sharman il secondo titolo di Coach of the Year  e alla franchigia la prima esultanza dal 1954, quando i campioni si chiamavano George Mikan, Slater Martin e Clyde Lovellette. E c'è un pizzico d'ironia, in tutto ciò: per vincere il primo titolo a Los Angeles, i Lakers hanno dovuto affidarsi alle cure di un Celtic...



Allena per altri quattro anni con un'altra finale raggiunta (e persa) contro i Knicks nel 1973. Si ritira dall'attività di allenatore nel 1976 per diventare General Manager della squadra, con l'invidiabile record di essere l'unico ad aver vinto tre campionati in tre leghe diverse. Per sei anni si dedica alla nuova occupazione, contribuendo alla conquista di altri due titoli, nel 1980 e nel 1982. Dopo 32 anni di basket molti non vedrebbero l'ora di crogiolarsi al sole della California, non Sharman, che accetta il ruolo di Presidente giusto in tempo per partecipare alla rivalità con i Celtics di Bird, Parish e Mc Hale e alla conquista di altri tre campionati (1985, 1987, 1988). Tuttora, a 82 anni, con la voce arrochita a causa delle corde vocali rovinate da anni di urla contro giocatori e arbitri, continua a frequentare le stanze dei bottoni di casa Lakers in qualità di consulente. Superfluo sottolineare la sua doppia inclusione, come giocatore (1976) e come allenatore (2004) nell'empireo di Springfield.
Talentuoso, duro, lavoratore instancabile, innovatore: Sharman è stato tutto questo e molto di più. Soprattutto è stato un uomo e ci piace terminare questa biografia con un episodio che racconta molto di ciò che si nasconde alle spalle dell' Hall of Famer e dell'allenatore dei record:
Earl Lloyd fu il primo afroamericano a giocare nell'NBA, nei Washington Capitals del 1950, la squadra in cui anche Bill mosse i primi passi. Immaginate come poteva vivere quell'esperienza un ventiduenne nero catapultato in un mondo di bianchi, spesso apertamente razzista: Earl fu più volte tentato di abbandonare, ma qualcosa glie lo impedì. Oggi racconta: "Quando guardo a quella incredibile avventura immagino quanto sarebbe stato terribile mollare tutto perchè qualcuno cercava di affossarmi. E in molti ci provarono. Non importa quanto tu sia forte o quanto sia abituato a considerare inferiore la tua esistenza. Devi riuscire a rialzarti, trovare la forza di reagire con dignità, cercare un aiuto. Nella mia vita ci furono molte brave persone che mi restituirono la fiducia nel genere umano e Sharman fu una di quelle che non dimenticherò mai. Durante i miei primi giorni ai Capitols mi portava a casa in macchina tutte le sere dall'allenamento. Capite? Se non lo avesse fatto, nessuno lo avrebbe criticato. Se sono riuscito nella vita, lo devo anche a lui". Allora anche Bill era un ragazzo, un rookie, eppure anzichè nascondersi nel gregge decise di esporsi ed aiutare un compagno, un "negro". Solo un tiratore? No, davvero no.


Russell imperversa

Pubblicato da Angelo Merendi martedì 7 luglio 2009 Comments


Altro giro, altri regali: Angelo ci racconta come i Celtics arrivarono al titolo forse meno sudato della loro storia... 


Premessa: nessuna vittoria può essere definita "facile". Dietro ogni trionfo ci sono sempre sudore, programmazione, determinazione: qualità che, in caso tutto vada per il verso giusto, fanno sembrare semplice ciò che in realtà semplice non è.

Detto questo, se tra i 17 titoli dei Boston Celtics dovessimo scegliere il più agevole, il campionato 1960-61 sarebbe certamente una tra le scelte più popolari e condivisibili: troppo forti gli uomini di Auerbach, sia per gli Hawks o i Nationals ormai in fase calante, sia per i Warriors o i Lakers, in netta crescita ma non ancora in grado di battagliare per strappare l'osso di bocca ai campioni. Una riflessione su tutte: quale altra squadra si è mai permessa il lusso di NON far partire in quintetto base TRE futuri Hall of Famers (Frank Ramsey, K.C. e Sam Jones)?
Come se non bastasse, rispetto alla formazione vincente dell’anno prima Boston aveva un’ulteriore arma a disposizione, ossia il filiforme Tom "Satch" Sanders, ottava scelta dal City College di New York, giocatore atletico e versatile che fece della sua abilità difensiva il perno di una carriera da otto titoli NBA. Braccia lunghissime, mobilità da primo della classe, Sanders divenne ben presto l'arma tattica proibita in grado di stoppare le velleità degli esterni avversari più pericolosi.
La stagione dei Celtics assunse subito le fattezze della marcia trionfale: partenza sparata con 14 vittorie e 3 sconfitte, poi 31-12, 50-22 per chiudere la stagione regolare con un filotto di sette vittorie consecutive fino al 57-22, con 11 lunghezze di comodo vantaggio sui Philadelphia Warriors di Chamberlain. A ulteriore merito di questa compagine irripetibile ricordiamo che, se ai nostri giorni i back to back possono "sporcare" i record non consentendo un adeguato recupero, a quei tempi non erano infrequenti i "back to back to back to back" come nel caso delle 4 partite consecutive giocate (e, ovviamente, vinte) dai Celtics tra il 23 e il 26 di novembre.
Miglior marcatore fu "Tommy Gun" Heinsohn, autore di 21.3 punti a partita cui vanno sommati 9.9 rimbalzi; Russell chiuse con l'usuale abbuffata sotto le plance (23.9 carambole) e la nomina a MVP stagionale, mentre Sam Jones, beneficiato da un minutaggio sempre più pingue grazie all'età non più verdissima di Sharman, scollinò per la prima volta sopra i 15 punti di media. A proposito di Sharman, il 1961 fu l'anno dell'addio per il pioniere della Dinastia, presente alla corte di Auerbach dal 1951. "Willie", uno dei migliori "shooters" della storia salutò con 16 punti, a coronamento di una carriera da 8 All Star Game, 4 titoli e 4 presenze nel miglior quintetto NBA.
Gli altri, come detto, seguivano a rispettosa distanza, a cominciare dai Warriors: Chamberlain mise a segno la bellezza di 38.4 punti e 27.2 rimbalzi di media e Arizin, al penultimo anno di carriera proseguiva la sua marcia con canestri a grappoli. Unica variazione significativa nel roster dei rispetto all'anno precedente la partenza in direzione St.Louis di Woody Sauldsberry, ex Harlem Globetrotters e Rookie of the Year due anni prima, buone mani e funzionale spalla per il grande Wilt. Unico lungo "vero" rimase l'anziano Joe Graboski, in pista ormai dall'anno di grazia 1948. Il record finale fu un 46-33 che collocava Phila al secondo posto con abbondante vantaggio su Syracuse. I Nationals, allenati da Neil Johnston (ex centro di Philadelphia che aveva chiuso la carriera l'anno precedente a causa di un brutto infortunio al ginocchio) incapparono in una regular season non eccezionale, nonostante fossero imperniati sul trio Schayes-Kerr-Greer. Schayes, età non più verdissima, terminò la stagione con 23.6 punti e 12.2 rimbalzi, ben coadiuvato dalla usuale spalla Kerr (13.4 e 12). Anche Greer fece molto bene, proseguendo in quella crescita che lo avrebbe portato fino alla Hall of Fame: 19.6 punti. Sfortunatamente la panchina non era al livello dei "big three" (si perdoni il delitto di lesa maestà) e il record di 38 vittorie e 41 sconfitte appariva eloquente sintomo di una squadra ormai alla frutta.

Nel "derelitto" Ovest, per il quarto anno consecutivo una sola squadra (sempre la stessa) chiuse la regular season con un record positivo, ovvero i soliti Hawks. Ben Kerner, pirotecnico proprietario della franchigia, anche quell'anno si mosse nel vano tentativo di contrastare il montante strapotere bostoniano: Woody Sauldsberry, provenienza Warriors come detto, andò a rafforzare una frontline già temibile formata da Clyde Lovellette e Bob Pettit. Inoltre, con la pick numero 6 e con mossa quasi "auerbachiana" la franchigia di St. Louis si aggiudicò i servigi del minuscolo play Lenny Wilkens, le cui penetrazioni e il feeling con il canestro, oltre a una visione di gioco di tutto rispetto, avrebbero deliziato gli occhi dei tifosi NBA per ben 16 stagioni e gli sarebbero valsi l'inclusione nella Hall of Fame.  A fine stagione il terzetto Pettit-Lovellette-Hagan mise a segno la bellezza di 72 punti di media per un record di 51-28 che suonava come l'ennesimo prologo di una Finale con gli arcirivali di Boston.
Alle spalle degli Hawks arrancavano i Lakers, da quell'anno trasferitisi dal freddo di Minneapolis al sole della California. Il record di regular season fu ancora una volta deficitario (36-43) ma qualcosa faceva pensare che quella squadra avesse un futuro: quel qualcosa era un ventiduenne rookie da West Virginia che rispondeva al nome di Jerry West e che andò ad affiancarsi all'altro fenomeno Elgin Baylor. Perfezionista dal jump shot assassino, difensore eccellente e dotato di eleganza innata, passerà alla storia come una delle guardie più complete ed efficaci della storia: nella sua carriera fu All Star in ogni singola stagione in cui calcò il parquet, 10 volte primo quintetto, 4 volte tra i migliori 5 difensori: in pratica una leggenda. D'altronde ci sarà pure un motivo se il celeberrimo logo della NBA riproduce la sua inconfondibile silhouette.
Insomma, i tempi erano quasi maturi e da lì a poco, con un West ormai rodato da un anno di professionismo, i Lakers avrebbero sostituito St. Louis ai vertici della Western Division.
Dietro a Los Angeles si classificarono i Pistons di Bailey Howell e Gene Shue, squadra davvero non memorabile. Meritano un cenno invece i Cincinnati Royals, ultimi con un record di 33 vittorie e 46 sconfitte, se non altro per aver tenuto a battesimo il terzo moschettiere del draft targato 1960, ovvero Oscar Robertson, l'uomo su cui verrà plasmata la definizione di "all around player", capace di 30.5 punti, 10.1 rimbalzi e 9.7 assist nel suo primo anno, succoso preludio ad una carriera da specialista assoluto della tripla doppia. A fine stagione fu proprio "The Big O" a spuntarla su Wilkens e West nella corsa a Rookie of The Year.
Ai playoffs si palesò subito la prima, gradita, sorpresa per i Celtics: i Sixers, favoriti per il passaggio del turno e temibili se non altro per l'ingombrante presenza di Chamberlain, furono seccamente sconfitti per 3-0 dai Nationals. Già in regular season Syracuse aveva dato filo da torcere a Philadelphia, aggiudicandosi 7 dei 13 (sic!) scontri diretti. Alla fine Wilt giocò ogni secondo delle tre partite e anche i vari Arizin, Gola e Rodgers vennero spremuti con minutaggi superiori ai 40 minuti, ma fu inutile: Schayes e compagni, in una serie-capolavoro sbancarono due volte il Civic Center per i 115-107 e 106-103 il che, uniti alla sofferta vittoria casalinga chiusa sul 115-114 significava il passaggio in finale di Division al cospetto di Boston.
Finale che in realtà non ebbe alcuna storia: troppo grande la differenza di classe tra i due team. Gara 1 al Garden si chiuse con un eloquente 128-115 e, dopo il pareggio dei Nationals tra le mura amiche (115-98) la pratica venne chiusa con un agevole filotto contrassegnato da uno scarto medio di quasi 20 punti (133-110, 120-107 e 123-101).
A Ovest tutto fu molto più difficile e combattuto a partire dalla semifinale tra Lakers e Pistons, terminata con un tirato 3-2 senza che nessuna delle due squadre riuscisse a violare il campo dell'avversaria. Per il terzo anno consecutivo, quindi, a giocarsi l'accesso alla finale NBA sarebbero state Los Angeles e St. Louis. Nelle due occasioni precedenti nonostante la distanza abissale tra le due squadre in regular season, Baylor e soci resero la vita difficilissima agli avversari, prima battendoli 4-2 nel 1959, poi cedendo con l'onore delle armi (4-3) l'anno successivo. Anche nel 1961 la serie fu tirata: i Lakers, guidati da un Elgin in stato di grazia ben spalleggiato da West che nei playoffs passò da 17.9 punti di media ai 22.9 (cui aggiunse quasi 9 rimbalzi e 5.5 assist) misero alla frusta gli Hawks. Dopo gara 5 il risultato vedeva la franchigia di Los Angeles in vantaggio per 3-2 con la possibilità di chiudere la serie tra le mura amiche; con l'orgoglio dei grandi St. Louis riuscì a portare a casa gara 6 grazie a  un rocambolesco 114-113 con contorno di overtime. Anche gara 7 al Kiel Auditorium fu decisa all'ultimo secondo (105-103), e furono i "Falchi", a spuntarla.

Altra finale tra Russell e Pettit, dunque; purtroppo per gli Hawks, mai come quell'anno tutto sembrava giocare contro: i Celtics erano la squadra più forte, con il miglior allenatore, la miglior panchina e la sicurezza di chi ha già vinto due titoli negli ultimi due anni; in più, la sera del 1 aprile si era conclusa la maratona contro i Lakers e già il giorno successivo era in programma al Garden gara 1 della finale NBA. Un tale back to back sarebbe stato terribile in ogni caso, a maggior ragione se ad aspettarti, con 6 giorni di riposo alle spalle erano tipi come Russell, Heinsohn, Sharman e Cousy, gente con l'istinto del killer nel DNA. Fu effettivamente un massacro, una partita mai in discussione che finì sul 129-95 con interminabile garbage time anticipato.
Le cose non cambiarono in gara 2, anche se la resistenza degli ospiti fu un po' più decisa: 116-108 e trasferimento a St. Louis, dove arrivò il punto della bandiera, un combattuto 124-120. Serie riaperta? Niente affatto: gara 4, ancora al Kiel Auditorium vide i Celtics chiudere con 15 punti di vantaggio (119-104) per poi festeggiare il titolo al Garden due giorni dopo (121-112).
Quell'anno di fatto si concluse la rivalità tra Boston e St.Louis, 4 finali nei cinque anni precedenti con tre vittorie per i Celtics e una per gli Hawks: questi nel 1968 avrebbero trovato la loro dimora definitiva ad Atlanta ma non sarebbero più riusciti, fino ai giorni nostri, a qualificarsi per una finale NBA. Per Auerbach e i suoi scudieri, beh, è tutta un'altra storia...


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