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Arriva Chamberlain

Pubblicato da Angelo Merendi martedì 30 giugno 2009 Comments


I Celtics aprono gli Anni Sessanta con il loro il loro terzo titolo. Ad Angelo il piacere di raccontarlo... 


Gli anni '60. Un decennio per molti versi irripetibile in cui il mondo intero parve essere pervaso da un fermento inarrestabile: come non ricordare i terremoti socio/politici, Malcolm X, Martin Luther King, Kennedy, il Vietnam, la crisi dei missili di Cuba, il '68 e tutto quello che ancora oggi significa...oppure la musica: i Pink Floyd, i Deep Purple, Woodstock, Hendrix, il binomio Beatles-Rolling Stones. L'unico campo in cui quegli anni furono monotoni in maniera imbarazzante (per gli avversari dei Celtics) fu l'universo dell'NBA: 9 titoli su 10, un dominio assoluto che non ha eguali nella storia dello sport professionistico americano.
Il campionato 1959-60 rappresentò il secondo di otto trionfi consecutivi conquistati grazie allo zoccolo duro dei grandissimi campioni di Auerbach, i Russell, gli Heinsohn, i Jones, i Cousy, gli Sharman...e ci fermiamo qui, perchè la lista completa sarebbe veramente troppo lunga.


Quell'anno il roster era sostanzialmente lo stesso che aveva atterrato i Lakers di un rampante Elgin Baylor con il primo sweep della storia in una finale NBA. Quintetto stellare con Russell, Heinsohn, Sharman, Cousy e Sam Jones a dividersi minuti con il più esperto Ramsey. Nessuno dei rookie acquisiti quell'anno riuscì a ritagliarsi uno spazio nella storia, ma visto il ben di Dio su cui si poteva contare questo non appariva certo un problema insormontabile. La stagione regolare fu una marcia trionfale, sempre al comando della Eastern Division: dopo 5 settimane il record recitava 13-2 e dal 28 novembre al 30 Dicembre del 1959 la squadra inanellò una serie strepitosa di 17 vittorie consecutive con uno scarto medio di 13 punti abbondanti. In quell'epoca si segnava più di adesso, d'accordo, ma prima dell'inizio dei playoffs Boston aveva "timbrato" meno di 100 punti una sola volta, peraltro vincendo 96-82 sull'ostico campo dei sempre temibili Hawks.
Come è facile intuire, alla fine il record fu il migliore della lega con 10 gare di vantaggio sui Philadelphia Warriors.


Unica nota negativa le croniche noie alla schiena per Loscutoff, che venne impiegato solo in 28 partite, peraltro senza mai incidere in maniera evidente. Di contro Russell giocò una delle sue migliori stagioni con 18.2 punti e 24 (sì, ventiquattro) rimbalzi a partita; Heinsohn, ormai nel pieno della sua maturazione tecnica e agonistica non fu da meno, rispettivamente con 21.7 punti e 10.6 rimbalzi. Anche la coppia di guardie ultratrentenni Sharman e Cousy si divertì nel tiro a segno biancoverde: Bill terminò con 19.3 punti e Cooz ne mise 19.4 (e 9.5 assist, che rappresentano il suo career high per una stagione). Considerando la continua crescita del "terzo anno" Sam Jones, ancora in doppia cifra mentre lasciava intravvedere le doti che ne avrebbero fatto un tiratore leggendario, nonchè le sempre più evidenti qualità del "gemello" K.C. Jones, sophomore a cui Red regalò quasi 20 minuti di media a partita, beh, non si può che rilevare come il cielo sopra Boston fosse azzurro, anzi, verde più che mai. A fine stagione Cousy ricevette il contrattuale inserimento nel primo quintetto NBA, mentre Russell e Sharman dovettero accontentarsi del secondo


A distanza di sicurezza, come detto, si piazzarono i Philadelphia Warriors (49-26), ben 17 vittorie in più rispetto alla stagione precedente. In verità i 32 successi del campionato 1958-59 parevano troppo pochi dato il roster di ottima qualità: Guy Rodgers, playmaker dalla visione di gioco a 11 decimi, uno dei migliori interpreti dell'assist di quel decennio; il fromboliere Paul Arizin, trentenne ma già nella storia dell'NBA con stagioni a ripetizione sopra i 20 punti; Woody Sauldsberry, versatile lungo già rookie of the year nel 1958 (e che sarebbe passato per Boston); Tom Gola, all around player "ante litteram", un 1.98 capace di passare, tirare, difendere ed andare a rimbalzo. Purtroppo mancava un centro "di peso" capace di battagliare con le attrezzate frontline della Eastern Conference (Russell e Heinsohn dei Celtics, Schayes e Kerr dei Royals).
Come i Celtics tre anni prima quando avevano acquisito "Tommy Gun", anche i Warriors approfittarono della territorial pick mettendo le mani su un centro di 2.16, un ragazzone dall'università del Kansas che se la sarebbe cavata "discretamente" in tre lustri di carriera: Wilton Norman Chamberlain (nella foto in uno dei primi scontri con Russell), un terremoto che avrebbe scosso alle fondamenta la lega professionistica e da subito, da rookie: 37.6 punti a partita (primo nella relativa classifica), 27 rimbalzi (idem), contemporaneamente rookie of the year e MVP. Non male come biglietto da visita.
Nella storia del basket a stelle e strisce divenne ben presto sinonimo di "dominante" e fu per lunghi anni l'ostacolo che i Celtics dovettero scavalcare per portare a casa il titolo. I suoi numeri restano tuttora impressionanti: 14 All Star Game consecutivi, 50.4 punti di media nella stagione 1961-62 (e per chi pensasse a un giocatore egoista, nel 1968 smazzò più di 8 assist), miglior realizzatore per 7 anni consecutivi (dal 1960 al '66), 4 volte MVP, tutt'ora leader all time nella categoria rimbalzi con più di 23.000 carambole. Fu l'unico giocatore che costrinse Auerbach a studiare un sistema di difesa "dedicato". Basti un aneddoto per descrivere che cosa poteva voler dire affrontarlo sul parquet: un giorno Tom Meschery, allora ai Sonics ma già compagno di squadra di Wilt ai Warriors, si trovò a tentare il jumper di fronte a Chamberlain: una, due, tre, quattro finte, jumper, stoppata; riprese la palla, altra finta, altro jumper, altra stoppata; a quel punto, frustrato, si fiondò contro il numero 13 mulinando i pugni; il gigante non si scompose e approfittando delle braccia lunghissime gli mise una mano sulla fronte, tenendolo lontano come nella più classica scena da film comico. Dopo qualche secondo, disse: "Ora è abbastanza". Meschery si fermò. E ci fermiamo anche noi, per non rischiare di trasformere un articolo sul campionato 1959-60 in una biografia non autorizzata di questo indimenticato e indimenticabile campione.
Alle spalle dei Warriors si classificarono gli ottimi Syracuse Nationals, squadra di alto livello con l' unico torto di giocare nella eastern division, il gruppo di gran lunga più competitivo. Il quintetto composto da Schayes, Kerr, Yardley, Greer e Costello, nonostante la carriera del terzo fosse al capolinea e Greer, sophomore, stesse ancora compiendo quella crescita che lo avrebbe portato ad essere l'hall of famer dal jump shot glaciale e dalle penetrazioni inarrestabili, riuscì a terminare la regular season con un rispettabilissimo record di 45-30.
Ad Ovest, esclusi i soliti Hawks, un pianto: basti pensare che al secondo e terzo posto Pistons e Lakers si qualificarono per la postseason rispettivamente con record di 30-45 e 25-50. I primi, che si accingevano a lasciare Minneapolis per la solatìa Los Angeles, reduci dall'incredibile finale raggiunta l'anno precedente si presentarono ai nastri di partenza più o meno con lo stesso quintetto salvo poi stravolgerlo a stagione in corso.
Ai nastri di partenza non si presentò coach John Kundla, colui che aveva accompagnato la squadra per 11 anni consecutivi contribuendo alla conquista di 5 titoli. Al suo posto John Castellani (silurato dopo un non indimenticabile 11-25 iniziale) e Jim Pollard, che non fece molto meglio del predecessore. In campo, stante il ritiro della vecchia gloria Vern Mikkelsen (reduce della dinastia targata Mikan) e le cessioni cammin facendo di Foust (agli Hawks) e Garmaker (ai Knicks), di fatto gli unici reduci della finale dell'anno precedente erano Elgin Baylor e il play "Hot Rod" Hundley. A tappare le falle contribuirono in maniera sostanziale i due rookie Rudy  La Russo, ala forte che avrebbe chiuso la stagione con una quasi doppia doppia di media e Tom Hawkins. Per sostituire il piccolo Garmaker arrivò via Syracuse Nationals la guardia Frank Selvy. Va da sè che a tirare la carretta per tutta la regular season fu Baylor, capace nel suo anno da sophomore di terminare la stagione regolare con 29.6 punti e 16.4 rimbalzi a partita.
Anche in casa Pistons c'era poco di cui sorridere: la mano caldissima di Gene Shue (22.8 punti a gara) non poteva certo risollevare una squadra dal talento non eccelso, nonostante l'arrivo di un rookie di belle speranze che avrebbe ben figurato anche in maglia Celtics contribuendo alla conquista dei titoli del 1968 e del 1969. Stiamo parlando di Bailey Howell: i suoi marchi di fabbrica un gancio proverbiale, attitudine al rimbalzo e stakanovistica etica del lavoro. Un cecchino da quasi 18.000 punti in 12 anni di carriera.

E gli Hawks? Come al solito partirono come unici favoriti per il successo nella western conference, sostanzialmente per assenza di avversari: rispetto alla squadra che fu campione nel 1958 molti volti erano cambiati: non quelli di Bob Pettit e Cliff Hagan, i due migliori realizzatori con 26.1 e 24.8 punti a partita. Mancavano invece all'appello Ed Macauley (ora allenatore per il secondo anno), Jack Coleman e Chuck Share. Tra gli arrivi, Dave Piontek, ala piccola in arrivo da Cincinnati, Larry Foust e il rookie Bob Ferry. Oltre a Pettit e Hagan anche Clyde Lovellette, centro acquisito l'anno precedente, ebbe una stagione di tutto rispetto con 20.8 punti e 10.8 rimbalzi a partita. Il record fu un 49-26 abbondantemente sufficiente a garantire il primo posto nella Western Division.


Ma veniamo ai playoffs: ad est la corazzata di Auerbach, ammessa direttamente alla finale di Division in virtù del miglior record, attese il verdetto della sfida Syracuse-Philadelphia per conoscere il proprio avversario. I Warriors ebbero la meglio in tre gare aprendo le porte alla prima di moltissime epiche battaglie che avrebbero creato una delle più accese rivalità della storia NBA. La serie fu tirata ma sempre abbastanza in controllo per i Celtics, che vinsero gara 1 in casa (111-105) e, dopo essere stati sconfitti a Philadelphia (105-110), piazzarono un uno-due micidiale (120-90 al Garden e 112-104 in trasferta) che ipotecò il passaggio del turno. Il primo match point non fu sfruttato a causa di una prestazione un po' troppo distratta che fruttò una netta sconfitta tra le mura amiche, un 128-107 che fece arrabbiare non poco Red. La contesa si spostò ancora una volta alla Convention Hall, che 11.000 tifosi si apprestavano a trasformare in una bolgia per spingere i propri beniamini a riaprire completamente un discorso che fino a due giorni prima era da considerarsi chiuso. La gara fu tiratissima e i Celtics la spuntarono solo sulla sirena, 119-117 grazie a un canestro di Heinsohn.


La finale come da copione fu ancora una volta una questione privata tra Boston e St.Louis. Gli Hawks in verità, soffrirono oltre ogni immaginazione per aver ragione dei Lakers, che si trasformarono ancora una volta durante i playoffs, prima eliminando i Pistons senza patemi, poi, appunto, mettendo alla frusta i più titolati avversari.


Dopo una gara 5 casalinga persa dagli Hawks per 117-110  all'overtime sembrava che l'inerzia fosse tutta di Minneapolis, in vantaggio per 3-2 e con il punto decisivo da conquistare tra le mura amiche. Pettit e compagni si videro costretti a tentare il tutto per tutto cercando di recuperare il play titolare Slater Martin (nella foto mentre difende su Cousy nelle Finali del 1960), trentaquattrenne e insostituibile metronomo della squadra. Martin ebbe una stagione sfortunata, costellata di incidenti: prima un infortunio durante l' All Star Game che lo costrinse a una degenza di alcune settimane, poi un brutto stiramento muscolare. In quella gara 6 non avrebbe dovuto giocare, ma Ben Kerner, owner della squadra gli chiese di giocare con un'iniezione di novocaina. Il giocatore accettò, contribuì al 117-96 che riaprì la serie, ma non potè giocare altre gare. La settima si chiuse con un'altra vittoria per St.Louis (97-86) che concluse la rimonta ma il prezzo pagato, ossia il sacrificio di Martin, era molto alto. Per stessa ammissione di Cousy fu uno dei pochi avversari a rendergli la vita difficile grazie all'incredibile velocità: Green e McCarthy, i sostituti, non avevano nè la classe, nè la personalità per tentare di approcciare Cooz.
Il pronostico nella terza finale tra le due squadre in quattro anni appariva a senso unico, anche per coach Macauley che, fuori dalle roboanti dichiarazioni ufficiali, in privato manifestò più volte il proprio pessimismo. Gara 1 in effetti si concluse con un eloquente 140-122. Come spesso accade, però, il buon giorno NON si vede dal mattino, perchè gli Hawks, guidati da un Pettit in forma smagliante impattarono la serie violando il Garden (113-103). Era quindi indispensabile per i biancoverdi una prova di forza al Kiel Auditorium, e prova di forza fu: 102-86. St.Louis vinse la seconda gara casalinga 106-96 e, per le due partite successive, i risultati seguirono il fattore campo: 125-102 Celtics e poi 105-102 Hawks.
Il 9 aprile andò in scena gara 7. Per una volta niente pathos, fu una passeggiata (o quasi, 122-103) condotta sempre in controllo: Russell chiuse con 22 punti, 35 rimbalzi e 4 assist, Ramsey 24 punti e 13 rimbalzi, Heinsohn 22 punti e 8 rimbalzi. Cousy, senza Martin a contrastarlo, terminò con 19 punti e 14 assist. Il confronto di squadra alla voce rimbalzi fu un impietoso 83-47.
Quella sera venne messo in archivio il terzo titolo dei Celtics, il secondo consecutivo, il penultimo della lunga rivalità contro Pettit e i suoi Hawks. La dinastia era giovane e il futuro luminoso.


#18 Jim Loscutoff

Pubblicato da Fabio Anderle martedì 23 giugno 2009 Comments

Dov'è che 6.2 punti e 5.6 rimbalzi di media in carriera sono sufficienti a far ritirare la tua maglietta? Solo ai Celtics, e solo se sei "Jungle Jim" Loscutoff... 



Nella ricca eredità della sua filosofia cestistica Red Auerbach ha lasciato allo sport dei canestri un inestimabile tesoro di esperienze, tecniche, ruoli ed archetipi che sopravvivono all’onta del tempo. Per definire la personalità di James Loscutoff Jr. risulta naturale citarne due, quello di “enforcer” e quello di “whipping boy”. Il “whipping boy”, letteralmente “ragazzo da frustare”, è il giocatore che per carattere non si fa condizionare dalle sfuriate dell’allenatore, e che quindi viene “usato” per far arrivare il messaggio ai compagni più sensibili che, se ripresi, reagirebbero negativamente, mentre il ruolo di un “enforcer” è quello del “poliziotto” che protegge i compagni “sconsigliando” il gioco duro agli avversari con la sola presenza in campo. Nei Celtics dei primi titoli Jim Loscutoff è stato l’epitome di questi due ruoli. In una NBA in cui le risse erano frequenti e le invasioni di campo da parte dei tifosi non erano infrequenti, Auerbach ritagliò al numero 18 un ruolo che in precedenza era stato affidato a Bob Brannum: con stelle del calibro di Ed Macauley e Bob Cousy era opportuno che le avversarie fossero consce del fatto che i Celtics non avrebbero accettato il gioco sporco, ed il compito di Loscutoff fu quello di vigilare che le partite non prendessero la piega sbagliata

In realtà Jim a basket sapeva giocare: nei due anni passati ad Oregon University, aveva battuto tutti i record di rimbalzista, accalappiandone 846 in sole due stagioni.
A chi si stesse chiedendo come mai avesse frequentato l’università per due soli anni, la risposta fornisce un’eloquente prospettiva sulla ruvidità dell’uomo e sul terrore che avrebbe cominciato ad incutere nell’NBA: era entrato nell’esercito ed aveva servito lo stato per tre anni durante la Guerra di Corea. La cosa però non gli impedì, una volta rientrato a casa, di bissare nella stagione da senior la doppia doppia di media in punti e rimbalzi ottenuta nell’anno da matricola con un 19.6 e 17.2 che catturò l’attenzione di Red Auerbach. Il “pilota” dei Celtics era sempre alla ricerca del rimbalzista dominante che avrebbe permesso alla sua squadra di spiccare il volo, ed i “numeri” di Jim erano interessanti. Ecco quindi la chiamata al draft con il numero 4 assoluto.


In una squadra che poteva contare su tiratori come Macauley, Sharman e Cousy le opzioni offensive per Loscutoff erano giocoforza limitate, ma il coach non si sognava nemmeno di valutare l’apporto dei suoi in funzione dei punti segnati. Ecco perché gli 8.3 punti ed 8.8 rimbalzi dell’anno da matricola soddisfecero Auerbach al di là dell’ennesima eliminazione ai playoffs per mano dei Syracuse Nationals. Nell’estate del 1956, però, i Celtics mutarono profondamente con gli arrivi di Bill Russel e Tom Heinsohn. 

A dire il vero Russell si fece vedere a Boston solo a metà dicembre perché prima si era impegnato a portare agli Stati Uniti l’ennesima medaglia d’oro olimpica nei Giochi di Melbourne, ma anche in sua assenza i Celtics partirono con un formidabile 15 vinte – 5 perse, mentre Loscutoff giocava alla grande. I biancoverdi approdarono ai playoffs col vento in poppa, ed i “nemici” di sempre, gli odiati Syracuse Nationals che li avevano eliminati nei tre anni precedenti, vennero spazzati via con un secco tre a zero. In finale le cose non furono altrettanto facili per Boston, ma in una drammatica gara 7 in cui Heinsohn fece registrare 37 punti e 23 rimbalzi, furono un canestro in sospensione di Frank Ramsey e due tiri liberi di Loscutoff a decidere la vittoria finale ed a consegnare ai Celtics la loro prima bandiera. “Fu una partita serrata e combattuta, nei due supplementari” ricorda. “Poi ad un certo punto mi passarono la palla, e Macauley commise un fallo su di me. Lui andò in panchina col sesto fallo, io andai in lunetta. Era il momento che uno sogna per tutta la vita, ed anche se non ero un grandissimo tiratore di liberi, li misi entrambi. Sono passati tanti anni e non ho grandi ricordi su quei due tiri, ma sono sicuro che le mie mani tremassero un pochino”.
E fu la vittoria: il primo titolo della Dinastia, come era giusto che fosse, passò per le mani della “classe operaia” dei Celtics, a dimostrazione che alla fine vince la squadra. Ma Jim  non aveva fatto la differenza solo con quei due tiri sotto pressione: era stato superlativo anche quando la palla pesava meno facendo registrare, seppur con la scarsa percentuale di tiro che contraddistinguerà la sua carriera, medie di 10.6 punti a partita e 10.4 rimbalzi. Il soprannome “Jungle Jim”, che si riferiva ad un avventuriero protagonista di un simpatico fumetto degli anni ’30, gli venne regalato dopo una partita a Syracuse nella quale si era impegnato in una rissa con il centro Johnny Kerr e l’ala muscolare Earl Lloyd. Ne aveva date e prese, ed a fine gara il grande radiocronista Johnny Most lo aveva trovato seduto sul pavimento dello spogliatoio. “Sei ferito”? Gli aveva chiesto ingenuamente Most. “No, non puoi far male all’acciaio” aveva risposto Loscutoff battendosi il petto con un pugno. Da quel giorno e dopo quel pugno sul petto alla Tarzan, per Most il numero 18 era diventato “Jungle Jim”. L’amara realtà è che anche l’acciaio migliore a volte si usura. 



Dopo cinque sole partite della stagione seguente Jim si infortunò gravemente al ginocchio e rimase a guardare mentre i suoi compagni perdevano la finale con gli Hawks, con Russell “scavigliato”. A quei tempi la riabilitazione dei traumi alle articolazioni era ancora agli albori, e c’era una grossa probabilità che la carriera fosse arrivata al capolinea. Ma “Red” Auerbach non mollava i suoi ragazzi. Sottopose Loscutoff a sedute di allenamento durissime e lo maltrattò per saggiarne la resistenza mentale prima che fisica, al punto che il giocatore arrivò ad odiarlo. Un esercizio vedeva Auerbach lanciare la palla a terra ed il giocatore gettarsi a recuperarla, ed a volte “Red” usava il giochino a sproposito, chiamando un paio di giocatori e dicendo loro: “Guardate un po’”. Lasciava quindi cadere la palla e “Jungle Jim” si tuffava a recuperarla, tra i sorrisini ed i colpetti di gomito degli altri Celtics ai quali però non sfuggiva il significato di quello scherzo crudele: Auerbach voleva mostrare loro un esempio di dedizione totale. A causa di trattamenti come questo, “Jungle Jim” per il giorno in cui avesse appeso le scarpette al chiodo stava sviluppando propositi di vendetta nei confronti del coach, ma alla fine si rese conto che Red così facendo gli aveva allungato la carriera permettendogli di giocare per altri di sei anni. Tutti rallegrati da un titolo NBA. 


Ormai era inquadrato nei ruoli che Auerbach aveva creato per lui, e quando scendeva in campo i tifosi avversari lo accoglievano con sonori “boo” di disapprovazione. La fama era quella del duro amato a Boston ed odiato altrove, del giocatore il cui unico scopo era quello di fermare gli avversari usando tutti i mezzi, leciti ed illeciti. Cousy in sua difesa ebbe a dire: “Loscy si dedica alle piccole cose che ti fanno vincere. Porta i blocchi, va a rimbalzo, corre per il campo come un ossesso. E poi sa mettere il tiro dalla media non appena gli passo la palla ed è  smarcato. Per come gioca, è un grande aiuto anche per l’attacco, nonostante siano in pochi a rendersene conto”. Quando si ritirò alla fine della stagione 1964 il suo ruolo era ormai ridotto a brevi comparsate nell’ordine degli otto minuti a partita, e giovani leoni avevano preso il posto del trentaquattrenne guerriero.


Ma nel rispetto di quanto da sempre affermato da Auerbach, cifre di 6.2 punti e 5.6 rimbalzi nel caso di Loscutoff furono sufficienti a garantirgli un posto nel pantheon celtico tra le volte del Boston Garden. Jim, schivo come sempre, rifiutò che il suo numero venisse appeso, dicendo che gli sarebbe piaciuto che un altro giocatore animato da “Celtics Pride” lo indossasse, un giorno. E negli anni ’70 il suo desiderio venne esaudito quando il combattivo Dave Cowens usò proprio il 18 per… rinverdire i fasti passati. Nel frattempo “Jungle Jim” era diventato allenatore universitario del Boston State College, un piccolo ateneo che nonostante la scarsità dei "fondi" riuscì a portare per ben due volte al torneo NCAA. Nel 1978 fu protagonista di una breve esperienza da coach nella prima lega professionistica femminile. 


Troppo leale per un proprietario viscido (in più di una occasione fu Jim a pagare di tasca propria il pasto alle ragazze affamate ed al verde), lasciò definitivamente la panchina per darsi alla vita da pensionato e per concentrarsi sulla sua passione, il golf. Ancora adesso questo signore di 79 anni dalle spalle quadrate e dalla voce profonda non perde occasione per farsi un po’ di buche, che si trovi ad Andover, Massachusetts (dove vive d’estate) o nella sua casa di Naples, Florida. Ha seguito le gesta dei Celtics del diciassettesimo titolo sul suo schermo ad alta definizione, rimanendo piacevolmente impressionato dalla difesa mostrata da Garnett e compagni. E, sempre schivo ed umile, è scoppiato a ridere quando ha cominciato a ricevere le prime telefonate di congratulazioni, dopo la vittoria: “Non riesco proprio a capire cos’abbia fatto io per meritarmi le congratulazioni”. Forse non nei Celtics 2008, “Jungle Jim”, ma quello che hai fatto nei Celtics dal 1955 al 1964 si merita una vagonata di complimenti.

Dominio Celtics

Pubblicato da Angelo Merendi martedì 16 giugno 2009 Comments


Angelo ci accompagna alla conquista del secondo titolo NBA nella stagione 1958-59. 



Reduci dal passo falso dell'anno precedente (passo falso peraltro fortemente favorito dalla sfortuna), i Celtics si ripresentarono ai nastri di partenza del campionato 1958-59 ancora da favoriti, nonostante la sconfitta patita in finale contro i St.Louis Hawks pochi mesi prima. La formazione titolare non presentava novità particolari, con Russell, Heinsohn, Loscutoff, Sharman e Cousy a farci ricordare tutte le implicazioni della parola "leggenda". Anche in panchina niente di nuovo, con il sesto uomo Ramsey, Sam Jones (che stava imboccando la strada per la Hall of Fame) e Gene Conley (nella foto), un'ala forte in grado di giocare anche da centro scelta al draft del 1952 che si apprestava a giocare il suo secondo anno di NBA in sostituzione del ritirato Arnie Risen, l'uomo che aveva fatto da balia a Bill Russell nel suo anno da rookie.
Come? Scelto nel 1952, al secondo anno nel 1958? Ebbene si, perchè il nostro Eugene, che giocò altre 5 stagioni in NBA chiudendo nel 1964 all'ombra della Statua della Libertà, aveva un'altra passione, il baseball...e non a livello amatoriale: stiamo parlando dell'unico uomo al mondo capace di diventare campione in due sport diversi, ovvero con i Milwaukee Braves nel 1957 e con i Celtics in tre occasioni, dal 1959 al 1962. En passant, ebbe l'onore di calcare per ben tre volte il diamante dell'All Star Game.
Tutto qui, anzi no, non sarebbe opportuno dimenticare un rookie di ritorno dal servizio militare: scelto nel fruttuosissimo draft del 1956 (sì, quello che aveva portato a Boston Bill Russell e Tom Heinsohn), un metro e ottantacinque centimetri, modesto tiratore che quell'anno giocò una media di 12 minuti abbondanti a partita...un comprimario? Non esattamente: quell'omino nato in Texas ma emigrato in California da bambino sarebbe diventato l'uomo da francobollare alla guardia più pericolosa degli avversari, uno dei difensori leggendari della sessantennale storia dell'NBA, il guastatore che avrebbe contribuito alla conquista di 8 titoli su 9 di carriera,
Hall Of Famer dal 1989, ovvero il secondo Jones, K.C. per la precisione (nell'immagine viene "scozzonato" dall'amico Bill Russell che lo ospitò a casa sua nella stagione da rookie).

Ancora una volta otto squadre al via della regular season: ad est i Celtics non sembravano avere rivali credibili anche se sulla carta i Philadelphia Warriors avrebbero potuto creare più di un problema; d'accordo, la squadra era ormai in fase calante dopo il titolo conquistato tre anni prima, ma rimanevano Arizin (che chiuse la stagione con 26.4 punti e 9.1 rimbalzi a  partita, migliore annata nella sua lunga e gloriosa carriera), il centro Johnston, Tom Gola e l'ex Rookie of The Year Woody Sauldsberry.
In più al draft venne scelto un giovanotto che, in coppia con Wilt Chamberlain, avrebbe in seguito formato l'ossatura di una squadra fortissima che nel '64 sarebbe arrivata alla finale NBA contro i Celtics, ovvero Guy Rodgers, professione playmaker vecchio stampo. Non fu mai un grandissimo realizzatore ma un passatore d'eccezione, che avrebbe guidato per due volte la lega in tema di assists piazzandosi al secondo posto per ben sei volte in dodici anni di NBA. Purtroppo il grave infortunio al ginocchio che troncò bruscamente la carriera di Johnston, unito al non felicissimo cambio di allenatore (da George Senesky, colui che aveva portato Phila al titolo, ad Al Cervi, peraltro già vincitore di un campionato con i Syracuse Nationals), costrinse i Warriors a un'umiliante ultima posizione di conference a 32 vinte e 40 perse.
Anche i Syracuse Nationals, dopo l'ottimo record dell'anno precedente (41-31), non riuscirono a fare il salto di qualità nonostante avessero pescato il jolly durante il draft, quando con la pick numero 13 si erano aggiudicati colui che sarebbe diventato una delle migliori guardie degli anni '60, Hal Greer. Greer, l'uomo che tirava i liberi con la tecnica del jump shot e l'unico afroamericano proveniente dal West Virginia a essere incluso in una Hall of Fame ma soprattutto l'uomo che superò i 20,000 punti in carriera e che partecipò a 10 All Star Game consecutivi, andò a incastrarsi in una formazione che già poteva contare su una frontline di tutto rispetto formata dall'altro Hall Of Famer Dolph Schayes e da Redd Kerr (in due raggiunsero quell'anno la rimarchevole cifra di 39.1 punti e 27.4 rimbalzi). A stagione iniziata, inoltre, accasarono a Detroit Ed Conlin in cambio di George Yardley, altro giocatore per il quale 20 punti a partita erano la normalità. Ebbene, con tutto questo ben di Dio, la squadra non riuscì a fare nulla di meglio di un modestissimo 35-37.
A raccogliere i frutti delle deludenti antagoniste furono i Knicks che, pur senza azzeccare nomi importanti al draft riuscirono a centrare una stagione convincente; grande parte del merito va riconosciuta al nuovo coach Andrew Levane che sostituì il defenestrato "paisà" Vince Boryla portando il record da 35-37 a 40-32, giusto alle spalle (seppure a distanza di sicurezza) dei Celtics per un insperato secondo posto di Division. Squadra solida ma senza grandi nomi, poteva contare sull'ala grande Kenny Sears (che azzeccò la migliore annata della sua carriera), capace di finire la regular season con 21 punti e 9 rimbalzi abbondanti a gara. Di rilievo anche l'impatto di Willie Naulls, centro molto sottodimensionato in grado di superare abbondantemente la doppia cifra di media per rimbalzi. In pratica l'unico campione presente era Richie Guerin, guardia dal tiro mortifero, eccellente passatore e rimbalzista (18.2 punti, 5.1 assist e 7.2 rimbalzi quell'anno).
I Celtics, come da pronostico, dominarono con un eloquente record di 52 vittorie e 20 sconfitte. Russell chiuse la stagione con la solita mostruosa media-rimbalzi (23, ovviamente primo della lega), Cousy sfornò 8.6 assists (idem) e Sharman 20.4 punti. I tre furono anche inseriti nel miglior quintetto NBA.

Ad Ovest la situazione era molto simile, ovvero una squadra favoritissima e le altre ad inseguire a distanza siderale: gli Hawks iniziarono la stagione da campioni NBA avendo sconfitto i Celtics nelle Finals dell'anno precedente, un 4-2 che aveva lasciato nei biancoverdi l'amaro in bocca per quello che avrebbe potuto essere il risultato senza le pesanti assenze nelle fasi cruciali di Loscutoff e , soprattutto, di Russell che avevano lasciato sguarnito il reparto lunghi. A dire il vero St.Louis si presentò ai nastri di partenza con non pochi cambiamenti: innanzitutto il ritiro di Ed Macauley, il leggero ma efficace ex-Celtic, ideale complemento per il solido e talentuoso Pettit; in secondo luogo la mancata conferma di coach Hannum, colpevole di aver richiesto un maggior controllo sulla squadra che il proprietario Ben Kerner non era disposto a concedere. Dapprima Kerner diede l'incarico a Andy Phillip, poi, dopo poche gare, allo stesso Ed Macauley. Ultima variazione l'arrivo da Minneapolis di Clyde Lovellette (che a fine carriera avrebbe avuto una breve militanza a Boston), uno dei primi centri non statici, capace di giostrare lontano da canestro grazie a un affidabile tiro dalla media distanza che gli permetteva di mettere in difficoltà le difese portando il lungo avversario fuori posizione.
Per il resto il quintetto era sostanzialmente lo stesso, con un Pettit nominato MVP stagionale e capace di 29.2 punti e 16.4 rimbalzi a partita, ben coadiuvato da Cliff Hagan, guardia di 1.93, secondo miglior marcatore e, soprattutto, secondo miglior rimbalzista della squadra (rispettivamente 23.7 punti e 10.9 rimbalzi). Date queste premesse e considerando lo scarso valore assoluto delle dirette rivali non è difficile immaginare il come e il perchè gli Hawks vinsero la conference a mani basse con 49 vittorie e 23 sconfitte, non molto lontani dagli arcinemici di Boston.



Alle spalle di St.Louis il nulla: ormai allo sbando Royals e Pistons, l'unica formazione capace di sollevarsi dalla mediocrità furono i Minneapolis Lakers, grazie a un ragazzino di 24 anni prima scelta all' ultimo draft: tale Elgin Gay Baylor (nella foto), uno dei più forti giocatori di ogni epoca. Baylor, 1.96 di grande velocità ed esplosività, nonostante fosse un rookie si prese sulle spalle la squadra e, con una media di 24.9 punti e 15 rimbalzi a partita la portò di peso ai playoffs (e, fatto non marginale, salvandola dalla bancarotta come ammise in seguito il proprietario Bob Short), meritandosi lo scontatissimo riconoscimento di Matricola dell'Anno, l'inserimento nel primo quintetto e la convocazione all'All Star Game.
E dire che il resto della squadra non era certo di livello eccelso: l'unico personaggio di rilievo era il vecchio Vern Mikkelsen, ultimo reduce dei grandi Lakers di Mikan, grande difensore ma ormai all'ultimo anno da professionista. Per il resto tanti onesti comprimari ma nessun fuoriclasse. Ciononostante, pur con un record per nulla impressionante (33-39) Minneapolis si classificò al secondo posto.
I playoffs, come l'anno precedente, prevedevano un turno preliminare tra le seconde e terze di ogni conference con la vincitrice di questo spareggio che avrebbe incontrato nella finale le due corazzate Celtics e Hawks. A spuntarla contro i Knicks furono, sorprendentemente ma non troppo data la differenza di classe a discapito del piazzamento di regular season, i Nationals, mentre ad Ovest i Lakers ebbero ragione dei Pistons. La finale pareva comunque già annunciata e in pochi avrebbero scommesso un solo centesimo su un esito diverso da Boston-St.Louis.

Per i Celtics le cose sembrarono effettivamente mettersi subito sul giusto binario dato che sconfissero senza troppi patemi gli avversari per 131 a 109. Tutto facile? Nemmeno per sogno, anche se la successiva sconfitta in trasferta dopo una gara sempre giocata punto a punto (118 a 120) sembrò solamente un incidente di percorso. In realtà la serie divenne un estenuante tentare l'allungo da parte dei biancoverdi tra le mura amiche, sistematicamente raggiunti grazie alle straordinarie prestazioni di Schayes (che per larghi tratti fece vedere i sorci verdi a Russell e Heinsohn) e Yardley. Per i due Hall Of Famer, rispettivamente, 28.2 e 25.1 punti a partita. Fu così che si giunse a gara 7, al Garden.
Nell'ambiente di Boston si respirava comunque un palpabile ottimismo: in fin dei conti nelle tre partite in casa il divario era stato, rispettivamente, di 22, 22 e 21 punti. Gara 7 al contrario non fu una passeggiata: all'intervallo i Nationals erano sopra di 8 punti e molte certezze si stavano sfaldando. Johnny Most, voce storica della Beantown baskettara ricorderà in seguito: "Sembrava che la dinastia dovesse finire ancor prima di iniziare. Nel secondo tempo fu la partita più bella che io ricordi".
I Celtics iniziarono a macinare il loro gioco ma trovarono un quintetto avversario che, nonostante il prepotente ritorno dei biancoverdi (che recuperarono e passarono avanti nel terzo quarto), ebbero la forza di rimanere agganciati fino ai secondi finali: Il risultato fu 130 a 125 per la squadra di casa. Subito dopo quella gara, come ricordò Schayes: "Cousy disse che avrebbero battuto Minneapolis in quattro gare, e così fecero".

Già, non St.Louis, perchè a dispetto di tutti i pronostici Elgin Baylor fece il miracolo: l'inizio fu ben poco preoccupante per Pettit e compagni, con una vittoria casalinga di schiacciante superiorità, un 124 a 90 che lasciava ben poche speranze agli avversari; non preoccupò troppo nemmeno la sconfitta del Minneapolis Auditorium in gara 2 (106 a 98), specie perchè seguita da un'altra lezione di basket a St.Louis (127 a 97). Ma il deragliamento era vicino e, dopo il punto del 2-2 nel freddo del Minnesota, indizio già abbastanza preoccupante, la serie venne definitivamente sparigliata in una partita combattutissima, vinta al supplementare dai Lakers in trasferta per 98 a 97. Incredibilmente il match point passava nelle mani della squadra sfavorita alla vigilia, che aveva la possibilità di chiudere la questione davanti al pubblico di casa: gli Hawks vendettero cara la pelle, ma dovettero arrendersi di misura (106 a 104).

Ed ecco quindi l'inaspettata finale, prima assoluta del binomio Celtics-Lakers, ovvero le due squadre che, insieme, hanno conquistato metà dei campionati NBA finora giocati.
Quell'anno la serie appariva già chiusa in partenza ma dopo il risultato delle due finali di Division e lo scalpo eccellente conquistato da Minneapolis era evidente che la concentrazione dovesse essere mantenuta sopra il livello di guardia.
Le forze in campo erano in effetti piuttosto squilibrate: da una parte una batteria di campioni già affermati e all'apice della carriera (Sharman, Cousy, Ramsey, Loscutoff) e di giovani già grandissimi o che lo sarebbero diventati presto (Russell, i due Jones); dall'altra un piccolo fenomeno (Baylor), una vecchia gloria (Mikkelsen) e qualche buon comprimario (su tutti Dick Garmaker - nella foto superato in palleggio da Sharman - guardia "indigena" dalle mani educate e buon difensore e Larry Foust, centro di esperienza).
Aggiungiamo pure che in regular season i Celtics avevano battuto gli avversari otto volte su otto incontri, compreso un terrificante 173 a 139 (il 27 febbraio 1959, seppur fossero privi di Russell, con 43 punti di Heinsohn e 29 di Sharman) che aveva anche scatenato un'imbarazzante (per gli sconfitti) indagine ufficiale atta a controllarne la regolarità, regolarità che venne peraltro confermata.

Fu così che il 4 aprile del 1959 ebbe inizio la finale: i Lakers opposero una fiera resistenza al Garden con Baylor che creò più di un problema a Heinsohn in virtù della sua incredibile velocità. D'altra parte Minneapolis non aveva nessun lungo credibile per fronteggiare lo strapotere fisico di Bill Russell; il risultato fu un combattuto 118 a 115 per la squadra di casa. Gara 2, ancora a Boston, fu decisamente più semplice (128 a 108).

Ora le speranze dei campioni della Western Division erano legate a un'improbabile doppietta casalinga per tenere aperta la serie, ma quell'anno (e per molti anni ancora a venire) i ragazzi di Auerbach si dimostrarono troppo superiori, chiudendo il primo "sweep" in Finale nella storia dell'NBA con un 123 a 120 ed un 118 a 113. In seguito Auerbach rammentò: "Walter Brown stava appena alzando la testa dalle difficoltà economiche di inizio anni '50, e quando vincemmo le prime due gare di Finale qualcuno gli consigliò di perdere una o due partite in modo da poter contare su qualche incasso in più. La sua reazione fu rabbiosa: zittì il malcapitato e noi vincemmo il titolo a Minneapolis".
Per Boston fu il riscatto dalla delusione dell'anno precedente, ma fu soprattutto il primo di otto incredibili titoli consecutivi. La Dinastia era ufficialmente iniziata.


#23 Frank Ramsey

Pubblicato da Fabio Anderle martedì 9 giugno 2009 Comments


Auerbach gli affidò un ruolo chiave nel suo "progetto cestistico", quello del guastatore dalla panchina. E Frank Ramsey lo intrpretò nel modo migliore, diventando il primo "Sesto Uomo" della Dinastia biancoverde. 


La vita tra i canestri non è sempre stata giusta con Frank. In qualsiasi altra squadra sarebbe stato una stella: avrebbe giocato in quintetto base, segnato più punti, partecipato agli All Star Game, guadagnato di più. Tutte cose che a Boston gli sono state precluse. Ma credete che gli sia dispiaciuto? Nemmeno un po’, visto che le ha barattate con sette titoli di campione NBA, un numero appeso alle volte del “Garden” ed un posto nella Hall of Fame di Springfield come primo “Sesto Uomo” della storia del basket. Una delle grandi sfortune di Frank Ramsey fu che nei suoi anni migliori il regolamento allora vigente nell’NBA permetteva la partecipazione di un massimo di tre giocatori per squadra all’All Star Game. Ne avrebbe collezionati uno all’anno, ed invece rimase a secco conscio del fatto che per vincere è necessario mettersi al servizio della squadra. Del resto è questa l’essenza dei Celtics, un gruppo in cui tutti sacrificano parte del loro ego per il bene comune, perché la vittoria è la somma dei sacrifici dei singoli.

Frank Vernon Ramsey Jr. nacque il 13 luglio 1931 a Corydon, un sobborgo rurale di cinquecento anime incastrato nel Kentucky occidentale ad una sassata dal confine “Tri-State” con Indiana ed Illinois. Nei primi anni visse con genitori e nonni in una di quelle grandi fattorie patriarcali che popolavano la zona. Erano gli anni immediatamente successivi alla Grande Depressione, ed il piccolo imparò molto presto a dare una mano in famiglia. Quando Frank aveva sei anni la famiglia prese la I-41 e si trasferì qualche chilometro più a sud, in quella Madisonville che sarebbe diventata la nuova casa. Madisonville per il ragazzino era una vera e propria città, visti i suoi cinquemila abitanti, il fiorente mercato del tabacco, e la stazione ferroviaria con le rotaie su cui rollavano vagoni carichi di carbone. Ma per il giovane Ramsey la prospettiva più eccitante era rappresentata dalle nuove amicizie e dalla possibilità di giocare a baseball e basket...sempre dopo aver dato una mano nella fattoria, ridipinto la staccionata, riempito le pozzanghere e ripulito la strada, ovviamente.
Frank si dimostrò abbastanza presto un atleta di caratura superiore ed a 10 anni già giocava allo stesso livello dei ragazzini di due o tre anni più vecchi. Il suo nome cominciò a circolare ben oltre gli stretti confini della Hopkins County fino ad arrivare a Lexington, la capitale dello stato. Negli anni di liceo coltivò la sua passione per lo sport in tre differenti discipline fino a diventare un “All State” sia con mazza e guantone che tra i canestri ed un “honorable mention” nel football. Nel 1949 un amico lo invitò a Lexington dove Cliff Barker e Ralph Beard, due dei “Fabulous Five” campioni NCAA l’anno precedente con Kentucky, vollero conoscere la stellina del liceo. E fu così che Ramsey venne “arruolato” dai “Wildcats” prima che dal loro allenatore, il volatile (e discusso) Adolph Rupp.

L’approccio dittatoriale, la maestria strategica e l’abilità motivazionale rendevano Rupp un’icona del basket americano ancor prima che cominciasse a mietere vittorie su vittorie. L’uso del talento locale (mediamente otto giocatori su dieci venivano dallo stato del Kentucky) gli regalarono il soprannome “The Baron of Bluegrass”, e purtroppo anche un’ingiusta nomea di allenatore razzista. Oltre ai fondamentali del basket insegnò la disciplina ed il sacrificio e guidò i “Wildcats” a quattro titoli. Ramsey entrò a far parte della squadra nel 1950 assieme a Cliff Hagan (con lui nella foto) e subito vinse un titolo NCAA. Dopo una stagione da 32 vittorie e 2 sconfitte, nella finale di Minneapolis i “Wildcats” tennero Kansas State a secco di punti per otto minuti nel secondo tempo e trionfarono per 68 a 58. Al giorno d’oggi la città avrebbe proclamato una giornata di festeggiamenti per il campione, ma allora non era consuetudine, e Frank ritornò in una Madisonville tranquilla giusto in tempo per mettersi a lavorare nella segheria del padre. Nel campionato seguente la corsa da 29 vittorie e 3 sconfitte di Kentucky venne fermata da St. John’s nel torneo NCAA, ma Frank continuò a mostrare il suo talento e passò da 10 a 15.9 punti a partita, secondo marcatore di squadra dietro ad Hagan.
A quel punto però per i Wildcats arrivò la “mazzata”: nel 1950 il mondo del basket college era stato sconvolto dagli scandali del “point shaving”, la pratica messa in atto dalla malavita per mezzo della quale pagando alcuni giocatori per perdere un pallone lì o sbagliare un tiro là si “aggiustavano” i risultati in modo che il punteggio si adattasse alle scommesse piazzate. Diversi giocatori dei più prestigiosi atenei di New York erano stati arrestati e nel mese di ottobre del 1951 pure Kentucky venne risucchiata nel gorgo quando tre dei “Fabulous Five” (Ralph Beard, Alex Groza e Dale Barnstable) vennero accusati di aver “addomesticato” un risultato al Madison Square Garden nel 1949. I tre nel frattempo erano passati professionisti e vennero banditi dall’NBA, ma non era ancora finita. Nel marzo del 1952 il centro di Kentucky Bill Spivey venne allontanato dalla squadra e squalificato dall'NCAA, che a questo punto sospese i "Wildcats" dall’attività 1952-53 pur garantendo agli atleti “innocenti” ancora un anno di “eleggibilità”. Così la stagione di Kentucky fu mestamente contrassegnata da sole quattro partite amichevoli interne con squadre nominate “Quelli di Ramsey” e “Quelli di Hagan”… una vera tristezza. Intanto nell’NBA un GM era estremamente attento: nonostante fosse risaputo che Ramsey, Hagan e Tsioropoulos avrebbero frequentato UK ancora per un anno, fu l’unico a rendersi conto che il regolamento NBA permetteva la scelta degli atleti che avevano completato quattro anni di università.

Nel draft 1953 Red Auerbach si assicurò Frank Ramsey, Cliff Hagan e Lou Tsioropoulos: l’NBA era stata stata messa nel sacco dall’intelligenza del coach bostoniano e si affrettò a cambiare la regola. Nel torneo seguente i "Wildcats" tornarono al basket giocato vincendo tutti e 25 gli incontri disputati, ma per un “diktat” dell’NCAA alle Finali non avrebbe potuto schierare il trio “bostoniano”. Rupp allora rifiutò di partecipare al torneo NCAA, mentre Hagan (24 punti a partita), Ramsey (19.6) e Tsioropoulos (14.5) uscivano imbattuti. Frank firmò il suo primo contratto con Boston nel “dugout” dei Red Sox: i Celtics stavano disputando un’amichevole con gli Harlem Globetrotters a Fenway Park, e Red lo chiamò da parte proponendogli l’accordo. Sarebbe stata la sua unica negoziazione, perché da allora in poi dimostrò tale fiducia nei Celtics da spedire sempre il contratto firmato in bianco in modo che Red e Walter Brown apponessero la cifra che ritenevano congrua.
Una volta a Boston, Ramsey trovò in Auerbach un coach molto simile a Rupp. I biancoverdi non erano ancora il carro armato che avrebbe raso al suolo l’NBA negli anni ’60, ed il kentuckiano trovò spazio fin dall’esordio anche in virtù di un’estrema fiducia in sé stesso. Tanto che, quando segnò 24 punti ai Knicks ed un giornalista chiese al coach newyorchese Joe Lapchick cosa ne pensasse del rookie, Lapchick rispose: “Ramsey non è mai stato una matricola”. Auerbach con il kentuckiano potè stabilire una “pattern” che sarebbe diventata un classico nell’NBA: l'utilizzo del “sesto uomo”. Il ruolo era semplice: Red non inseriva il numero 23 nel quintetto base ma lo metteva in campo dopo sette/otto minuti e poteva contare su un istantaneo apporto in termini di punti segnati ed atletismo.
Frank a sua volta era contento di giocare così perché in panchina poteva concentrarsi sull’avversario, studiarne punti di forza e debolezze, e quindi una volta in campo poteva usare la maggior freschezza per fiaccarlo definitivamente lasciando un segno sulla gara. Nella stagione da matricola Ramsey contribuì con 11.2 punti a partita e 6 rimbalzi ma il campionato di Boston non fu di quelli da incorniciare: un 36 vinte – 36 perse tra i mugugni ed un’eliminazione al secondo turno di playoffs per mano dei Syracuse Nationals. Subito dopo Frank venne richiamato alle armi e saltò quasi tutta la stagione successiva, rientrando appena in tempo per giocare l’ultima parte del campionato. Nel frattempo Auerbach aveva messo in piedi la trade per eccellenza mandando Macauley ed Hagan a St.Louis in cambio di Bill Russell, e quando Ramsey rientrò il 4 gennaio 1957 Boston era ormai in rotta per il suo primo titolo.
La prima “banner” arrivò solo dopo una durissima settima partita contro St.Louis. In uno scontro che finì 125 a 123 con Heinsohn ad ammassare 37 punti e 23 rimbalzi e Russell ad allentare una delle stoppate più importanti della storia dei Celtics, il canestro decisivo fu una sospensione sbilenca di Frank Vernon Ramsey che nel secondo “overtime” diede ai biancoverdi il vantaggio decisivo. Mentre gli altri festeggiavano a birra negli spogliatoi, lui stava calcolando freddamente la quota che avrebbero incassato come campioni NBA: 1,681 dollari a testa. Già allora si interessava di economia, e non era frequente vedere un compagno chiedergli consigli su come investire i propri soldi. Congedato ufficialmente dall’esercito due giorni dopo la vittoria, il kentuckiano utilizzò il denaro del premio-vittoria per “irrobustire” il progetto che aveva in piedi, quello di una ditta di costruzioni a Madisonville.

A quei tempi, infatti, i professionisti dei canestri non erano pagati a sufficienza per permettersi di restare in panciolle durante l’estate, e da aprile (la stagione finiva prima) ad agosto anche i campioni NBA lavoravano come “comuni cittadini”. Frank però non era solo basket e finanza: si divertiva moltissimo a giocare scherzi ai compagni di squadra con Gene Conley e Tom Heinsohn come bersagli preferiti. Le “vendette” erano frequenti e conoscendone il carattere gli altri Celtics con lui escogitavano scherzi legati al portafoglio. Come la volta in cui le mogli dei giocatori andarono a fare shopping prima della partita e poi all’entrata del Garden, sapientemente imbeccate dai mariti e con la collaborazione della signora Jean Ramsey, le consegnarono tutti i pacchetti e le borse con gli acquisti. Quando Frank vide scendere la moglie verso i posti numerati sbiancò in volto ed a gesti cominciò a domandarle quanto avesse speso…uno spasso. Ma quando si trattava di fare sul serio, il numero 23 era tra i più tosti: “Ricordatevi che state giocando con i miei soldi” faceva notare prima di un’importante partita di playoff ai compagni troppo rilassati, sottolineando il fatto che le quote riservate ai vincitori dell’NBA – ridicole se paragonate a quelle odierne grazie alle quali ogni Celtic nel 2008 ha incassato 150 volte il premio ottenuto dai giocatori della squadra vincente nel 1957 - permettevano ai vincitori di tirare un po’ il fiato nella vita di ogni giorno. Nel campionato 1957-58, in seguito all’infortunio di “Jungle Jim” Loscutoff, Frank fu utilizzato in quintetto base come ala ed ottenne la media più alta di punti segnati in carriera: 16.5 con il 41.9% di realizzazione e 7.3 rimbalzi.
Nonostante l’epilogo amaro della sconfitta dei Celtics in Finale a causa dell’infortunio alla caviglia di Bill Russell, Frank confermò di essere un vero e proprio “jolly” capace di fare, come disse Tom Heinsohn, “le piccole cose e le grandi cose che rappresentano la differenza tra una vittoria ed una sconfitta". Nonostante fosse alto solo 191 centimetri, solitamente entrava in campo per dare fiato proprio ad Heinsohn e quindi in difesa marcava giocatori fisicamente più forti di lui. All’occorrenza giocava nel suo ruolo naturale di guardia per far riposare Bill Sharman ed a volte, mentre Cousy tirava il fiato, non era raro vederlo giostrare in cabina di regia. Nel 1959 Boston tornò al successo, ed anche se le cifre subirono una leggera flessione (segnò 15.4 punti ad allacciata di scarpe ma con solo il 37.8% al tiro), Ramsey dimostrò comunque solidità e continuità degne di una delle pietre angolari della Dinastia.

E poi Auerbach non si faceva influenzare dai numeri, e se “Frankie” tirava più spesso da lontano tutto sommato era un rischio calcolato ora che Russell attaccava con successo il tabellone avversario. Dal 1959 al 1964 i Celtics si aggiudicarono sei titoli in fila superando in finale nell’ordine i Minneapolis Lakers, due volte i St.Louis Hawks, altre due volte i Lakers trasferitisi a Los Angeles ed i San Francisco Warriors. E nonostante fosse circondato da futuri Hall of Famers, spesso fu Ramsey a togliere le castagne dal fuoco: il 9 aprile del 1960 con 24 punti (e 13 rimbalzi) fu il top-scorer biancoverde nella settima e decisiva sfida con gli Hawks, ed il 18 aprile 1962, nonostante un infortunio alla coscia (nella foto Auerbach si congratula con lui mentre esce dal campo), ne mise 23 nella settima con i Lakers. Ramsey continuò  comunque ad interpretare alla perfezione il ruolo di sesto uomo oltre che ad essere un fondamentale punto di riferimento nello spogliatoio. Il leone in autunno non perse mai la sua mordacità sia in campo che fuori, ed un episodio lo testimonia: nella serie di finale del 1963 contro i Lakers Frank si era procurato una distorsione ad un dito e prima della partita seguente aveva deciso di chiedere al massaggiatore Buddy LeRoux di metterglielo a posto.
Ramsey soffriva di una leggera balbuzie, e ne venne fuori un mezzo disastro: “Hey, Buddy, do you think you could fuh-fuh-fuh, fi-fi-fix my fuh-fuh-finger”? (“Buddy, credi di potermi mettere a posto il dito”?) Auerbach era appoggiato alla parete lì vicino, e con calma studiata si tolse il sigaro dalle labbra: “Che succede alle tue effe, Frankie, sei un po’ nervoso”? E ghignando si rificcò il sigaro in bocca in attesa di una risposta. Fuck you, Red! How did that come out”? (“Vaff…. Red: come è riuscita questa effe”?) L’intero spogliatoio esplose in una risata. Nelle ultime due stagioni il “fatturato” del “Kentucky Colonel” calò prima a 10.9 e poi ad 8.6 punti per gara per la diminuzione dei minuti d’impiego legata all’arrivo di John Havlicek, al quale idealmente Frank passò la torcia di sesto uomo. E lo fece senza esitazioni e senza gelosia per quel giovane che stava portandogli via il posto, come in passato Risen e Sharman avevano fatto con Russell e Sam Jones.
Gli insegnò tutti i trucchi compresi quelli “sporchi” che aveva svelato poco tempo prima a Sports Illustrated e che gli avevano causato una tirata d’orecchie dall’NBA. Ma il minutaggio limitato non gli impedì di uscire alla grande: il 26 aprile 1964 Boston superò per 105 a 99 i San Francisco Warriors nella quinta partita delle Finali, e Frank Ramsey realizzò 18 punti in 20 minuti di gioco. Nonostante Auerbach gli avesse chiesto di rimanere ancora un anno, il numero 23 declinò, saltò a bordo della sua macchina e si diresse verso Madisonville dove fece fortuna prima nel campo dell’edilizia per poi diventare direttore di banca. “Sempre più spesso – ammise – sull’aereo che ci portava in giro per gli Stati Uniti mi ritrovavo a pensare ai miei affari nel Kentucky, e mi resi conto che questo non era l’atteggiamento giusto per un professionista”. Rimase comunque in contatto con i compagni sentendoli spesso al telefono e gustandosi sempre più, man mano che il tempo passava, le grandi imprese che avevano compiuto assieme.
La passione per i canestri restò viva, e nel 1970 accettò di allenare i Kentucky Colonels dell’ABA che si trovavano in difficoltà. Nonostante un record di 32 vittorie e 35 sconfitte in regular season, i Colonels cominciarono a far faville nei playoffs ed arrivarono alla finale in cui Ramsey trovò come avversario sull’altra panchina l’ex compagno di squadra Bill Sharman, coach degli Utah Stars. Utah vinse una splendida serie per 4 a 3, Ramsey decise di lasciare: per colmo d’ironia venne rimpiazzato da un altro ex-Celtic, Joe Mullaney. Frank tornò alla sua fattoria da 1200 acri ed alla banca di Dixon di cui è ancora il direttore, mentre Madisonville cresceva e diventava un importante polo manifatturiero del Kentucky. Nel frattempo poteva godersi qualche cavalcata o qualche nuotata con i tre figli e lo stuolo di nipotini. Il 15 novembre 2005 la sua casa di Madisonville venne rasa al suolo da un tornado, e tutti i suoi cimeli furono dispersi dai venti che viaggiavano ad oltre 300 chilometri orari. Ma Frank rimase illeso, a dimostrazione che nemmeno la furia degli elementi può spezzare i supermen in biancoverde

L'anello mancante

Pubblicato da Angelo Merendi martedì 2 giugno 2009 Comments


Al secondo anno dell'era-Russell l'NBA non era ancora consapevole del tornado biancoverde che l'avrebbe sconvolta...anche perchè nelle Finali 1958 le cose andarono decisamente male. 


"Non tutte le ciambelle riescono col buco".
Detto popolare banale quanto si vuole, ma che si attaglia perfettamente al campionato NBA 1957-58, quello che sarebbe potuto essere la seconda gemma di una serie di nove successi consecutivi.


I Celtics iniziarono quel torneo da favoriti, sulla scorta del titolo conquistato l'anno precedente ai danni dei St.Louis Hawks del grande Bob Pettit, con una formazione che già aveva le stimmate della dinastia che avrebbe dominato il basket professionistico fino al crepuscolo del decennio successivo: i campioni si chiamavano Sharman (nella foto), Loscutoff, Russel, Heinsohn, Cousy, Ramsey; in più, quel'anno, ciliegina sulla torta, con la pick numero 8 venne scelto un certo Sam Jones. Per quella stagione venne per lo più utilizzato in uscita dalla panchina, ma di li a non molto sarebbe diventato "The Shooter", la shooting guard da più di 15,000 punti tutti per la franchigia del Massachusetts, cinque volte All Star, 2,909 punti in 154 gare di playoffs (quindicesimo di sempre), un 1.93 dal jump shot mortifero che avrebbe aiutato i suoi, da protagonista, a conquistare 10 anelli.
Scelto alla otto, ricordiamolo.

A quei tempi non c'erano certo 30 squadre a giocarsi il tutto per tutto: le franchigie della NBA erano solo otto, equamente divise tra le due Division. A cercare di contrastare i Celtics a est c'erano i Syracuse Nationals, già classificatisi alle spalle di Boston nel campionato precedente, ed i Philadelphia Warriors: i primi potevano contare sulla solidissima frontline guidata dal leggendario Dolph Schayes, ventinovenne del Bronx, l'ultimo grande del basket ad utilizzare il tiro piedi per terra in un mondo che si stava orientando decisamente verso il jump shot. Efficacia a rimbalzo ed una notevole abilità nel puntare a canestro ne fecero per anni un'arma impropria, e i dodici All Star Game consecutivi sono una testimonianza esauriente. Al suo fianco il solido "Red" Kerr, che terminò la regular season in abbondante doppia cifra per punti e rimbalzi (15.2 e 13.4).
I Warriors, campioni NBA nel 1956 conservavano una formazione di tutto rispetto, anche se era chiara la percezione che il treno buono fosse irrimediabilmente passato: Paul Arizin continuava a guidare la squadra segnando la solita valanga di punti dall'alto del suo perfetto jumper (saranno 20.7 fino all'inizio dei playoffs), ben coadiuvato dal sei volte All Star Neil Johnston, centro titolare, 19 punti anche grazie al suo brevettato gancio con la mano destra. Di pregio il supporting cast, a partire da quel Tom Gola, italoamericano, precursore degli "all-around players": un'ala piccola molto atletica e capace di andare in doppia cifra di media a rimbalzo oltre che di superare i 13 punti a partita. Da non trascurare infine l'apporto di Woody Sauldsberry (che sarebbe passato a Boston più avanti), nominato alla fine di quell'anno Rookie Of The Year.

Le due squadre si classificarono rispettivamente al secondo e terzo posto nella Eastern, entrambe con un record superiore al 50%: i Nationals chiusero con 41 vittorie e 31 sconfitte, i Warriors con 37 vinte e 35 perse. E i Celtics? Come i lettori avranno intuito vinsero la conference a mani basse portando a  casa 49 vittorie. Per la verità dopo sole cinque partite il primo segno di un destino avverso si era già palesato nel cielo di Boston sotto forma di un grave infortunio al "cagnaccio" Jim Loscutoff, l'uomo chiamato a fare il lavoro sporco sotto i tabelloni, il duro poco appariscente, ideale spalla del fuoriclasse Russell e guardia del corpo designata di Bob Cousy.
Così, alle spalle del numero 6 e di Tom Heinsohn sotto le plance Auerbach fu costretto a far ruotare, peraltro con risultati apprezzabili, Arnie Risen e Jack Nichols. I biancoverdì iniziarono la regular season con un eloquente 14-0 condito da uno scarto medio di 14.5 punti. Il resto della stagione fu un tranquillo controllo del miglior record, senza particolari sussulti a parte un periodo poco felice a cavallo delle festività natalizie con 7 sconfitte e 3 vittorie tra il 25 dicembre e il 12 gennaio. A fine stagione il miglior marcatore fu Bill Sharman con 22.3 punti a gara; Cousy contribuì con 18.8 punti e 7.1 assists anche grazie alla monumentale presenza di Russell, il cui dominio in area sdoganava i compagni da molte preoccupazioni difensive consentendogli di dedicarsi maggiormente agli altri aspetti del gioco. Atto doveroso fu l'assegnazione del titolo di MVP al centro dei Celtics, leader della lega per rimbalzi a partita (una media stratosferica di 22.7) e fuoriclasse ormai più che presunto. A confermare i sempiterni dubbi sulla competenza dei giornalisti sportivi, rileviamo come la giuria incaricata di nominare i migliori quintetti NBA decise di non mutuare la scelta dei giocatori, relegandolo addirittura nel secondo, al contrario di Cousy e Sharman.

A Ovest l'unica formazione di livello erano i St.Louis Hawks guidati da tre futuri ospiti della Hall Of Fame; il più rappresentativo era certamente Robert Lee Pettit Jr., al secolo semplicemente Bob (nella foto): ala grande capace di viaggiare a 26.4 punti e 16.2 rimbalzi in carriera, etica del lavoro e talento entrambi fuori del comune, un numero incalcolabile di onorificenze. Per certi versi, grazie all'abilità nell'andare a rimbalzo unita alla tecnica sopraffina in fase offensiva può essere considerato colui che rivoluzionò il ruolo di power forward, zio dei Baylor e degli Hayes e nonno di Tim Duncan e Kevin Garnett. Suo compagno di frontline era la vecchia conoscenza Ed Macauley, già merce di scambio per arrivare a Russell, una volta MVP stagionale (nel lontano 1951) e sette volte All Star. Completava il "trio delle meraviglie" Cliff Hagan, ala piccola eccellente a rimbalzo per la sua statura (1.94) e mortifero al tiro, con i suoi 19.9 punti a partita secondo miglior marcatore della propria squadra. Profonda la panchina, specialmente sotto i tabelloni, con  Chuck Share e Jack Coleman, backup di esperienza (specialmente il secondo) e di notevole affidabilità.
Le altre franchigie offrivano decisamente poco, con i Cincinnati Royals che, nonostante l'innesto del centro Clyde Lovellette, uomo da 23.4 punti e 12.1 imbalzi in stagione regolare a fianco di Maurice Stokes e Jack Twyman (altri due Hall of Famer), non riuscirono a migliorare sensibilmente il fallimentare piazzamento dell'anno precedente, quando dimoravano a Rochester. St.Louis vinse agevolmente la sua conference con 41 vittorie e 31 sconfitte, tenendo a debita distanza Cincinnati e Detroit, appaiate a 33 vittorie con record ampiamente sotto il 50%.
I playoffs si dipanarono senza eccessivi sussulti; come da regolamento di un' NBA a ranghi ridotti Boston e St.Louis passarono direttamente alla finale di Division in attesa delle sfidanti che sarebbero dovute passare attraverso un turno preliminare. Fu così che ai Celtics toccarono in sorte i Warriors, vincitori per 2-1 contro i Syracuse Nationals nonostante la media di quasi 27 punti e 15 rimbalzi per un indomabile Schayes.
La serie fu piuttosto agevole per i biancoverdi: Neil Johnston, il centro di Philadelphia, venne sistematicamente sovrastato da un Russell in stato di grazia che ne limitò grandemente anche la fase offensiva lasciando il solo Arizin a cantare e portare la croce. Le prime tre partite furono senza storia, con una gara 2 esterna chiusa addirittura a 22 punti di scarto (109 a 87). La reazione dei Warriors fruttò solamente il punto della bandiera tra le mura amiche (112 a 97), salvo poi soccombere per il 4-1 finale al Garden in una gara peraltro equilibrata chiusa sul 93 a 88. Come da copione gli Hawks divennero agevolmente la seconda finalista, regolando con identico punteggio i Pistons: in realtà la serie non fu esattamente una passeggiata, almeno nella fase iniziale: dopo essersi portati sul 2-0 grazie a due tirate vittorie per 114 a 111 e 99 a 96 (quest'ultima in trasferta), Pettit e compagni subirono un'inopinata sconfitta interna (89 a 109) grazie a un esplosivo George Yardley, mortifera ala piccola già leader di lega per media punti in regular season. Detroit ebbe quindi la possibilità di impattare la serie con una vittoria casalinga in gara 4, ma proprio da quel momento St.Louis, dimostrandosi squadra di rango superiore, mise la freccia e, con una schiacciante dimostrazione di forza (145 a 101), chiuse di fatto i conti, aggiudicandosi agevolmente anche gara 5 tra le mura amiche per il 4-1 finale.
Ed eccoci all'atto conclusivo, quello più spettacolare, la rivincita dell'ultima finale NBA chiusasi a favore dei Celtics. I campioni in carica avevano dimostrato di poter surrogare egregiamente la mancanza di Loscutoff per tutta la regular season e, tutto sommato, potevano essere considerati favoriti.
Gara 1 a Boston fu estremamente combattuta, e si chiuse con la vittoria di misura degli ospiti per 104 a 102; la risposta dei ragazzi di Auerbach fu pronta: uno stordente 136 a 112 a pareggiare la serie, che a quel punto si spostò a St. Louis. Fu nella terza partita di finale che accadde il fattaccio: sul 49-49 Russell saltò per contrastare il tentativo di tiro di Pettit e  cadde pesantemente e malamente sul piede destro procurandosi una seria distorsione alla caviglia (in seguito nell'ambiente si sussurrò fosse addirittura una frattura) che lo costrinse a lasciare il campo. Nonostante la prestazione coraggiosa degli orfani del grande Bill, gli Hawks vinsero 111 a 108.
Ora la situazione era veramente drammatica: senza Loscutoff e, soprattutto, senza Russell, sotto le plance rimaneva il solo Heinsohn, peraltro non un gigante, al quale cercava di dare un minimo d'aiuto la vecchia gloria Arnie Risen (all'ultimo anno da professionista). Poco per contrastare la possente frontline degli avversari. Ciononostante i biancoverdi vendettero cara la pelle, prima espugnando il Kiel Auditorium con un incredibile (date le circostanze) 109 a 98, poi cedendo in casa con un onorevolissimo 102 a 100 al Garden, quando una eventuale vittoria sarebbe stata salutata come un mezzo miracolo.

In gara 6 Russell venne schierato in campo, ultimo tentativo di contrastare un fato palesemente avverso. Ovviamente la mobilità del centro biancoverde risultò enormemente ridotta; a dare il colpo di grazia alle scarse speranze dei Celtics arrivò una memorabile prestazione di Pettit che segnò 19 punti già prima dell'intervallo, quando il risultato era di 57 a 52. Un monumentale Cousy ben spalleggiato da Sharman si prese sulle spalle la squadra fino a portarla, in apertura del quarto finale, avanti di due punti (86-84), ma quella sera sarebbe andato in scena il capolavoro dell'alfiere degli Hawks che, nonostante fosse sistematicamente raddoppiato e triplicato, segnò 18 degli ultimi 21 punti dei suoi per un totale stratosferico di 50, compreso il tap in decisivo, quello del 110 a 107 quando il cronometro segnava -15 secondi. A nulla valse l'eroica prestazione dei Celtics menomati: il risultato finale fu 110 a 109 e la storia ratificò il primo e ultimo titolo degli Hawks nella storia dell'NBA.
Molti addetti ai lavori sostennero che, con Russell in salute, la finale avrebbe preso tutt'altra piega. La risposta di Auerbach fu: "Si possono sempre trovare delle scuse...ci hanno semplicemente battuti". La classe non è acqua, soprattutto se a confronto mettiamo chi, per giustificare una sconfitta tira in ballo presunti falsi infortuni e battute di terz'ordine su guaritori negli spogliatoi avversari. Altri tempi, altri uomini.


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