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#15 Tom Heinsohn

Pubblicato da Angelo Merendi martedì 26 maggio 2009 Comments


E' uno degli eroi dell'iconografia Celtics.Un po' genio, un po' clown, ma tanto, tanto verde nelle vene: Tom Heinsohn. 


Come un seme impiega qualche anno per diventare un robusto albero, così una dinastia non nasce dal nulla: occorre pazienza, passione, competenza, genio;quei Celtics imbattibili come siamo abituati a rivedere in immagini in bianco e nero sempre meno nitide con lo scorrere degli anni, iniziano a sbocciare agli albori degli anni '50, un passo dopo l'altro.
Dopo alcune stagioni piuttosto difficili, nel 1950 arriva Bob Cousy, nel 1951 Bill Sharman, nel 1954 Frank Ramsey, nel 1955 Jim Loscutoff; ma è il 1956 che vede non uno, non due ma tre fuoriclasse apparire all'orizzonte della storia biancoverde...stiamo parlando di un trio di rookies che rappresenta probabilmente il colpo più magistrale nella sessantennale storia dell' NBA, ovvero Bill Russell, KC Jones e Tom Heinsohn: il primo acciuffato grazie a una trade con i St.Louis Hawks in cambio dell' All Star Ed Macauley, gli altri due pescati al draft.
Nessuno può saperlo, ma in quei cinque anni si pongono le basi per dodici anni di trionfi quasi ininterrotti.

Thomas William Heinsohn, al secolo Tom, nasce da famiglia di origine tedesca il 26 agosto 1934 a Jersey City, New Jersey, a un tiro di sasso dalla Grande Mela. Nel 1944 gli Heinsohn si trasferiscono a Union City, poco distante, e lì Tom inizia a muovere i primi passi nel mondo del basket: è sveglio ed appassionato di ogni sport, finchè, come spesso accade, un personaggio entra nella sua vita e la indirizza sui binari che che lo porteranno nella storia: il suo nome è Perry Del Purgatorio, un giovanotto che ha avuto la fortuna di giocare all'Università di Villanova con un certo Paul Arizin. Un ragazzo serio, al quale non dispiace di allenarsi tutte le sere al campetto per mantenere la forma; un giorno Tom si trova a passare da quelle parti e accetta volentieri la richiesta di fare da raccattapalle. Da allora i due diventano amici e Perry, mentre prova palleggio-arresto-tiro e layup, spiega ogni giorno al piccolo Heinsohn i primi rudimenti del basket, instillandogli l'amore per il gioco, amore che lo accompagnerà tutta la vita, fino ai giorni nostri. 

Alla St. Michael's High School è già una promessa. Il suo coach si chiama Pat Finnegan, classico duro da film, veterano della seconda guerra mondiale ramo aeronautica: un uomo vecchio stampo a cui piace il lavoro pesante: la cosa non spaventa Tom, il cui impegno non fa mai difetto: la squadra vince il "Metropolitan Catholic Championship", al quale partecipano tutte le scuole cattoliche nell'area di New York e del New Jersey. Inutile sottolineare chi fosse il miglior marcatore. In quel periodo la dedizione per la palla a spicchi è totale: partitelle tra amici, tornei amatoriali e leghe semipro in cui bazzicano anche ex professionisti e giocatori di college. Lo stesso Heinsohn ammetterà che queste esperienze furono di grande importanza per la sua crescita tecnica.

Nominato All American quando da senior termina la stagione 1951-52 con 28 punti di media a partita, riceve più di quaranta proposte da altrattante università, ma senza pensarci troppo sceglie la cattolica Holy Cross, già patria di elezione di Bob Cousy pochi anni prima e con una consolidata tradizione baskettara.

Qui il ragazzo conferma le attese e, dopo un anno da "freshman" passato ad abituarsi alla vita da studente (all'epoca i ragazzi al primo anno non potevano giocare per le squadre universitarie), inanella tre campionati fantastici: da junior piazza una media di 23.3 punti, da senior riscrive il record con 27.4. Il 1 marzo 1956 in una partita contro Boston College ne mette 51. Tutto ciò, ovviamente, significa All American, un'altra volta.
Finita l'università il passo verso l'NBA è breve e doveroso. In quegli anni il draft proponeva una possibilità ora dimenticata, ovvero le "territorials picks": in pratica una squadra poteva rinunciare alla prima scelta per acquisire un giocatore che aveva frequentato il college nelle immediate vicinanze della città dove la franchigia aveva sede, senza possibilità di intromissione da parte delle avversarie; Worcester, la città di Holy Cross, è a pochi chilometri da Boston e il resto lo potete immaginare. Nel 1956 un Auerbach particolarmente ispirato compie il miracolo già accennato in apertura ovvero lo scambio che porta Russell a Boston e la scelta di K.C. Jones al secondo turno. Tre Hall of Famers in una volta, un record imbattuto e, probabilmente, imbattibile.
Ora la squadra può dirsi completa in ogni reparto. Nel recente passato ha mostrato sprazzi di assoluta genialità in fase offensiva (e con Cousy e Sharman la precisazione appare persino offensiva), ma scarsa solidità sotto le plance: Macauley, ancorchè grande giocatore, è tosto, ottimo realizzatore, ma dalle spalle troppo strette per battagliare con gli altri lunghi e, soprattutto, non è un rimbalzista di prima schieras; con l'arrivo di Russell e Heinsohn tale lacuna è colmata con margine.

Il primo campionato di Tom in maglia biancoverde coincide dunque con il primo titolo dei Celtics: la regular season è un cammino piuttosto tranquillo verso il primo posto assoluto con un confortante vantaggio nei confronti dei Syracuse Nationals. Heinsohn riceve subito la fiducia di Auerbach che lo mette in campo in tutte le partite per una media di quasi 30 minuti a gara. Lui lo ripaga con 16.2 punti e 9.8 rimbalzi ad allacciata di scarpe, surrogando con la sua presenza ingombrante l'assenza di Russell, assente per i primi 24 inontri perchè impegnato a vincere un oro olimpico alle Olimpiadi di Melbourne. Questo gli vale la prima convocazione all'All Star Game. Ma non è ancora nulla, perchè il ragazzino si erge a protagonista proprio nei momenti più caldi, mostrando da subito le stimmate del campione che sarebbe diventato: i suoi playoffs sono addirittura trionfali, e non solo per i 22.9 punti e 11.7 rimbalzi che mette in carniere, ma soprattutto per la dominante gara 7 di finale contro gli Hawks di Pettit.
St.Louis, infatti, dopo una regular season mediocre terminata sotto il 50% di vittorie, impegna allo spasimo i Celtics. In quella tiratissima ultima partita al Garden sono i giovani a dover tirare fuori dalle secche i biancoverdi: Sharman e Cousy incappano in una giornata tragica al tiro, pur spendendosi in difesa. Russell e Heinsohn, di contro, assurgono a protagonisti assoluti: il secondo, in particolare, piazza una prestazione super da 37 punti e 23 rimbalzi (è un rookie, ricordiamolo) contribuendo anche a controllare uno scatenato Pettit fino a quando, disperato, è costretto ad uscire per raggiunto limite di falli. Si nasconde la testa sotto la giacca della tuta per la vergogna di non essere in campo nel momento decisivo, ma poi Ramsey e Russell decidono e la gara si chiude 125-123 dopo due supplementari.
La nomina a Rookie Of The Year è un atto dovuto.

L'anno successivo i Celtics partono da logici favoriti: la squadra è fenomenale, con i senatori Cousy e Sharman attorniati dai rampanti Heinsohn e Russell, a cui, proprio quell'anno, si va ad aggiungere il rookie Sam Jones. Parrebbe una storia già scritta e invece la sfortuna ci mette lo zampino, prima azzoppando Loscutoff dopo appena 5 gare, poi abbattendosi durante gara 2 delle finals sulla caviglia di Russell.
Ad ogni buon conto il "sophomore" Heinsohn si conferma una delle giovani stelle più fulgide del firmamento NBA: regolarmente in quintetto segna una media di 17.8 punti e raccoglie 10.2 rimbalzi a partita, nonostante non sia propriamente un gigante. Purtroppo, in coppia con il veterano Arnie Risen poco può fare in finale per contrastare lo strapotere degli Hawks e specialmente di Pettit sotto le plance.

La pronta riscossa già nel campionato seguente, 1958-59, quando incrementa ancora le sue statistiche con 19.9 punti a partita in regular season e contribuisce in maniera non marginale a riportare a Boston il titolo. Ormai è entrato nel cuore dei tifosi ed effettivamente il personaggio è assolutamente affascinante in tutte le sue contraddizioni: guerresco quando mulina i gomiti a rimbalzo per prendere il sopravvento su avversari che lo sovrastano di una spanna; artistico quando lascia libero il suo genio nel fondamentale che ama di più, ovvero il tiro che scocca con maestria da ogni posizione; ragazzaccio di strada quando fa imbestialire gli avversari (storici alcuni scontri con Wilt Chamberlain) con comportamenti in campo non proprio da educanda; uomo spogliatoio ideale quando viene preso di mira da Auerbach che approfitta del suo carattere accomodante per strigliare "di rimando" altri giocatori più permalosi. Memorabile in questo senso un siparietto di Red che, scontento della squadra durante l'intervallo in una gara in cui Tom ha messo "ad asciugare" più di 20 punti e una dozzina di rimbalzi, entra furioso nello spogliatoio puntando proprio Heinsohn...dopo un paio di minuti di urlacci lo scambio di battute finale è fantastico:
Heinsohn: "Scusa, coach, ma cosa diavolo ho fatto di sbagliato stasera"?
Auerbach (un'impercettibile esitazione): "Hai fatto un riscaldamento schifoso!".
Applausi.

A proposito, abbiamo accennato alle capacità balistiche di questo ragazzo, davvero fenomenali, tanto che Red non fatica a permettergli di dare sfogo alla sua vena da killer (per ogni assist effettuato tira a canestro 9 volte...). I soprannomi che il popolo Celtico gli affibbia sono eloquenti, da "Ack-Ack" a "Tommy Gun", ed entrambi meritano una spiegazione: il primo prende spunto dall'alfabeto fonetico utilizzato dalla Reale Marina Britannica durante la grande guerra, secondo il quale la lettera A era "Ack" (come ora è Alpha nel moderno alfabeto NATO): da qui il colloquiale Ack-Ack come (cannone)"Anti Aereo". Il secondo gioca sul doppio senso creato dal suo nome affiancato alla parola "arma" e dal fatto che quello era il nome del mitragliatore Thompson T-1, reso famoso nelle sparatorie di Mafia negli anni ‘30.

Insomma, il ragazzo, anche grazie a un controllo del corpo superbo, vede il canestro: marchi di fabbrica un gancio mortifero e un jumper teso (che la leggenda vuole costruito per forza di cose in una palestra dal soffitto troppo basso frequentata in gioventù). In realtà, pur essendo un tiratore nato non è affatto quello che si dice un cecchino infallibile, e questo è solo un apparente controsenso: ha una fiducia enorme nei suoi mezzi, può sbagliare 4-5 tiri consecutivi senza mai abbassare la guardia e riuscendo magari a segnare il "buzzer beater" decisivo.
Altra caratteristica fondamentale che lo rende un rebus difficile da risolvere per le difese avversarie è un fisico sufficientemente massiccio da consentirgli di fare la voce grossa sotto le plance ma incredibilmente agile da permettergli di portare a spasso per il campo il suo diretto avversario.

Dopo aver conquistato l'anello nel '59 Heinsohn entra da protagonista anche nel trionfo successivo quando gioca una magistrale gara 6 in finale di Conference a Philadelphia contro i Sixers del rookie Wilt Chamberlain: 22 punti, incluso il canestro del 119-117 sulla sirena, quello che zittisce gli 11.000 della Convention Hall e che vale il passaggio in finale (un'altra maratona in sette gare vinta contro gli Hawks). Di quell'anno anche l'inclusione nel secondo quintetto NBA che sarà confermata anche nei tre anni seguenti.
Le sue cifre sono in continua crescita fino al 1962, quando, senza più Sharman e con un Cousy ormai trentatreenne, guida l'attacco di Boston con 22.1 punti a partita. Ma da qui in poi è inutile fare dei distinguo, si rischierebbe di essere ripetitivi: fino al ritiro di Heinsohn i Celtics non fanno altro che vincere (e non si fermeranno - se si eccettua il passo falso del 1967 - fino al '69), e nonostante gli anni che passano il numero 15 rimane una delle pietre angolari sulle quali i ragazzi di Red costruiscono i loro successi. Gioca ininterrottamente l'All Star Game dal 1961 al 1964 e nel 1965 si vede gratificato dell'ottavo anello dopo il 4-1 contro i Lakers. Purtroppo, se la mente è ancora forte, non lo sono altrettanto le ginocchia malconce. Consapevole di non potersi mantenere ai livelli che gli competono, a 30 anni, decide di dire basta con il basket giocato: la carriera stellare gli vale nel 1986 la doverosa inclusione nella Hall Of Fame come giocatore.
Se questa fosse la biografia di un uomo "normale" potremmo chiuderla qui. Beh, in "Tommy Gun" non c'è nulla di "normale" e quindi, come per Russell e Sharman, è necessario un supplemento, per nulla trascurabile. Dopo il ritiro dal basket giocato Auerbach lo tampina per offrirgli un posto da allenatore, il che gli consentirebbe di concentrarsi maggiormante sull'aspetto manageriale: dopotutto Heinsohn è intelligente, conosce a fondo il gioco, è benvoluto e rispettato dagli ex colleghi (è stato presidente dell'associazione giocatori e nel 1964 ha avuto un ruolo cruciale nelle lotte che hanno costretto i proprietari a riconoscere alcuni diritti "sindacali" ai giocatori, tra cui il primo piano pensionistico) ma soprattutto, gode della stima incondizionata del grande Red. La proposta, allettante, riceve un gentile rifiuto e il motivo ce lo spiega il protagonista: "Risposi no perchè Russell era ancora in attività e io sapevo che non avrei potuto gestirlo. Nessuno avrebbe potuto gestirlo, così dissi a Auerbach che avrebbe potuto nominare Bill come coach". E il patriarca si adegua.
Da quel momento, per tre anni, si dedica al business delle assicurazioni, anche se i contatti con i Celtics sono frequenti, come quando Auerbach gli telefona per chiedergli un consiglio sulla possibile acquisizione di Don Nelson; la risposta è un concentrato di competenza e umorismo: "Red, Don Nelson è lento (in realtà la frase letterale sarebbe "...is slow as shit"). Non è capace di correre. Ma lui e Joe Holup sono gli unici due uomini contro cui abbia mai giocato che non sono riuscito a superare. Non so come ha fatto, ma l'ha fatto". Non si sa se il consiglio sia stato determinante, fatto sta che Nelson diventerà uno dei migliori sesti uomini nella storia della franchigia biancoverde.
Dopo il titolo del 1969 che segna la fine ufficiale della dinastia c'è bisogno di un punto fermo che guidi la ricostruzione, faccenda presumibilmente laboriosa. L'uomo più adatto sembra essere ancora Heinsohn, al quale viene riproposta l'offerta di un posto da head coach. Non ci sono più motivi per rifiutare.
Il lavoro è difficile, il nuovo centro si chiama Hank Finkel, che sta all'immenso Russell come la carne in scatola all'alta cucina. Basterebbe già questo per giustificare una stagione da 34 vittorie e 48 sconfitte, in realtà bisogna ricordare anche il ritiro di Sam Jones. Di fatto l'unico fuoriclasse rimasto è Havlicek, e per quanto possano far quadrato gli esperti Nelson e Sanders e i giovani JoJo White e Don Chaney, l'annata è chiaramente da "stiamo lavorando per voi".

Anche il campionato seguente si conclude con una mancata qualificazione ai playoffs, seppure con un confortante record di 44-38 e con un altro pezzetto del mosaico che si incastra, ovvero la scelta al draft di Dave Cowens. In pratica è il biennio in cui Heinsohn impara a fare il coach e, nel contempo, cerca di insegnare la sua filosofia di gioco ai ragazzi, una filosofia fatta si di applicazione, ma anche di corsa, in contrapposizione al gioco dei Celtics negli ultimi anni della dinastia, quando prima il ritiro di Cousy e poi l'avanzare dell'età dei senatori residui avevano consigliato un approccio agonistico più "posato".

Nel 1971-72 Boston si qualifica per i playoffs e si arrende per 4-1 solo in finale di Conference contro i Knicks di Reed, DeBusschere, Bradley, Lucas e Frazier. I Celtics si guadagnano gli elogi di pubblico e critica mentre Heinsohn riesce a plasmare in un anno Dave Cowens nella chiave di volta per trasformare la sua squadra in una macchina da guerra: agile e potente allo stesso tempo, viene sfruttato sotto le plance avversarie come rimbalzista ma anche come playmaker, facendolo uscire sovente dall'area per portarsi dietro i lunghi avversari e costringerli a difendere sul perimetro, regalando spazio nel pitturato a un quintetto non troppo dotato di centimetri quale è all'epoca quello dei Celtics. Nel contempo sviluppa appieno il talento di White, che presto diventerà il cecchino che tutti conosciamo.
Il 1973 sembra l'anno buono: i biancoverdi portano a casa un incredibile 68-14 in regular season ma, complice un infortunio alla spalla del faro Havlicek, devono cedere ancora una volta, per 4-3, ai soliti Knicks, capaci poi di andare a vincere il trofeo. Il titolo di Coach Of The Year non può consolare Heinsohn, la delusione grande ma le fa da contrappunto la  consapevolezza che la squadra c'è e può finalmente guardare al futuro con la certezza di essere ancora protagonista.
Il primo titolo da allenatore arriva subito dopo, nella memorabile finale contro i Bucks di Jabbar. In quell'occasione il coach capisce che la soluzione del rebus è concentrarsi sul metronomo di quella squadra, il talentuosisimo ma anziano Robertson. Oscar, fin da gara 1, viene istantaneamente pressato non appena riceve palla e sistematicamente attaccato da Chaney e White. Nel contempo chiede a Cowens, inizialmente in notevole difficoltà difensiva su Kareem, di svariare il più possibile lungo tutto il fronte di attacco per rendere le cose più difficili al fenomenale avversario. Il risultato è un incredibile titolo raggiunto in gara 7, in trasferta, dopo quella gara 6 passata alla storia per il gancio di Jabbar che ammmutolisce il Garden dando la vittoria in extremis ai suoi.
E siamo così a 9 titoli: l'ex "Tommy Gun" è ancora sul tetto del mondo, ma chi si aspetta un distinto signore che siede comodamente in panchina mentre dà indicazioni ai suoi giocatori è destinato a rimanere deluso: il carattere è sempre sanguigno e proteste, occhiatacce, smorfie, sono solo il preludio a vere e proprie scene comiche: come quando si alza troppo velocemente dalla panchina procurandosi un poco consono strappo al pantalone, quando lancia a terra la giacca in un plateale gesto di protesta seminando manciate di monetine sul campo, oppure quando calcia involontariamente una scarpa in tribuna inviando subito dopo un ball boy a recuperarla mentre finge indifferenza zoppicando a bordo campo. Tutto molto simpatico, daccordo, ma non abbastanza per farci dimenticare che Tom Heinsohn non è stato solamente un campione assoluto, ma anche un coach di intelligenza superiore che in pochissimi anni ha contribuito a riportare in auge una franchigia che i più giudicavano destinata a un lungo periodo di ricostruzione.
Il titolo del 1974 non è l'ultimo trionfo per Tom; dopo l'uscita di scena nei playoffs per mano dei rampanti Bullets nel 1975, due anni dopo ecco l'apoteosi del "greatest game ever", quella casalinga gara 5 contro i Suns condita da tre overtime dove succede di tutto: Heinsohn come suo solito partecipa alla gara come se fosse in campo e alla fine è praticamente disidratato: sviene negli spogliatoi e ha un picco di pressione tale per cui i medici gli consigliano di non andare a Phoenix per gara 6. L'allarme rientra, ma solo il giorno successivo, e questo gli consente di andare a festeggiare il 4-2 finale che porta a 10 titoli il suo incredibile palmares.

Esce definitivamente di scena a metà stagione durante il campionato 1977-78, con una squadra all'inizio di un'altra ricostruzione...il vecchio leone decide che può bastare e che, forse, dopo aver cavalcato da protagonista un ventennio di storia NBA, è giusto che altri si prendano cura della sua famiglia, i Celtics. La carriera di Heinsohn allenatore parla di due titoli, tre finali di conference, cinque titoli di division consecutivi con un record di 416-240 e un titolo di Coach Of The Year.
OK, pensione dunque? Nemmeno per sogno. Il richiamo del campo è troppo forte e dal 1981 allieta i tifosi con la sua competenza e il suo buonumore, in coppia con Mike Gorman, nelle telecronache delle partite che vedono in campo i suoi nipotini in biancoverde. Chi non conosce il celeberrimo "Tommy point", premio virtuale regalato a giocatori (e in qualche caso al pubblico) per "meriti speciali"?
1956-2009, 53 anni (quasi) ininterrotti per i Boston Celtics. Grazie "Tommy Gun"...alla prossima partita, per molti anni ancora.

Greatest Games : 1957 NBA Finals #7 Boston Vs St Louis

Pubblicato da Fabio Anderle martedì 19 maggio 2009 Comments



Il primo titolo, come il primo amore, non si scorda mai. Specie se arriva dopo due supplementari nella settima partita... 


Se pensate che la strada verso la Mistica dei Celtics sia stata lastricata di vittorie facili, siete sulla...strada sbagliata. Nessuno ha mai regalato niente ai biancoverdi, ed anzi il primo titolo fu forse quello più sofferto. Saltiamo a bordo della nostra De Lorean opportunamente modificata da "Doc" ("Doc" Brown di "Ritorno al Futuro", ovviamente, non "Doc" Rivers) e torniamo nel passato, esattamente nell'aprile del 1957. Boston ha appena terminato una regular season da favola. Red Auerbach al draft del 1956 ha giocato splendidamente le sue carte, rinforzando la squadra con Bill Russell e Tommy Heinsohn, ed i Celtics appaiono pronti per il salto di qualità.


A dire il vero William Felton Russell si unisce al gruppo solo nel mese di dicembre (dicembre 1956... French Lick...mi dicono qualcosa...), visto che prima di diventare professionista ha deciso di portare da Melbourne a casa la medaglia d'oro olimpica e di convolare a giuste nozze, ma la gang del Trifoglio parte comunque alla grande impilando 16 vittorie nelle prime 24 uscite. Dopo l'arrivo del giovane fusillo nero, Auerbach ingrana le marce alte e si aggiudica in scioltezza il primo titolo divisionale della storia della franchigia (siamo ormai nel 1957, e visto che l'NBA è formata da 8 franchigie la "Division" corrisponde a quella che poi verrà chiamata "Conference") con 44 vittorie e 28 sconfitte. Oltre agli imberbi Russell ed Heinsohn (votato rookie dell'anno), il quintetto biancoverde può contare sulle due guardie Bob Cousy (nella foto sfida la difesa degli Hawks) e Bill Sharman e sul roccioso "Jungle Jim" Loscutoff, mentre dalla panchina intervengono il supremo sesto uomo Frank Ramsey, i lunghi Jack Nichols ed Arnie Risen, la guardia Andy Phillip e le ali Togo Palazzi, Dixon Hemric e Lou Tsioropoulos.
Ai playoffs sono ammesse sei squadre con le due vincenti di division promosse automaticamente alla semifinale prevista sulla distanza massima delle cinque partite. Bei tempi quelli in cui per essere campioni NBA al massimo dovevi giocare 89 partite! Nel 2008 i Celtics si laureeranno campioni dopo 108 incontri! Ma la DeLorean ci ha portato nel 1957, e quindi non perdiamo tempo. Boston si sbarazza di Syracuse con un secco 3 a 0 mentre ad Ovest St. Louis schiaccia facilmente i vecchi Lakers, dimostrando di essere diventata una squadra ben più temibile di quella che i biancoverdi avevano abbattuto in sette dei nove confronti di regular season.
Dopo l'acquisizione del "fosforo" Slater Martin da Minneapolis e la promozione di Alex Hannum a giocatore-allenatore il gioco degli Hawks è salito di livello, anche grazie alla superstella Bob Pettit, all'apporto dell'ex-Celtic "Easy Ed" Macauley ed al contributo delle due scelte dei Celtics Cliff Hagan e Charlie Share. La serie comincia con Boston nello scomodo ruolo di favorita, ed infatti tra mille polemiche, colpi di scena e colpi di.... mano (prima di gara 3 Auerbach sferra un pugno al suo ex datore di lavoro, il proprietario degli Hawks Ben Kerner) St.Louis ribatte colpo su colpo. Tanto che ora si presenta alla settima e decisiva partita in diretta nazionale TV dal Boston Garden con le credenziali in regola per sfilare il trofeo NBA da sotto il naso dei padroni di casa. I Celtics poi fanno del loro meglio per sprecare la grande occasione: Bob Cousy e Bill Sharman, veterane guardie All Star, sbagliano rispettivamente 18 e 17 dei 20 tiri tentati nella loro peggior partita di playoffs in carriera.

E così, mentre gli americani si appassionano di fronte ai teleschermi in quello che diventerà un classico sabato di primavera con torta di mele e Celtics in diretta nazionale, tocca ai due "ragazzini" Russell e Heinsohn tenere in piedi la baracca nei primi ventiquattro minuti. Nel terzo quarto Boston tenta l'allungo, ma Pettit è una maschera di determinazione e contrasta Russell con grinta e caparbietà. Non sono bastate sei partite, e non bastano nemmeno 47 minuti della "bella" a trovare il proprietario del trofeo NBA: le due squadre se lo giocano in volata. Con gli Hawks avanti di uno, Jack Coleman parte in contropiede e sembra destinato a segnare il canestro decisivo, ma Russell è una gazzella, recupera ed ammolla la stoppata salvavita per poi andare dall'altra parte a concludere per il +1. Non è davvero la serata di Cousy: dopo un errore degli Hawks, quando ha l'occasione di chiudere i conti dalla lunetta, sbaglia un libero a 13" dalla sirena, lasciando agli Hawks l'occasione per pareggiare. 
Pettit (nella foto a sinistra) dalla lunetta è glaciale, e sul 103 pari è tempo supplementare. I Celtics si lanciano a testa bassa, St.Louis non demorde: Coleman a 9" dalla fine della "extra session" realizza il canestro del 113 a 113, e Sharman fallisce il tiro vincente. Nel secondo "overtime" sono gli Hawks a prendere il controllo delle operazioni, e per fortuna che "Tommy Gun" Heinsohn si erge a protagonista assoluto segnando tre canestri di vitale importanza che ridanno a Boston un vantaggio, seppur minimo, sul 121 a 120 a 2' dalla fine. Subito dopo però il numero 15 commette il sesto fallo, ed è costretto a sedersi in panchina. Per nascondere le lacrime si copre la testa con una tuta, "a non veder l'amara luce": è dura lasciare in braghe di tela i compagni che fino a quel momento si era praticamente caricato sulle spalle.
St.Louis torna avanti in un turbinio di emozioni, ma quei Celtics hanno così tanti campioni: Frank Ramsey raccoglie la "torcia" di Heinsohn ed infila il decisivo "jumper" dai sei metri quando l'orologio segna 1'12" allo scadere. Questa volta gli ospiti sembrano sulle ginocchia, Loscutoff realizza il tiro libero del +2 allo scadere e sembra fatta. Un ultimo brivido, quando Hannum lancia la palla per tutto il campo facendola rimbalzare contro il tabellone, e Pettit riesce a raccoglierla e ad indirizzarla verso il canestro. Mentre Boston trattiene il fiato, la sfera trova solo ferro, ed è tempo di festeggiare. Diciassette anni dopo la vittoria dei Bruins sul ghiaccio e trentanove anni dopo il successo dei Red Sox del baseball, la Beantown torna a festeggiare un titolo professionistico. Auerbach è trascinato in doccia vestito, e dopo tutte quelle emozioni ha tempo di mormorare "Oggi mi sono giocato i nervi".

Per Russell è il terzo alloro in 13 mesi: dopo il titolo NCAA a San Francisco e l'oro di Melbourne, è ora di festeggiare a birra (lo champagne è ancora lontano) e di farsi radere la "goatee", il pizzetto che si era lasciato crescere e che aveva dichiarato di voler tenere fino alla vittoria. Cousy, nonostante la serata infausta, è incoronato MVP della serie finale, ma ha parole dorate per Heinsohn: "Il ragazzo è un grande. Che pressione ha sopportato, e che partita ha giocato"! 37 punti e 23 rimbalzi sono un ottimo inizio per una matricola, ed i tifosi esultanti lo alzano in trionfo prima di farlo (involontariamente?) cadere a terra. E' il primo titolo per i Celtics, ma nessuno crede ancora che sia nata la vera Dinastia, quella da 11 bandiere in 13 anni.

Il primo titolo

Pubblicato da Shamrock martedì 12 maggio 2009 Comments



Non c’erano più scuse. Non ce ne dovevano essere.

I Boston Celtics si presentarono al "tip-off" della stagione 1956-57 con un potenziale di squadra semplicemente stratosferico.

Il capolavoro strategico orchestrato da Red Auerbach in occasione del draft precedente aveva permesso alla proprietà di guardare per la prima volta al futuro con qualcosa di più di un sano “ottimismo”. Walter Brown sprizzava entusiasmo da tutti i pori ed anche la città di Boston, pur sempre radicata nel suo atavico scetticismo nei confronti dello sport con la palla a spicchi, cominciava a far trasparire quanto meno una certa sana curiosità.

I Celtics avevano voluto fortemente Bill Russell e l’avevano ottenuto. Le acquisizioni di K.C. Jones e di Tom Heinsohn erano arrivate a corollario della precedente operazione; tutto aveva senso...i baldi giovanotti andarono ad affiancarsi a veterani del calibro di Andy Phillip (guardia, 34 anni), Arnie Risen (centro, 32 anni) e Jack Nichols (ala, 30 anni) facendo quadrare il cerchio alla perfezione. Si doveva cominciare a vincere.
D’altra parte una squadra che già aveva la fortuna di poter schierare giocatori della qualità di Bob Cousy (in una rara foto a colori mentre al Garden sfida la difesa di Rochester) e Bill Sharman, sostenuti dai solidissimi Jim Loscutoff e Frank Ramsey, non poteva certo nascondere le sue ambizioni.


Parecchi quesiti rimanevano comunque irrisolti e gli “addetti ai lavori” della nazione aspettavano ardentemente l’inizio di stagione per trarre alcune parziali conclusioni: come si sarebbe adattato Russell al gioco dell’NBA? Sarebbe riuscito a non soffrire la mancanza di chili rispetto ai centri tradizionali, ed anzi a tramutarla in un vantaggio? E le sue doti atletiche sarebbero riuscite a “nascondere” un talento offensivo decisamente poco sviluppato in un campionato da sempre contraddistinto dalla prolificità dei “big men”? E ancora, come avrebbe sopportato una squadra relativamente giovane la pressione di "contender" più esperte e "fisiche" come i campioni in carica dei Philadelphia Warriors od i Syracuse Nationals?
Ad Est infatti la concorrenza, sulla carta, era tremenda: i Warriors avevano issato solo pochi mesi prima il loro secondo banner ad un decennio di distanza dal primo storico titolo e le loro principali “bocche da fuoco”, Paul Arizin e Neil Johnston, si trovavano al top della loro maturazione. I Nationals dal canto loro potevano ancora contare su un campione del calibro di Dolph Schayes ed anche se apparivano un gradino sotto Boston e Philadelphia a livello di potenziale, erano pur sempre da tenere in considerazione.
Ad Ovest la situazione appariva più abbordabile: con i pentacampioni Minnesota Lakers in fase di ricostruzione dopo l’addio del primo vero centro dominante della storia, George Mikan, non ci si aspettavano grosse sorprese nè da parte dei Fort Wayne Pistons nè dai Rochester Royals. Ma attenzione, perchè la vera mina vagante era rappresentata dai St.Louis Hawks che, trascinati da un giovane campione del calibro di Bob Pettit (al suo terzo anno in NBA) e dall’amatissimo ex-Celtic Ed Macauley, promettevano scintille.

E scintille infatti furono, fin dall’inizio. Boston si presentò ai ranghi di partenza senza “i ragazzi di Frisco”, Bill Russell (impegnato alle Olimpiadi di Melbourne) e K.C. Jones (in servizio militare volontario per due anni). La stagione della truppa di Red si aprì con tre vittorie e tre sconfitte, una delle quali abbastanza cocente sul campo neutro di Rochester, contro i Lakers. Ma il già dilagante e ben noto scetticismo della stampa sportiva bostoniana fu immediatamente placato da una formidabile cavalcata di dieci vittorie consecutive, tre delle quali di sommo prestigio ai danni dei campioni in carica Philadelphia Warriors.



Quando il 22 dicembre del 1956 Bill Russell fece il suo esordio contro i St.Louis Hawks (il destino...) in un gremito Boston Garden, il record della squadra dimostrava che i Celtics erano stati in grado di supplire egregiamente all’assenza iniziale del ragazzone di Monroe; con 16 vittorie e sole 8 sconfitte Boston aveva già scavato un piccolo solco nei confronti delle avversarie grazie soprattutto ai “funambolismi” del mago Cousy ed alla vena realizzativa di Bill Sharman, ma anche alla solidità dei “veterani” Loscutoff e Risen. Oltre ogni aspettativa era stato anche il contributo di Tom Heinsohn (nella foto), ma della “matricola d’oro” parleremo ampiamente nel prosieguo di questo appuntamento con la Storia dei Celtics.

Bill Russell non ci mise molto ad integrarsi negli ingranaggi della macchina ideata da Red Auerbach: il suo atletismo ed il suo “timing” innato lo misero subito a suo agio nel ruolo del dominatore sotto le plance e dello stoppatore selvaggio. Boston cominciò ben presto a costruire la sua strategia offensiva proprio intorno a Bill Russell il quale trasformava ogni rimbalzo in un potenziale “fast break”, il gioco di contropiede che affidato alla velocità ed al genio di Bob Cousy permetteva di correre il campo a velocità sfrenata fornendo penetrazioni ed assist per le comode conclusioni a canestro dei “cannonieri” bostoniani (Sharman ed Heinsohn in primis).
Se è pur vero che le qualità offensive di Russell non erano certo eccelse, ancora una volta le sue doti atletiche e la sua superiorità a rimbalzo gli garantivano canestri facili, spesso generati da quegli errori al tiro che Bill riusciva a correggere a canestro con appoggi facili o schiacciate.
Al di là dell’evidente rivoluzione tattica che l’arrivo di Russell aveva significato per gli assetti di squadra, ciò che più colpiva era la maturità del ragazzo della Louisiana e la contagiosa, seppur silenziosa, leadership e voglia di vincere che riusciva a trasmettere ai compagni. I Celtics si trasformarono in una corazzata, un gruppo unitissimo per il raggiungimento di un traguardo comune al di là di individualismi e particolari caratteristiche tecniche di ogni singolo giocatore.
Ed a dimostrazione di questa tesi Boston, con un record finale di 44-28, terminò la stagione regolare con ben sei uomini in doppia cifra per punti segnati (Sharman, Cousy, Heinsohn, Russell, Ramsey e Loscutoff), ma non solo: il minutaggio dei giocatori rivelava un “gioco di rotazioni” sapientemente gestito da Red Auerbach, con il coinvolgimento dei veterani Nichols, Risen e Phillip. Ed anche per colpa di qualche infortunio, i Celtics “sfoderarono” un roster da 12 giocatori tutti al di sopra dei 10 minuti di impiego medio a partita. Sotto questo aspetto Red Auerbach si stava rivelando un precursore in un’epoca in cui la maggior parte delle squadre si affidava ad un paio di stelle che monopolizzavano la gran parte dei minuti e dei tiri a disposizione. I Boston Celtics no. Loro erano già “diversi”.
Per carità, questo rivoluzionario concetto di “insieme” non deve trarre in inganno: le individualità erano pur sempre importanti: Russell chiuse la stagione regolare con la media stratosferica di quasi 20 rimbalzi a partita ed a Bob Cousy venne assegnato il premio di Most Valuable Player della lega. Inoltre, avere un passato glorioso all’università di Holy Cross era alquanto di moda, visto che il “collega” di Cousy, Tom Heinsohn si vide insignito del trofeo di Matricola dell’Anno.

Il panorama a fine stagione regolare era abbastanza chiaro: la Eastern Division presentava quattro squadre con record positivo, ed anche se si attestò su un perfetto 50% di bilancio vittorie/sconfitte, New York non riuscì qualificarsi per i playoffs mentre Syracuse e Philadelphia, con rispettivamente 38 e 37 vittorie su 72 partite si dovettero scontrare in un primo turno di post season che vide i Nationals prevalere sui Warriors per due partite a zero. Boston riposò per poi sbarazzarsi facilmente di Syracuse con un netto tre a zero in quella che era la Eastern Division Final.
Ad Ovest i Rochester Royals mancarono la qualificazione ai playoffs per sole tre partite di differenza con i Minneapolis Lakers, i Saint Louis Hawks ed i Fort Wayne Pistons, conpagini che si presentarono alla post season con lo stesso identico record di 34 vittorie e 38 sconfitte. A seguito di un turno preliminare di “tiebreakers” gli Hawks ed i Lakers si giocarono la finale divisionale che vide i primi prevalere in modo autoritario sulla compagine “lacustre” per tre partite a zero.

La finale NBA era servita, ed il destino volle che a contendersi il titolo fossero proprio Celtics ed Hawks, le due squadre che negli ultimi anni avevano più volte incrociato i loro destini per svariate ragioni: Red Auerbach aveva lavorato per il proprietario degli Hawks Ben Kerner quando la franchigia si chiamava ancora Tri-Cities BlackHawks; Ed Macauley, ormai noto ai nostri lettori, era reduce da sei stagioni con i Celtics ed il “rookie” Cliff Hagan era lui stesso approdato a St.Louis a seguito del famoso scambio-Russell; "Chuck" Share, ala degli Hawks, era stato in precedenza selezionato dai Celtics nel draft del 1950 e poi era servito ad Auerbach per arrivare a Brannum ed a Sharman in uno scambio con Fort Wayne.
Lo stesso Bob Cousy, come sappiamo, era stato proprietà dei BlackHawks di Ben Kerner per poi terminare finalmente a Boston “via Chicago” nel famoso “dispersal draft” del 1950.
Insomma, molti dei protagonisti dell’imminente sfida erano direttamente od indirettamente legati all’altra squadra e questo fattore probabilmente fu cruciale nel far sì che la sfida fosse più aperta ed emozionante di ciò che a rigor di logica avrebbe dovuto essere (i Celtics avevano vinto 10 partite in più degli Hawks in regular season).



Gli Hawks erano una gran squadra: con Bob Pettit (nell'immagine contrasta un gancio di Russell) e Macauley come “prime punte” ed Hagan, Coleman e Share a comporre un “front-court” di tutto rispetto potevano abbinare rapidità e robustezza. Anche il “parco guardie” era all'altezza, potendo contare sugli eccellenti Slater Martin e Jeff McMahon.
St.Louis era pronta per dare battaglia e ciò fu chiaro fin da gara 1 a Boston: nonostante i 36 punti di Sharman, i Celtics dovettero soccombere dopo un’epica sfida arricchita da due tempi supplementari (123 a 125 il risultato finale). Le prestazioni di Pettit (37 punti), “Easy” Ed Macauley e Martin (23 punti ciascuno) servirono a dare un segnale importante per la successiva contesa: St.Louis era un osso durissimo.
Per fortuna Boston riuscì ad incanalare la seconda partita su binari più congeniali: con un’asfissiante difesa su Pettit contenuto a soli 11 punti, Sharman, Heinsohn e Cousy ebbero vita relativamente facile in attacco ed i Celtics si imposero chiaramente con il punteggio di 119 a 99.

Gara 3 fu al cardiopalma, nervosa e continuamente spezzettata dai falli. Bob Pettit quasi sulla sirena “indovinò” il tiro della vittoria che permise a St.Louis di chiudere 100 a 98 e riacciuffare il vantaggio nella serie mantenendo il fattore campo. Ci fu bisogno del miglior Cousy nella successiva sfida per pareggiare i conti e riuscire a violare il Kiel Auditorium, "casa" degli Hawks: i suoi 31 punti furono cruciali per “bilanciare” i 33 di Pettit e trascinare i biancoverdi ad una sofferta vittoria con un margine di 5 punti.
Nel “pivotal game” Boston riuscì per la prima volta nella serie a fornire una prova di chiara superiorità schiacciando gli Hawks con il punteggio di 124 a 109, ma quando la sfida tornò a St.Louis i ragazzi di Red non riuscirono a chiudere i conti. Con il punteggio in perfetta parità a 94 punti, Bob Cousy in serata negativa sbagliò dalla lunetta con soli 12 secondi rimasti sul cronometro, ed il possesso successivo fu letale: nonostante l’errore nel tiro della disperazione di Pettit, il coriaceo Cliff Hagan (si, proprio lui, come da destino) “corresse” la giocata con un tempestivo “tap-in” dando così il trionfo ai suoi e rimandando tutto a gara 7.



Boston (nell'immagine il Garden nel corso di quella partita), sabato 13 aprile del 1957. Vincere per cominciare a cambiare la storia. O perdere con il rischio di rimanere degli eterni incompiuti. Gioia e dolore. Gloria o fallimento. Una partita, 48 minuti per il paradiso o l’inferno.
Red Auerbach sapeva bene quale sarebbe stata la differenza. Lui era pronto per varcare la soglia, per passare al “livello successivo”. Lo sarebbero stati pure i suoi ragazzi? I lettori lo scopriranno leggendo i capitoli successivi, con l’apice di quella famosa gara 7 delle “World Series” e di una soffertissima vittoria ottenuta grazie ai due “rookie”: Tom Heinsohn e Bill Russell. Il primo titolo dei Celtics era arrivato, e da allora la Dinastia avrebbe sconvolto l’intera NBA.

Un draft che cambia la storia

Pubblicato da Shamrock martedì 5 maggio 2009 Comments



Boston, primavera 1956. I Celtics avevano appena concluso la loro decima stagione nella National Basketball Association cadendo per mano di Syracuse al primo turno dei playoffs che all’epoca corrispondeva alle semifinali di Conference.

Bob Cousy aveva primeggiato ancora una volta come miglior assist-man della lega (per la quarta stagione consecutiva), Bill Sharman era il miglior tiratore di liberi ed entrambi erano stati inseriti nel miglior quintetto della Lega. La terza stella bostoniana era un certo Charles Edward Macauley Jr. detto "Easy Ed", un’ala-centro da oltre 18 punti a partita e già 6 volte All Star (torneremo presto a parlare di lui). I Celtics erano una squadra che correva e tirava molto: i 106 punti di media a partita ne facevano il miglior team della NBA in questa statistica e la squadra più spettacolare da vedere; lo "showtime" insomma era nato a Boston ben prima che i futuri nemici acerrimi dei Lakers se ne appropriassero indebitamente una trentina d’anni dopo.

Bob Cousy era il principale artefice di questo spettacolo che poco a poco attirava sempre più spettatori al Boston Garden ma alla fine della stagione, ancora una volta, si ritrovò a piangere sconsolato dopo l’ultima partita dei playoffs persa contro Syracuse. Il capitano aveva ancora una volta dedicato tutti i suoi sforzi a migliorare la squadra ma nè la classe, nè il sudore, nè il cuore e la buona volontà erano riusciti a portare i Celtics al salto di qualità che coach Red Auerbach pretendeva.

Ma sia chiaro: non è che i Celtics fossero deludenti e non mantenessero le aspettative della dirigenza e dei tifosi. Molto semplicemente, non potevano fare più di ciò che stavano facendo: davano tutti il massimo, il 101% in ogni incontro, ma non bastava. Di cosa avevano bisogno dunque?Di un "Big Man". E come l’avrebbero ottenuto? Red aveva già un piano...

Bill Russell era all’epoca il giocatore dominante dell’intero panorama cestistico universitario a livello nazionale; l’anno prima aveva portato i suoi San Francisco Dons al titolo NCAA e si sarebbe ripetuto in quello stesso anno ’56, numero che guarda caso era anche quello delle vittorie consecutive che USF aveva accumulato a cavallo di due stagioni, 56, appunto...un record che rese i Dons il miglior team di college basketball della storia fino a quel momento.
La storia dei Dons era incredibile, "improbabile" ed in buona parte paragonabile a quella che raccontava la vittoria del titolo NCAA del 1947 ad opera di Holy Cross, l’università che aveva lanciato un decennio prima lo stesso Bob Cousy e che stava per lanciare "un certo" Tom Heinsohn.

Il coach di USF, Phil Woolpert, era stato messo sotto contratto nel 1950 per "occuparsi" non solo di pallacanestro ma pure di golf e tennis...Come Holy Cross, l’università di San Francisco era un piccolo ateneo gesuita con meno di 4,000 studenti e, come Holy Cross, i Dons si allenavano in una specie di vecchio granaio con le finestre rotte ed il pavimento deformato dall’umidità. USF era una microscopica università che "reclutava" giocatori essenzialmente nella sola area di San Francisco ed il suo "basketball program" era di basso profilo, almeno fino a quando un giovanotto di colore proveniente dalla McClymonds High School di Oakland fu inserito tra i suoi ranghi...
Bill Russell era un atleta "acerbo" la cui struttura fisica sembrava renderlo più adatto al salto in alto che alla pallacanestro. Non raggiungeva i 2 metri e la leggenda vuole che il primo "consiglio" che ricevette dall’allenatore Phil Woolpert fosse quello di crescere fino ai 7 piedi, ovvero 2 metri e 13 centimetri. La natura gli venne incontro ed anche se fermò la crescita ai 2 metri e sei centimetri, cambiò completamente le prospettive di Bill in quanto gli permise di aggiungere l’altezza al resto delle caratteristiche che già possedeva: delle braccia lunghissime ed un atletismo e velocità alquanto rari per quella statura. Fu la rivoluzione. Non solo per USF, ma per la pallacanestro in generale: Russell correva, saltava e quando "andava in stoppata" sull’avversario sembrava sbucasse fuori dal nulla, con un tempismo incredibilmente "innovativo" per l’epoca, considerando che i "big men" visti fino ad allora erano essenzialmente "immobili", incluso quel George Mikan che aveva fatto dei Minnesota Lakers la squadra più titolata della recente storia NBA.
Quando Bill Russell fu poi affiancato ad un certo K.C. Jones, piccolo "gioiellino" locale proveniente dal football, l’Università di San Francisco divenne automaticamente rivoluzionaria ed "antesignana" pure a livello razziale, in quanto era l’unico college le cui due stelle pubblicamente riconosciute avessero la pelle scura (tra le proteste degli alunni bianchi i quali consideravano "offensiva" la leadership degli afro-americani Russell e Jones). Il resto è storia...

Auerbach non aveva mai visto giocare Russell però nutriva alcuni dubbi sulle sue possibilità a livello professionistico: innanzitutto Bill era essenzialmente un non-tiratore e per quanto fosse un eccellente rimbalzista e dominasse difensivamente, non c’era alcuna certezza che sarebbe riuscito a fare lo stesso nella NBA. E poi, come poteva qualcuno così "grezzo" offensivamente proporsi come dominatore nella lega professionistica americana? Lo scetticismo del Patriarca bostoniano era dunque evidente ma il destino volle che ad intervenire per dissipare i dubbi fosse Bill Reinhart, il vecchio maestro di Red ed allenatore all’Università George Washington, la cui squadra era stata "regolata" un anno prima dai Dons di Bill Russell. "È un gran giocatore", disse Reinhart al patriarca riferendosi a Russell, per poi precisare "E sarà grande anche tra i pro".

Questo semplice commento fu sufficiente per Red, o meglio, quasi, perchè cercò ulteriore "consenso" in ex giocatori ed amici fidati come Freddie Scolari e Don Barksdale: quanto era "tosto" Bill Russell? Era un buon compagno di squadra? Giocava per la squadra od era un egoista? Era "gestibile" per l’allenatore? E che tipo era fuori dal campo? Si sarebbe integrato nella NBA e nei Celtics in particolare? Questi erano i dettagli che interessavano a Red, qualità per lui ben più importanti del mero talento. Perchè per Red "a cosa serve avere cinque fuoriclasse in campo se tutti hanno bisogno della palla per essere decisivi?"

Sotto questo aspetto Auerbach era già avanti anni luce rispetto ai colleghi: considerava la squadra come un nucleo sociale soggetto a tensioni e potenziali problemi, gli stessi presenti in una qualsiasi famiglia media. Reputava che la stagione professionistica fosse abbastanza lunga e stressante e che i giocatori passassero troppo tempo assieme e, di conseguenza, se una persona non fosse stata "integrata" nel gruppo, tutta la "famiglia" ne avrebbe risentito. Red voleva giocatori vincenti, che conoscessero il significato di giocare per il trionfo e voleva personalità capaci di subordinare il loro ego e le ambizioni individuali al gruppo, per la vittoria di squadra. Anche su questi punti, i segnali che Red riceveva dai suoi fidati "osservatori" continuavano ad essere positivi...ma allora, come avrebbe fatto ad ottenere Bill Russell?

Al Draft del 1956 i Celtics avevano a disposizione la terza scelta assoluta. Il primo "pick" era appannaggio dei Rochester Royals il cui proprietario, Lester Harrison, era in rotta totale con Red Auerbach. La seconda scelta era destinata a Ben Kerner ed ai suoi St.Louis Hawks, lo stesso Ben Kerner per il quale Red aveva lavorato in precedenza nella sua breve parentesi a Tri-Cities (una specie di "conglomerato" di piccole cittadine, Moline, Rock Island e Davenport, che avevano dato vita alla franchigia dei BlackHawks poi trasferita, guarda caso, a St.Louis sotto il nome "contratto" di "Hawks"). Il problema dunque era come portare Russell a Boston con la terza scelta...

E non solo: a complicare ulteriormente le cose ci si misero pure gli Harlem Globetrotters i quali, attraverso il loro boss Abe Saperstein, erano arrivati ad offrire a Bill Russell la bellezza di 25,000 dollari per stagione, una cifra altissima per l’epoca. Fortunatamente per la NBA e per i Celtics, Saperstein commise un grave errore durante la negoziazione: si rivolse solo ed esclusivamente a Woolpert, l’allenatore dei Dons, evitando il contatto diretto con Russell e sottovalutandone così l’intelligenza, trattandolo insomma come un "omone di colore tutto fisico e poco cervello". L’indelicatezza fu fatale e Bill Russell, sempre molto attento e sensibile agli aspetti umani e sociali in un’epoca di ancora aperta segregazione razziale, non esitò un momento a chiudere la porta in faccia a Saperstein ed ai suoi Globetrotters.

Tornando dunque al draft, il processo per arrivare a Russell era quanto mai "intricato": Lester Harrison era il proprietario dell’arena a Rochester, e come tutti i proprietari di arene in quell’epoca, sempre alla ricerca di nuove attrazioni per riempirne gli spalti e fare quattrini; Walter Brown, il proprietario dei Celtics, possedeva pure le "Ice Capades", una specie di show itinerante, molto in voga in quegli anni, caratterizzato da rappresentazioni teatrali "mischiate" al pattinaggio artistico su ghiaccio. Due più due fece quattro e quando Walter Brown offrì alcune date extra delle Ice Capades a Lester Harrison per la sua arena di Rochester, l’accordo fu bello e fatto. Inoltre i Royals, che già avevano un ottimo rimbalzista in Maurice Stokes, non erano affatto disponibili a concedere quei 25,000 dollari annui richiesti da Bill Russell, e nel draft spesero la scelta numero uno per la talentuosa guardia Sihugo Green proveniente da Duquesne.

Bene, Lester Harrison ed i Royals erano "sistemati", ora toccava a Ben Kerner ed i St.Louis Hawks e qui la missione appariva alquanto complicata, se non impossibile. Ma non per il fiuto, la maestria e la furbizia di coach Red Auerbach. Non era un segreto infatti che la città di St. Louis non fosse pronta per accogliere nei suoi confini un "negro" nonostante la crescente fama ed i risultati ottenuti a livello universitario da Bill Russell; Auerbach quindi sospettò che Kerner avrebbe utilizzato Russell come "merce di scambio" al fine di ottenere il giocatore "giusto" per St.Louis. Quel giocatore risultò essere Ed Macauley, stella dei Boston Celtics, guarda caso nativo di St.Louis ed antico prodigio del basket universitario locale. I conti non tornavano ancora, così, quando gli Hawks chiesero ad Auerbach di mettere sul piatto anche il rookie Cliff Hagan, il patriarca bostoniano non esitò e si portò a Boston Bill Russell. Fu il capolavoro di Red Auerbach!
Lo scambio aveva senso: i Celtics finalmente ottenevano il "Big Man" tanto bramato e gli Hawks da parte loro "riportavano a casa" l’enfant prodige Ed Macauley con l’aggiunta del rookie Hagan. Per carità, liberarsi di Macauley per i Celtics non fu affatto facile: il futuro Hall Of Famer era un giocatore cardine dell’attacco di Boston ed uno dei preferiti del proprietario Walter Brown, ma quando lo stesso Ed dette il via libera allo scambio, desideroso soprattutto di tornare nella sua città natale per curare il figlio malato in una clinica specializzata, a quel punto il puzzle si completò.

Tutto finito? Certamente no: quella stessa notte infatti i Boston Celtics selezionarono Tom Heinsohn attraverso il "territorial pick", pratica e regola del draft utilizzate fino al 1966, per cui le franchigie possedevano i diritti sui giocatori universitari in un raggio geografico circostante di 50 miglia: insomma una strategia della NBA per cercare di ottenere il consenso dei fans locali "offrendo" loro le stelle "home made" dei vari college della zona (Heinsohn, come detto in precedenza, si era messo in evidenza giocando per Holy Cross, a pochi chilometri da Boston).
Il destino poi volle che Tom, per le sue caratteristiche tecniche, sembrasse poter essere un buon rimpiazzo per il partente Ed Macauley, un tiratore mortifero ed un po’ "strafottente" che non appariva affatto intimorito dal salto alla lega professionistica. Ma ad Auerbach non piaceva troppo. "Il ragazzo non ha entusiasmo, non possiede l’attitudine giusta e non ha un fisico adeguato!" tuonò Red in una dichiarazione rilasciata alla stampa locale. Heinsohn sapeva poco di Auerbach, se non che fumava sigari durante le partite perchè l’aveva visto durante un paio di incontri d’esibizione a Worcester, dove si trovava l’università di Holy Cross. Ed ora, leggendo i commenti del suo futuro coach, era sinceramente perplesso: non sapeva che fare, ma di sicuro non era contento, tant’è vero che arrivò addirittura a pensare di accettare l’offerta dei Peoria Caterpillars che giocavano in quella specie di "lega aziendale" che all’epoca risultava essere l’unica alternativa alla NBA.
A quel punto intervenne Bob Cousy. Tom e Bob non si conoscevano di persona ma il fatto che entrambi uscissero dalla medesima università e che lo stesso Cousy avesse avuto un rapporto inizialmente "tempestuoso" con Auerbach ai Celtics, convinsero Tom Heinsohn a "giocarsela". Non fu facile. "Heinie" fu fin dall’inizio la matricola che doveva portare la rete dei palloni in giro per la palestra, il "whipping boy" di coach Auerbach, il capro espiatorio ed il "sacco" che Red prendeva a pugni (in senso figurato) per sfogarsi quando i suoi giocatori non rendevano secondo le sue aspettative. Insomma, il tacito motto era "colpisci Tom per educare tutti gli altri". Ma il ragazzo aveva stoffa ed intelligenza da vendere e stette al gioco. Anzi, si integrò talmente in fretta nel sistema Celtics e nella lega in generale da essere eletto "Rookie of the Year" in quella stagione.
Il primo vero contatto post-draft tra Bill Russell e Red Auerbach avvenne invece a corollario di una partita benefica che la seleziona olimpica americana giocò presso l’Univerisità del Maryland. Russell infatti si stava preparando alle Olimpiadi di Melbourne e questo impegno gli avrebbe impedito di giocare la prima parte della stagione regolare del campionato 1956-57. Auerbach e Walter Brown volarono nel Maryland per assistere all’incontro e ne uscirono ammutoliti e sconvolti. In negativo.
Il ragazzotto di colore aveva giocato così male da risultare inguardabile.
Ma subito dopo accadde qualcosa di epico. Red aveva invitato a casa sua Russell ed un paio di suoi amici per la cena post-partita. Pure Walter Brown era presente, e quando Bill arrivò non esitò a tendere la mano a Red esclamando: "Mi dispiace". Al che Red, interdetto, chiese: "Per cosa, ragazzo?" "Per il modo in cui ho giocato. Di solito le mie prestazioni sono migliori, quella di stasera è stata la peggior partita della mia carriera e mi dispiace che abbiate dovuto assistere a tale ignobile spettacolo". Inutile negare che tale gesto fu apprezzato immediatamente sia da Red che da Walter Brown in quanto denotava una maturità che confermava l’alto spessore umano del giovane Bill. Nonostante ciò Red non si fece scappare l’opportunità di dar sfoggio del suo tagliente sarcasmo e chiuse la faccenda abbozzando un mezzo sorriso ed esclamando: "Beh, se sei quello che abbiamo visto è meglio che tu rimanga a Melbourne (dov’era diretto Bill per le Olimpiadi) perchè a Boston non mi troverai; tornerò ad allenare i liceali a Brooklyn".


Con l’acquisizione di Russell ed Heinsohn i Celtics promettevano un salto di qualità per la stagione successiva ma l’opera di Auerbach non era ancora completa; rimaneva infatti da selezionare la seconda scelta del draft e questa cadde su K.C. Jones (nella foto conclude in layup contro Colorado sotto lo sguardo vigile di Russell). Fu una decisione naturale, ma non per questo meno azzeccata da parte di Auerbach. Il tranquillo, umile (aveva imparato a giocare a pallacanestro in una placca di ghiaia di un poverissimo quartiere di San Francisco) e timidissimo ragazzo texano era stato il compagno di stanza di Bill Russell durante il periodo universitario a San Francisco e ne era diventato l’inseparabile compagno e migliore amico.
Ma questo non fu l’unico aspetto che convinse Red Auerbach a selezionarlo al secondo giro di draft del 1956. K.C. era un atleta di poco più di un metro e ottanta centimetri che faceva della difesa e del pressing asfissiante sulle guardie avversarie il suo cavallo di battaglia. Non era certo dotato di un buon tiro ma suppliva a questa sua carenza tecnica con un quoziente di intelligenza invidiabile ed uno spirito di sacrificio molto beneaugurante in ottica Celtics. Oltretutto, la sua polivalenza atletica gli avrebbe permesso di dedicarsi pure al football con discrete possibilità di successo e per un breve periodo di tempo lo avrebbe fatto dubitare sul corretto cammino da intraprendere. L'esordio vero e proprio di K.C. Jones in maglia biancoverde non sarebbe avvenuto che nel 1958; dopo aver vinto le Olimpiadi con la selezione americana a Melbourne nel 1956, ancora in compagnia del fidato amico Russell, il ragazzo avrebbe infatti deciso di arruolarsi nell’esercito statunitense dove avrebbe prestato servizio per due anni. Ma sarebbe stata un’attesa altamente gratificante e ben ricompensata nel corso degli anni a conferma che, ancora una volta, Red ci aveva visto giusto.

Con quest’ultimo tassello si completava il complesso puzzle del roster bostoniano. Le premesse per cominciare a trasformare l’ancora giovane franchigia biancoverde in una compagine vincente erano visibili ed il senso d’urgenza si mescolava ad un certo crescente ottimismo in casa Auerbach. Come sempre accade, solo la storia sarebbe stata giudice. Ma nel caso dei Boston Celtics, i successivi tredici anni sarebbero stati così ricchi di trionfi, così sfacciatamente dominanti e sportivamente "dittatoriali" che nemmeno la storia in sè sarebbe stata sufficiente a raccontarli ed avrebbe dovuto spazio ad un nuovo concetto, coniato con la stessa cura della più rara delle monete da collezione apposta per la franchigia bostoniana: la "Mistica dei Celtics".

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