E' uno degli eroi dell'iconografia Celtics.Un po' genio, un po' clown, ma tanto, tanto verde nelle vene: Tom Heinsohn.
Come un seme impiega qualche anno per diventare un robusto albero, così una dinastia non nasce dal nulla: occorre pazienza, passione, competenza, genio;quei Celtics imbattibili come siamo abituati a rivedere in immagini in bianco e nero sempre meno nitide con lo scorrere degli anni, iniziano a sbocciare agli albori degli anni '50, un passo dopo l'altro.
Dopo alcune stagioni piuttosto difficili, nel 1950 arriva Bob Cousy, nel 1951 Bill Sharman, nel 1954 Frank Ramsey, nel 1955 Jim Loscutoff; ma è il 1956 che vede non uno, non due ma tre fuoriclasse apparire all'orizzonte della storia biancoverde...stiamo parlando di un trio di rookies che rappresenta probabilmente il colpo più magistrale nella sessantennale storia dell' NBA, ovvero Bill Russell, KC Jones e Tom Heinsohn: il primo acciuffato grazie a una trade con i St.Louis Hawks in cambio dell' All Star Ed Macauley, gli altri due pescati al draft.
Nessuno può saperlo, ma in quei cinque anni si pongono le basi per dodici anni di trionfi quasi ininterrotti.
Dopo alcune stagioni piuttosto difficili, nel 1950 arriva Bob Cousy, nel 1951 Bill Sharman, nel 1954 Frank Ramsey, nel 1955 Jim Loscutoff; ma è il 1956 che vede non uno, non due ma tre fuoriclasse apparire all'orizzonte della storia biancoverde...stiamo parlando di un trio di rookies che rappresenta probabilmente il colpo più magistrale nella sessantennale storia dell' NBA, ovvero Bill Russell, KC Jones e Tom Heinsohn: il primo acciuffato grazie a una trade con i St.Louis Hawks in cambio dell' All Star Ed Macauley, gli altri due pescati al draft.
Nessuno può saperlo, ma in quei cinque anni si pongono le basi per dodici anni di trionfi quasi ininterrotti.
Thomas William Heinsohn, al secolo Tom, nasce da famiglia di origine tedesca il 26 agosto 1934 a Jersey City, New Jersey, a un tiro di sasso dalla Grande Mela. Nel 1944 gli Heinsohn si trasferiscono a Union City, poco distante, e lì Tom inizia a muovere i primi passi nel mondo del basket: è sveglio ed appassionato di ogni sport, finchè, come spesso accade, un personaggio entra nella sua vita e la indirizza sui binari che che lo porteranno nella storia: il suo nome è Perry Del Purgatorio, un giovanotto che ha avuto la fortuna di giocare all'Università di Villanova con un certo Paul Arizin. Un ragazzo serio, al quale non dispiace di allenarsi tutte le sere al campetto per mantenere la forma; un giorno Tom si trova a passare da quelle parti e accetta volentieri la richiesta di fare da raccattapalle. Da allora i due diventano amici e Perry, mentre prova palleggio-arresto-tiro e layup, spiega ogni giorno al piccolo Heinsohn i primi rudimenti del basket, instillandogli l'amore per il gioco, amore che lo accompagnerà tutta la vita, fino ai giorni nostri.
Alla St. Michael's High School è già una promessa. Il suo coach si chiama Pat Finnegan, classico duro da film, veterano della seconda guerra mondiale ramo aeronautica: un uomo vecchio stampo a cui piace il lavoro pesante: la cosa non spaventa Tom, il cui impegno non fa mai difetto: la squadra vince il "Metropolitan Catholic Championship", al quale partecipano tutte le scuole cattoliche nell'area di New York e del New Jersey. Inutile sottolineare chi fosse il miglior marcatore. In quel periodo la dedizione per la palla a spicchi è totale: partitelle tra amici, tornei amatoriali e leghe semipro in cui bazzicano anche ex professionisti e giocatori di college. Lo stesso Heinsohn ammetterà che queste esperienze furono di grande importanza per la sua crescita tecnica.
Nominato All American quando da senior termina la stagione 1951-52 con 28 punti di media a partita, riceve più di quaranta proposte da altrattante università, ma senza pensarci troppo sceglie la cattolica Holy Cross, già patria di elezione di Bob Cousy pochi anni prima e con una consolidata tradizione baskettara.
Nominato All American quando da senior termina la stagione 1951-52 con 28 punti di media a partita, riceve più di quaranta proposte da altrattante università, ma senza pensarci troppo sceglie la cattolica Holy Cross, già patria di elezione di Bob Cousy pochi anni prima e con una consolidata tradizione baskettara.
Qui il ragazzo conferma le attese e, dopo un anno da "freshman" passato ad abituarsi alla vita da studente (all'epoca i ragazzi al primo anno non potevano giocare per le squadre universitarie), inanella tre campionati fantastici: da junior piazza una media di 23.3 punti, da senior riscrive il record con 27.4. Il 1 marzo 1956 in una partita contro Boston College ne mette 51. Tutto ciò, ovviamente, significa All American, un'altra volta.
Finita l'università il passo verso l'NBA è breve e doveroso. In quegli anni il draft proponeva una possibilità ora dimenticata, ovvero le "territorials picks": in pratica una squadra poteva rinunciare alla prima scelta per acquisire un giocatore che aveva frequentato il college nelle immediate vicinanze della città dove la franchigia aveva sede, senza possibilità di intromissione da parte delle avversarie; Worcester, la città di Holy Cross, è a pochi chilometri da Boston e il resto lo potete immaginare. Nel 1956 un Auerbach particolarmente ispirato compie il miracolo già accennato in apertura ovvero lo scambio che porta Russell a Boston e la scelta di K.C. Jones al secondo turno. Tre Hall of Famers in una volta, un record imbattuto e, probabilmente, imbattibile.
Ora la squadra può dirsi completa in ogni reparto. Nel recente passato ha mostrato sprazzi di assoluta genialità in fase offensiva (e con Cousy e Sharman la precisazione appare persino offensiva), ma scarsa solidità sotto le plance: Macauley, ancorchè grande giocatore, è tosto, ottimo realizzatore, ma dalle spalle troppo strette per battagliare con gli altri lunghi e, soprattutto, non è un rimbalzista di prima schieras; con l'arrivo di Russell e Heinsohn tale lacuna è colmata con margine.
Il primo campionato di Tom in maglia biancoverde coincide dunque con il primo titolo dei Celtics: la regular season è un cammino piuttosto tranquillo verso il primo posto assoluto con un confortante vantaggio nei confronti dei Syracuse Nationals. Heinsohn riceve subito la fiducia di Auerbach che lo mette in campo in tutte le partite per una media di quasi 30 minuti a gara. Lui lo ripaga con 16.2 punti e 9.8 rimbalzi ad allacciata di scarpe, surrogando con la sua presenza ingombrante l'assenza di Russell, assente per i primi 24 inontri perchè impegnato a vincere un oro olimpico alle Olimpiadi di Melbourne. Questo gli vale la prima convocazione all'All Star Game. Ma non è ancora nulla, perchè il ragazzino si erge a protagonista proprio nei momenti più caldi, mostrando da subito le stimmate del campione che sarebbe diventato: i suoi playoffs sono addirittura trionfali, e non solo per i 22.9 punti e 11.7 rimbalzi che mette in carniere, ma soprattutto per la dominante gara 7 di finale contro gli Hawks di Pettit.
St.Louis, infatti, dopo una regular season mediocre terminata sotto il 50% di vittorie, impegna allo spasimo i Celtics. In quella tiratissima ultima partita al Garden sono i giovani a dover tirare fuori dalle secche i biancoverdi: Sharman e Cousy incappano in una giornata tragica al tiro, pur spendendosi in difesa. Russell e Heinsohn, di contro, assurgono a protagonisti assoluti: il secondo, in particolare, piazza una prestazione super da 37 punti e 23 rimbalzi (è un rookie, ricordiamolo) contribuendo anche a controllare uno scatenato Pettit fino a quando, disperato, è costretto ad uscire per raggiunto limite di falli. Si nasconde la testa sotto la giacca della tuta per la vergogna di non essere in campo nel momento decisivo, ma poi Ramsey e Russell decidono e la gara si chiude 125-123 dopo due supplementari.
La nomina a Rookie Of The Year è un atto dovuto.
St.Louis, infatti, dopo una regular season mediocre terminata sotto il 50% di vittorie, impegna allo spasimo i Celtics. In quella tiratissima ultima partita al Garden sono i giovani a dover tirare fuori dalle secche i biancoverdi: Sharman e Cousy incappano in una giornata tragica al tiro, pur spendendosi in difesa. Russell e Heinsohn, di contro, assurgono a protagonisti assoluti: il secondo, in particolare, piazza una prestazione super da 37 punti e 23 rimbalzi (è un rookie, ricordiamolo) contribuendo anche a controllare uno scatenato Pettit fino a quando, disperato, è costretto ad uscire per raggiunto limite di falli. Si nasconde la testa sotto la giacca della tuta per la vergogna di non essere in campo nel momento decisivo, ma poi Ramsey e Russell decidono e la gara si chiude 125-123 dopo due supplementari.
La nomina a Rookie Of The Year è un atto dovuto.
L'anno successivo i Celtics partono da logici favoriti: la squadra è fenomenale, con i senatori Cousy e Sharman attorniati dai rampanti Heinsohn e Russell, a cui, proprio quell'anno, si va ad aggiungere il rookie Sam Jones. Parrebbe una storia già scritta e invece la sfortuna ci mette lo zampino, prima azzoppando Loscutoff dopo appena 5 gare, poi abbattendosi durante gara 2 delle finals sulla caviglia di Russell.
Ad ogni buon conto il "sophomore" Heinsohn si conferma una delle giovani stelle più fulgide del firmamento NBA: regolarmente in quintetto segna una media di 17.8 punti e raccoglie 10.2 rimbalzi a partita, nonostante non sia propriamente un gigante. Purtroppo, in coppia con il veterano Arnie Risen poco può fare in finale per contrastare lo strapotere degli Hawks e specialmente di Pettit sotto le plance.
Ad ogni buon conto il "sophomore" Heinsohn si conferma una delle giovani stelle più fulgide del firmamento NBA: regolarmente in quintetto segna una media di 17.8 punti e raccoglie 10.2 rimbalzi a partita, nonostante non sia propriamente un gigante. Purtroppo, in coppia con il veterano Arnie Risen poco può fare in finale per contrastare lo strapotere degli Hawks e specialmente di Pettit sotto le plance.
La pronta riscossa già nel campionato seguente, 1958-59, quando incrementa ancora le sue statistiche con 19.9 punti a partita in regular season e contribuisce in maniera non marginale a riportare a Boston il titolo. Ormai è entrato nel cuore dei tifosi ed effettivamente il personaggio è assolutamente affascinante in tutte le sue contraddizioni: guerresco quando mulina i gomiti a rimbalzo per prendere il sopravvento su avversari che lo sovrastano di una spanna; artistico quando lascia libero il suo genio nel fondamentale che ama di più, ovvero il tiro che scocca con maestria da ogni posizione; ragazzaccio di strada quando fa imbestialire gli avversari (storici alcuni scontri con Wilt Chamberlain) con comportamenti in campo non proprio da educanda; uomo spogliatoio ideale quando viene preso di mira da Auerbach che approfitta del suo carattere accomodante per strigliare "di rimando" altri giocatori più permalosi. Memorabile in questo senso un siparietto di Red che, scontento della squadra durante l'intervallo in una gara in cui Tom ha messo "ad asciugare" più di 20 punti e una dozzina di rimbalzi, entra furioso nello spogliatoio puntando proprio Heinsohn...dopo un paio di minuti di urlacci lo scambio di battute finale è fantastico:
Heinsohn: "Scusa, coach, ma cosa diavolo ho fatto di sbagliato stasera"?
Auerbach (un'impercettibile esitazione): "Hai fatto un riscaldamento schifoso!".
Applausi.
Auerbach (un'impercettibile esitazione): "Hai fatto un riscaldamento schifoso!".
Applausi.
A proposito, abbiamo accennato alle capacità balistiche di questo ragazzo, davvero fenomenali, tanto che Red non fatica a permettergli di dare sfogo alla sua vena da killer (per ogni assist effettuato tira a canestro 9 volte...). I soprannomi che il popolo Celtico gli affibbia sono eloquenti, da "Ack-Ack" a "Tommy Gun", ed entrambi meritano una spiegazione: il primo prende spunto dall'alfabeto fonetico utilizzato dalla Reale Marina Britannica durante la grande guerra, secondo il quale la lettera A era "Ack" (come ora è Alpha nel moderno alfabeto NATO): da qui il colloquiale Ack-Ack come (cannone)"Anti Aereo". Il secondo gioca sul doppio senso creato dal suo nome affiancato alla parola "arma" e dal fatto che quello era il nome del mitragliatore Thompson T-1, reso famoso nelle sparatorie di Mafia negli anni ‘30.
Insomma, il ragazzo, anche grazie a un controllo del corpo superbo, vede il canestro: marchi di fabbrica un gancio mortifero e un jumper teso (che la leggenda vuole costruito per forza di cose in una palestra dal soffitto troppo basso frequentata in gioventù). In realtà, pur essendo un tiratore nato non è affatto quello che si dice un cecchino infallibile, e questo è solo un apparente controsenso: ha una fiducia enorme nei suoi mezzi, può sbagliare 4-5 tiri consecutivi senza mai abbassare la guardia e riuscendo magari a segnare il "buzzer beater" decisivo.
Altra caratteristica fondamentale che lo rende un rebus difficile da risolvere per le difese avversarie è un fisico sufficientemente massiccio da consentirgli di fare la voce grossa sotto le plance ma incredibilmente agile da permettergli di portare a spasso per il campo il suo diretto avversario.
Altra caratteristica fondamentale che lo rende un rebus difficile da risolvere per le difese avversarie è un fisico sufficientemente massiccio da consentirgli di fare la voce grossa sotto le plance ma incredibilmente agile da permettergli di portare a spasso per il campo il suo diretto avversario.
Dopo aver conquistato l'anello nel '59 Heinsohn entra da protagonista anche nel trionfo successivo quando gioca una magistrale gara 6 in finale di Conference a Philadelphia contro i Sixers del rookie Wilt Chamberlain: 22 punti, incluso il canestro del 119-117 sulla sirena, quello che zittisce gli 11.000 della Convention Hall e che vale il passaggio in finale (un'altra maratona in sette gare vinta contro gli Hawks). Di quell'anno anche l'inclusione nel secondo quintetto NBA che sarà confermata anche nei tre anni seguenti.
Le sue cifre sono in continua crescita fino al 1962, quando, senza più Sharman e con un Cousy ormai trentatreenne, guida l'attacco di Boston con 22.1 punti a partita. Ma da qui in poi è inutile fare dei distinguo, si rischierebbe di essere ripetitivi: fino al ritiro di Heinsohn i Celtics non fanno altro che vincere (e non si fermeranno - se si eccettua il passo falso del 1967 - fino al '69), e nonostante gli anni che passano il numero 15 rimane una delle pietre angolari sulle quali i ragazzi di Red costruiscono i loro successi. Gioca ininterrottamente l'All Star Game dal 1961 al 1964 e nel 1965 si vede gratificato dell'ottavo anello dopo il 4-1 contro i Lakers. Purtroppo, se la mente è ancora forte, non lo sono altrettanto le ginocchia malconce. Consapevole di non potersi mantenere ai livelli che gli competono, a 30 anni, decide di dire basta con il basket giocato: la carriera stellare gli vale nel 1986 la doverosa inclusione nella Hall Of Fame come giocatore.
Se questa fosse la biografia di un uomo "normale" potremmo chiuderla qui. Beh, in "Tommy Gun" non c'è nulla di "normale" e quindi, come per Russell e Sharman, è necessario un supplemento, per nulla trascurabile. Dopo il ritiro dal basket giocato Auerbach lo tampina per offrirgli un posto da allenatore, il che gli consentirebbe di concentrarsi maggiormante sull'aspetto manageriale: dopotutto Heinsohn è intelligente, conosce a fondo il gioco, è benvoluto e rispettato dagli ex colleghi (è stato presidente dell'associazione giocatori e nel 1964 ha avuto un ruolo cruciale nelle lotte che hanno costretto i proprietari a riconoscere alcuni diritti "sindacali" ai giocatori, tra cui il primo piano pensionistico) ma soprattutto, gode della stima incondizionata del grande Red. La proposta, allettante, riceve un gentile rifiuto e il motivo ce lo spiega il protagonista: "Risposi no perchè Russell era ancora in attività e io sapevo che non avrei potuto gestirlo. Nessuno avrebbe potuto gestirlo, così dissi a Auerbach che avrebbe potuto nominare Bill come coach". E il patriarca si adegua.
Da quel momento, per tre anni, si dedica al business delle assicurazioni, anche se i contatti con i Celtics sono frequenti, come quando Auerbach gli telefona per chiedergli un consiglio sulla possibile acquisizione di Don Nelson; la risposta è un concentrato di competenza e umorismo: "Red, Don Nelson è lento (in realtà la frase letterale sarebbe "...is slow as shit"). Non è capace di correre. Ma lui e Joe Holup sono gli unici due uomini contro cui abbia mai giocato che non sono riuscito a superare. Non so come ha fatto, ma l'ha fatto". Non si sa se il consiglio sia stato determinante, fatto sta che Nelson diventerà uno dei migliori sesti uomini nella storia della franchigia biancoverde.
Dopo il titolo del 1969 che segna la fine ufficiale della dinastia c'è bisogno di un punto fermo che guidi la ricostruzione, faccenda presumibilmente laboriosa. L'uomo più adatto sembra essere ancora Heinsohn, al quale viene riproposta l'offerta di un posto da head coach. Non ci sono più motivi per rifiutare.
Il lavoro è difficile, il nuovo centro si chiama Hank Finkel, che sta all'immenso Russell come la carne in scatola all'alta cucina. Basterebbe già questo per giustificare una stagione da 34 vittorie e 48 sconfitte, in realtà bisogna ricordare anche il ritiro di Sam Jones. Di fatto l'unico fuoriclasse rimasto è Havlicek, e per quanto possano far quadrato gli esperti Nelson e Sanders e i giovani JoJo White e Don Chaney, l'annata è chiaramente da "stiamo lavorando per voi".
Il lavoro è difficile, il nuovo centro si chiama Hank Finkel, che sta all'immenso Russell come la carne in scatola all'alta cucina. Basterebbe già questo per giustificare una stagione da 34 vittorie e 48 sconfitte, in realtà bisogna ricordare anche il ritiro di Sam Jones. Di fatto l'unico fuoriclasse rimasto è Havlicek, e per quanto possano far quadrato gli esperti Nelson e Sanders e i giovani JoJo White e Don Chaney, l'annata è chiaramente da "stiamo lavorando per voi".
Anche il campionato seguente si conclude con una mancata qualificazione ai playoffs, seppure con un confortante record di 44-38 e con un altro pezzetto del mosaico che si incastra, ovvero la scelta al draft di Dave Cowens. In pratica è il biennio in cui Heinsohn impara a fare il coach e, nel contempo, cerca di insegnare la sua filosofia di gioco ai ragazzi, una filosofia fatta si di applicazione, ma anche di corsa, in contrapposizione al gioco dei Celtics negli ultimi anni della dinastia, quando prima il ritiro di Cousy e poi l'avanzare dell'età dei senatori residui avevano consigliato un approccio agonistico più "posato".
Nel 1971-72 Boston si qualifica per i playoffs e si arrende per 4-1 solo in finale di Conference contro i Knicks di Reed, DeBusschere, Bradley, Lucas e Frazier. I Celtics si guadagnano gli elogi di pubblico e critica mentre Heinsohn riesce a plasmare in un anno Dave Cowens nella chiave di volta per trasformare la sua squadra in una macchina da guerra: agile e potente allo stesso tempo, viene sfruttato sotto le plance avversarie come rimbalzista ma anche come playmaker, facendolo uscire sovente dall'area per portarsi dietro i lunghi avversari e costringerli a difendere sul perimetro, regalando spazio nel pitturato a un quintetto non troppo dotato di centimetri quale è all'epoca quello dei Celtics. Nel contempo sviluppa appieno il talento di White, che presto diventerà il cecchino che tutti conosciamo.
Il 1973 sembra l'anno buono: i biancoverdi portano a casa un incredibile 68-14 in regular season ma, complice un infortunio alla spalla del faro Havlicek, devono cedere ancora una volta, per 4-3, ai soliti Knicks, capaci poi di andare a vincere il trofeo. Il titolo di Coach Of The Year non può consolare Heinsohn, la delusione grande ma le fa da contrappunto la consapevolezza che la squadra c'è e può finalmente guardare al futuro con la certezza di essere ancora protagonista.
Il primo titolo da allenatore arriva subito dopo, nella memorabile finale contro i Bucks di Jabbar. In quell'occasione il coach capisce che la soluzione del rebus è concentrarsi sul metronomo di quella squadra, il talentuosisimo ma anziano Robertson. Oscar, fin da gara 1, viene istantaneamente pressato non appena riceve palla e sistematicamente attaccato da Chaney e White. Nel contempo chiede a Cowens, inizialmente in notevole difficoltà difensiva su Kareem, di svariare il più possibile lungo tutto il fronte di attacco per rendere le cose più difficili al fenomenale avversario. Il risultato è un incredibile titolo raggiunto in gara 7, in trasferta, dopo quella gara 6 passata alla storia per il gancio di Jabbar che ammmutolisce il Garden dando la vittoria in extremis ai suoi.
E siamo così a 9 titoli: l'ex "Tommy Gun" è ancora sul tetto del mondo, ma chi si aspetta un distinto signore che siede comodamente in panchina mentre dà indicazioni ai suoi giocatori è destinato a rimanere deluso: il carattere è sempre sanguigno e proteste, occhiatacce, smorfie, sono solo il preludio a vere e proprie scene comiche: come quando si alza troppo velocemente dalla panchina procurandosi un poco consono strappo al pantalone, quando lancia a terra la giacca in un plateale gesto di protesta seminando manciate di monetine sul campo, oppure quando calcia involontariamente una scarpa in tribuna inviando subito dopo un ball boy a recuperarla mentre finge indifferenza zoppicando a bordo campo. Tutto molto simpatico, daccordo, ma non abbastanza per farci dimenticare che Tom Heinsohn non è stato solamente un campione assoluto, ma anche un coach di intelligenza superiore che in pochissimi anni ha contribuito a riportare in auge una franchigia che i più giudicavano destinata a un lungo periodo di ricostruzione.
Il titolo del 1974 non è l'ultimo trionfo per Tom; dopo l'uscita di scena nei playoffs per mano dei rampanti Bullets nel 1975, due anni dopo ecco l'apoteosi del "greatest game ever", quella casalinga gara 5 contro i Suns condita da tre overtime dove succede di tutto: Heinsohn come suo solito partecipa alla gara come se fosse in campo e alla fine è praticamente disidratato: sviene negli spogliatoi e ha un picco di pressione tale per cui i medici gli consigliano di non andare a Phoenix per gara 6. L'allarme rientra, ma solo il giorno successivo, e questo gli consente di andare a festeggiare il 4-2 finale che porta a 10 titoli il suo incredibile palmares.
Esce definitivamente di scena a metà stagione durante il campionato 1977-78, con una squadra all'inizio di un'altra ricostruzione...il vecchio leone decide che può bastare e che, forse, dopo aver cavalcato da protagonista un ventennio di storia NBA, è giusto che altri si prendano cura della sua famiglia, i Celtics. La carriera di Heinsohn allenatore parla di due titoli, tre finali di conference, cinque titoli di division consecutivi con un record di 416-240 e un titolo di Coach Of The Year.
OK, pensione dunque? Nemmeno per sogno. Il richiamo del campo è troppo forte e dal 1981 allieta i tifosi con la sua competenza e il suo buonumore, in coppia con Mike Gorman, nelle telecronache delle partite che vedono in campo i suoi nipotini in biancoverde. Chi non conosce il celeberrimo "Tommy point", premio virtuale regalato a giocatori (e in qualche caso al pubblico) per "meriti speciali"?
1956-2009, 53 anni (quasi) ininterrotti per i Boston Celtics. Grazie "Tommy Gun"...alla prossima partita, per molti anni ancora.















