Il 29 aprile 1966 il sole stava lentamente tramontando sul New England, lasciando lame di rame tra onde del fiume Charles. Era una calda serata bostoniana, di quelle in cui il fiume portava gli odori della primavera, mentre nella sala del “B’nai B’rith” il brusio era indistinto. I profumi di stagione però lasciavano bruscamente posto ad una tensione da tagliare col coltello, nell’edificio della fondazione ebraica in cui i Boston Celtics tenevano sempre loro cene di fine stagione. Secondo la tradizione chi era in procinto di abbandonare l’attività agonistica si sarebbe avvicinato al microfono ed avrebbe salutato con un piccolo discorso. Era sempre stato così: Bill Sharman nel 1961, Bob Cousy nel 1963, Frank Ramsey e Jim Loscutoff nel 1964 e Tommy Heinsohn un anno prima, nel 1965. Ma questa volta le cose erano diverse, la presenza di giornalisti e fotografi era massiccia, ed il clima non era disteso e rilassato nonostante poche ore prima i Boston Celtics si fossero laureati campioni NBA per la nona volta, l’ottava consecutiva. Perché quel giorno non era un giocatore, a ritirarsi, ma l’uomo che assieme a Walter Brown incarnava il “Pride”.
Dodici giorni prima, il 17 aprile, dopo la sconfitta nella prima partita di finale coi Lakers, Auerbach aveva ancora una volta messo in campo la sua fine psicologia: nel corso di una conferenza stampa aveva annunciato che il nuovo coach dei Celtics sarebbe stato Bill Russell. In un attimo l’attenzione dei media si era spostata dalla vittoria di Los Angeles, dirottando sulla Notizia: “Il primo coach afroamericano nella storia dello sport professionistico statunitense? Hey, fermate le rotative”! La cosa non era piaciuta al coach dei Lakers Fred Schaus che aveva subodorato la mossa dell’avversario, e l’impatto psicologico sulla serie era stato chiaro, con tre vittorie in fila per Boston. La reazione dei californiani li aveva portati ad un soffio dalla vittoria, ma in un sofferto finale di gara 7 (con il famoso sigaro acceso a “Red” dal governatore John Volpe che aveva rischiato di strozzarlo sulla rimonta “angelena”) Auerbach era riuscito a chiudere con l’ennesimo successo.
Ventiquattr’ore dopo, nella sala dell’esclusivo club ebraico, la figura longilinea di Bill Russell si stagliò sullo sfondo mentre si avvicinava al microfono: era il nuovo coach dei Celtics, e salutava il vecchio allenatore. Scherzò un po’ con i compagni per i quali ora non era più solo un giocatore, ma anche il nuovo…dittatore. Ed ad un tratto, una lacrima scivolò sulle sue gote, mentre nella sala anche il minimo brusio di fondo si zittiva. “Red Auerbach – disse – a volte lo odi, a volte lo ami. Ma una cosa che non dimenticherò mai è che mi ha sempre trattato come un uomo”. Era una cosa rara, per un nero nell’America degli anni ’60, ed a quel punto Russell si rivolse direttamente al suo coach: “Ti risparmierò tutti i discorsi su quanto ti amiamo e su quanto ci mancherai. Personalmente credo che tu sia il miglior allenatore mai esistito e che tu abbia dato un contributo enorme al nostro sport. E so per certo che hai dato ai Celtics più di quanto ogni persona in questa sala potrà mai nemmeno immaginare. C’è chi ha detto che l’unica cosa che ha reso Red Auerbach un grande coach è stato Bill Russell. Sì, è stato di aiuto. Ma è solo una verità parziale, perché questa è la tua squadra, Red. Hai scelto ognuno di noi, ed avevi ragioni diverse per scegliere ognuno di noi”. L’Aquila con la Barba era visibilmente commossa, mentre si apprestava a terminare il suo discorso: “Hai fatto un grande lavoro. Te l’ho già detto e lo ripeto stasera, se potessi tornare indietro nella mia carriera di professionista non sceglierei un altro coach. Solo te. Siamo stati entrambi fortunati, tu con me ed io con te. Non credo tu sia un genio, ma sei senz’altro un uomo dall’intelligenza straordinaria. Non voglio avere molti amici, Red. Ma tu ed io saremo amici finchè uno di noi non morirà”.
Per tutta la giornata "Red" aveva pensato a cosa dire quando fosse arrivato il suo turno. Vent’anni sulle panchine dell’NBA, 1,585 partite (con 1,037 vittorie), nove titoli, 17,000 dollari in multe per le sue battaglie con l’NBA fornivano blasone, storie e scherzi sufficienti ad ammaliare ogni tipo di pubblico. Erano numeri mai raggiunti prima, esperienze uniche e vittorie irripetibili, ma erano solo la punta dell’iceberg in un uomo dalla personalità “larger than life”. Mentre si avvicinava al microfono la sua faccia era pallida e tirata, e le parole del suo miglior giocatore lo avevano toccato nel profondo. Quell’uomo rude che aveva combattuto con arbitri, avversari e giornalisti, per la prima volta sembrava in difficoltà. “Non so quando cederò, ma prima o poi accadrà”. Fece una piccola pausa, e poi continuò: “Tutti dicono che sono stato un grande allenatore, ma non avrei mai potuto esserlo senza Russell, Cousy e tutti voi, ragazzi”. Il tono era leggermente tremolante quando ringraziò tutti i suoi atleti, i giornalisti ed i tifosi, spendendo belle parole anche per Walter Brown, il defunto proprietario dei Celtics che l’aveva voluto a Boston. Poi, con la voce ormai arrochita, salutò e si sedette nascondendo la testa fra le mani e finalmente si lasciò andare ad un pianto dirotto. Marjorie Brown, la vedova di Walter, baciò l’uomo in lacrime e lo consolò con un “E’ tutto ok, Red, ti vogliamo bene”. Intanto, come reagendo ad un segnale invisibile, dai tavoli della sala si alzarono i campioni di oggi e di ieri, e si diressero tutti verso il tavolo del loro allenatore. John Havlicek, K.C. Jones, Tom Heinsohn, Jim Loscutoff e Bob Cousy formarono una muraglia umana che impedì all’orda di fotografi di scattare una foto ad immortalare quel momento di umana debolezza. Russell lo teneva stretto in un abbraccio, mentre cinque, dieci secondi di singhiozzi racchiudevano sedici anni di Boston Celtics.
Era la fine di un’era del basket professionistico e l’inizio di un nuovo capitolo della storia della Franchigia, quella in cui Red Auerbach avrebbe costruito altre cinque squadre da titolo grazie agli Havlicek, ai Cowens, ai Bird, ai McHale. Intanto però, per la prima volta "Red" si era lasciato sopraffare dall’emozione e dagli avvenimenti. Ma era al sicuro, perché, anche se aveva intorno a sé tutti i suoi “guerrieri”, il tavolo d’onore del “B’nai B’rith” non era la panchina del Boston Garden. Le partite che doveva vincere le aveva già vinte. Ottocentottantacinque, all’ombra del Trifoglio.
Dodici giorni prima, il 17 aprile, dopo la sconfitta nella prima partita di finale coi Lakers, Auerbach aveva ancora una volta messo in campo la sua fine psicologia: nel corso di una conferenza stampa aveva annunciato che il nuovo coach dei Celtics sarebbe stato Bill Russell. In un attimo l’attenzione dei media si era spostata dalla vittoria di Los Angeles, dirottando sulla Notizia: “Il primo coach afroamericano nella storia dello sport professionistico statunitense? Hey, fermate le rotative”! La cosa non era piaciuta al coach dei Lakers Fred Schaus che aveva subodorato la mossa dell’avversario, e l’impatto psicologico sulla serie era stato chiaro, con tre vittorie in fila per Boston. La reazione dei californiani li aveva portati ad un soffio dalla vittoria, ma in un sofferto finale di gara 7 (con il famoso sigaro acceso a “Red” dal governatore John Volpe che aveva rischiato di strozzarlo sulla rimonta “angelena”) Auerbach era riuscito a chiudere con l’ennesimo successo.Ventiquattr’ore dopo, nella sala dell’esclusivo club ebraico, la figura longilinea di Bill Russell si stagliò sullo sfondo mentre si avvicinava al microfono: era il nuovo coach dei Celtics, e salutava il vecchio allenatore. Scherzò un po’ con i compagni per i quali ora non era più solo un giocatore, ma anche il nuovo…dittatore. Ed ad un tratto, una lacrima scivolò sulle sue gote, mentre nella sala anche il minimo brusio di fondo si zittiva. “Red Auerbach – disse – a volte lo odi, a volte lo ami. Ma una cosa che non dimenticherò mai è che mi ha sempre trattato come un uomo”. Era una cosa rara, per un nero nell’America degli anni ’60, ed a quel punto Russell si rivolse direttamente al suo coach: “Ti risparmierò tutti i discorsi su quanto ti amiamo e su quanto ci mancherai. Personalmente credo che tu sia il miglior allenatore mai esistito e che tu abbia dato un contributo enorme al nostro sport. E so per certo che hai dato ai Celtics più di quanto ogni persona in questa sala potrà mai nemmeno immaginare. C’è chi ha detto che l’unica cosa che ha reso Red Auerbach un grande coach è stato Bill Russell. Sì, è stato di aiuto. Ma è solo una verità parziale, perché questa è la tua squadra, Red. Hai scelto ognuno di noi, ed avevi ragioni diverse per scegliere ognuno di noi”. L’Aquila con la Barba era visibilmente commossa, mentre si apprestava a terminare il suo discorso: “Hai fatto un grande lavoro. Te l’ho già detto e lo ripeto stasera, se potessi tornare indietro nella mia carriera di professionista non sceglierei un altro coach. Solo te. Siamo stati entrambi fortunati, tu con me ed io con te. Non credo tu sia un genio, ma sei senz’altro un uomo dall’intelligenza straordinaria. Non voglio avere molti amici, Red. Ma tu ed io saremo amici finchè uno di noi non morirà”.
Per tutta la giornata "Red" aveva pensato a cosa dire quando fosse arrivato il suo turno. Vent’anni sulle panchine dell’NBA, 1,585 partite (con 1,037 vittorie), nove titoli, 17,000 dollari in multe per le sue battaglie con l’NBA fornivano blasone, storie e scherzi sufficienti ad ammaliare ogni tipo di pubblico. Erano numeri mai raggiunti prima, esperienze uniche e vittorie irripetibili, ma erano solo la punta dell’iceberg in un uomo dalla personalità “larger than life”. Mentre si avvicinava al microfono la sua faccia era pallida e tirata, e le parole del suo miglior giocatore lo avevano toccato nel profondo. Quell’uomo rude che aveva combattuto con arbitri, avversari e giornalisti, per la prima volta sembrava in difficoltà. “Non so quando cederò, ma prima o poi accadrà”. Fece una piccola pausa, e poi continuò: “Tutti dicono che sono stato un grande allenatore, ma non avrei mai potuto esserlo senza Russell, Cousy e tutti voi, ragazzi”. Il tono era leggermente tremolante quando ringraziò tutti i suoi atleti, i giornalisti ed i tifosi, spendendo belle parole anche per Walter Brown, il defunto proprietario dei Celtics che l’aveva voluto a Boston. Poi, con la voce ormai arrochita, salutò e si sedette nascondendo la testa fra le mani e finalmente si lasciò andare ad un pianto dirotto. Marjorie Brown, la vedova di Walter, baciò l’uomo in lacrime e lo consolò con un “E’ tutto ok, Red, ti vogliamo bene”. Intanto, come reagendo ad un segnale invisibile, dai tavoli della sala si alzarono i campioni di oggi e di ieri, e si diressero tutti verso il tavolo del loro allenatore. John Havlicek, K.C. Jones, Tom Heinsohn, Jim Loscutoff e Bob Cousy formarono una muraglia umana che impedì all’orda di fotografi di scattare una foto ad immortalare quel momento di umana debolezza. Russell lo teneva stretto in un abbraccio, mentre cinque, dieci secondi di singhiozzi racchiudevano sedici anni di Boston Celtics.Era la fine di un’era del basket professionistico e l’inizio di un nuovo capitolo della storia della Franchigia, quella in cui Red Auerbach avrebbe costruito altre cinque squadre da titolo grazie agli Havlicek, ai Cowens, ai Bird, ai McHale. Intanto però, per la prima volta "Red" si era lasciato sopraffare dall’emozione e dagli avvenimenti. Ma era al sicuro, perché, anche se aveva intorno a sé tutti i suoi “guerrieri”, il tavolo d’onore del “B’nai B’rith” non era la panchina del Boston Garden. Le partite che doveva vincere le aveva già vinte. Ottocentottantacinque, all’ombra del Trifoglio.