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Uno per "Red"

Pubblicato da Shamrock giovedì 29 ottobre 2009

Nel resto della lega, dei Boston Celtics non se ne poteva proprio più. Dopo sette titoli NBA consecutivi ed otto negli ultimi nove anni, un certo sentimento di sano “odio” sportivo era chiaro che pervadesse gli animi degli impotenti avversari di turno. Wilt Chamberlain, il giocatore più dominante a livello offensivo nella storia della lega fino a quel momento, non era ancora riuscito nell’impresa di battere Bill Russell; i Los Angeles Lakers dei fuoriclasse West e Baylor continuavano a provare a spodestare i Celtics dal trono della lega e continuavano a fallire nell’intento.

Erano stanchi gli avversari ma, che ci crediate o no, il più stanco di tutti era il “nostro” “Red” Auerbach. Il condottiero dell’armata biancoverde era giunto al capolinea e dopo quindici anni passati a comandare, urlare, dirigere allenamenti, prenotare biglietti aerei ed alberghi, viaggiare da una parte all’altra degli Stati Uniti, selezionare e motivare i giocatori, passare ore al telefono a valutare i “prospetti”, trovare anno dopo anno nuove addizioni, aggiustamenti e piccoli correttivi alla squadra, disse basta.
“Basta” lo disse alla vigilia della stagione 1965-66 durante la quale avrebbe ancora diretto i suoi “ragazzi” e, così facendo, indirettamente motivò una squadra che non sapeva quasi più dove cercare nuovi stimoli. La stagione precedente era stata “obbligatoriamente” dedicata alla memoria dello scomparso Walter Brown, padre e proprietario dei Celtics e quella prima ancora era servita a provare che i Celtics erano in grado di vincere anche senza Bob Cousy.
A parte i primi anni in cui volevamo dimostrare di saper vincere e poi di essere in grado di ripeterci, ci furono stagioni in cui non riuscivamo a trovare alcuna ragione speciale per dover vincere – disse anni più tardi Bill Russell – quindi decidemmo che avremmo vinto a prescindere...”
La ragione speciale, dunque, per questa stagione, sarebbe stata l’addio di Auerbach. Ma non sarebbe stato affatto facile. Anzi, per la prima volta in quasi dieci anni i Celtics apparivano “battibili”: avevano perso Tom Heinsohn (ritiratosi a soli trent’anni dopo essere stato protagonista in otto vittorie di titolo), ed anche i “Ragazzi Jones” - oltre a Bill Russell - avevano superato la soglia delle 30 “primavere”.
L’immancabile elemento di novità era rappresentato dall’arrivo di Don Nelson, venticinquenne “ala” uscita tre anni prima dall’università dell’Iowa e “pescata” al draft del 1962 dagli allora Chicago Zephyrs. Il futuro coach, inventore di uno stile di pallacanestro senza uguali (“Nellie Ball”), era poi stato trasferito ai Los Angeles Lakers con i quali aveva disputato due campionati prima di venire “incautamente” tagliato dalla dirigenza californiana. A “Red” Auerbach non parve vero e prese la palla al balzo per portarsi il biondo Don a Boston. Ma sarebbe bastata questa semplice addizione al roster del Trifoglio per potersi confermare ai vertici della lega?

Una cosa era chiara: quell’anno i Philadelphia 76ers facevano veramente paura. La compagine di Dolph Schayes era infatti perfettamente assemblata attorno al dominatore Chamberlain, con un “backcourt” composto da Hal Greer e Wali Jones, e due ottimi giocatori come Chet Walker e Luke Jackson integrati dal rookie Billy Cunningham che era pronto a fornire un ottimo contributo nella stagione d’esordio nella quale avrebbe fatto registrare oltre 14 punti di media a partita.
I Lakers dal canto loro “annusavano” la fine della Dinastia e, mossi dalla convinzione di Jerry West che “prima o poi toccherà pure a noi vincere” puntavano a dosare le forze nella sempre piu’ decadente Western Division per arrivare “in palla” all’appuntamento finale dei play offs.
La situazione dei californiani a dire il vero non era idilliaca: l’infortunio al ginocchio patito da Elgin Baylor l’anno precedente pareva doverlo costringere ad appendere le scarpe al chiodo: almeno questo era il parere dei medici. I suoi legamenti erano stati seriamente danneggiati e la rotula si era praticamente spezzata a metà; appena dopo l’infortunio avvenuto durante le finali della Western Division del 1965 lo sfortunato Elgin addirittura temeva di non poter tornare a camminare come una persona normale. Fu solo attraverso ripetute sessioni di riabilitazione e grazie alla sua esemplare motivazione che il coriaceo Baylor fu in grado di presentarsi alla vigilia della stagione come un giocatore redivivo: seppur limitato in alcuni aspetti del gioco e molto meno dinamico e “sfrontato” del solito, mostrò di essere ancora dotato di classe cristallina e di capacità realizzative innate. Probabilmente era solo al 75% del suo potenziale ma, anche così era pur sempre di gran lunga uno dei migliori giocatori del campionato ed era disposto a tutto pur di arrivare all’anello.
I Celtics, con l’annuncio del ritiro di Auerbach, stavano indirettamente lanciando l’ennesima sfida ai rivali: Phila e Los Angeles avrebbero dovuto passare sopra al cadavere dei Verdi per poter trionfare. Ci sarebbe stato da soffrire, eccome, ma la disponibilità al sacrificio era ancora totale e, soprattutto, i ragazzi di "Red" avrebbero usato una delle loro armi migliori, la psicologia.

Ma andiamo con ordine. La regular season si preannunciava “pirotecnica” soprattutto ad Est, e così fu: Boston e Phila si contesero la leadership per tutto l’arco delle 80 partite della stagione regolare e gli scontri diretti si riempirono di contenuti addizionali, con i 76ers pronti a tutto pur di dimostrare che questa volta erano più forti. Non era più solo Chamberlain contro Russell, ma era anche e soprattutto la guerra dei coach, “Auerbach versus Schayes”, il “vecchio dittatore” contro il giovane “outsider”. Ed era pure uno scontro tra città per la supremazia nella costa atlantica.
I Celtics cominciarono male con due vittorie e tre sconfitte ma poi trovarono una certa regolarità ed a metà campionato il loro record si attestò sul 28-12, con tre vittorie di vantaggio sui 76ers. La media realizzativa di Sam Jones aveva subito una flessione e si era attestata sui 23,5 punti a partita, ma i Celtics dimostravano ancora una volta di puntare sulla solidità di squadra (con sette giocatori in doppia cifra) e sull’intensità difensiva, marchio di fabbrica di Bill Russell, “Satch” Sanders e compagnia. John Havlicek, ora in quintetto base, fece registrare quasi 19 punti di media ad incontro e lasciò a Don Nelson il ruolo di sesto uomo, fondamentale nel marchingegno celtico. La cosa pareva funzionare. Nella seconda parte della stagione però Phila cambiò marcia lanciando così un messaggio chiaro a Boston: quell’anno con loro non si scherzava. Trascinati da un sempre più dirompente Wilt Chamberlain leader in punti, rimbalzi, percentuale di realizzazione e persino settimo della lega in assists (!), i 76ers subirono solo dieci sconfitte e con uno scatto finale di 11 vittorie consecutive scavalcarono i Celtics aggiudicandosi il primato della Eastern Division. Era un sorpasso “di misura” (55 vittorie contro 54) ma dall’elevato contenuto simbolico dato che per la prima volta dopo 10 anni di dominio assoluto Boston perdeva la vetta dell’Est. Non solo: a suffragio di questo capovolgimento di fronte, Philadelphia riuscì pure ad aggiudicarsi 6 dei 10 scontri diretti con la compagine di “Red”. Insomma, sembrava tutto organizzato e pronto per una “svolta epocale” nella NBA, o almeno questo è ciò che volevano credere a Philadelphia...

Intanto, sulla costa dell’Oceano Pacifico le cose seguivano immutate: i Lakers sembravano non avere rivali in una Division composta da squadre tutte al di sotto del 50% di vittorie nella stagione regolare e, nonostante il non brillantissimo record di 45-35, West, Baylor e soci dormirono sonni più che tranquilli, potendo preparare con relativa serenità l’appuntamento con la post-season. Avevano voglia di fare lo sgambetto agli odiatissimi Celtics e lasciare a Red Auerbach un ricordo amaro nella sua ultima stagione in panchina ma al tempo stesso anche i “lacustri” cominciavano a “sospettare” un possibile predominio da parte dei 76ers. La situazione si faceva interessante e l’avvento dei playoffs era quanto mai atteso dai mezzi di informazione e dai tifosi. Boston provò l’esperienza di dover giocare un primo turno di post-season contro i Cincinnati Royals e l’avvenimento rischiò di trasformarsi in “tragedia” quando, dopo tre partite, i Verdi si ritrovarono sotto per 2-1 nella serie al meglio delle cinque partite. Gara 4 si disputava a Cincinnati e rappresentava un autentico “o la va o la spacca” per i ragazzi di “Red” Auerbach; Jerry Lucas ed Oscar Robertson avevano giganteggiato fino a quel cruciale incontro ma il consolidato orgoglio bostoniano era pronto ad entrare in gioco per salvare la stagione: non ci fu storia e con un chiaro 120-103 i Celtics raddrizzarono la serie per poi chiuderla tra le mura amiche del Boston Garden con un’altra vittoria, questa volta contenuta a 9 punti di scarto.

Lo spavento era stato grande ma aveva permesso ai Celtics di mantenere alta la concentrazione e di presentarsi così alla finale divisionale contro i 76ers a pieno regime e con il necessario ritmo partita. I Sixers, al contrario, si dimostrarono “arrugginiti” dalla lunga sosta e quello che a livello mediatico era stato presentato come uno “scontro titanico” con aspettative di capovolgimento nelle gerarchie della Eastern Division si tramutò ben presto in un autentico massacro dei vecchi lupi nei confronti degli eterni agnelli. I Celtics annientarono Phila nelle prime due partite con uno scarto medio di 20 punti per poi cedere gara 3 di sei lunghezze. La quarta contesa al Garden fu combattutissima e si risolse al supplementare con il punteggio di 114-108 per Boston mentre gara 5 a Philadelphia rappresentò la disfatta finale di Wilt Chamberlain: nonostante i 46 punti segnati, infatti, il gigante della Pennsilvanya sbagliò 17 dei 25 tiri liberi tentati (e 40 su 68 nella serie) e quando a fine partita fu “grigliato” dal giornalista sportivo locale Joe McGinnis sul fatto che quegli errori dalla lunetta erano costati la partita e la stagione ai 76ers, Wilt cercò di aggredire l’irriverente cronista, mentre negli uffici dirigenziali si preparava un meno violento ma ugualmente contundente “ben servito” a coach Dolph Schayes. Licenziato in tronco poche settimane dopo essersi aggiudicato il premio di Coach dell’Anno.

La rabbia ed il senso d’impotenza di Chamberlain e soci era evidente e direttamente proporzionale al talento di una squadra infarcita di fantastici giocatori che però non riusciva a superare il “tabù Celtics”. Come accennato in precedenza, il trionfo di Bill Russell e compagnia era innanzitutto “psicologico”: Philadelphia quell’anno era una compagine di gran lunga superiore ai Celtics, almeno sulla carta, ma il campo continuava a fornire responsi in direzione diametralmente opposta. Boston non dava mai l’idea di trovarsi in “affanno” ed anche nei momenti più delicati la consapevolezza della forza mentale dei giocatori era tale da permettere loro di superare ogni ostacolo. Erano abituati alle partite “on the edge” ed alle guerre di nervi. Poi a volte usavano la malizia tipica dei vincenti: “Luke Jackson correva come un pazzo su e giù per il campo ed era marcato da Willie Naulls – ricorda K.C. Jones – Jackson si stava facendo un mazzo enorme difendendo, prendendo rimbalzi e tuffandosi sul parquet ad ogni palla contesa ma non era ancora riuscito ad aver la palla per cercare la conclusione a canestro e Willie glielo fece notare: ‘Luke, non hai ancora provato un tiro’ – gli disse il Celtic – “Sì, è vero Willie, aspetta e vedrai” – rispose Luke. Durante i successivi possessi Jackson prese palla e s’intestardì nel non volerla cedere ai compagni per cercare conclusioni forzatissime che, ovviamente, non andarono a segno...Questo è il classico esempio di come usare la psicologia in una partita di basket” – sentenziò K.C. Jones – cominciò tutto con Bill Russell ed il resto della squadra gli andò dietro!”

Nella Division occidentale intanto i Baltimore Bullets, falcidiati dagli infortuni, furono spazzati via in tre partite dai St.Louis Hawks del giocatore-allenatore Richie Guerin, una squadra solida che poi costrinse i Lakers ad una lunga e sofferta serie in sette partite prima di arrendersi alle giocate di Baylor e West. Era ancora Boston contro Los Angeles. Celtics contro Lakers, per la quarta volta negli ultimi cinque anni. La serie finale cominciò con il botto: in gara 1 al Boston Garden i Celtics presero un margine di 18 punti di vantaggio ma i Lakers riuscirono a recuperare poco a poco e nell’ultimo minuto di gioco il risultato era in perfetta parità. Russell stoppò un tiro di Baylor ma gli arbitri optarono per la “parabola discendente” e sanzionarono il “goaltending” al centro bostoniano. Sam Jones riuscì a pareggiare i conti allungando l’incontro al supplementare nel quale alcune magistrali conclusioni di Jerry West e dello stesso Elgin Baylor garantirono la vittoria gialloviola per 133 a 129. Le due stelle dei Lakers misero a referto 77 punti in due e “spostarono” immediatamente i riflettori e l’inerzia della serie in direzione lacustre. O almeno questo è ciò che pensarono in un primo momento salvo poi rendersi conto immediatamente che tutta l’attenzione mediatica era ancora riposta sui Boston Celtics. Perchè?

Ancora la psicologia: nella conferenza stampa di rito a partita conclusa i taccuini dei giornalisti erano pronti a raccogliere i commenti a caldo del coach bostoniano dopo la sconfitta mentre con la fantasia gli stessi reporters cercavano di “partorire” un titolo ad effetto per riempire le pagine delle cronache sportive. Avrebbero evidenziato il sofferto ma prestigioso successo dei Lakers ed avrebbero introdotto concetti quali “fine della Dinastia Celtica”, o “l’inesorabile declino di una squadra di veterani”...o ancora lo strapotere di un mezzo “azzoppato” Elgin Baylor nei confronti degli eterni nemici...e invece no. Non accadde nulla di tutto ciò e la vittoria dei Lakers su tutte le testate nazionali trovò appena riscontro, venendo clamorosamente oscurata dalla dichiarazione-bomba che “Red” Auerbach aveva diabolicamente escogitato per sviare l’attenzione pubblica da una serie finale che era cominciata nel peggiore dei modi per i suoi Celtics. “L’anno prossimo l’allenatore della squadra sarà Bill Russell”, annunciò Red con i toni formali ed ufficiali che tale notizia meritava. Per capire la portata di tale annuncio si deve tener presente che correva l’anno 1966 e che in una realtà ancora severamente segregata a livello razziale come gli Stati Uniti dell’epoca assegnare ad un afroamericano il posto di comando di una squadra professionistica del blasone dei Boston Celtics equivaleva a cambiare il corso della storia, trascendendo letteralmente dal mero contesto sportivo per “sfondare” il muro di resistenza sociale vigente. Fare di Bill Russell il primo giocatore/allenatore di colore nella storia professionistica americana fu uno shock di tali proporzioni da far passare in secondo piano qualsiasi altra notizia, sportiva e non, su tutte le testate nazionali durante un paio di giorni.

“Red” Auerbach aveva colpito ancora una volta nel segno e poco importava specificare alla stampa che l’intenzione iniziale era quella di affidare la squadra a Bob Cousy o Tom Heinsohn (entrambi peraltro avevano convenuto sul fatto che, dopo “Red”, “l’unico allenatore in grado di gestire Bill Russell sarebbe stato Bill Russell stesso”), lui era riuscito nell’intento di togliere pressione alla sua squadra che ora doveva tornare al campo di gioco: c’era da vincere un titolo. Gara 2 fu senza storia, i Celtics seppellirono i Lakers per 129 a 109 sull’onda di un ritrovato entusiasmo e con la consapevolezza della loro forza mentale andarono poi a Los Angeles a strappare altre due convincenti vittorie. Sembrava fatta anche perché il sempre più decisivo John Havlicek stava creando serissimi guai alla difesa dei Lakers, con quella sua polivalenza che gli permetteva di alternarsi negli spot di guardia e di ala piccola a seconda delle esigenze. Coach Fred Schaus aveva provato a mettergli addosso LaRusso, ma “Hondo” era troppo veloce per lui e questo “mismatch” sembrava destinato a sentenziare la fine della serie a favore di Boston, già pronta a festeggiare il trionfo nella quinta partita in programma al Garden. Troppo facile. La serie era nata all’insegna delle sorprese ed i Lakers, oltre ad un atteso rigurgito d’orgoglio, pescarono il jolly attraverso un’aggiustamento tattico operato ad hoc dal loro allenatore; Schaus infatti decise di relegare in panchina LaRusso per provare a “sguinzagliare” il brevilineo Goodrich su Havlicek. In questo modo Jerry West si spostava teoricamente al ruolo di ala ma sostanzialmente i Lakers stavano schierando un quintetto con tre guardie che nonostante il rischio di lasciare i tabelloni scoperti diede i frutti sperati e permise a Los Angeles di “sbancare” il Garden prima e di salvare anche il secondo “match-point” poi, vincendo gara 6 in casa con il punteggio di 123 a 115.

La settima e decisiva partita fu il classico dei classici. I Celtics partirono sparati ed accumularono un buon vantaggio praticando un’asfissiante difesa su West e Baylor che furono limitati ad un complessivo 3 su 18 al tiro durante la prima parte della gara. Poi, come spesso avvenne durante la serie, i Lakers recuperarono lentalmente fino a ridurre lo svantaggio a 6 punti, ma rimanevano solo 20 secondi al suono della sirena finale. Secondo tradizione, i tifosi bostoniani si riversarono a bordo campo in attesa dei festeggiamenti di rito e “Red” Auerbach ebbe la sfrontatezza di farsi accendere l’emblematico ed immancabile sigaro della vittoria dal governatore del Massachusetts ed amico John Volpe. La comprensibile esultanza generale risultò po’ prematura dato che i Lakers recuperarono altri quattro punti di svantaggio per fissare il risultato sul 95 a 93. Ma lo spavento durò poco: Russell, che aveva giocato con una frattura ad un piede e nonostante ciò aveva messo a segno 25 punti e raggranellato 32 rimbalzi, venne letteralmente messo KO dalla folla festante, i contenitori di succo d’arancia vennero riversati sul parquet, “Satch” Sanders fu derubato della canotta di gioco mentre K.C. Jones in qualche modo riusciva a ricevere il passaggio da Havlicek per far scorrere gli ultimi secondi sul cronometro. Era il titolo numero nove. Era quello dedicato a "Red" Auerbach.

Personaggio unico, inimitabile ed irripetibile nella storia, il “Rosso” aveva lasciato nell’unico modo possibile, vincendo. Tornato nella sua stanza d’albergo al Lenox in Copley Square, "Red" come suo solito si scaldò il cibo cinese e si pelò e frisse le sue patatine. Poi si sedette ed ignorò il pensiero che dal giorno dopo non avrebbe mai più diretto dalla panchina i suoi amati Celtics. Per lui sarebbero arrivati altri titoli come General Manager e Presidente della franchigia bostoniana ma quel 28 aprile del 1966 il sigaro del dopo-cena sprigionava un’aroma speciale che avrebbe pervaso la città in modo definitivo. Nel segno di "Red".

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