Qualcuno ha mai avuto la sensazione di voler bene, di voler gentilmente abbracciare una persona semplicemente per il fatto di averla vista in televisione o averla sentita parlare, senza conoscerla minimamente, solo per il fatto che ispira sentimenti forti di affetto, dolcezza e positività in generale? Avete mai sentito il brivido che percorre la pelle quando si prova tale emozione?
Non chiedetemi perchè ma io queste sensazioni le ho provate con Johnny Most.
E soprattutto, non dite niente ai tifosi delle altre franchigie NBA perchè quei sentimenti sopra descritti sarebbero facilmente ed automaticamente ribaltati in sano e puro disprezzo, collera, rancore, seppur limitati ad una (sana?) rivalità sportiva.
Non chiedetemi perchè ma io queste sensazioni le ho provate con Johnny Most.
E soprattutto, non dite niente ai tifosi delle altre franchigie NBA perchè quei sentimenti sopra descritti sarebbero facilmente ed automaticamente ribaltati in sano e puro disprezzo, collera, rancore, seppur limitati ad una (sana?) rivalità sportiva.
Ai più giovani questo nome non dirà assolutamente nulla, mentre ai più anzianotti (obbligatoria carta d’identità con data di nascita anteriore al 1976, nella più rosea delle ipotesi...) può provocare il “flash-back” automatico a molti "highlights" della storia celtica, a qualche spezzone di video (e mi riferisco in particolar modo al video “Larry Bird: an NBA Legend” in cui si può apprezzare un audio originale di Most) e ad altri stralci di informazione raggranellati a destra e a manca ma comunque relativi alla storia della nostra amata Franchigia pre anni ’90.
Ovviamente chi condivide in modo sfrenato la passione per i Celtics, come “modus vivendi”, che sia giovane o vecchio poco importa, di Johnny avrà sentito parlare sicuramente, fosse anche solo per il fatto che YouTube oggigiorno ci da la possibilità di recuperare antichi cimeli che fino a qualche anno fa sarebbero stati introvabili (e ne consiglio vivamente a tutti la ricerca).
Ovviamente chi condivide in modo sfrenato la passione per i Celtics, come “modus vivendi”, che sia giovane o vecchio poco importa, di Johnny avrà sentito parlare sicuramente, fosse anche solo per il fatto che YouTube oggigiorno ci da la possibilità di recuperare antichi cimeli che fino a qualche anno fa sarebbero stati introvabili (e ne consiglio vivamente a tutti la ricerca).
Chi era innanzitutto Johnny Most? Definizione di Danny Ainge, attuale General Manager dei Celtics: “Negli anni in cui militai nei Boston Celtics il roster della squadra era composto da tredici individui: cinque erano in campo, sette in panchina, ed il tredicesimo sedeva in alto sugli spalti del Boston Garden davanti ad un microfono: il suo nome era Johnny Most”. Altra definizione, di un anonimo tifoso bostoniano: “Johnny Most, il ronzio con cui mi addormentavo almeno 82 volte all’anno”.
Johnny, in termini molto riduttivi, era il radiocronista ufficiale dei Celtics, e lo fu dal 1953 al 1990 ininterrottamente. Ma ovviamente c’è molto di più: come disse Ainge, Johnny era simbolicamente il tredicesimo giocatore del roster, ma soprattutto, fisicamente, spiritualmente e “rumorosamente” era il primo tifoso della squadra, sfegatato, passionale, provocatore, casalingo e parziale fino all’esagerazione.
Per capire bene il personaggio dobbiamo per forza di cose fare un passo indietro e “contestualizzarlo” il piu’ possibile: negli anni ‘50 e ‘60 non tutte le famiglie americane potevano permettersi una televisione in casa, la radio era il mezzo di informazione piu’ diffuso e di conseguenza i tifosi che non avevano la fortuna di poter assistere dal vivo alle partite casalinghe dei Celtics le ascoltavano attraverso la stazione radio locale, WBZ1030. Quando nel 1953 gli venne affidato dal proprietario Walter Brown il “microfono celtico” per sostituire il radiocronista ufficiale Curt Gowdy, Johnny Most era un giovanotto di trent’anni dal “pedigree” eclettico e polivalente: nato nel Bronx nel 1923 da genitori ebrei e diplomatosi nella prestigiosa DeWitt Clinton High School, Johnny cominciò la sua carriera ufficiale come “rampollo” di Marty Glickman, voce ufficiale della National Football League sponda newyorkese, prima per i Giants e più tardi per i Jets. Gli anni non erano certamente i più consoni per pensare di poter vivere di pura passione sportiva, la Seconda Guerra Mondiale era alle porte e Johnny si ritrovò presto con la divisa dell'Aviazione americana a sorvolare i cieli di mezzo mondo come mitragliere di bordo di un bombardiere B-24 completando 28 missioni di guerra e guadagnandosi sette medaglie al merito. Scrittore e poeta, fu proprio durante la sua permanenza in una base sul territorio italiano che Johnny, dopo aver attraversato un cimitero pieno di croci di commilitoni e bandiere a stelle e strisce, scrisse le seguenti righe:
Johnny, in termini molto riduttivi, era il radiocronista ufficiale dei Celtics, e lo fu dal 1953 al 1990 ininterrottamente. Ma ovviamente c’è molto di più: come disse Ainge, Johnny era simbolicamente il tredicesimo giocatore del roster, ma soprattutto, fisicamente, spiritualmente e “rumorosamente” era il primo tifoso della squadra, sfegatato, passionale, provocatore, casalingo e parziale fino all’esagerazione.
Per capire bene il personaggio dobbiamo per forza di cose fare un passo indietro e “contestualizzarlo” il piu’ possibile: negli anni ‘50 e ‘60 non tutte le famiglie americane potevano permettersi una televisione in casa, la radio era il mezzo di informazione piu’ diffuso e di conseguenza i tifosi che non avevano la fortuna di poter assistere dal vivo alle partite casalinghe dei Celtics le ascoltavano attraverso la stazione radio locale, WBZ1030. Quando nel 1953 gli venne affidato dal proprietario Walter Brown il “microfono celtico” per sostituire il radiocronista ufficiale Curt Gowdy, Johnny Most era un giovanotto di trent’anni dal “pedigree” eclettico e polivalente: nato nel Bronx nel 1923 da genitori ebrei e diplomatosi nella prestigiosa DeWitt Clinton High School, Johnny cominciò la sua carriera ufficiale come “rampollo” di Marty Glickman, voce ufficiale della National Football League sponda newyorkese, prima per i Giants e più tardi per i Jets. Gli anni non erano certamente i più consoni per pensare di poter vivere di pura passione sportiva, la Seconda Guerra Mondiale era alle porte e Johnny si ritrovò presto con la divisa dell'Aviazione americana a sorvolare i cieli di mezzo mondo come mitragliere di bordo di un bombardiere B-24 completando 28 missioni di guerra e guadagnandosi sette medaglie al merito. Scrittore e poeta, fu proprio durante la sua permanenza in una base sul territorio italiano che Johnny, dopo aver attraversato un cimitero pieno di croci di commilitoni e bandiere a stelle e strisce, scrisse le seguenti righe:
“I stood among the graves today and swept the scene with sight
And the corps of men who lay beneath looked up to say goodnight.
The thunder still, the battle done, the fray has passed them by;
And as they rest forever more, they must be asking, Why?”
And the corps of men who lay beneath looked up to say goodnight.
The thunder still, the battle done, the fray has passed them by;
And as they rest forever more, they must be asking, Why?”
Conclusa la guerra, dopo la parentesi come radiocronista dei Brooklyn Dodgers (baseball) e New York Giants (football) ecco l’approdo ai Boston Celtics.
Nessuno avrebbe mai scommesso a priori sulla longevità professionale di Johnny che rimase “in onda” per 37 anni e divenne a tutti gli effetti un punto di riferimento non solo per gli scalmanati tifosi bostoniani, ma anche per i giocatori e la stessa dirigenza della franchigia che finì per innalzare Johnny a baluardo ed accompagnatore ufficiale dei Boston Celtics.
Il suo stile divenne immediatamente unico, un prodotto con marchio DOC che lo avrebbe accompagnato per tutta la carriera: innanzitutto per la sua voce rauca e stridula, una specie di Sandro Ciotti del basket con una gola consumata dalla nicotina che “gracchiava” rumorosamente e si impossessava delle orecchie di tutti gli ascoltatori, come una mosca ronzante che non ti lascia in pace mentre cerchi di prendere sonno a letto in piena estate. Poi perchè la sua “parzialità” era proverbiale: a differenza del suo “avversario” e contemporaneo Chick Hearn, molto spesso polemico e volutamente critico nei confronti dei “suoi” Los Angeles Lakers, Most non criticava quasi mai i Celtics, anzi, secondo lui nessun giocatore con la casacca biancoverde commise alcun errore durante i 37 anni in cui commentò le loro gesta: i "colpevoli" erano sempre gli avversari o, al limite, gli arbitri!
Johnny ne aveva per tutti, la sua voce al vetriolo inveiva contro qualsiasi cosa rappresentasse una minaccia per i suoi amati Celtics ma soprattutto, nessuno era in grado di narrare le gesta dei giocatori in campo in modo più passionale: il suo trasporto era totale, al punto che si è più volte detto che Johnny non commentava le partite dei Celtics, ma le viveva, le soffriva e le giocava come se in campo, con la palla in mano, ci fosse lui. Il suo impatto tra i tifosi fu tale che ben presto si instaurò in tutta la citta’ di Boston un nuovo modo ed una nuova moda non solo di ascoltare ma anche di vedere le partite in televisione: semplicemente abbassare l’audio della tele ed alzare al massimo il volume della radio. La grandezza di Johnny consisteva nel magico potere di far sentire ogni singolo tifoso bostoniano come lui stesso si sentiva, il “protagonista” dell’incontro. Come ebbe a dire in un’intervista poco dopo il ritiro forzato a causa dei suoi problemi di salute: “Ci sono migliaia e migliaia di tifosi dei Celtics. Quando facevo il mio lavoro mi consideravo semplicemente come il tifoso più fortunato perchè avevo la possibilità di raccontare a tutti gli altri cosa succedeva durante le partite dei Celtics, e questo lavoro so che sarebbe piaciuto a tutti”. Anche se, ad onor del vero, nessuno sarebbe stato in grado di farlo con tanta passione, stile e totale devozione alla causa.
Johnny si presentava sempre prima delle gare dicendo di essere “dall’alto e sopra il campo” (“high above courtside”), era la voce del popolo biancoverde, ed il popolo lo adorava: per il suo totale trasporto emotivo, per quell’ugola sofferente che sigaretta dopo sigaretta si faceva sempre più rantolante ed ansimante, per gli insulti che dirigeva ai giocatori avversari ed agli arbitri (“tutti lazzaroni che tentavano di rapinare i Celtics”). Alcuni dei bersagli preferiti di Johnny passarono alla storia soprattutto grazie ai soprannomi che erano stati loro affibiati durante le imperdibili performances radiofoniche del nostro: ecco che all’improvviso Rick Mahorn e Jeff Ruland diventavano “McFilthy” e “McNasty”, intercambiabili secondo capriccio e piacimento, ma pure Julius Erving, Kareem Abdul Jabbar, Wilt Chamberlain, Rick Barry, Isiah Thomas (e tutti ma proprio tutti i Detroit Pistons) furono sempre catalogati come “nemici”, per non parlare poi di Magic Johnson il quale, dopo essere riuscito a ribaltare una decisione arbitrale a proprio vantaggio, “lamentandosi” ripetutamente con i direttori di gara, fu per il resto dei suoi giorni ribattezzato come “CryBabyJohnson”...correva l’anno 1985 e quel soprannome non lo avrebbe mai piu’ abbandonato. Ed una citazione a parte la merita una definizione di Kurt Rambis partorita da Johnny: “qualcosa che e’ strisciato fuori da una fogna”...! Una partita raccontata da Most perdeva qualsiasi dimensione oggettiva della realtà per trasformarsi in un’interpretazione libera infarcita di connotati epici ed esagerati che scaturivano direttamente dall’incontrollabile passione del tifoso sfegatato: ecco che allora le partite diventano “pozze di sangue” ed ogni minimo fallo contro uno dei nostri si trasformava in un “brutale assalto” e quando i Celtics giocavano a Detroit la Motown diventava il posto in cui “fanno le cose in modo meschino e becero”. E che dire su Xavier McDaniel, uno dei bersagli preferiti di John, una sottospecie di “infimo e vizioso attaccabrighe” che poi si convertì in un bravissimo ragazzo non appena fu messo sotto contratto propio dai Celtics? Inimitabile. Ma gli “show” personali di Most non riguardavano solo la partita e gli attori principali, giocatori ed arbitri, andavano oltre: il suo atteggiamento da “Noi (Celtics) contro il resto del Mondo” lo portava ad azzuffarsi in trasferta con i tifosi avversari e ad imprecare contro gli agenti di sicurezza che cercavano in tutti i modi possibili di impedirgli di fumare all’interno dell’arena; una notte, in piena diretta, si bruciò i pantaloni con un mozzicone di sigaretta che cercava invano di nascondere al servizio di vigilanza.
Nessuno avrebbe mai scommesso a priori sulla longevità professionale di Johnny che rimase “in onda” per 37 anni e divenne a tutti gli effetti un punto di riferimento non solo per gli scalmanati tifosi bostoniani, ma anche per i giocatori e la stessa dirigenza della franchigia che finì per innalzare Johnny a baluardo ed accompagnatore ufficiale dei Boston Celtics.
Il suo stile divenne immediatamente unico, un prodotto con marchio DOC che lo avrebbe accompagnato per tutta la carriera: innanzitutto per la sua voce rauca e stridula, una specie di Sandro Ciotti del basket con una gola consumata dalla nicotina che “gracchiava” rumorosamente e si impossessava delle orecchie di tutti gli ascoltatori, come una mosca ronzante che non ti lascia in pace mentre cerchi di prendere sonno a letto in piena estate. Poi perchè la sua “parzialità” era proverbiale: a differenza del suo “avversario” e contemporaneo Chick Hearn, molto spesso polemico e volutamente critico nei confronti dei “suoi” Los Angeles Lakers, Most non criticava quasi mai i Celtics, anzi, secondo lui nessun giocatore con la casacca biancoverde commise alcun errore durante i 37 anni in cui commentò le loro gesta: i "colpevoli" erano sempre gli avversari o, al limite, gli arbitri!
Johnny ne aveva per tutti, la sua voce al vetriolo inveiva contro qualsiasi cosa rappresentasse una minaccia per i suoi amati Celtics ma soprattutto, nessuno era in grado di narrare le gesta dei giocatori in campo in modo più passionale: il suo trasporto era totale, al punto che si è più volte detto che Johnny non commentava le partite dei Celtics, ma le viveva, le soffriva e le giocava come se in campo, con la palla in mano, ci fosse lui. Il suo impatto tra i tifosi fu tale che ben presto si instaurò in tutta la citta’ di Boston un nuovo modo ed una nuova moda non solo di ascoltare ma anche di vedere le partite in televisione: semplicemente abbassare l’audio della tele ed alzare al massimo il volume della radio. La grandezza di Johnny consisteva nel magico potere di far sentire ogni singolo tifoso bostoniano come lui stesso si sentiva, il “protagonista” dell’incontro. Come ebbe a dire in un’intervista poco dopo il ritiro forzato a causa dei suoi problemi di salute: “Ci sono migliaia e migliaia di tifosi dei Celtics. Quando facevo il mio lavoro mi consideravo semplicemente come il tifoso più fortunato perchè avevo la possibilità di raccontare a tutti gli altri cosa succedeva durante le partite dei Celtics, e questo lavoro so che sarebbe piaciuto a tutti”. Anche se, ad onor del vero, nessuno sarebbe stato in grado di farlo con tanta passione, stile e totale devozione alla causa.
Johnny si presentava sempre prima delle gare dicendo di essere “dall’alto e sopra il campo” (“high above courtside”), era la voce del popolo biancoverde, ed il popolo lo adorava: per il suo totale trasporto emotivo, per quell’ugola sofferente che sigaretta dopo sigaretta si faceva sempre più rantolante ed ansimante, per gli insulti che dirigeva ai giocatori avversari ed agli arbitri (“tutti lazzaroni che tentavano di rapinare i Celtics”). Alcuni dei bersagli preferiti di Johnny passarono alla storia soprattutto grazie ai soprannomi che erano stati loro affibiati durante le imperdibili performances radiofoniche del nostro: ecco che all’improvviso Rick Mahorn e Jeff Ruland diventavano “McFilthy” e “McNasty”, intercambiabili secondo capriccio e piacimento, ma pure Julius Erving, Kareem Abdul Jabbar, Wilt Chamberlain, Rick Barry, Isiah Thomas (e tutti ma proprio tutti i Detroit Pistons) furono sempre catalogati come “nemici”, per non parlare poi di Magic Johnson il quale, dopo essere riuscito a ribaltare una decisione arbitrale a proprio vantaggio, “lamentandosi” ripetutamente con i direttori di gara, fu per il resto dei suoi giorni ribattezzato come “CryBabyJohnson”...correva l’anno 1985 e quel soprannome non lo avrebbe mai piu’ abbandonato. Ed una citazione a parte la merita una definizione di Kurt Rambis partorita da Johnny: “qualcosa che e’ strisciato fuori da una fogna”...! Una partita raccontata da Most perdeva qualsiasi dimensione oggettiva della realtà per trasformarsi in un’interpretazione libera infarcita di connotati epici ed esagerati che scaturivano direttamente dall’incontrollabile passione del tifoso sfegatato: ecco che allora le partite diventano “pozze di sangue” ed ogni minimo fallo contro uno dei nostri si trasformava in un “brutale assalto” e quando i Celtics giocavano a Detroit la Motown diventava il posto in cui “fanno le cose in modo meschino e becero”. E che dire su Xavier McDaniel, uno dei bersagli preferiti di John, una sottospecie di “infimo e vizioso attaccabrighe” che poi si convertì in un bravissimo ragazzo non appena fu messo sotto contratto propio dai Celtics? Inimitabile. Ma gli “show” personali di Most non riguardavano solo la partita e gli attori principali, giocatori ed arbitri, andavano oltre: il suo atteggiamento da “Noi (Celtics) contro il resto del Mondo” lo portava ad azzuffarsi in trasferta con i tifosi avversari e ad imprecare contro gli agenti di sicurezza che cercavano in tutti i modi possibili di impedirgli di fumare all’interno dell’arena; una notte, in piena diretta, si bruciò i pantaloni con un mozzicone di sigaretta che cercava invano di nascondere al servizio di vigilanza.
Comunque non pensiate che il protagonista di questo articolo sia stato solo e semplicemente un burbero e detestabile (per gli avversari) personaggio che si limitava a redarguire e offendere in modo stizzoso qualsiasi cosa o persona che non indossasse una casacca biancoverde: Johnny Most fu il più originale, immaginifico ed eccitante commentatore che la storia dello sport professionistico americano ricordi tutt’oggi; la sua arguzia, competenza e spiritosaggine sono difficilmente pareggiabili, il suo uso della lingua inglese non faceva una piega ed ovviamente la sua passionalità sarebbe stata il marchio di fabbrica che si sarebbe sempre portato appresso: il climax lo raggiunse il giorno in cui, in preda ad un attacco di eccitazione esagerata, uno dei denti falsi che popolavano la sua bocca corrosa dal fumo cadde dalla balconata in cui si trovava la sua postazione radio e finì in testa ad uno spettatore che sedeva nelle fila sottostanti.
Most, inoltre, era talmente competente che i suoi commenti e giudizi erano attentamente ascoltati dai dirigenti e dai giocatori stessi e Larry Bird arrivò a definirlo come un “amico fedele e compagno di squadra”. E compagno di squadra lo fu veramente perchè durante moltissimi anni viaggiò attraverso gli Stati Uniti accompagnando la squadra in trasferta e dilettando dirigenza e giocatori con i suoi inesauribili aneddoti, storie di vita e barzellette che “alleggerivano” non poco il peso dei chilometri e creavano quella serenità e spirito d’unione che si sarebbero rivelati tanto importanti per i successi della squadra quanto il talento e la tenacia dei giocatori che la componevano.
Most, inoltre, era talmente competente che i suoi commenti e giudizi erano attentamente ascoltati dai dirigenti e dai giocatori stessi e Larry Bird arrivò a definirlo come un “amico fedele e compagno di squadra”. E compagno di squadra lo fu veramente perchè durante moltissimi anni viaggiò attraverso gli Stati Uniti accompagnando la squadra in trasferta e dilettando dirigenza e giocatori con i suoi inesauribili aneddoti, storie di vita e barzellette che “alleggerivano” non poco il peso dei chilometri e creavano quella serenità e spirito d’unione che si sarebbero rivelati tanto importanti per i successi della squadra quanto il talento e la tenacia dei giocatori che la componevano.
Johnny Most ebbe la fortuna di commentare dal vivo i festeggiamenti di ben sedici titoli NBA, l’unico, assieme a Red Auerbach a poter vantare tale palmares avendo coperto un “ruolo ufficiale” all’interno della franchigia durante quell’arco di tempo. Insomma, un’Istituzione in piena regola, come pure istituzionali e leggendari rimangono alcuni dei più famosi frammenti di radiocronaca che hanno accompagnato momenti epici della storia biancoverde. Anno 1965, gara 7 delle Finali di Conference contro i Philadelphia 76ers con Boston sopra di un punto, 110-109 e palla a Phila con 5 secondi sul cronometro, Most intona: “Greer is putting the ball into play. He gets it out deep”...la voce di Johnny cresce di volume, intensità, il suo gracchiare si fa frenetico, nevrotico, delirante: “Havlicek steals it. Over to Sam Jones. Havlicek stole the ball! It’s all over! Johnny Havlicek stole the ball!” questa frase accompagnerà i Celtics alle World Series e consegnerà loro il settimo titolo consecutivo. Potremmo citare molte altre perle più o meno famose, ma come non andare con la memoria direttamente al 1987, a gara 5 delle Finali di Conference contro gli odiatissimi Pistons, avanti di un punto e con la palla a centro pista nelle mani di Isiah Thomas da mettere in gioco verso Bill Laimbeer semplicemente per far scadere il tempo. Ebbi la fortuna sfacciata di assistere in diretta alla partita e vent’anni dopo vi posso assicurare che i brividi ancora percorrono il mio corpo quando rivivo il momento. “Recitate” insieme a me le immortali parole di Johnny: “Now there’s a steal by Bird! Underneath to DJ! He lays it up and in!...What a play by Bird! Bird stole the inbounding pass, layed it up to DJ, and DJ layed it up and in, and Boston has a one-point lead with one second left! Oh my, this place is going crazy!!!” Segue un silenzio di alcuni secondi in cui ogni singolo tifoso bostoniano ha probabilmente pensato “ecco, ora Johnny è morto di infarto...” ma probabilmente aveva semplicemente raggiunto il parossismo e voleva lasciarci trasportare nella bolgia totale di un luogo sacro che passerà alla storia come “The mighty mystic sound of magic mythical Boston Garden!”
Il 10 ottobre del 1990, Johnny Most annunciò il suo ritiro dovuto ai sempre più seri problemi di salute: nonostante la gravità delle sue condizioni fisiche, non aveva mai abbandonato la compagnia del fumo e gli ultimi anni della sua vita li dovette passare addirittura in una sedia a rotelle dopo che il diabete gli aveva corroso le gambe al punto da doverne subire l’amputazione. Nonostante ciò mantenne sempre una dignità ed uno spirito di vita degni del soldato e poeta che era stato, ed il 3 dicembre dello stesso anno i Celtics onorarono il compagno di mille battaglie con l’installazione permanente nel Garden di un microfono d’argento incasellato in una cornice color verde-Celtic.
Nonostante questo riconoscimento furono molti i giocatori dei Celtics che si lamentarono con la dirigenza per non aver mai concesso a Johnny l’onore di ricevere almeno uno dei 16 anelli NBA per i quali l’indimenticato telecronista aveva sacrificato non solo la voce ma pure investito tutta la sua passione, dedizione ed, in qualche modo, la salute stessa. Una “disattenzione” francamente quasi inspiegabile da parte della proprietà bostoniana tanto incline e sempre attenta a conferire il giusto tributo storico a tutti quei personaggi, giocatori e non, che hanno contribuito alla grandezza ed alla Mistica di questa franchigia, unica nel panorama dello sport professionistico americano.
Nonostante questo riconoscimento furono molti i giocatori dei Celtics che si lamentarono con la dirigenza per non aver mai concesso a Johnny l’onore di ricevere almeno uno dei 16 anelli NBA per i quali l’indimenticato telecronista aveva sacrificato non solo la voce ma pure investito tutta la sua passione, dedizione ed, in qualche modo, la salute stessa. Una “disattenzione” francamente quasi inspiegabile da parte della proprietà bostoniana tanto incline e sempre attenta a conferire il giusto tributo storico a tutti quei personaggi, giocatori e non, che hanno contribuito alla grandezza ed alla Mistica di questa franchigia, unica nel panorama dello sport professionistico americano.
Il 3 gennaio del 1993, a pochi mesi dal suo settantesimo compleanno, Johnny ci lasciò a causa di un attacco di cuore, il suo consumatissimo fisico aveva resistito quasi oltre ogni aspettativa ma la sua anima da allora è certamente ancora lì, in alto, tra gli spalti del TD Garden, ad accompagnare le gesta dei suoi Boston Celtics. In ordine di tempo, l’ultimo tributo reso alla sua memoria avvenne nel 2002, con l’inserimento a pieno titolo del suo nome nella Hall of Fame del New England. Le radiocronache della pallacanestro non sono più state le stesse da quando Johnny ha abbandonato il terreno; Tommy Heinsohn (che peraltro fu realmente un suo “alunno”) è quanto di più avvicinabile ci sia in questo momento a Johnny anche se il suo stile è molto più “rilassato” ed ironico piuttosto che sofferto e vissuto all’ultimo spasmo anche perchè Tommy non è fan(atico) come il suo predecessore. Anche se Johnny è stato certamente un’ispirazione per molti telecronisti della nuova generazione, oggigiorno “suonano” tutti un po’ artificiali e superficiali e lo stesso Most, dopo aver lasciato la professione, in un'occasione li definì “cloni” in quanto sembravano tutti uguali e privi di uno stile personale. Potremmo dibattere a lungo sulla correttezza politica o meno di tanta sfacciataggine e parzialità nella professione del giornalista/cronista ma francamente credo che nel caso di Johnny Most ogni considerazione lasci il tempo che trova e, ancora una volta, potremmo citare le parole del patriarca "Red" Auerbach per chiudere in bellezza: a tutti coloro che criticavano Most per essere uno sfacciato radiocronista troppo casalingo, Red una volta rispose: “Avete dannatamente ragione, ma è proprio così che lo vogliamo!”


