L'arrivo di un nuovo allenatore che porta con sè una nuova mentalità ed un basket spumeggiante cambiano radicalmente la storia della Franchigia.
L'ARRIVO DI RED AUERBACH
Auerbach non fece a tempo a salire a bordo che subito fece saltare la mosca al naso ai giornalisti del New England. Al draft del 25 aprile 1950 infatti preferì il centro Charlie Share da Bowling Green all’idolo locale Robert Joseph Cousy. Ma quel giorno si faceva la storia anche da un punto di vista più profondo, paragonabile in qualche modo all’esordio di Jackie Robinson nel baseball o alla marcia di Rosa Parks.Quando Walter Brown con la chiamata del secondo giro dichiarò di voler selezionare Chuck Cooper, Ned Irish dei Knicks gli fece presente che “il ragazzo” era nero. Non c’era bisogno di conferme dello spessore umano del “Papà dei Celtics”, ma ad ogni buon conto Brown rispose “Non mi interessa se è bianco, nero, a righe o a pallini. Boston sceglie Charles Cooper da Duquesne University”.
Quale modo migliore di spezzare la catena della segregazione ed allo stesso tempo affermare che i Celtics erano diversi dagli altri? Nella franchigia retta da quel signore corpulento non esistevano bianchi o neri, ma solo giocatori più o meno bravi, e Cooper spedì immediatamente un telegramma al proprietario dei Celtics: “Vi ringrazio per aver avuto il coraggio di offrirmi un contratto da giocatore professionista. Spero di non darvi mai motivo di ricredervi della vostra scelta”.
Qualche giorno dopo, il nuovo coach Arnold Auerbach (nella foto assieme a Chuck Cooper) venne presentato ufficialmente all’Hotel Lenox, e trovò subito il modo di “farsi benvolere” dall’ambiente. L’allenatore di Colby College Lee Williams si vantò di non essersi lamentato con gli arbitri per l’intera stagione, e “Red” non perse nemmeno un secondo per castigarlo, ribattendo che ogni coach che non faceva sentire il proprio fiato sul collo dei direttori di gara faceva male il proprio lavoro. La sincerità è una dote, ma il sanguigno allenatore evidentemente non conosceva la diplomazia.
Passò qualche altro giorno, ed in una conferenza stampa Auerbach si sentì messo in croce dai cronisti bostoniani che lo accusavano di non aver scelto Bob Cousy al draft. La risposta di “Red” fu lapidaria ed ancora una volta abrasiva: “Non me ne frega un accidente dei sentimentalismi o dei nomi. Non sono il tipo che sceglie un giocatore solo perché è un bifolco indigeno”. A supporto della sua tesi aggiunse anche che gli altri virgulti di provenienza Holy Cross, Kaftan, O’Connell e Mullaney avevano fallito nell’NBA.
Ma a quel punto i giornalisti erano ancora fermi al “bifolco indigeno” che evidentemente non riuscivano a digerire. Del resto Auerbach, appena arrivato in città, sentiva che la sua libertà di giudizio era minacciata dai giornalisti. Come ammise Cousy nella sua autobiografia “Basketball Is My Life”, “Per la stampa io non sbagliavo mai, e questo creò una situazione difficile per Red. Ancor oggi gli ricordano il fatto di non avermi scelto al draft, ed è ingiusto perché lui è un grande coach ed un uomo che sacrifica il tatto sull’altare dell’onestà. Sarà sempre più bravo ad allenare che a gestire pubbliche relazioni”.
Cousy venne scelto solo con la nona chiamata assoluta dai Tri-Cities Blackhawks che lo girarono immediatamente ai Chicago Stags. Nel frattempo, altre due franchigie NBA mordevano la polvere: i St.Louis Bombers e gli Anderson Packers. Dalle loro ceneri l’NBA tenne un “dispersal draft” mandando i pezzi migliori alle squadre “più bisognose”, ed i Celtics ricevettero “Easy Ed” Macauley un’ala leggerina ma dalle fantastiche doti di realizzazione.
Poco dopo la storia dell’NBA prese forma: anche gli Stags crollarono sotto il peso dei debiti e la lega decise di “lanciare” l’ennesimo “dispersal draft” per trovare un posto agli unici tre pezzi pregiati provenienti dalla ”Città del Vento”. Il fromboliere Max Zaslofsky, “killer” dei Celtics nei playoffs 1948, Andy Phillip, guardia dalle mani sopraffine che finirà nella Hall of Fame dopo aver passato un po’ di tempo anche a Boston e Bob Cousy, il rookie da Holy Cross definito da Auerbach il “bifolco indigeno” verranno spediti a tre delle formazioni meno forti: Philadelphia, New York ed ovviamente Boston. Cousy nel frattempo non potrebbe essere più lontano dall’idea di giocare a basket come professionista.
A Worcester ha aperto una scuola guida con annessa pompa di benzina assieme all’amico Frank Oftring e passa il tempo ad insegnare a guidare a sedicenni come ad attempate signore. Palline numerate? Combinazioni? Arriveranno molto tempo dopo: il 5 ottobre 1950 il commissioner dell’NBA mette nel cappello i nomi di Zaslofsky, Phillip e Cousy. Walter Brown, gentilmente, decide di scegliere per ultimo ed Ned Irish dei Knicks subito si assicura Max Zaslofsky. Il secondo bigliettino con la scritta “Andy Phillip” viene “pescato” da Eddie Gottlieb di Philadelphia, e Brown con un moto di rabbia raccoglie il terzo bigliettino, quello di Bob Cousy, e lo getta a terra. Chi l’avrebbe mai detto che nel 1960 “Cooz” sarebbe stato votato miglior giocatore nella storia del basket?
1950-51
Ma non fu solo grazie ai colpi di fortuna Macauley/Cousy che nel corso di quella lunga estate Auerbach mise il suo marchio sull’NBA. Cominciò innanzi tutto a scardinare il roster dei Celtics formato da veterani abituati a perdere che per il loro gioco “vecchio stile” poco si confacevano a quello basato sul contropiede che “Red” voleva adottare. Dopo l’arrivo di Macauley mandò la prima scelta Share ai Pistons in cambio del nerboruto Bob Brannum e di una guardia che in quel momento stava giocando a baseball con i Dodgers, Bill Sharman. Scaricò quindi Kaftan, Lavelli, Mullaney, Shannon, Ezersky e Doll che erano stati i protagonisti del mediocre campionato precedente.
Uno degli ultimi “tagli” fu Art Spector (nella foto a fianco), che essendo il primo giocatore ad aver firmato un contratto con i Celtics e l’unico “sopravvissuto” del team degli esordi si era meritato il soprannome di “Original Celtic”, un gioco di parole riferentesi al suo passato e all’età che per alcuni ormai lo rendeva vecchio come gli “Original Celtics”, la squadra newyorchese che furoreggiava vent’anni prima. Gli unici sopravvissuti dalle “purghe” auerbachiane furono le guardie newyorchesi Ed Leede e Sonny Hertzberg: Hertzberg nella stagione seguente sarebbe stato il terzo realizzatore dei Celtics a 9.3 punti per gara.
Il 5 ottobre 1950 Cousy firmò sulla linea tratteggiata che Brown gli mostrava per 8,500 buoni motivi all’anno. Nei primi tempi avrebbe rimpianto di aver lasciato la scuola guida di Worcester, perché Auerbach lo sottopose al suo “addestramento da marines” e con modi rusteghi iniziò ad insegnargli il basket professionistico. Quando in un’occasione il numero 14 sparò un passaggio dietro la schiena a Cooper che si annodò nel disperato tentativo di agguantarlo senza riuscirci, “Red” prese da parte il playmaker e gli disse: “Sei d’accordo con me sul fatto che Chuck Cooper è un atleta dalla buona coordinazione e dalle mani forti”? “Sissignore”, rispose “Cooz”. Al che Auerbach aggiunse: “Ma se Cooper non si accorge che sta per arrivare il passaggio, se tu non sei in grado di comunicare con lui o con il resto dei compagni, la palla andrà persa ed io dovrò metterti in panchina. Con i tuoi passaggi devi ingannare gli avversari, non i Celtics, e se il pallone non raggiunge il bersaglio la colpa è tua, a prescindere dallo spettacolo”.
Non invitò il giocatore a mettere da parte il suo gioco spumeggiante perché capiva che era sbagliato mettere un tappo alla creatività di Cousy, ma allo stesso tempo rese ben chiaro che lo scopo ultimo doveva essere il canestro, ed ogni palla persa allontanava la squadra dalla vittoria. Il training camp fu massacrante. Il nuovo coach sapeva che una squadra che corre ha più possibilità di partire bene, e che una buona partenza motiva i giocatori e spesso si traduce in una buona stagione. Eppure, nonostante la forma smagliante, la “prima” di Auerbach e Cousy fu un mezzo disastro. L’1 novembre 1950 a Fort Wayne, Indiana, i Pistons usarono un parziale di 30 a 16 nel terzo quarto per prendere il largo e chiudere la gara sul 107 a 84. Con i suoi 16 punti Cousy fu l’unico Celtic ad andare in doppia cifra mentre i Pistons ne mandavano sei, ma la cosa più singolare fu lo zero del “francese” nella casellina degli assist.
Avrebbe avuto tutto il tempo di rifarsi in futuro, ammassandone 7.892. Le cause della sconfitta già allora erano riconducibili ad una sinistra tendenza che sarebbe stata una caratteristica dei Celtics per i sei anni seguenti: Fort Wayne catturò 54 rimbalzi contro i 40 dei bianco verdi. Quando Boston perse anche nelle due trasferte seguenti, i reporter del New England già pregustavano la possibilità di mettere sulla graticola quel coach saccente e maleducato che li aveva bistrattati poco tempo prima.
La gang del Trifoglio però infilò una serie di sette successi consecutivi per poi volare nelle zone alte della classifica, subito a ridosso dei Philadelphia Warriors. Il 2 marzo 1951 fu un’altra data storica per l’NBA, ed ancora una volta è legata a Boston: al Garden si tenne infatti il primo All Star Game della lega (nella fotografia, la storica prima locandina). La selezione dell’Est se lo aggiudicò mentre Macauley segnava 20 punti e veniva votato MVP dell’incontro stellare. Nell’NBA d’antan però non c’era pausa, non c’erano avvenimenti di contorno o gare di tiro a far tirare il fiato ai giocatori: si tornò immediatamente al campionato per le ultime due settimane di regular season. I Celtics le affrontarono un po’ “sulle gambe” e persero cinque delle ultime sette partite, arrivando comunque ad un soffio dalla vetta dell’Est.
Ma nei playoffs oltre alla stanchezza dovettero fare i conti con la prepotenza atletica che i New York Knicks imponevano sotto canestro. L’allenatore newyorchese Joe Lapchick, ex “Original Celtic”, amava il gioco fisico e lo poteva praticare grazie ai due corazzieri Harry “The Horse” Gallatin e Nat “Sweetwater” Clifton, dominando le plance a piacimento. Nella serie al meglio delle tre partite, il 20 marzo i Celtics si scavarono subito la fossa perdendo in casa per 69 a 83 e due giorni dopo vennero messi a tappeto anche al Madison Square Garden ancora per 14 punti, 78 a 92, chiudendo così mestamente una stagione che sembrava poter dare qualche soddisfazione in più.
La bella notizia nel Massachusetts però era che i Celtics correvano, erano belli da vedere e finalmente vincevano. Il Garden e l’Arena avevano cominciato a popolarsi e Walter Brown finalmente vedeva la fine del tunnel mentre la media spettatori saliva di duemila unità. Macauley divenne il primo Celtic della storia a segnare più di venti punti per partita in una stagione e Cousy dimostrò di non essere un “bifolco locale” aggiudicandosi il premio di “Rookie of the Year” e segnando 15.6 punti a gara. C’era voluto anche un pizzico di fortuna, ma assieme alle idee chiare di Auerbach stava prendendo forma il Celtics Pride.
Dave “The Colonel” Egan (nell'immagine stringe la mano a Bill Sharman) il grande reporter del Boston Record (l’antico nome dell’Herald) che diventò famoso per i suoi articoli al vetriolo su Ted Williams, scrisse un pezzo sui Celtics nel quale affermava: “Ora sappiamo che in Red Auerbach ci è stata imposta la presenza di un vincente, e che lui farà per il basket professionistico ciò che Pat Leahy ha fatto per il football. E lo sappiamo non dalle sue parole, ma dal modo in cui la sua squadra ha giocato. Il suo non è un gruppo composto da prime donne e da stelle egoiste, ma da giovani affamati vittorie e senza paura che giocano un tipo di basket veloce e scintillante che solo chi ha la loro età può praticare”. Ed anche se non tutti i giornalisti della “Beantown” (anzi, decisamente pochi) condividevano il punto di vista di Egan, rimane il fatto che “The Colonel” fu il primo a preconizzare il successo di Auerbach a Boston.



