John "Hondo" Havlicek... serve dire altro?
Stati Uniti 1953, esterno, sera: gli ultimi impomatati ritardatari a bordo delle Chevrolet convertibili o delle Ford Sunliner prendono posto all'interno del Drive In: oggi è in programmazione un western... E' in questo contesto ormai lontano nel tempo che Marion Robert Morrison, in arte John Wayne, regala il suo inequivocabile "physique du role" al film "Hondo", per la regia di John Farrow; in sintesi si tratta di un lungometraggio che vede protagonista Hondo Lane, corriere della cavalleria americana, il quale conosce la classica bella pioniera con figlio a carico che, dopo l'abbandono dal marito, vive in territorio Apache. Difendendosi da un'aggressione il protagonista è costretto ad eliminare quello che scoprirà essere il marito della donna. Catturato dal capo dei pellirosse riesce a riacquistare la libertà spacciandosi per l'uomo che aveva ucciso. L'happy end è d'obbligo. Film solido ma non certo indimenticabile con l'unico evidente merito di dare lo spunto per la creazione di uno dei soprannomi più evocativi della storia cestistica bostoniana. E' così che John Havlicek, un ragazzino della Bridgeport High School, Ohio, figlio Frank, nato in Cecoslovacchia e di Mandy il cui papà era un minatore di carbone jugoslavo, grazie al colpo di genio di Mel Nowell (promettente guardia della Columbus High School e compagno del nostro nella rappresentativa statale) diventa per sempre "Hondo".
Ma veniamo alla storia di questo incredibile campione, capace di fare da collante tra due stagioni leggendarie dei Celtics, a partire dagli anni '60 dei Russell e dei Cousy (e scusate la sommaria esemplificazione), fino agli anni '70 di Cowens e Jo Jo White. Una carriera stellare iniziata con 2,200 minuti giocati nel 1962 e finita con 2,797 minuti nel 1978, iniziata con 14.2 punti di media e finita con 16.1, mai meno di 71 partite giocate in una singola regular season, 172 incontri di playoffs e potremmo continuare a lungo, tanto per dimostrare quanto questo signore abbia travalicato la pura eccellenza per 16 anni filati, quando altri celebratissimi fuoriclasse si sono permessi anni sabbatici o pause più o meno lunghe. Una vita in biancoverde, 8 titoli, sempre accompagnato dalla fedele casacca numero 17. Ebbene, John nasce a Martins Ferry, Ohio, l' 8 aprile del 1940; la guerra è alle porte e quando scoppia in tutta la sua virulenza Martins Ferry, che non è che un incrocio stradale con qualche casa, diventa improvvisamente snodo obbligato per il transito di centinaia di camion militari. Gli amici di John hanno tutti la loro biciclettina, ma papà Frank è preoccupato dal traffico sulla Route 40 e rifiuta di acquistare il velocipede. Ecco che per stare assieme agli amici John è costretto a correre su e giù per le colline del circondario e sviluppa fin da piccolo l'incredibile tenuta atletica che sarà il suo marchio di fabbrica nell'NBA. Già ai tempi della Bridgeport High School dimostra di essere un predestinato trasformando in oro ogni palla o pallone che gli capita a tiro: basket, baseball o football non fanno differenza, il suo smisurato talento e il suo ancor più smisurato agonismo ne fanno una perfetta macchina sportiva. Lo dimostra ancor di più l'esperienza al college, allorquando, abbandonato il football nonostante le eccellenti doti di quarterback, sceglie il diamente come suo habitat nell'anno da freshman (media battute valide .400, non noccioline), salvo poi ravvedersi per passare definitivamente (o quasi) al mondo della palla a spicchi. In quegli anni, compagni di squadra di Havlicek ai Buckeyes sono nientemeno che il futuro all star Jerry Lucas e Larry Siegfried, altra vecchia conoscenza bostoniana, oltre a Bobby Knight, che passerà alla storia come l'allenatore con più partite vinte in NCAA, a quell'epoca solo riserva. Talento non comune per una squadra che avrebbe vinto a mani basse il titolo nel 1960 e sfiorato il bersaglio grosso anche nei due anni successivi, per un rispettabilissimo totale di 78 vittorie e solo 6 sconfitte. Havlicek è la "seconda banana" di Ohio State, sempre all'ombra del grande Jerry Lucas, ma gli occhi attenti dell'Uomo col Sigaro lo hanno già notato, ed il futuro è scontato.
Ed eccoci al draft del 1962, quando ala chiamata numero 7 i Celtics non ci pensano due volte e scelgono Havlicek. Tutto finito? Nemmeno per sogno, perchè si da il caso che anche i Browns del football alla settima tornata, facciano lo stesso nome; il ragazzo, memore dei bei tempi in cui sparava missili da 80 yards, è tentato e decide di provarci: gioca alcune amichevoli, salvo essere tagliato in extremis. In realtà la franchigia di Cleveland tornerà più volte alla carica per convincerlo a riprovarci, ma ormai la strada di Hondo è segnata, grazie al cielo diremmo noi, e punta dritta verso la vecchia Boston. Ma come sono messi i Celtics del 1962, quelli che gli faranno da balia nel primo anno di NBA? La squadra, nell'ultimo lustro, ha dominato la scena in maniera quasi tirannica, cinque campionati vinti in sei anni, ad un Pettit (e un infortunio di Russell) dall'en plein. Tutto rose e fiori, dunque? Non tanto: l'età avanza, Cousy inizia quello che sarà l'ultimo anno da professionista, gli stessi Bill Sharman e Jim Loscoutoff non sono più di primo pelo. Stimatissimi esperti hanno già date per morte le chance di titolo; in questo senso è memorabile la messa da requiem cantata da Sports Illustrated alla vigilia: "I Boston Celtics sono una squadra vecchia, nelle cui vene varicose scorre ormai solo sangue stanco", a sempiterna riprova che il cervello di alcuni giornalisti sportivi è il miglior materiale per trapianti, essendo praticamente chilometri zero. Per la verità quell'anno, nonostante la vittoria, peraltro raggiunta dopo una massacrante semifinale contro Cincinnati (4-3) e una Finale vinta per 4-2 ai danni dei Lakers, non sarebbe stato propriamente trionfale per il buon "Hondo". Miglior quintetto rookie, un'applicazione feroce agli schemi soprattutto difensivi, ma il futuro di Havlicek non appare luminoso come l'odierna leggenda sembrerebbe proporre. La mancanza di un tiro affidabile lo propone come un "mezzo giocatore", come lo stesso Cousy sentenzia in un'intervista dell'epoca, quando lo definisce un "non tiratore che presto si sarebbe bruciato", per l'appunto. Mossa per spingere la matricola a lavorare di più? Forse sì, forse no, però lo stratagemma funziona.
Lo stesso Auerbach, anni dopo, ammetterà che le sue aspettative su John non erano esagerate: si sarebbe accontentato di un onesto sostituto dell'anziano Frank Ramsey, l'uomo cui il maestro Red aveva cucito addosso il ruolo di "sesto uomo". Grande onestà intellettuale del patriarca biancoverde, cui non sarebbe costato nulla aggiungere un altro tassello alla sua storica capacità di leggere il talento altrui con ere geologiche di anticipo sui colleghi. In senso molto lato aveva ragione: fu un sesto uomo...ciò che forse non aveva previsto è che sarebbe stato giudicato dai posteri come "Il Miglior Sesto Uomo", il più completo all around player (e ci perdoni Magic Johnson), il più prolifico marcatore della storia celtica (ventiseimilatrecentonovantacinque punti), otto titoli vinti, ottomila rimbalzi, seimila assist abbondanti. Già dall'anno successivo, vale a dire nel campionato 1963-64, dopo aver lavorato ossessivamente (Cousy lo sapeva...) per tutta l'estate a limitare le lacune al tiro, si presenta ai blocchi di partenza con tutt'altro piglio. A questo proposito giova ricordare come il numero 17 sia un perfezionista quasi maniacale, in campo come fuori: in questo senso l'aneddotica è fittissima, dalla fissazione per i vestiti piegati sempre alla stessa maniera fino a quella di riporre le scarpe sempre esattamente nello stesso luogo. Trasferite questi comportamenti in un campo di basket e otterrete qualcuno che, semplicemente, non accetta che qualcosa possa non quadrare e lavora giorni, settimane, mesi, se necessario, perchè tutto sia esattamente come deve essere. Alla fine sarà il miglior marcatore della squadra in regular season, con 19.9 punti a partita, verrà inserito nel secondo quintetto NBA e convincerà tutti che quella pick numero 7 dell'anno precedente è stata una benedizione. Ah, i Celtics, ovviamente, portano a casa un altro banner, il settimo. Per la verità, nonostante il parziale scetticismo che lo aveva accolto a Beantown, Red non ci mette molto ad inquadrarlo e a valorizzarlo per farlo rendere al meglio. Come accadde per il binomio Auerbach-Russell, due grandissimi che forse non sarebbero stati leggenda se separati dalla sorte, anche "Hondo" riceve tanto quanto regala alla causa: il suo impiego in tre ruoli, sempre ai massimi livelli, consente al coach una varietà di soluzioni sia offensive che difensive assolutamente fuori del comune; alto 1.97 per 92 chilogrammi, un moto perpetuo straordinariamente rapido, è in grado di mettere la contesa sul piano fisico con le guardie e sulla velocità con le ali, risultando sovente incontenibile e costringendo gli avversari ad aggiustamenti continui e difficoltosi che non fanno altro che regalare spazio alle altre punte di diamente della formazione biancoverde, peralto riuscendo raramente a venire a capo del problema originale, ovvero "Come diavolo lo fermo il 17"? Il suo agonismo oversize ne fa quella "dinamo umana" che può sfiancare ogni avversario diretto, i back to back ripetuti diventano uno dei suoi marchi di fabbrica: lo si trova facilmente prima a rimbalzo difensivo, poi a raccogliere l'assist per il layup, poi ancora a raddoppiare in difesa, il tutto in dieci secondi, con la massima lucidità, e decine di volte in una partita. "stamina" fuori del comune, senza dubbio, e in questo caso diamo per una volta il giusto merito ad una categoria ora spesso bistrattata, quella dei genitori ed al rifiuto di acquistare quella bicicletta che sarebbe stata il necessario laciapassare per una allegra vita sociale da adolescente assieme ai coetanei tra le dolci colline dell' Ohio. Incassato il doloroso rifiuto, unica alternativa plausibile per l'epoca era stato correre, correre e ancora correre, fino ad arrivare alle 5 miglia a partita (stimate) che sarebbe riuscito a coprire durante la lunga e gloriosa militanza in NBA...e pensare che al giorno d'oggi alla seconda richiesta avrebbe ricevuto uno scooter; Dio benedica i costumi dei nostri padri e nonni. Il campionato 1964-65 sembra destinato ad essere una passeggiata di salute, ed effettivamente la regular season dei Celtics è trionfale, con 62 vittorie e solo 18 sconfitte. John ha ormai raggiunto una dimensione definita, magari non è ancora il tiratore velenoso dei tempi maturi, ma la fiducia dei compagni e di Auerbach sono ormai acquisite: pur nel suo ruolo di sesto uomo, sfiora i 30 minuti di utilizzo per 18.3 punti a partita. Gli eroi sono ancora altri, ma sarà lui a lasciare il segno più evidente, in collaborazione con un'altra leggenda: Johnny Most.
La scenografia è quella delle grandi occasioni: gara 7 contro i rivali storici dell'Est, quei Sixers che hanno nell'immenso Wilt Chamberlain la punta di diamante in una squadra che può contare su fuoriclasse del calibro di Hal Greer e Chet Walker, una squadra che senza i Celtics tra i piedi si sarebbe potuta togliere ben altre soddisfazioni. Ebbene, quei Sixers impegnano allo spasimo i biancoverdi, fino a portarli a gara 7. La partita è tirata, ma proprio nel finale i campioni in carica sembrano poterla far propria senza troppi patemi: sette punti di vantaggio quando manca poco più di un minuto sono un bottino assolutamente tranquillizzante. Senonchè Chamberlain non la pensa allo stesso modo e trascina i suoi fino al meno uno; il sigaro già acceso di Auerbach a questo punto non è stato un'idea troppo beneaugurante. 110-109, 5" secondi alla fine, rimessa Phila. I giocatori si piazzano in campo, Russell naturalmente cura Wilt; Hal Greer, palla in mano, cerca un compagno libero: K.C. Jones si piazza a pochi centimeti mulinando le braccia nell'intento di impedire la visuale all' avverasrio, il quale scorge Chet Walker a 6-7 metri di distanza. La palla parte nella sua direzione, in quell'istante a Havlicek scatta quel misterioso interruttore che solo i fuoriclasse posseggono, quello che ti fa decidere in una frazione di secondo la cosa giusta da fare. Parte in quella direzione, alza le braccia, anticipa Walker e gli soffia la palla. Ed è qui che entra in gioco Johnny Most, che regala ai microfoni il celeberrimo: "Greer is putting the ball into play. He gets it out deep.......Havlicek steals it. Over to Sam Jones...Havlicek stole the ball...It's all over! Johnny Havlicek stole the ball...It's all over, it's all over", la voce che sale di tono rapidamente fino ad esplodere quando il furto è perpetrato, finchè i primi tifosi si buttano in campo per festeggiare l'ennesima finale ragiunta, finale che sarà ancora una volta vinta, quasi passeggiando, contro i soliti Lakers, con un netto 4-1. Lo stesso Hondo racconterà poi che cosa successe in quegli straordinari secondi: "Eravamo sicuri che avrebbero cercato di servire Chamberlain e dovevamo impedirlo; il quintetto che avevamo in campo era molto basso, con me, Sam Jones, K.C. Jones, Satch Sanders e Russell. Bill andò su Wilt, ma rimaneva il secondo lungo, Kerr, da marcare. Pensai di andarci io ma Satch mi disse che se ne sarebbe occupato lui. Quando notai che Greer perdeva qualche secondo, capii che era in difficoltà e istintivamente capii cosa sarebbe successo e dove sarebbe finita la palla, ovvero a Walker. Rimasi sorpreso per un attimo perché non potevo credere che non avrebbe dato la palla a Chamberlain. Decisi di rischiare, scattai e anticipai Walker, mi gettai davanti a lui e riuscii a deviare la palla con la punta delle dita verso Sam Jones..."
L'anno successivo è l'ultimo di Auerbach coach e John, pur partendo ancora da sesto uomo, raggiunge ancora i 18 punti abbondanti a partita diventando anche, gradualmente, un punto di riferimento importante per il tiro decisivo...ormai dalla distanza è una sicurezza, e lo stesso Auerbach conierà il termine "Havlicek time", ad indicare gli ultimi istanti di un incontro quando l'ultima azione è destinata a deciderne le sorti.
Quanto sembrano lontane le parole di Cousy che lo avevano accolto al suo arrivo a Beantown. Sarà l'anno della prima convocazione alla partita delle stelle, la prima di tredici consecutive, fino al ritiro. Nel 1967 gioca una regular season magistrale, scavallando per la prima volta i 20 punti di media in carriera (21.4), ma un po' per le difficoltà di un primo anno senza Red in panchina, un po' per i Sixers in forma smagliante, ci si ferma in finale di Conference, sconfitti 4-1 dalla Ditta Chamberlain e Co. poi vincitrice del titolo. Lo smacco sarà restituito con gli interessi un anno dopo, ancora in finale di Conference, quando, dopo essere stati sotto per 3-1, in una gara 7 da tramandare ai posteri, l'ex "non tiratore" metterà a referto 40 punti, contribuendo in maniera fondamentale al 100-96 finale, viatico per l'ennesima finale strappata ai Lakers.
Molti giudicheranno quel titolo come il possibile "canto del cigno" di un gruppo che era ed è leggenda: K.C. Jones già dall'anno precedente guardava gli ex compagni seduto sulle comode poltroncine del Garden e i "grandi vecchi" superstiti della dinastia (Sam Jones e Russell) avevano 71 anni in due. La regular season aveva solo potuto confermare le previsioni, 48 vittorie e 34 sconfitte, peggiore stagione dal 1955-56. Havlicek diventa il baricentro della squadra, e il ruolo gli calza a pennello: gioca tutte le partite di quell'anno, con una media di quasi 39 minuti giocati (sempre da sesto uomo, è bene ricordarlo) e 21.7 punti. Ma è nei playoffs che disegna un altro straordinario capolavoro: 47 minuti a partita e 25 punti abbondanti, e soprattutto una finale NBA stratosferica. I Celtics giungono inaspettatamente a quell'appuntamento e non c'è un solo addetto ai lavori che si azzardi a pronosticarne la vittoria. Gli avversari sono i Lakers stellari di Chamberlain, West, Baylor. Le prime due partite, nonostante Hondo segni 82 punti, si chiudono entrambe con vittoria gialloviola. Sembra finita. Non lo è. In gara 3 mette a referto altri 34 punti nonostante un occhio gonfio come un limone per una manata di Keith Erickson e si riapre la serie. Eroismi assortiti di Sam Jones, di Russell, ed incredibilmente si arriva a gara 7. John mette anima e corpo in campo coprendo chilometri, raddoppiando, tirando, gettandosi a rimbalzo. Per lunghi tratti è l'unico riferimento offensivo. La partita è vinta, i banners dei Celtics sono 11, 6 nella "era Havlicek", i palloncini di Jack Kent Cooke rimangono ancorati al tetto del Forum di Los Angeles per la più grande delle imprese. Quell'anno il 17 viene selezionato per il miglior quintetto difensivo, appena introdotto. E' la prima volta, non l'ultima: non ne uscirà più, per otto volte consecutive. Ma la fine della dinastia, questa volta, arriva inesorabile: Sam Jones e Russell appendono le scarpe al chiodo, Heinsohn diventa coach e i miracoli non sono merce che si trova facilmente: Havlicek abbandona il ruolo di sesto uomo, e questo priva i tifosi del Garden di quello spettacolo nello spettacolo che era osservarlo in attesa di entrare in campo: tuta slacciata, appoggiata alle spalle, come un centometrista pronto alo scatto, sapendo che nel momento in cui fosse entrato, la partita sarebbe inesorabilmente cambiata. Gioca una stagione di grandissimo livello tecnico, costretto a cantare e portare la croce: alla fine piazza una stagione da 24.2 punti, 7.8 rimbalzi e 6.8 assists, numeri che disegnano l'identikit della più pura eccellenza. Nonostante questo, il record dei Celtics reciterà di un impietoso 34-48, insufficiente per qualificarsi per i playoffs, ed è la prima volta in 20 anni. Nei due campionati successivi guida la lega per minuti giocati (oltre 45, praticamente non esce mai), mettendo a referto, rispettivamente, 28.9 e 27.5 punti di media a partita. Ed è proprio nel 1972 che si ha la chiara percezione che Boston stia tornando a fare la voce grossa: grazie al contributo fondamentale di "Hondo", incluso sia nel miglior quintetto NBA (saranno 4 in tutto le sue apparizioni) che in quello difensivo, i biancoverdi tornano a giocare una semifinale di Conference. Sarà una sconfitta per 4-1 al cospetto dei Knicks, ma il cuore dei tifosi ricomincia a battere.
E i battiti accelerano nella stagione 1972-73, quando, coadiuvato dal sangue giovane di Dave Cowens, Don Chaney e Jo Jo White, John guida i suoi a un inimmaginabile, fino a 2 anni prima, record di 68-14. Come accadde per Russell nella finale persa contro St.Louis, anche in questo caso sarà un infortunio a tarpare le ali al sogno biancoverde; dopo una regular season ad altisimo livello, Havlicek inizia con il piglio del leader anche i playoffs, mettendo a referto 54 punti nella semifinale di conference che vede i Celtics opposti agli stessi Hawks (con ben 24 canestri segnati, record NBA per i playoffs) il tabellone ripropone la semifinale di Conference dell'anno precedente, ovvero una sontuosa rivincita contro i Knicks. New York ha una squadra di assoluto livello, con giocatori del calibro di Willis Reed, Walt Frazier, Dave DeBusschere, Earl Monroe e Bill Bradley. Rispetto all'anno precedente le chanche di vittoria sono ben più corpose, ma durante gara 3 il 17 si infortuna alla spalla. Costretto a saltare anche gara 4, stringendo i denti rientra sull 1-3, contribuendo ad accorciare le distanze in gara 5 con una prestazione commovente da 18 punti, con il dolore che si fa sentire ad ogni passaggio, ogni tiro, ogni cambio di direzione. Il triste epilogo è solo rimandato, e i Knicks fanno loro la serie alla settima, andando poi a vincere il titolo. Proprio in quell' occasione si dimostra lampante l'affetto e la stima che tutti gli appasionati di basket nutrono per Havlicek. In gara 4, quando il pubblico del Madison Square Garden lo scorge in abiti civili, si produce in una lunga e spontanea ovazione. E stiamo parlando di avversari storici. Ma il trionfo è solo rimandato. Nel 1974 il "17" continuerà a martellare la retina con 22.4 punti a partita in regular season, che si impenneranno fino a 27.1 nei playoffs, in un crescendo che ormai non sorprende più nessuno. Anche Cowens (quasi 16 rimbalzi a partita) e Jo Jo White ormai campione affermato, fanno la loro parte. Questa volta la rituale finale di Conference contro i Knicks è una passeggiata di salute che si chiude sul 4-1, ma la finale sembra decisamente più complessa, con il duo di Milwaukee Jabbar-Robertson (altro all around player di assoluto e meraviglioso livello) ad attendere i Celtics. Si arriva a gara 5 sul 2-2 , e gara 6 entra di diritto nella storia del basket, in buona parte per merito di Havlicek, il quale pareggia sull'86 pari forzando la gara all'overtime, ma non è finita: nel primo supplementare i Bucks si trovano ancora avanti quando mancano pochi secondi alla fine: Chaney ruba palla e serve "Hondo", marcato da Kareem, il tiro non è facile e infatti si stampa sul ferro; sembra finita, ma la reattività del 17 biancoverde è fuori del comune: prende il rimbalzo lungo e la mette dentro per il pareggio che vale il secondo overtime. Anche qui si carica la squadra sulle spalle, segnando 9 punti degli 11 complessivi messi a referto dai suoi. Nonostante tutto un maligno gancio di Jabbar porta la finale a gara 7. All'ultimo atto John non brilla in fase offensiva, anche se 16 punti per il "non tiratore" degli inizi sarebbero stati un bottino comunque notevole, ma si impegna in una difesa sovrumana e contribuisce in maniera decisiva a spegnere Robertson. Il trionfo è netto, 102-87 e i Celtics tornano sul tetto del mondo dopo soli cinque anni dall'addio del grande Russell e il merito è soprattutto di un commosso Hondo, nominato MVP delle finals, che dichiara: "This is the greatest one". Nella stagione successiva, 1974-75, scende per la prima volta dal 1966 sotto i 20 punti a partita, ma continua a correre in maniera quasi sovrumana, nonostante i 35 anni suonati, età in cui molti professionisti meditano un dignitoso ritiro. La squadra si fermerà in semifinale contro i Bullets, vittoriosi per 4-2 e poi sconfitti alle finals dai rampanti Warriors. Potrebbe essere la fine, dopotutto sette titoli vinti sono un bel bottino, e Havlicek ha già dimostrato di poter vincere anche senza essere una pedina (per quanto importante) dell' irripetibile dinastia , ma le leggende sono leggende, si sa. E' così che decide, per l'ultima volta, di irrompere nella storia dalla porta principale. Siamo nel 1976, non è più il giocatore che rimane sempre in campo: Cowens, White e Scott lo sopravanzano, anche se stiamo comunque parlando di quasi 35 minuti a partita; pure nei playoffs spesso sono altri a godersi la ribalta, ma quando la storia chiama, a rispondere "presente" è ancora John.
Stiamo parlando della "Greatest Game Ever", ovvero gara 5 delle "Finals" contro i sorprendenti Suns di John MacLeod reduci da una regular season da 42 vittorie ma micidiali ai playoffs. Hanno eliminano i campioni uscenti di Golden State, e si trovano sul 2-2 in finale. Havlicek ha un piede acciaccato, si allena poco e male ma vuole, deve esserci. I programmi sono di giocare per una ventina di minuti, giusto per tenere sul chi vive gli avversari. Ne gioca 58, con la ciliegina del miracoloso canestro a una mano che porta il risultato sul 110-109 e scatena il pandemonio di fine secondo overtime, tra squadre che rientrano negli spogliatoi credendo finita la contesa, tifosi in campo, rientri, timeout fantasma chiamati da Westphal e l'incredibile pareggio sul 111 pari. Alla fine del terzo supplementare è un 128-126 storico che spalanca le porte al 4-2 finale, il numero 13 per la franchigia del Massachusetts e il numero otto per "Hondo". I titoli sono terminati, ma non la voglia di calcare il parquet di questo eterno maratoneta: gioca ancora per due stagioni, mai come una vecchia gloria, sempre correndo avanti e indietro per 36 e 34 minuti, rispettivamente, a partita, per una media punti di 17.7 e 16.1. Ovunque si trovino i Celtics, Est o Ovest, per lui ci sono solo applausi.
E' del 1980 il doveroso inserimento nell All time team dell' NBA in occasione dei 35 anni dell'associazione, riconoscimento che verrà rinnovato 15 anni dopo, per i 50 anni. Nel 1983 entra di diritto nella Hall Of Fame. Più di tutto, però, valgano le parole di Red Auerbach, che, parlando del "Suo" Hondo, dichiara: "Incarna il bene. Se avessi un figlio come John sarei l'uomo più felice della terra".
Semplicemente, John "Hondo" Havlicek.





