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Un titolo listato a lutto

Pubblicato da Shamrock giovedì 17 settembre 2009

I


Sembrava una stagione come tante altre per i Boston Celtics. Dopo sei anni trionfali o, meglio detto, sportivamente “dittatoriali”, i ragazzi di Red Auerbach si accingevano a percorrere una nuova tappa del cammino che portava alla gloria immortale. I tanti titoli (sette in otto anni) restano. Le persone, purtroppo, almeno fisicamente, se ne vanno. Negli ultimi due anni se n’erano andati Sharman, Cousy, Ramsey e Loscutoff; avevano lasciato il basket giocato ed ora si stavano occupando di altre cose. Ma erano vivi e godevano di buona salute. Chi invece se n’era andato per sempre era Walter Brown. Il fondatore della franchigia, proprietario, amministratore, più semplicemente, “il Padre dei Celtics”, si spense il 7 settembre del 1964 nella sua residenza estiva a Cape Cod, giusto un mese prima che la nuova stagione NBA cominciasse. L’uomo che meno di vent’anni prima aveva portato la pallacanestro professionistica a Boston morì all’età di 59 anni lasciando un vuoto incolmabile nei cuori dei giocatori che comunque riuscirono simbolicamente a portarsi il “Padre” appresso durante tutta la stagione, cucendo una “toppa” nera alla spallina sinistra della canotta in segno di lutto.

Uomo di una generosità immensa, persino esagerata rispetto alle possibilità economiche (per salvare la franchigia era arrivato ad ipotecare la sua stessa casa), era mosso solo ed esclusivamente dalla passione per i suoi Celtics ed il suo Boston Garden e questa sua dedizione totale era riconosciuta da Red e tutti i giocatori.

I rinnovi contrattuali si discutevano nel bagno degli uomini” – ricorda Tom Heinsohn – “Andavi a fare i tuoi bisogni e spuntava Walter chiedendoti quanti soldi volessii per la nuova stagione; di solito rispondevi chiedendo a lui quanto fosse disposto a pagare. La negoziazione durava giusto il tempo necessario per tirarsi su la cerniera dei pantaloni, e l’accordo era raggiunto”.
L’ultima cosa che avrebbero voluto i Celtics in quella stagione sarebbe stata quella di perdere il campionato. “Questo lo vinceremo per Walter” – aveva dichiarato solennemente Bill Russell prima dell’esordio stagionale. E vittoria con dedica fu. La motivazione addizionale si unì al talento ed alla forza fisica della squadra di Red ed il risultato fu una partenza sprint con 11 vittorie consecutive. Boston sembrava una macchina perfetta e nonostante alcuni passi falsi qua e là i Verdi arrivarono a Natale con il miglior record della lega, 27 vittorie e 7 sconfitte: K.C. Jones era un “cane da guardia” che mordeva le...guardie avversarie costringendole spesso a perder palla, l’altro Jones (Sam) era il “capocannoniere” con oltre 25 punti di media a partita, Bill Russell garantiva la solita presenza dominante sotto i tabelloni catturando oltre 24 rimbalzi ad incontro, “Satch” Sanders nello spot di “power forward” era più regolare di un orologio svizzero e John Havlicek uscendo dalla panchina era il solito “destabilizzatore” che con oltre 18 punti di media spaccava le partite. E Tom Heinsohn? Beh, "Tommy Gun" è sempre stato speciale, nel bene e nel male; ma sul finire del 1964 avrebbe involontariamente contribuito ad un evento unico nella storia della pallacanestro e dello sport in generale. “Grazie” infatti ad un infortunio che lo tenne lontano dai campi di gioco per un mese, il “bianco” Heinsohn il giorno 24 dicembre del 1964 lasciò il posto di titolare al “nero” Willie Naulls aprendo così le porte al primo quintetto iniziale interamente afro-americano nella storia della National Basketball Association. Ancora una volta i Boston Celtics si rivelavano antesignani di un futuro che sarebbe stato considerato “normale” nella lega professionistica solo svariati anni più tardi e, in pieno periodo di lotte sociali e rivendicazioni razziali (Martin Luther King aveva appena vinto il premio Nobel per la Pace), Red Auerbach e la sua squadra dimostravano d’essere più avanti nel tempo sia rispetto alla città di Boston che all’intera società “civile” americana. E Walter Brown - che 14 anni prima aveva scelto Chuck Cooper dicendo "non m'importa se è bianco, nero, a righe o a pallini" - da lassù osservava orgoglioso...

Altra data storica fu il 13 gennaio del 1965. Solo due ore dopo la conclusione dell’All Star Game giocato a Saint Louis (con vittoria dell’Est per 124-123) i San Francisco Warriors, che stavano attraversando un periodo finanziario alquanto burrascoso, ufficializzavano il passaggio di Wilt Chamberlain ai Philadelphia 76ers in cambio di Paul Neumann, Connie Dierking e Lee Shaffer (che si ritirò senza mai vestire la casacca dei Warriors) più la somma di 150.000 dollari. Per Wilt si trattava del ritorno alla città natale anche se la nuova franchigia dei 76ers era il prodotto del trasferimento dei Syracuse Nationals avvenuto l’anno precedente. Per i Celtics invece si trattava del ritorno dell’antagonista principale; Chamberlain sarebbe stato fin da subito la minaccia che avrebbe rinnovato la rivalità per il titolo nella Eastern Division. I 76ers infatti erano una squadra promettente che poteva schierare un futuro Hall of Famer come la guardia Hal Greer e talentuosi “role-players” come Larry Costello, Chet Walker ed il rookie Luke Jackson. Non c’era modo di rilassarsi per Red Auerbach ed i suoi ragazzi, ed anche se la stagione regolare dei Celtics terminò con un trionfale record di 62 vittorie e 18 sconfitte (14 in più dei Cincinnati Royals ad Est e 13 meglio dei Lakers nella Western Division) la sensazione era che Philadelphia, pur reduce da un modesto record di 40 vittorie e 40 sconfitte, avrebbe cambiato marcia con l’inizio dei playoff. La sensazione lasciò subito posto alla certezza quando i 76ers si sbarazzarono in quattro partite (le serie in questa fase erano giocate “al meglio delle cinque”) dei Royals di Oscar Robertson e Jerry Lucas mentre dall’altra parte del tabellone i sorprendenti Baltimore Bullets, reduci da una stagione regolare con sole 37 vittorie, ebbero la meglio sui vecchi Saint Louis Hawks peraltro decimati dagli infortuni, chiudendo anch’essi la serie in quattro partite.


Tutto lasciava presagire all’ennesima riedizione di una finale Celtics-Lakers ma mentre gli eterni rivali ci arrivarono piuttosto agevolmente eliminando i Baltimore Bullets in 6 incontri, ai Boston Celtics toccò sudare durante 7 tiratissime partite che culminarono con uno dei più epici momenti nella storia di questo sport. "Questo campionato lo vinceremo per Walter", aveva proclamato Bill Russell all’inizio della stagione, ma fu proprio lui a rischiare di rovinare tutto, quel 15 aprile di oltre quarant'anni fa: un canestro di Chamberlain a 5 secondi dalla sirena portò i 76ers a -1, 109 a 110, e sulla rimessa Russell colpì con la palla i cavi di sostegno del canestro restituendo il possesso ai 76ers. "Qualcuno mi salvi!" supplicò il numero 6 biancoverde nel timeout, e sul passaggio di Hal Greer per Chet Walker, "Hondo" Havlicek ci mise la mano, salvando Russell ed i Celtics. Dalla sua postazione in alto, sopra il bordo campo, la voce del radiocronista dei Celtics Johnny Most gracchiò lo storico "Havlicek stole the ball", "Havlicek ha rubato la palla”….un grido che è rimasto nella storia dello sport americano e di cui non parleremo ulteriormente dato che sarà oggetto di un articolo a parte.
Sull’onda dell’entusiasmo e della determinazione dopo lo spavento vissuto contro Philadelphia, i Celtics si apprestavano allo scontro finale con i Lakers per la quarta volta negli ultimi sette anni. Los Angeles arrivò alle finali fortemente traumatizzata dal serio infortunio occorso ad Elgin Baylor nella prima partite della precedente serie che li aveva opposti ai Baltimore Bullets: il ginocchio del fuoriclasse giallo-viola si era spezzato durante il salto per un tiro in sospensione. “Sentii il crack tipico di un’esplosione” – avrebbe raccontato lo stesso Baylor, il cui infortunio avrebbe condizionato i rimanenti anni della carriera – “ma il dolore fisico fu nulla se paragonato alla tristezza ed alla rabbia per non poter giocare le finali contro Boston”. Jerry West e Rudy LaRusso provarono a tenere alto l’onore dei Lakers ma Baylor risultò essere insostituibile. In gara 1 i Celtics stritolarono gli avversari con l’impietoso punteggio di 142 a 110 stabilendo un nuovo record per i playoff: K.C. Jones fu incredibile in difesa, limitando West ad un solo canestro nel primo quarto e rubandogli la palla dalle mani 5 volte nei primi 24 minuti di gioco. L’offeso ma tenace Jerry West fu strepitoso nella seconda partita giocata al Boston Garden e coi suoi 45 punti provò a mantenere in vita i Lakers quasi fino alle fine, prima di cedere per 129 a 123. Al ritorno a Los Angeles, feriti più che mai, i Lakers si aggrapparono ancora una volta a West e trovarono un ottimo contributo dal centro-ala LeRoy Ellis; i due "combinarono" per 72 punti e condussero i padroni di casa ad un’agevole vittoria con 21 punti di scarto. Il pubblico di Los Angeles, mai frustrato ed assetato di vendetta, celebrò il trionfo “soffocando” Red Auerbach col fumo soffiato da centinaia di sigari accesi, appositamente preparati per l’occasione. Per loro sfortuna in gara 4 la nube si diradò in fretta, sotto i colpi di uno scatenato Sam Jones che con 37 punti permise ai Celtics di tornare a Boston con il cospicuo vantaggio di tre partite ad una, e a Red di preparare il suo, di sigaro della vittoria.
Il Boston Garden era una polveriera con il pubblico delle grandi occasioni. La partita fu sempre sotto il controllo dei padroni di casa e si trasformò in un massacro quando i Celtics infilarono un parziale di 20 a zero, lasciando i Lakers a bocca asciutta durante cinque minuti.


L’impotenza dei giallo-viola era tutta rappresentata da Jerry West che, protagonista negativo di una terribile striscia al tiro, sbagliò 14 delle 15 conclusioni tentate. Ci fu un momento di paura anche per i Celtics, però, quando Bill Russell subì un doloroso infortunio ad un occhio. Nonostante la vista limitata, però, "l'Aquila con la Barba" dominò le plance accaparrandosi 30 rimbalzi. Il risultato finale ancora una volta fu impietoso: Boston 129 – Los Angeles 96. Le parole di Bill Russell che descrivevano il parziale fulminante dei Celtics furono la testimonianza più eloquente del divario tra le due squadre ma introdussero pure una lettura diversa della rivalità storica dotandola di una sensibilità fino ad allora sconosciuta: "Non li stavamo solo battendo, li stavamo distruggendo. E' stato il peggior momento nella mia carriera, perché non provavo la gioia della vittoria, ma l'orrore della distruzione. Sapevamo, anzi, percepivamo senza comprenderlo appieno, di aver portato lo sport oltre i confini del gioco".
Era stato un campionato "segnato" dallo shock della morte di Walter Brown ma da incorniciare fin dal primo giorno, con momenti epici come la palla rubata da John Havlicek e riconoscimenti non solo di squadra ma pure individuali: Red Auerbach fu nominato Allenatore dell’anno e Bill Russell Miglior Giocatore della stagione.
Purtroppo dopo i festeggiamenti ci fu ancora spazio per lo shock: Tom Heinsohn annunciò il ritiro immediato dai campi di gioco. Aveva solo trent’anni ma la sua testa lo spingeva verso altre direzioni che l’avrebbero portato, tra le altre cose, a tornare ai Celtics come allenatore, ad affermarsi come uomo d’affari e infine a deliziarci come commentatore ufficiale delle partite casalinghe della franchigia bostoniana. Ma le sorprese non erano finite: lo stesso Red annunciò che avrebbe allenato ancora per un’altra stagione ma che poi avrebbe lasciato la panchina per dedicarsi esclusivamente al ruolo di General Manager; allenare ormai per lui era diventato un peso, una fatica infinita resa ancora più insostenibile dalla necessità di sbrigare anche le funzioni amministrative che fino ad allora erano state coperte direttamente da Walter Brown e che ora erano a suo carico. Certo, amava vincere alla follia ma anche il successo aveva un suo prezzo da pagare che, anche fisicamente (Red aveva solo 50 anni ma all’epoca ammise che si sentiva un settantenne) non era più in grado di sopportare. Quando i giornalisti chiesero al coach quali erano stati i migliori momenti della sua lunga carriera, Red rispose: “Dopo 1500 partite non saprei cosa dirvi. Posso solo ricordare quanto complicato e duro fu ottenere ogni singola vittoria”.

Vittorie dolci con risvolti amari dunque, in quello strano 1965, ma la Dinastia era destinata a continuare e Walter Brown, da lassù, ora proteggeva i suoi ragazzi e li preparava per le future sfide.

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