CHAT

ENTRA IN CHAT

Black Five

Pubblicato da Fabio Anderle giovedì 24 settembre 2009


Una delle più belle storie di Celtics.


Ottobre 1964: l’autunno stava trasformandosi lentamente ma inesorabilmente in inverno nella città di Boston. In piena guerra fredda, l’America sonnecchiava stancamente davanti alle immagini provenienti dal Giappone, dove il mondo si preparava a “celebrare” il moderno rito pagano della diciottesima edizione dei Giochi Olimpici, a Tokyo. Roy Orbison impazzava su tutte le emittenti con la sua “Oh, Pretty Woman”, ed era stato da poco pubblicato uno studio del Surgeon’s General in cui il dottor Luther Terry rendeva noto che il fumo può causare il cancro: ma sulla panchina dei Boston Celtics il calvo allenatore non sembrava preoccuparsi più di tanto dei pericoli del fumo mentre accendeva l’ennesimo Hoyo de Monterey. Stava per avere inizio un’altra stagione NBA e la sua squadra rimaneva la favorita nella corsa al titolo. Ne aveva vinti sette negli ultimi otto anni, perché avrebbe dovuto mollare adesso? E poi questa volta c’era una motivazione particolare che un medaglione nella tasca gli ricordava costantemente. Era un medaglione d’argento con l’effigie di San Cristoforo. Marjorie Brown, moglie del primo presidente dei Celtics, l’aveva lasciato nelle mani di “Red” Auerbach in ricordo del marito Walter Brown che era mancato il 7 settembre, stroncato da un infarto nella sua casa di Cape Cod.

Bill Russell, capitano di quella squadra, aveva interpretato il pensiero di tutto il team biancoverde promettendo: “Questo lo vinciamo per Walter”. Ma coach Auerbach sapeva che non sarebbe stato facile.
Cinque giocatori chiave (Bill Russell, Tom Heinsohn, K.C. Jones, Willie Naulls e Sam Jones) erano negli “enta”, oltre la soglia dei trent’anni che notoriamente funge da cima di un’invisibile collina oltre la quale le carriere cominciano il declino. E dopo l’inevitabile litania delle gare prestagionali che allora servivano a pagare gli stipendi come e forse più della stagione regolare, il campionato ebbe inizio. I Celtics, come al solito tirati a lucido dalla preparazione stile-Marines di Auerbach, partirono alla grande. Il giorno 17 ottobre al Garden i biancoverdi strapazzarono Detroit per 112 a 83 all’esordio mostrando orgogliosamente quanto tristemente il marchio che avrebbe contraddistinto la loro stagione: un piccolo rettangolo di stoffa nera cucito sulla spallina delle magliette da gioco. A questo successo fecero seguito un’altra vittoria su Detroit (un sofferto 104 a 102 disputato a Philadelphia) ed un doppio confronto con i Baltimore Bullets, una vittoria al Madison Square Garden (131 a 103 contro dei pessimi Knicks).

La sesta vittoria arrivò sul sempre ostico parquet del Kiel Auditorium di St.Louis, un 119 a 117 frutto di 48 minuti di battaglia contro gli Hawks di Bob Pettit e Lenny Wilkens. I Celtics stavano giocando alla grande: Bill Russell superava abbondantemente i 20 rimbalzi ad allacciata di scarpe, mentre Sam Jones segnava più di 25 punti a partita senza la minima difficoltà. Ma era tutta la squadra a girare a mille, e Auerbach poteva contare anche sulla continuità dei vari Tom Sanders, Tom Heinsohn e K.C. Jones (che completavano il quintetto di partenza), e sul sesto uomo John Havlicek, secondo realizzatore della squadra. Altre vittorie nei doppi confronti con Detroit e Cincinnati ed un “massacro” dei San Francisco Warriors di un demoralizzato Wilt Chamberlain portarono il record a 11-0, prima che Philadelphia in uno scontro sul campo neutro del Madison Square Garden a New York causasse ai Celtics il primo dispiacere, 110 a 109.
La stagione proseguì con altre vittorie e qualche sconfitta fino al 25 dicembre, giorno in cui nella vittoria che portava il record a 27 vinte e 7 perse guarda caso sul neutro del “Madison”, Tom Heinsohn si procurò un infortunio all’arco plantare di un piede.


Red Auerbach aveva due opzioni: la prima era di inserire in quintetto il "sesto uomo" John Havlicek, ma così facendo avrebbe perso il vantaggio di un realizzatore fresco ad uscire dalla panchina quando i quintetti in campo cominciavano a rallentare: in quel momento “Hondo” poteva essere devastante. La seconda opzione era quella di far partire nello “spot”  di ala piccola Willie Naulls, un valido rinforzo anche se nella fase discendente di una carriera che lo aveva visto far parte delle squadre degli Hawks, Knicks e Warriors sempre sconfitte dai biancoverdi. Naulls era stato convinto a giocare per i Celtics nell’estate del 1963 quando stava pensando seriamente al ritiro, ed aveva dovuto sudare sette camicie per entrare nella mentalità ma soprattutto nella condizione atletica richieste dal coach. Evidentemente era arrivato il momento di premiarlo, perché fu Naulls ad essere scelto da Auerbach per lo starting five in un momento leggendario nella storia dello sport americano. “Prima di tutto – puntualizzò Auerbach – non mi ero assolutamente reso conto di aver fatto partire cinque giocatori neri, e me ne accorsi solo quando un giornalista me lo fece notare un paio di settimane dopo. Per me non faceva alcuna differenza il colore della pelle dei miei ragazzi. Stavo mettendo in campo i cinque giocatori che pensavo fossero necessari per vincere la partita”.

E solo un paio di mesi dopo che a Martin Luther King era stato assegnato il premio Nobel per la Pace, nel mezzo della lotta sanguinosa tra gli attivisti dei movimenti per l’emancipazione dei neri (di cui Malcolm X era l’altra faccia, quella dura) e le organizzazioni per il mantenimento della supremazia dei bianchi, quel 26 dicembre "Red" Auerbach schierò nella poco tollerante città di St.Louis un quintetto base con K.C. Jones, Sam Jones, Willie Naulls, Tom Sanders e Bill Russell. I Celtics vinsero grazie ad una difesa soffocante, superando gli Hawks per 97 a 84 in una serata che valse quanto l’autobus di Rosa Parks, l’esordio di Jackie Robinson nelle Majors di baseball o quello di Nat “Sweetwater” Clifton nell’NBA. La sera dopo, a Fort Wayne, toccò ai Pistons fungere da vittima sacrificale, 112 a 106, prima che i Celtics tornassero al Boston Garden per affrontare, oltre all’avversario, anche un pubblico di casa che avrebbe potuto voltare loro le spalle. Invece, il 28 dicembre, forse anche perché gli ospiti erano i non propriamente amati Los Angeles Lakers, i tifosi bostoniani non sembrarono infastiditi da tutto quel nero in campo, e la macchina biancoverde potè mettersi al lavoro per disgregare i californiani (133 a 112) grazie al solito dominio delle plance da parte di Bill Russell. Il 30 dicembre i Celtics “ripassarono” i Bullets a Baltimora, mentre Tom Heinsohn continuava a mettere in ghiaccio il suo piede infortunato: nei primi giorni di quel gennaio 1965 caddero Detroit, Cincinnati, St.Louis, Los Angeles (due volte) e San Francisco. Il 15 gennaio arrivò la notizia che era Wilt “The Stilt”, “La Guglia” (come odiava essere chiamato) era stato ceduto dai San Francisco Warriors ai Philadelphia 76ers, che diventavano immediatamente una delle pretendenti più accreditate per il titolo. 

I “Black Celtics” non si scomposero più di tanto, e superarono Philadelphia quella sera stessa, con un 104 a 95 che portò la striscia vincente del quintetto nero a quota nove. Due giorni dopo Russell e compagni faticarono un po’ per battere Cincinnati per 101 a 98, mentre ormai Heinsohn appariva quasi pronto a riprendere il suo posto di titolare. A titolo precauzionale, però, Auerbach lo lasciò “in ghiaccio” ancora per la gara di Baltimora del 20 gennaio che, ovviamente, Boston si aggiudicò con un largo 131 a 105. Heinsohn rientrò due giorni dopo, ed i Celtics proseguirono la loro splendida cavalcata che, oltre a dare vita a momenti epici della storia del basket (la palla rubata da Havlicek nei secondi finali di gara 7 di semifinale contro Phila), avrebbe consegnato due splendide storie al cuore dei tifosi Celtics. La prima, l’abbiamo raccontata: le 11 vittorie consecutive del primo quintetto base nero nella storia NBA, in un momento in cui difendere i diritti civili delle minoranze poteva costare la vita. La seconda, invece, si completò nei minuti successivi alla sirena della vittoriosa gara 5 di Finale sui soliti Lakers quando, dopo esser stato portato di peso da Russell sotto la doccia vestito, "Red" Auerbach in accappatoio davanti alle telecamere, mostrò sorridente un medaglione d’argento con l’effigie di San Cristoforo. Quella vittoria era per Walter Brown, l’uomo che aveva insegnato a tutta l’NBA che “bianco, nero, a strisce o a pallini”, un uomo era un uomo.

Amici