Come sarebbe stata la vita senza "Cooz"? Con questo impellente interrogativo i pluricampioni Boston Celtics si accingevano ad affrontare una nuova stagione NBA, la prima dopo 13 anni senza il loro leader carismatico e capitano Bob Cousy.
Il 1963 fu un anno di cambiamenti per la lega professionistica americana: la nuova stagione si aprì con alcune importanti novità tra le quali il trasferimento dei Chicago Zephyrs a Baltimore sotto il nuovo nome “Bullets” e quello ben più sonante degli storici Syracuse Nationals che approdavano a Philadelphia (abbandonata solo un anno prima dai Warriors di Wilt Chamberlain) per dar vita ai 76ers (a ricordare che era stato proprio a Hila che nel 1776 era stata redatta la Dichiarazione d’Indipendenza), una franchigia che nei decenni a seguire sarebbe diventata una colonna portante della lega e avrebbe dato vita ad epiche sfide nella Eastern Conference contro i Boston Celtics.
Anche i vertici dirigenziali della National Basketball Association presentavano una grossa novità: il “russo” Maurice Podoloff, primo ed unico “Commissioner” della lega fino ad allora, si ritirava alla vigilia della nuova stagione per lasciare il posto ad un certo J.W. Kennedy (nella foto sta per consegnare il trofeo NBA al proprietario dei Celtics Walter Brown), insediatosi negli uffici della NBA poche settimane prima che il suo quasi omonimo ma molto più celebre Presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy, fosse brutalmente assassinato in un attentato durante la sua visita ufficiale a Dallas, Texas, il 22 novembre del 1963.
Quell’anno vide anche l’arrivo di due giocatori che nelle stagioni successive avrebbero fatto parlare molto di sè: il primo fu Jerry Lucas, robusto pivot di 2 metri e 6 centimetri, stella del team americano alle Olimpiadi di Roma tre anni prima, che approdò ai Cincinnati Royals attraverso l’ormai ben nota formula del “pick territoriale” dopo un fugace passaggio per l’appena nata e già defunta American Basketball League (ABL) di Abe Saperstein. Il secondo importante innesto riguardava i San Francisco Warriors, che al terzo giro del draft selezionarono un altro “big man” da affiancare a Chamberlain, quel Nate Thurmond che sarebbe passato alla storia nel 1974 come il primo giocatore a firmare una “quadrupla doppia ufficiale” in una partita NBA (alle voci punti, rimbalzi, assist e stoppate). Dall’alto dei suoi 2 metri e 10 centimetri “Nate The Great”, come sarebbe stato presto soprannominato, rinforzava non poco la compagine dei “Guerrieri” che si presentava al via sotto la guida di Alex Hannum, nientepopodimenochè l’unico allenatore ad aver strappato ai Boston Celtics di Red Auerbach un titolo negli ultimi 7 anni; l’impresa l’aveva firmata nel 1958 con i Saint Louis Hawks. Con queste premesse i Warriors, che oltretutto si avvalevano dei servigi di un ottimo tiratore come Wayne Hightower, si dichiaravano più o meno apertamente l’antagonista principale per i Boston Celtics i quali, privi di Bob Cousy, dovevano fare di necessità virtù e “rimodellare” lo stile di gioco in base agli uomini a disposizione.
Sotto questo aspetto Red Auerbach non perse tempo e cercò di mettere fin dall’inizio le cose in chiaro: certo, aveva perso un grandissimo giocatore, il capitano di mille battaglie, il cervello e “quarterback della squadra”, un formidabile atleta che probabilmente avrebbe potuto reggere senza problemi, almeno fisicamente, un paio di stagioni ancora nella lega, ma il "Rosso" non era certo uomo incline alla malinconia ed all’autocommiserazione: c’era da difendere il titolo di campioni, ed il condottiero si mise subito al lavoro a modo suo, da incomparabile stratega qual era. K.C. Jones (nella foto in una delle sue penetrazioni) prese il posto di Cousy.
Non era un fine tiratore nè il fantasioso assist-man che Bob era, ma sapeva correre, gestire la palla, passarla e soprattutto garantiva intensità allo stato puro a tutto campo. Red capì subito che la squadra avrebbe perso potenziale in termini di produzione di punti e quindi cambiò la filosofia di gioco enfatizzando ulteriormente la difesa. Il concetto si sposava perfettamente con i giocatori che componevano il quintetto titolare: a parte “Tommy Gun” Heinsohn infatti, mai esageratamente partecipe in difesa, avere Bill Russell nello “spot” di centro e circondandolo con “Satch” Sanders ed i due Jones (Sam e soprattutto K.C.) era garanzia di successo e la barricata sarebbe stata alquanto ardua da abbattere per gli avversari. Poi quando Frank Ramsey e Jim Loscutoff annunciarono che quella sarebbe stata la loro ultima stagione, nonostante il dispiacere da parte di tutta l’organizzazione, non ci fu nessun dramma: Auerbach aveva già mosso alcune importanti pedine e preparato gli aggiustamenti del caso. Innanzitutto Havlicek venne “promosso” sesto uomo della squadra proprio al posto di Ramsey (una mossa che si sarebbe rivelata decisiva nel corso della stagione e che sarebbe stata preambolo di un decennio e più di successi per “Hondo” e per Boston), inoltre alcuni innesti al roster operati dal grande Rosso garantirono la quadratura del cerchio. Gli acquisti di Willie Naulls ed il centro veterano Clyde Lovellette avrebbero allungato la panchina e garantito punti, fisicità ed esperienza, poi Larry Siegfried, ex compagno di Havlicek ad Ohio State, venne recuperato dai Cleveland Pipers della estinta ABL e, con i suoi 24 anni, approdò a Boston per fornire ai Celtics quell’esuberanza giovanile necessaria negli anni futuri.
L’inizio di stagione fu roboante: 23 vitttorie e solamente 3 sconfitte (tutte curiosamente ad opera dei Cincinnati Royals di Oscar Robertson e Jerry Lucas) accompagnarono i Celtics fino a Natale. Seguì poi una leggera flessione a cavallo dell’anno nuovo con 3 sconfitte consecutive (un paio di misura ad opera degli acerrimi nemici e frustratissimi Lakers) ed altre cadute dettate da un calo fisiologico per poi riprendere la marcia a spron battuto fino al raggiungimento del miglior record della lega. Il 18 marzo del 1964 il tabellino finale dei Celtics riportava 59 vittorie e 21 sconfitte. Dietro di loro, con sole 4 vittorie in meno si piazzarono i Royals che, avendo sconfitto per ben 7 volte Boston durante la stagione regolare, si proponevano ora come seria “contender” ad Est. La compagine guidata da Jack McMahon registrò un’ottima stagione, non solo grazie a Robertson (MVP della lega, oltre 31 punti ed 11 assist di media-partita per lui) e Lucas (Rookie dell’anno), ma anche attraverso un ottimo “supporting cast” nel quale spiccavano i tiratori Jack Twyman e Wayne Embry. I nuovi Philadelphia 76ers chiusero la loro prima stagione nella lega con un mediocre 34-46 che comunque permise loro l’accesso ai playoff, molto meglio dei derelitti New York Knicks che si fermarono a quota 22 vittorie con 58 sconfitte. Sull’altra costa i San Francisco Warriors confermarono le attese e si presentarono ai playoffs con un record di 48 vinte e 32 perse, di poco superiore ai St.Louis Hawks dell’eterno Bob Pettit e migliore di 6 partite rispetto a quei Lakers che pur avendo in Jerry West ed Elgin Baylor importanti frecce al loro arco, cominciavano a soffrire pesantemente la mancanza di un centro dominante o almeno di ruolo (l’unico vero pivot pareva essere il mediocre Gene Wiley tra tanti “ibridi” come Ellis, Krebs o LaRusso) costringendo lo stesso Baylor a ricoprire la posizione a fasi alterne (con appena 196 cm., a conferma della straordinarietà di questo giocatore “all-around”). A chiudere la classifica “occidentale” si trovavano due team che per la verità, almeno geograficamente, sarebbero dovuti appartenere alla Eastern Division: i Baltimore Bullets ed i Detroit Pistons, con record ben al di sotto del 40% di vittorie.
I playoffs cominciarono con Celtics e Warriors a fare da spettatori in attesa di sapere con chi avrebbero dovuto giocarsi l’accesso alle finali assolute del campionato (la formula in vigore all’epoca faceva infatti incrociare la seconda classificata con la terza di ogni divisione e la vincente di questo “turno preliminare” avrebbe sfidato i campioni divisionali che godevano quindi di parecchi giorni di riposo). Ad est i 76ers rasentarono l’impresa contro Cincinnati costringendoli a 5 combattutissime partite in una serie che fu decisa principalmente dal fattore campo favorevole ai Royals; una situazione simile si creò ad Ovest dove gli Hawks dovettero sudare non poco per avere ragione in gara 5 dei Los Angeles Lakers.
Questo parallelismo di risultati tra le due divisioni si spezzò durante le finali, nelle quali i Celtics (nell'immagine festeggiano l'approdo alle Finali) da una parte misero ancora le cose in chiaro con i Royals su chi dettasse legge ad Est con un contundente 4-1 che non lasciava spazio a dubbio alcuno, mentre i Warriors dall’altra parte dovettero invece impegnarsi in 7 lunghe sfide per avere la meglio sui sempre ostici St.Louis Hawks.
La prolungata finale della Western Division permise ai Celtics di riposare durante ben nove giorni prima di accorgliere i Warriors al Boston Garden per la prima sfida verso il titolo: ed è qui che un mostruoso Frank Ramsey fece a pezzetti in difesa il gigante Nate Thurmond (al quale concedeva qualcosa come 30 centimetri!) e Bill Russell ci aggiunse del suo costringendo il peraltro ottimo Wilt Chamberlain lontano da canestro. Il climax dell’incontro, preludio alla vittoria (108-96), fu assicurato da una giocata nella quale Russell stoppò prima Chamberlain e poi Thurmond in un’unica sequenza creando un’autentico pandemonio tra il pubblico di casa. Boston aveva cominciato con il piede giusto ed avrebbe proseguito ancora meglio annichilendo San Francisco in gara 2 con un emblematico 124 a 101. Quando la serie si spostò in California i Warriors riuscirono ad intimidire Boston in gara 3 e, soprattutto annullando completamente un già di per sè abbastanza spento Tom Heinsohn, accorciarono le distanze imponendosi chiaramente con il punteggio di 115 a 91. Ma “Tommy Gun” ritrovò il piglio nella cruciale quarta partita: con i Celtics sotto di un punto, 52 a 51, il pistolero si concesse una delle sue ormai famose “abbuffate” al tiro che portò il parziale sul 71 a 60 a favore dei verdi ed a poco valse l’immenso sforzo di Chamberlain sotto le plance (38 rimbalzi), se non a ridimensionare a tre soli punti, 95 a 98, i contorni della sconfitta. Di ritorno a Boston con la serie sul 3-1 ed un chiarissimo vantaggio psicologico, i Celtics dovettero solo contenere l’ennesimo tentativo di rimonta di un indomito Chamberlain che grazie ai suoi 30 punti ricucì uno svantaggio di 11 lunghezze e portò i Warriors a sole due lunghezze dai Celtics con 19 secondi da giocare; ma quando Russell corresse un errore al tiro di Heinsohn con una schiacciata furiosa la partita si chiuse sul punteggio di 105 a 99. Ancora Campioni del Mondo. Sembrò fin troppo facile, anche senza Bob Cousy. Ma il significato di quest’ennesimo trionfo era di portata storica: i Celtics si affermavano come la più Grande Dinastia di Sempre all’interno del panorama di sport professionistici americani; Red Auerbach ed i suoi ragazzi arrivarono dove nè gli Yankees di New York (vincitori di 5 titoli consecutivi della Major League Baseball dal 1949 al 1953) nè i Montreal Canadiens, penta-trionfatori della Stanley Cup (hockey su ghiaccio) tra il 1956 ed il 1960, avevano mai potuto od osato arrivare. Unici, inimitabili ed irripetibili Boston Celtics! Qual era il segreto di questo dominio senza precedenti?
Come poteva una squadra che aveva appena perso il suo “giocatore-franchigia” rinnovarsi e riproporsi in modo così rapido, ripetersi in modo così lampante e riconfermarsi al vertice del mondo in modo così contundente e cinico per gli ormai rassegnati avversari? Bob Cousy non era stato capace di vincere fino a prima che arrivasse Bill Russell. Avrebbe potuto Bill Russell ora vincere senza Cousy? Certo! E perchè? Innanzitutto perchè il tanto citato ed ormai famoso “supporting cast” attorno a Bill era molto più forte e completo di quello che Cousy aveva avuto a disposizione un decennio prima. E poi perchè la “crucialità” di un “big man” dominante nella lega aveva un peso specifico di molto superiore a quello che poteva apportare una “point guard”, per quanto straordinaria, come nel caso del “Cooz”. Ma allora, se tutto si riduce ad una questione di “taglia”, come è possibile che le squadre di Bill Russell prevalessero sempre e comunque, senza distinzioni ed eccezioni di sorta, su quelle di Wilt Chamberlain? Il pivot dei Warriors era di gran lunga fisicamente più forte e più alto del “celtico” ed avrebbe sempre fatto incetta di punti contro Russell, ma la grandezza della leggenda bostoniana oltre che nel fisico e nelle capacità cestistiche risiedeva soprattutto nella testa: Bill sempre pensava e studiava il miglior modo per prevalere su Chamberlain, non solo dal punto di vista individuale ma soprattutto e Sempre attraverso il concetto di squadra. Ogni suo movimento, ogni suo giocata, ogni suo sguardo aveva un riflesso diretto sui compagni di squadra. Il concetto era tanto semplice quanto chiaro ed efficace: “se io faccio bene quello che meglio so fare, e se tutti gli altri faranno lo stesso, e se come squadra ci sacrificheremo sempre e lotteremo per l’obiettivo comune...vinceremo!”
Altrimenti come si potrebbe ancora spiegare che proprio nell’anno successivo al ritiro di Bob Cousy, il sostituto K.C. Jones terminasse il campionato come il terzo miglior passatore della lega? E che John Havlicek dopo una prima stagione “di attesa” si attestasse sui 20 punti di media ad incontro partendo dalla panchina? La squadra, il magico ed intramontabile “trademark” nella storia dei Boston Celtics. E poi la difesa. Quanta intensità, quanti sforzi e sacrifici vennero indirizzati dalla panchina da Red Auerbach e perfettamente interpretati in campo dai suoi ragazzi! Bill Russell ancora oggi ricorda la stagione che si concluse nel 1964 come la sua favorita, quella dei “suoi personali migliori Boston Celtics di tutti i tempi”, per il materiale tecnico ed umano (ed aggiungiamoci pure il fattore età) che li componeva. Ed anche se siamo sicuri che si tratta di un esercizio tanto complicato quanto probabilmente ingiusto nei confronti di altri Celtics di altre generazioni, possiamo capire il punto di vista di Russell, tra tante altre cose anche per il significato storico e sociale che accompagnava questa squadra che era la prima nella storia della NBA a schierare 5 giocatori di colore in campo allo stesso tempo. Tom Heinsohn era l’unico titolare bianco e Naulls spesso veniva schierato assieme a Russell, Sanders ed ai due Jones. Ma il colore della pelle non contava nulla, come non importava l’estrazione sociale e la provenienza dei giocatori: i Celtics erano un insieme, e questo concetto di collettivo era persino più forte della semplice somma delle varie individualità perchè la Franchigia non era e non sarebbe stata solo storia, tradizione ed orgoglio, ma anche e soprattutto innovazione e sorpresa in un continuo sforzo di miglioramento. Disse bene Red Auerbach: “I Celtics non sono semplicemente un team, sono uno stile di vita”.



