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#25 K.C. Jones

Pubblicato da Fabio Anderle giovedì 10 settembre 2009


Dalla miseria nel Texas ai titoli con i Celtics: K.C. Jones non è solo un grande ex-giocatore ed un grande ex-allenatore. E' un Celtic.


E' difficile spiegare cosa fosse l'America della segregazione razziale a distanza di settant'anni e di diecimila chilometri. Provate ad immaginare: scendere nella piazza più vicina e non poter mangiare al ristorante, bere nel bar, non poter usare la stessa fontana degli altri ed essere persino costretti a sedervi nei sedili in fondo all'autobus o nelle poltrone in fondo al cinema. Tuo padre che ti dice "If you're black, you step back": se sei nero, fai un passo indietro, e la maestra, il primo giorno di scuola, ti deride di fronte alla classe perché non sai leggere. Ecco, questa era la vita di K.C. Jones nel Texas della Grande Depressione. K.C. - non sono iniziali, è proprio il nome mutuato su quello del padre - era nato a Taylor il 25 maggio del 1932 dal meccanico/cuoco che gli aveva passato quello strano nome e da mamma Eula, cameriera part-time. Primogenito di cinque figli, aveva imparato presto cosa significasse la parola "responsabilità" e fin da piccolo cucinava per genitori e fratellini. Non erano benestanti, i Jones, e per trovare un lavoro la famiglia doveva traslocare spesso: nato nel centro del Texas, due anni dopo il piccolo K.C. si era trovato a Corpus Christi sulla costa del Golfo del Messico, a quattro abitava a Dallas, nel nord dello Stato, ed a nove era di nuovo nel cuore del Texas, a MacGregor. E' lì che papà K.C., in una storia sentita mille volte, un bel giorno se n'era andato lasciando la famiglia in gravi difficoltà. Un'ingiustizia, ma in fin dei conti i bambini afroamericani crescevano con una distinta percezione che la vita non fosse mai giusta nei confronti di chi aveva la pelle del "colore sbagliato", ed il piccolo si fece coraggio ed andò avanti. Siccome la scuola non gli dava molte soddisfazioni (non era un fulmine di guerra, ma quella maestra lo aveva probabilmente tramutato nel bambino più timido nello Stato della Stella Solitaria), cominciò ad esprimersi con la musica, cantando in un quartetto nella chiesa, e soprattutto nello sport. Gli piaceva il tennis, ma era "roba da ricchi", ed allora presto dirottò il suo interesse su football e softball. Le difficoltà per una madre “single” a MacGregor erano enormi, ed Eula ad un certo punto ne ebbe abbastanza: caricò tutti i bambini sul treno per San Francisco e cominciò da zero.
Lasciato il Texas per la più aperta California, per K.C. si aprì un nuovo mondo: ragazzini italiani, cinesi, neri ed irlandesi nella stessa scuola? Fontane alle quali tutti potevano attingere? Cinema ed autobus uguali per tutti? E poi tanti luoghi nei quali fare sport e coltivare la passione per i primi eroi: lo scattista Jesse Owens ed il pugile Joe Louis. A tredici anni il primo tiro a canestro con un pallone da calcio: non tirava benissimo ma era molto coordinato. Fu così che finì per innamorarsi anche dello sport dei canestri, e cominciò ad andare a caccia di tutti i playground cittadini in cui poter praticare la sua nuova passione. I più frequentati erano situati nella zona delle colline di San Francisco ed è lì che il ragazzino sviluppò un mortifero “piazzato”. Quando fu il momento di passare al liceo K.C. era già bravino, e lo dimostrò polverizzando i record di realizzazione nella sua categoria. Gli piaceva anche difendere e provava un particolare piacere a “spegnere” l'avversario più forte: un marchio distintivo che avrebbe dato il “la” alla sua carriera. Basket e qualche lavoretto part-time per aiutare la famiglia: la scuola veniva al terzo posto ed era chiaro che Jones nel migliore dei casi non avrebbe potuto aspirare a qualcosa di meglio di un lavoro come postino o autista. Poi accadde un mezzo miracolo: la sua insegnante di storia, Mildred Smith, telefonò a Phil Woolpert.
Il coach dei “Dons” della University of San Francisco non diede peso a quella telefonata, e l'arcigna signora Smith ne fece un'altra ed un'altra ancora, sempre proponendo a Woolpert di fare un provino a K.C. Una borsa di studio sembrava impensabile specie se si consideravano le difficoltà del ragazzo tra i libri, ma la signora Mildred aveva visto la purezza del suo cuore e tanto le era bastato. L’allenatore di USF non si faceva sentire, ed allora il secondo colpo di fortuna si materializzò nella persona di Al Corona, reporter del San Francisco Chronicle. Il giornalista si presentò a Jones e gli chiese quali università lo avessero contattato per la borsa di studio. Quando il ragazzo gli rispose che nessun ateneo si era fatto avanti, Corona sogghignò e gli sussurrò: “Ok, leggi il mio articolo, domani”. K.C. ovviamente comprò il “Chronicle” e rimase a bocca aperta quando lesse che UCLA, University of South California, Stanford, Washington ed Oregon erano interessate a lui: mancavano solo Harvard e Yale! Qualche giorno dopo, puntuale come la cartella delle tasse, arrivò la telefonata di coach Woolpert che gli proponeva una borsa di studio. La vita di K.C. Jones era cambiata per sempre.
Nonostante il futuro roseo, il ragazzo rimase con i piedi ben piantati sul suolo della California e nel corso dell'estate dei suoi 19 anni non rimase con le mani in mano. Con caparbietà trovò un impiego come scaricatore alla "Hide House", il magazzino delle pelli: quando la sera tornava a casa in autobus tutti i viaggiatori gli stavano più lontani possibile, ma questa volta la causa non era il colore della pelle, quanto il fetore emanato dalla concia! In quell'estate del 1951 a K.C. accaddero due cose strabilianti: crebbe di 10 centimetri e perse totalmente il tiro da fuori. Da miglior realizzatore liceale cittadino si tramutò in un atleta incapace di centrare il canestro dalla distanza, un aspetto preoccupante per chi aveva appena ottenuto una borsa di studio per giocare a basket al college.
Quando entrò per la prima volta nel "campus" di USF si sentì fuori luogo, una macchiolina nera in un mare di pelle bianca, e la sua timidezza oltre al "substrato culturale" basato sul "you're black, step back" lo fecero sentire inadeguato. Woolpert però lo fece uscire dal guscio. Il coach che quindici anni dopo si sarebbe visto ingiustamente accusare di razzismo da Bill Russell nel libro "Go Up for Glory", così viene definito da K.C. Jones: “Phil Woolpert fece la differenza. Mi cinse le spalle con un braccio e dal primo istante capii che per lui la barriera del colore della pelle non esisteva: sono cose che capisci subito, se sei nero”. K.C. si fece notare subito ma i “Dons” non erano granché e vinsero solo sette delle ventuno partite giocate in stagione. Fu allora che il ragazzo capì che se voleva aiutare la squadra non avrebbe dovuto intestardirsi a fare il realizzatore ma avrebbe dovuto concentrarsi su difesa e passaggi, diventando il regista del quintetto su entrambi i lati del campo.

Si impegnò maggiormente nello studio ed i risultati cominciarono ad arrivare, seppure col contagocce. Con l'autunno nella sua camera al campus si presentò un ragazzo alto e magro che disse di chiamarsi William Felton Russell. K.C. non se ne rese conto, ma dopo Mildred Smith, Al Corona e Phil Woolpert, Russell sarebbe stato il quarto incontro decisivo per il suo futuro nel mondo del basket. Per il primo mese di convivenza, però i rapporti tra i due si limitarono a qualche gesto: Jones era persino più timido del filiforme compagno e le interazioni tra i due raggiungevano l’apice quando Jones scrollava la coperta per svegliare la matricola che poltriva, o ad un cenno del capo in mensa quando K.C. aveva bisogno di zucchero, sale o pepe. Poi un giorno i due cominciarono a parlare, e da allora non hanno più smesso. Lunghe ore ad esaminare il basket ed i suoi angoli, a discutere di ragazze, di razzismo e delle persone che li circondavano mentre l'amicizia diventava sempre più stretta, inossidabile. In palestra, nonostante gli sforzi del coach, alcuni dei "veterani" si atteggiavano a stelle e la squadra soffrì di questa situazione riportando nuovamente risultati poco felici. All'esordio nel campionato 1953-54, però, K.C. era fiducioso: dopo l'anno "sabbatico" da "freshman" adesso anche il suo amico Bill poteva entrare in campo ed i risultati furono immediati sotto forma di un'imprevista vittoria su University of California. Sembrava che USF potesse puntare in alto, ed invece Jones imparò che in un attimo si può perdere tutto, anche la vita.
Si sentì male, perse conoscenza e gli venne diagnosticata un'appendicite perforata degenerata in peritonite. Rimase per quattro giorni tra la vita e la morte mentre centinaia di studenti di University of San Francisco si ritrovavano in veglia a pregare per lui. Uno di essi era nero, alto alto e si chiedeva come avrebbe fatto se l'amico non fosse sopravvissuto.
Alla fine K.C. "la sfangò", e poco importava che avesse perso gran parte dell'anno accademico e tutte le partite. Appena riprese le forze tornò a maneggiare libri e pallone con rinnovata lena: i “junior” più “velenosi” si erano laureati ed ora la squadra poteva finalmente affidarsi a coach Woolpert sull'asse play-centro Jones-Russell. I due avevano speso ore sulla stessa lunghezza d'onda a parlare di come avrebbero giocato, di come avrebbero “attaccato l'attacco avversario”, di come avrebbero spinto gli avversari alla palla persa, al tiro affrettato, alla sconfitta. E quando iniziò il campionato 1954-55 misero in pratica le loro teorie: dopo tre vittorie, però, giunse una sconfitta contro UCLA di Willie Naulls: sarebbe stata l'ultima battuta d'arresto nelle loro ultime due stagioni a University of San Francisco. I “Dons” infatti vinsero 56 gare in fila e due titoli consecutivi. Nella finale NCAA del 1955 K.C. fu ancor più dominante di Russell quando prese in consegna Tom Gola, stella di LaSalle, e lo costrinse a soli 16 punti mentre lui ne metteva a segno 21. Lo stesso Russell usò parole d’oro per elogiare il compagno ed amico: “Jones ha giocato la più grande partita mai vista”.


L'anno seguente però l'NCAA giocò un brutto tiro all’eroe della finale, mantenendogli “l'eleggibilità” solo per la regular season e - in virtù dell'unica partita giocata prima della famosa appendicite - negandogli la possibilità di difendere il titolo nel Torneo NCAA (che USF vinse comunque). Terminato il college, siccome non aveva firmato alcun contratto professionistico, K.C. era ancora “eleggibile” per la selezione statunitense con destinazione Olimpiadi di Melbourne 1956: fu uno dei soli tre atleti dell'NCAA convocati assieme a Bill Russell ed a Carl Cain di Iowa, fratello della Beverly che sarebbe divenuta la signora Jones. Il texano, ancora una volta “associato” a Bill Russell, vinse la medaglia d'oro e poi rientrò negli "States" dove, anche per aiutare la famiglia, si arruolò nell'esercito e vi passò due anni. Per fortuna in quel periodo non finì in nessuna guerra, ma nonostante pigiasse i tasti di una macchina per scrivere e non il grilletto di una mitragliatrice, K.C. fu sempre orgoglioso della sua esperienza in divisa. Non appena terminata la ferma nel 1958, dal Missouri passò direttamente al “camp” dei Los Angeles Rams dell’NFL. Aveva destato l’attenzione di alcuni scout del football, e nel corso degli allenamenti dimostrò un particolare talento in…difesa! Mentre giocava da defensive back, infatti, non c’era palla svolazzante dalle sue parti che non fosse sua. Ma tra caschi e protezioni non si trovò a suo agio, ed allora se ne andò alla chetichella per provare in un altro sport.

Una telefonata a Red Auerbach per chiedergli se potesse esserci un posto per lui, e Red rispose di sì: un rookie di 26 anni arrivò così al camp dei Celtics. A dispetto dei suoi dubbi riuscì ad entrare nel “roster”: come spesso accadeva l'allenatore in lui aveva visto qualcosa, quell'aura da “Hall of Famer” che solo Red sapeva riconoscere. Una volta arrivato ai Celtics, K.C. faceva fatica a credere di essere la riserva di Cousy. Un tipo sul metro ed ottantacinque senza tiro da fuori nelle altre franchigie sarebbe stato “tagliato” dopo poche partite, ma in una squadra dalla forte specializzazione Jones trovò il suo ruolo: quello di difensore accanito e di “giocatore d'energia” in attacco. Russell lo ospitò a casa sua, e la dolcissima Rose lo trattò come un fratello mentre lui spendeva una discreta parte del (magro) salario in telefonate a Beverly. Passò quella prima stagione in panchina a guardare Cousy, a guardare Auerbach, ad assimilare il gioco ed a capire i ruoli. In 12 minuti d'impiego racimolò 3.5 punti di media ma alla fine potè mettere in tasca l'anello di campione NBA. Nell'estate sposò Beverly ed andò a vivere nel South End di Boston: non smise però di allenarsi perché si rendeva conto di dover migliorare. Lentamente, anno dopo anno, Auerbach acquisì maggior fiducia nelle doti dei due “Jones Boys”: quando infatti K.C. e Sam entravano in campo al posto di Cousy e Sharman i Celtics non solo non subivano parziali negativi, ma spesso addirittura incrementavano il vantaggio. I minuti di K.C. aumentarono gradatamente man mano che il grande “Cooz” invecchiava: 17.2 (6.5 punti e 2.6 assist) nel 1960, 20.6 (7.6 punti e 3.2 assist) nel 1961, 25.7 (9.2 punti e 4.3 assist) nel 1962, tutte annate coronate da titolo NBA. Nell'ultima fatica del play di origine francese, il campionato 1962-63, i minuti, punti ed assist di media di K.C. subirono una leggera flessione, ma arrivò per lui il quinto titolo NBA. Diventò titolare a 31 anni: Cousy era un regista offensivo, ed Auerbach fece di Jones un “regista difensivo”. Nei tre campionati successivi Jones si mantenne sempre intorno ai trenta minuti giocati ed agli 8 punti di media, smazzando 5/6 assist ad incontro. Boston si aggiudicò altri tre campionati ed il texano portò il suo “bottino” personale ad otto. Nel corso del campionato 1966-67 K.C. si rese però conto che gli avversari sembravano più veloci e qualche volta gli rubavano persino palla, cosa impensabile solo un anno prima. Capì che a quasi 35 anni era arrivato per lui il momento di appendere le scarpette al chiodo, ed il rimpianto di Bill Russell quando i Sixers eliminarono i biancoverdi fu quello di vedere l’amico K.C. “chiudere” con una sconfitta. Auerbach fu velocissimo nel ritirare il numero 25: Jones non aveva ancora smesso, che già la sua maglietta sventolava dalle volte del Boston Garden, dopo esser stata appesa il 12 febbraio 1967 in occasione della sofferta vittoria per 113 a 112 proprio sui Phila 76ers.
Dal 1967 al 1970 K.C. mise in pratica gli insegnamenti acquisiti nei lunghi anni di panchina a guardare Red Auerbach ed insegnò basket all'università bostoniana di Brandeis. Poi ricevette la chiamata dall'ex-compagno Bill Sharman che voleva ricreare un po' di “Celtic Pride” ai Los Angeles Lakers: quasi una bestemmia. Sharman lo convinse a fargli da assistente allenatore e si può dire che l'opera di “celticizzazione” di L.A. riuscì abbastanza bene, visto che i gialloviola misero in piedi una stagione da 69 vittorie e 13 sconfitte conquistando l'anello. Per Jones era il nono titolo NBA, il primo lontano da Boston, ed Alex Groza, manager dei San Diego Conquistadores dell'ABA, decise allora di accaparrarselo come allenatore. Sharman fece l'impossibile per trattenerlo ai Lakers arrivando a promettergli il posto di capo allenatore in futuro: ve lo immaginate K.C. al posto di Pat Riley contro i Celtics di Bird? Ma a Jones San Diego piaceva, e nonostante la franchigia d'espansione fosse decisamente povera di talento, lavorò bene portandola a 30 vittorie e 54 sconfitte. A riprova del suo valore arrivò la chiamata di Abe Pollin, proprietario dei Bullets appena trasferitisi da Baltimore a Washington. I Capital Bullets vinsero 47 delle 82 partite nella stagione 1973-74 e come Washington Bullets l'anno successivo arrivarono alle Finali, dopo aver eliminato degli ottimi Celtics perse contro i sorprendenti Golden State Warriors. Nel campionato 1975-76 la squadra subì una flessione, terminando 48-34 e Pollin, decisamente deluso dai risultati di una squadra che riteneva da titolo, licenziò Jones.

Fu il momento peggiore per K.C.: per la prima volta si sentiva un fallito, cominciò a bere e fece naufragare il suo matrimonio. La mano tesagli dall'ex-compagno Wayne Embry sotto forma di un incarico come vice dell'altro ex-Celtic Don Nelson ai Milwaukee Bucks si rivelò alla fine un’altra delusione quando venne nuovamente licenziato per i suoi problemi “extra-sportivi”. Fu allora che l'amico “Satch” Sanders - con la connivenza” dell’onnipresente Auerbach - corse in suo aiuto: Sanders era stato promosso coach dopo l'esonero di Tom Heinsohn, e visti i problemi dell’amico se lo portò accanto per aiutarlo. Vi riuscì, ma non riuscì a rimettere in sesto i Celtics: era troppo galantuomo per gestire i giocatori della nuova generazione il cui credo può essere esemplificato dalla famosa battuta di Curtis Rowe “non ci sono W ed L nell'assegno settimanale”. K.C. rimase ai Celtics anche dopo l'esonero di Sanders ed aiutò il coach-giocatore Dave Cowens a terminare la tribolata stagione 1978-79. Auerbach capì che la squadra adesso aveva bisogno di un “sergente di ferro”, e per la prima volta si affidò ad un “non-Celtic” quando ingaggiò Bill Fitch, reduce da ottimi risultati a Cleveland. Fitch fu bravo ma anche fortunato: poter contare su una matricola come Larry Bird e poco dopo su Robert Parish e Kevin McHale rese il suo compito decisamente più facile. Agli ordini di Fitch, K.C. vinse un altro titolo come assistente nel 1981, ma fu tutt'altro che facile. Il capo allenatore infatti lo vedeva come una minaccia “ereditata” solo perchè Auerbach non abbandonava mai i suoi “ragazzi”, e Jones dovette ingoiare molti rospi. Fitch non perdeva occasione per umiliarlo pubblicamente ed in un'occasione i due arrivarono quasi alle mani. Ma l’allenatore stava perdendo il controllo dei Celtics che nel 1982 vennero eliminati da Phila in sette partite e nel 1983 si videro confezionare addirittura un "cappotto" dai Bucks. Ormai Bird, Parish, Maxwell e McHale non erano più matricole e l'approccio dittatoriale del coach stava ottenendo l’effetto negativo di disunire il gruppo. Auerbach decise di allontanare Fitch, ed il sostituto naturale fu K.C. Jones: nei momenti difficili aveva dimostrato tutte le sue doti umane ed i giocatori lo vedevano come uno di loro.
Il suo approccio sereno prevedeva che il coach dovesse fornire agli atleti una base comune sulla quale operare, ma che poi fossero loro a decidere in campo. Ecco perché gli addetti ai lavori in seguito lo criticarono, dicendo che tutto sommato era facile allenare Bird, Parish e McHale. Ma anche Fitch aveva avuto a disposizione quei Celtics nel 1983, e Boston era stata "sweepata" dai Bucks: non sempre ad alzare la coppa è il coach con il “playbook” più pesante. Anzi. Dalle macchinazioni di mercato del diabolico Auerbach arrivò Dennis Johnson, guardia dei Suns, e la squadra si lanciò nel campionato 1983-84 con l'intento di ritornare in vetta. E vi riuscì vincendo il titolo al termine di sette durissime gare coi Lakers, confermando la bontà della scelta dell'Uomo dal Sigaro. Per K.C. Jones era l'undicesimo titolo, il primo da capo allenatore.

L'anno seguente il Trifoglio non riuscì a ripetersi e Los Angeles alla fine riuscì a spezzare la maledizione di Boston. Nel campionato 1985-86 K.C. Jones allenò i Celtics più forti di sempre, guidandoli al titolo nelle Finali contro Houston. “Un buon fantino è quello che non spreca un buon cavallo”, e K.C. riuscì a far lavorare quella squadra con un'armonia tale che Kevin McHale in seguito avrebbe dichiarato: “Vorrei poter tornare all'inizio di quella stagione e rigiocarla, e poi ritornare all'inizio e giocarla un’altra volta, per sempre”. Il campionato 1986-87 fu ottimo ma verso la fine della stagione i biancoverdi cominciarono a cadere vittima di infortuni: McHale si ruppe un piede, Parish si storse malamente entrambe le caviglie, Ainge si procurò una distorsione al ginocchio. Eppure quei Celtics non smisero mai di lottare, trascinando i “freschi” Lakers alla sesta partita. Nel campionato seguente, dopo una regular season da 57 vittorie, Boston venne eliminata dai Pistons in semifinale e K.C., nonostante le 308 vittorie e 102 sconfitte nei cinque anni sulla panchina biancoverde venne promosso Vice-Presidente. Ma a tutti questa mossa sembrò il classico “promoveatur ut amoveatur”, una promozione che lo toglieva dalla panchina: le critiche “silenziose” puntavano il dito sullo scarso impiego dei giovani nelle ultime due stagioni e sul fatto che i titolari fossero arrivati ai playoffs senza energie. Al suo posto in panchina andò lo scalpitante Jimmy Rodgers, ma che quella non fosse stata una decisione condivisa da K.C. fu chiaro un anno dopo, quando il coach accettò l'offerta per allenare i Seattle Sonics.
La sua esperienza sulla costa pacifica durò un anno e mezzo nel quale guidò i Sonics di Payton ad un record di 59 vittorie e 59 sconfitte (2 vinte e 3 perse nei playoffs). L'inizio della stagione 1991-92 fu promettente, ma quando la squadra cominciò a perdere colpi il coach finì sul banco degli imputati e venne esonerato il 15 gennaio 1992. Nella stagione 1994-95 tornò in panchina come vice-allenatore ai Detroit Pistons (rabbrividiamo), e l’anno dopo rientrò a Boston come vice di M.L. Carr, rimanendovi per due stagioni. La “bufera-Pitino” travolse tutti i “Celtics di lungo corso” e K.C. non fu un'eccezione. Da allora ha tenuto un profilo basso, limitandosi a lavorare per la Hartford University ed a commentare le partite dell’ateneo in TV. Il suo nome è tornato alla ribalta nel giugno 2008 quando “Doc” Rivers è risultato il quinto coach afroamericano a vincere un titolo NBA: gli altri sono Bill Russell, Al Attles, Lenny Wilkens e, ovviamente, K.C. Jones. E per chi commettesse ancora il vecchio errore di coniugare “Celtics” e “pelle bianca”, ricordiamo che cinque dei sette “banners” appesi da coach afroamericani garriscono al TD Banknorth Garden.
K.C. Jones da Taylor, Texas, nel 1989 è stato onorato con un posto nella Hall of Fame di Springfield, Massachusetts. Quanti sono i giocatori NBA che sono rimasti per otto anni nella Lega con medie di 7.4 punti a partita, il 38.7% al tiro ed il 64.7% ai liberi? Pochi, vero? Bene, ce n'è solo uno ad aver raggiunto la Hall Of Fame, con quelle cifre: K.C. Jones. Un uomo vecchio stampo, che con il suo spirito ci riconcilia col Basket con la “B” maiuscola, quello in cui fare canestro è importante, ma è più importante conoscere il proprio ruolo e sacrificarsi per la squadra. Quando allenava le grandi squadre biancoverdi degli anni '80 K.C. disse: “Molti coach credono che questo sia lo sport dell'uno-contro-uno in cui chi ha la palla cerca di battere chi non ce l'ha. Certo, questo è l'ingrediente chiave. Ma per me il basket nei suoi momenti migliori somiglia ad un grande gruppo musicale. Ogni membro della ‘band’ deve contribuire nel modo giusto al momento giusto”. Forse K.C. non sarà mai stato il leader dei “Boston”, ma se il nostro gruppo preferito è il più famoso di tutti, il merito è anche del texano silenzioso.

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