In un panorama politico-sociale quanto mai conflittuale, contraddittorio e preoccupante si apriva la diciasettesima stagione della National Basketball Association: gli Stati Uniti erano in piena “Guerra Fredda”, J.F. Kennedy aveva appena lanciato l’embargo economico a Fidel Castro, reo di aver dichiarato Cuba una Repubblica Socialista e quindi stato satellite della temuta Unione Sovietica; migliaia di militari americani combattevano già in Vietnam, e già le prime decine tornavano a casa in un sacco nero. Il misterioso e mai risolto suicidio/omicidio di Marilyn Monroe nell’agosto del 1962 continuava a fare molto rumore, anche piu’ della notizia della morte di Eleanor Roosvelt, avvenuta solamente 3 mesi più tardi.
Lo sport sembrava non essere esente da scandali e quando le star della National Football League Paul Hornung ed Alex Karras furono squalificate per aver scommesso e "truccato" alcune partite del secondo sport più famoso negli States dopo il baseball, ecco che alla pallacanestro veniva data la possibilità di aprire le sue porte a nuovi adepti. C’era un problema però: l'NBA era da qualche anno il campionato professionistico più noioso d’America. Perchè? Perchè vincevano sempre gli stessi. Vincevano i Boston Celtics.
L’addio di Bill Sharman aveva permesso l'aumento del minutaggio a quel Sam Jones che da lì a qualche anno sarebbe passato alla storia come il secondo giocatore nella speciale ed irripetibile graduatoria Celtic di tutti i tempi per titoli vinti, superato solo dall’imbattibile Bill Russell.
Ma l’inizio della stagione 1962-63 era visto con maggior scetticismo rispetto alle precedenti: sarebbe stato infatti l’ultimo anno di gioco per Bob Cousy. “Mister Basketball” aveva annunciato già ad inizio stagione che nella primavera del 1963 si sarebbe ritirato definitivamente e non solo Boston, ma la lega intera non riusciva ad immaginare un campionato NBA senza "l'Houdini del Parquet" a calcare le arene americane: con lui infatti era nato il “vero” basket professionistico, grazie a lui il conservatorismo americano si era aperto a questo nuovo sport facendo aumentare spettatori ed introiti stagione dopo stagione; Bob aveva praticamente inventato lo “show-time” ed il “fast-break game”. Insomma, sembrava che con il suo addio lo status acquisito dalla pallacanestro all’interno del panorama sportivo statunitense ne avrebbe risentito in modo brutale (tanto più che la concorrenza dell’American Basketball League fondata dal proprietario dei Globetrotters Abe Saperstein come atto di vendetta per non essere riuscito a crearsi una franchigia NBA a Los Angeles, non faceva che peggiorare le cose) e, con esso, si sarebbero affievolite le possibilità di dominio dei Boston Celtics.
Invece no. Ancora una volta il “Luck of the Irish” ma soprattutto la lungimiranza del patriarca Auerbach sarebbero intervenute tempestivamente per assicurare la continuità di quella che veniva già chiamata Dinastia Celtica. La Speranza risiedeva nel draft del 1962 ed aveva un nome ed un cognome: John Havlicek, da Ohio State. Ma siccome le cose non sono mai avvenute in modo semplice ed indolore in casa Boston, ancora una volta Red dovette affrontare la concorrenza non solo di altre franchigie NBA interessate ad Havlicek (in primis i Cincinnati Royals), ma pure le ingerenze di altri sport, in questo caso della National Football League che, nelle sembianze dei Cleveland Browns era interessata a mettere sotto contratto questo promettente “wide receiver”.
Non era la prima volta che Red affrontava questi problemi di “polivalenza sportiva” con i suoi atleti: in precedenza era già successo con Bill Sharman (baseball) e con K.C. Jones (football); certo, i precedenti portarono fortuna e quando i Cleveland Browns “tagliarono” Havlicek a favore del futuro All-Pro Gary Collins, il contratto di Red era pronto ed il libro di storia celtica si riapriva automaticamente per inserire un altro glorioso capitolo.
L’approdo di Havlicek a Boston non fu esente da traumi, anzi. La prima esperienza della stella di Ohio State nella Beantown fu la vista degli ubriaconi indigenti che “abitavano” le zone circostanti il Boston Garden. Ma fu quando entrò nella presunta “Mecca della pallacanestro americana”, in una notte umida e piovosa che il giovane John rimase letteralmente di pietra: gli spogliatoi erano un buco maleodorante con un’unica doccia per tutta la squadra, un solo bagno senza porta e due appendiabiti per ciascun giocatore. Benvenuto nella lega professionistica americana John!
Fortunatamente il ragazzo fece subito buon viso a cattiva sorte e reagi’ in modo piuttosto “filosofico”: “Se a tutti gli altri giocatori va bene così, non sarò certo io a lamentarmi...beh, effettivamente, non è che Bill Russell e compagnia fossero l’immagine della felicità in tale “infrastruttura”. Diciamo piuttosto che alla base di tutto c’era l’inoppugnabile superstizione di Red Auerbach che non ne voleva sapere di cambiare nè posti, nè abitudini...non finchè’ si continuava a vincere, almeno...
Quando la stagione cominciò ufficialmente, lo fece con un’assenza importante: Philadelphia non esisteva più perchè i Warriors di Wilt Chamberlain si erano trasferiti a San Francisco. Certo fu uno shock per tutti perchè i “Guerrieri” erano una delle franchigie mitiche nella seppur giovane lega ed il fatto di traslocarli dalla costa atlantica a quella pacifica destava scalpore. Col senno di poi, ed in modo un po’ maligno potremmo dire che forse questo “trasferimento” rappresentava l’unica possibilità per Wilt di approdare ad una finale NBA a breve termine, dato che i suoi precedenti tentativi erano stati sempre puntualmente frustrati dai Boston Celtics nelle finali dell’allora Eastern Division...
Questa mossa, almeno nella stagione 1962-63, si sarebbe rivelata totalmente fallimentare e, nonostante la media “disumana” di Wilt Chamberlain (che avrebbe accumulato 44 punti a partita), avrebbe visto i Warriors perdere più della metà degli incontri di regular season (31-49 il loro deficitario record finale).
I Lakers invece, al loro terzo anno a Los Angeles, dopo la gloriosa parentesi a Minneapolis condita da cinque titoli NBA (ma anche dalla prima sconfitta in una finale ad opera, guardacaso, dei Celtics nel 1959) erano condotti da un giocatore “all-around” del calibro di Elgin Baylor (nella foto attacca Cousy dal palleggio). L’ala di Los Angeles, oltre a mettere a referto 34 punti ad incontro (secondo solo all’inavvicinabile Chamberlain) era pure il quinto miglior rimbalzista ed il sesto passatore della lega. Coadiuvato dalla stella sempre più fulgida di Jerry West (per lui 27 punti a partita), portò i Lakers alla vittoria in 53 degli 80 incontri di regular season, e puntò senza esitazioni alla rivincita con i Boston Celtics, dopo essere stati sconfitti in 7 partite nella stagione precedente. La Rivalità era ufficialmente iniziata...
Le antagoniste di Boston e Los Angeles sembravano essere essenzialmente i Syracuse Nationals ad Est e le vecchie conoscenze St.Louis Hawks ad Ovest.
I Nationals di coach Alex Hannum erano una minaccia a livello offensivo: il miglior attacco della lega, formato dal centro Johnny Kerry, la giovane promessa Lee Shaffer nello spot di ala e la guardia tiratrice Hal Greer, ben sorretti dalla più “attempata” ma sempre valida stella Dolph Schayes, avrebbe dovuto, secondo i piani, rendere ancora una volta la vita complicata ai Boston Celtics ma, come vedremo, la sorpresa della stagione sarebbe arrivata dai Cincinnati Royals che inaspettatamente avrebbero liquidato i Nationals in cinque partite e sarebbero approdati alla finale ad Est contro i Celtics.
Nella Western Division i St.Louis Hawks guidati dalla loro superstar Bob Pettit (terzo miglior realizzatore della lega con quasi 29 punti di media a partita), avevano come missione il ritorno alle finali NBA già visitate in quattro occasioni negli ultimi sei anni. Le 48 vittorie in regular season però non permisero loro di giungere alla decisiva sfida contro i Lakers con il fattore campo a favore, e così, dopo sette intensissime e spettacolari partite, West e Baylor riuscirono ad ottenere l’approdo alle "World Series".
I Celtics, come detto, si stavano preparando ad affrontare Syracuse per il titolo divisionale ma i Nationals non avevano fatto i conti con i Cincinnati Royals ed il loro incontrastato leader, quell'Oscar Robertson che al terzo anno di NBA stava dimostrando tutta la sua classe ed il suo potenziale. 28 punti, 9 rimbalzi e 10 assists a partita fu il registro della stella di Cincinnati che aveva condotto i Royals ad un record finale di 42 vittorie e 38 sconfitte. La sorpresa fu enorme quando Robertson e compagni eliminarono i Nationals in cinque partite, anche e soprattutto per i Royals stessi dato che, convinti di soccombere a Syracuse, avevano già concesso l’utilizzo del loro Cincinnati Gardens nei successivi giorni ad una compagnia circense!
Costretti ad “emigrare” in un’altra arena in due dei loro incontri casalinghi contro i Celtics, i sorprendenti Royals costrinsero Boston a sette intense partite prima di alzare bandiera bianca di fronte all’incredibile prestazione di Sam Jones nell’incontro decisivo: i suoi 47 punti furono una sentenza per Cincinnati ma, allo stesso tempo, cominciarono a creare più di un legittimo dubbio sulle possibilità dei Celtics di riconfermarsi campioni dando così il "la" alla proverbiale supponenza dei nemici Lakers che, probabilmente, non essendosi ancora “abituati” completamente alle sconfitte contro Boston, cominciavano a lanciare proclami all’universo cestistico annunciando Los Angeles come la “Capitale mondiale della pallacanestro”!
Per carità, il fatto che i Celtics dovessero sudare sette camice per aver ragione dei Royals, una squadra che tra l’altro aveva perso le sue migliori scelte del precedente draft (Jerry Lucas e Larry Siegfried avevano optato per i Cleveland Pipers nella ABL di Abe Saperstein) era un segnale d’allarme ma forse i Lakers avrebbero fatto bene a non sottovalutare il “Cuore dei Campioni”...
I Celtics arrivavano comunque da una stagione altamente positiva. Il loro record di 58 vittorie e 22 sconfitte li posizionava nello scalino più alto del ranking finale dopo la stagione regolare; sette giocatori avevano chiuso in doppia cifra: Sam Jones, Tom Heinsohn, John Havlicek, Bill Russell, Bob Cousy, Frank Ramsey e Tom “Satch” Sanders. Nessuno di questi superava i 20 punti di media a gara, ma si trattava chiaramente di una prestazione corale incredibile, una “democrazia realizzativa” in totale controtendenza rispetto all’oligarchia vigente tra le altre compagini NBA che, come detto in precedenza, si affidavano nella maggior parte dei casi ad un paio di campioni per dominare le statistiche. Anche a livello di minutaggio, se escludiamo l’ovvio dato riguardante i 44 minuti a partita di Bill Russell, MVP stagionale, Red Auerbach distribuiva in modo quasi equanime il tempo tra sette giocatori (nella rotazione erano infatti da inserire i quasi 25 minuti a partita concessi a K.C. Jones). Ma non dimentichiamo che anche gli “ultimi” delle seconde linee racimolavano comunque tra i 7 ed i 10 minuti a partita (era il caso dell’ormai anziano ma sempre solido Jim Loscutoff o del recente acquisto da Saint Louis, il veterano Clyde Lovellette).
La stagione del rookie Havlicek era stata positiva, ma non fu certamente impressionante: è vero che aveva dimostrato intensità e tenacia difensiva e delle straordinarie doti fisiche ma, nonostante la velocità fuori dal comune, il suo gioco offensivo appariva abbastanza limitato e lo stesso Cousy arrivò a definirlo un “non-tiratore”. Sarebbe stato solo grazie alla sua innata voglia di migliorarsi ed al lavoro duro che “Hondo” avrebbe dimostrato negli anni successivi quanto affrettato fosse stato il giudizio del capitano dei Celtics...
La serie finale non cominciò sotto i migliori auspici: in gara 1 lo stesso Havlicek si slogò una caviglia ma fortunatamente ciò non impedì ai Celtics di portare a casa una risicata vittoria, 117-114, poi “suffragata” dai 38 rimbalzi di Bill Russell per il secondo trionfo casalingo due giorni più tardi.
Alla Los Angeles Sports Arena le due squadre si divisero la posta con i Lakers chiaramente superiori in gara 3, dominata con 20 punti di scarto, ed i Celtics a sfoggiare l’ormai noto "Pride" in gara 4, dove imposero intensità difensiva e determinazione mentale e fisica.
Tutto sembrava scritto per la quinta partita a Boston dove i Celtics contavano di chiudere la pratica e festeggiare tra le mura amiche; purtroppo i ragazzi di Red Auerbach sottovalutarono i Lakers che, trascinati da Baylor e West, rimandarono la serie a Los Angeles imponendosi per 7 punti di scarto con il punteggio di 126 a 119.
Il 24 aprile del 1963, a poco più di un mese dall’emotivo annuncio del suo addio, Bob Cousy rimase vittima di un infortunio alla caviglia sinistra nelle concitate fasi di gioco di gara 6 ma anche se un alone di pessimismo per alcuni minuti pervase la panchina bostoniana, i Celtics furono capaci di costruirsi un vantaggio di 14 punti. Sembrava fatta, ma ancora una volta i Lakers furono capaci di rientrare in partita recuperando lo svantaggio e riducendolo ad un solo punto.
Cousy, capitano di mille battaglie, non ci stava e bastò un rapido scambio di parole con Red Auerbach a farlo tornare eroicamente in campo, praticamente zoppicante, fino a gestire l’ultimo possesso dell’incontro. Con i Celtics in vantaggio di tre punti, Bob mise al sicuro la palla del trionfo fino a poterla scagliare, in pieno sfogo liberatorio, in alto...altissimo, verso il soffitto di quello Sports Arena che non avrebbe visto innalzare nessun banner...il titolo, ancora una volta, viaggiava verso Boston, assieme alla bottiglia di bourbon comprata da Frank Ramsey per festeggiare assieme ai compagni durante il volo di ritorno verso “Title Town”, la città dei campioni. I trionfi consecutivi salivano a 5 e, nonostante l’addio di Cousy, non c’era nessuna intenzione di smettere di vincere negli anni a seguire.


