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L'addio di Bob Cousy

Pubblicato da Shamrock giovedì 20 agosto 2009



Boston, 17 marzo 1963, St. Patrick's Day. Per una volta, forse la prima nella storia dei festeggiamenti per il santo protettore degli Irlandesi, il popolo bostoniano sente, nella testa e nel cuore, una priorità diversa da quella di trangugiare pinte di Guinness e sfilare per le strade della citta’ sfoggiando vestiti verdi e “trifogliati”: l’evento del giorno è l’ultima partita di Bob Cousy al Boston Garden e le 13909 anime che affollano la venue cittadina hanno in mente solo una cosa, tributargli l’ultima meritata e commossa manifestazione d’Amore.


Si, parliamo d’Amore con la A maiuscola perche’ Bob Cousy non fu solamente il primo di una Dinastia di tanti campioni che indossarono la gloriosa casacca biancoverde ma fu, innanzitutto, il responsabile principale o meglio il “colpevole” dell’innamoramento dei bostoniani per la pallacanestro, uno sport che fino a qualche anno prima era considerato semplicemente quella pratica agonistica che si svolgeva a cavallo delle stagioni del football e del baseball e, nel caso concreto della città di Boston, quasi un “disturbo invernale” che si intervallava nel Boston Garden con le partite di hockey su ghiaccio dei Boston Bruins con i quali i Celtics non condividevano solo la “casa” ma pure il presidente e proprietario, Walter A. Brown.
Per i Boston Celtics e per la lega in generale Bob Cousy era stato un antesignano, un simbolo, senza esagerazioni...il Messia. Fondata nel 1946, la National Basketball Association dei primordi era completamente “oscurata” dalla pallacanestro universitaria che aveva radici negli anni Trenta, e quando lo stesso Cousy entrò a farne parte come giocatore, nel 1950, la lega professionistica americana era catalogabile al livello del wrestling o del rodeo, eventi “collaterali”, quasi “curiosi”, ma senza nessun particolare impatto mediatico o commerciale, tanto meno “emotivo”, sul pubblico sportivo americano.

Con il passare degli anni però le cose cambiarono radicalmente e senza dubbio, nel 1963, per il “Bob Cousy Day”, l'NBA era già da un po’ un evento di successo ed uno sport seguito da molti fan. Ed, in modo direttamente proporzionale, il “Cooz” ne rappresentò la prima "superstar" collettivamente riconosciuta: probabilmente perchè faceva cose con la palla che mai si erano viste in precedenza (il palleggio e passaggio dietro la schiena lo inventò lui come pure i “no look pass”, e 30 anni prima di un certo Magic Johnson) oppure perchè i tifosi dei Celtics, un po’ egoisticamente, potevano identificarsi in questo omino bianco, dal fisico normalissimo che faceva letteralmente impazzire gli avversari e portava la sua squadra a vittorie incredibili ed insperate (5 titoli "mondiali" dal 1957 al 1962); fatto sta che questo ragazzo, concepito sulla nave che portava i suoi genitori dalla Francia a New York in un freddissimo dicembre del 1927, aveva lasciato un segno indelebile nella recente storia di questo sport e nessuno, ma proprio nessuno, in questo piovoso giorno di San Patrizio, voleva perdere l’occasione per ringraziarlo pubblicamente.

Cousy aveva annunciato a stagione in corso che quello sarebbe stato il suo ultimo anno in pantaloncini corti ed avrebbe poi optato per la panchina di Boston College: aveva 34 anni e voleva cominciare a costruirsi una carriera ed una vita post-pallacanestro giocata che potessero garantirgli pure una certa stabilità economica (non era certo un indigente ma comunque erano ancora altri tempi). Nonostante un fisico integro e perfettamente preparato per almeno altri due o tre anni di gioco ad alti livelli, Bob pensò che sarebbe stato meglio lasciare ora, al top della carriera ed in un momento in cui i fans gli avrebbero assicurato il massimo riconoscimento.

Era la sua tredicesima stagione nella lega professionistica e, secondo moltissimi “addetti ai lavori”, Bob era la ragione principale per cui l'NBA esisteva ancora ed era arrivata ad un discreto successo di pubblico: era universalmente riconosciuto come il miglior giocatore, per 10 volte consecutive era stato eletto nel quintetto ideale, era stato eletto MVP della stagione 1956-57 e per otto volte consecutive il miglior assist-man del campionato.

Ma tutto ciò aveva richiesto un prezzo alto da pagare: per anni ed anni Cousy aveva sofferto incubi notturni. Bill Sharman, suo compagno di stanza per dieci anni durante i ritiri pre-partita, sopportò in diverse occasioni gli improvvisi attacchi d’ansia di Bob che si svegliava nel cuore della notte e cominciava a camminare nervosamente per la stanza d’albergo blaterando parole in francese (lingua che aveva parlato solo durante la sua infanzia in casa). Nemmeno le medicine prescrittegli dallo psichiatra aiutarono a mitigare queste frequenti manifestazioni di stress psico-nervoso che culminarono in un tic sotto l’occhio destro che Bob non riusciva a controllare in nessun modo. Ma perchè?



Ho sempre avuto paura di non essere all’altezza” fu la sua spiegazione, in contrasto totale con quell’immagine di sicurezza, di fiducia in sè stesso e di completo autocontrollo che mostrò praticamente in ogni frangente di una qualsiasi partita di pallacanestro giocata durante la sua irripetibile carriera. Questa contraddizione, Paura contro Fiducia in sè stesso, non lo abbandonò mai e si acutizzo’ durante la fase finale della sua carriera, probabilmente a causa della “responsabilità” di dover dimostrare sempre e comunque che lui era “il migliore”, anche di fronte alle nuove leve e promesse della pallacanestro che si affacciavano prepotentemente sul palcoscenico nazionale.
Ecco quindi che per colpa di questo senso di responsabilità e questa fobia del fallimento, Cousy non VOLEVA vincere ma...DOVEVA vincere! Gli avversari diventavano NEMICI da annientare, ed ogni partita era preceduta da una sorta di rituale mistico ed “auto-preparativo” in cui il pensiero della sconfitta era raffigurato come il MALE estremo, ultimo ed assoluto. Questo suo continuo ponderare, rimuginare con una metodologia quasi tipica del training autogeno lasciava poi spazio ad una sorta di “tempesta emozionale interiore” che attraversava il suo corpo e la sua mente durante ogni partita. Per rendere meglio l’idea di ciò che questo processo interiore significava per il giocatore vale la pena ricordare come dopo le finali perse contro Saint Louis nel 1958, Cousy letteralmente crollò nello spogliatoio e scoppiò a piangere dissolvendo in lacrime tutto quel turbinio di emozioni alle quali aveva sottoposto il suo cervello ed il suo fisico. E questa crisi era dettata non solo dalla sconfitta sul campo ma anche e soprattutto dal fatto che per Bob la causa principale del “fallimento” era riconducibile, nella sua forma mentale, ad una “preparazione” errata ed al fatto che non era riuscito a rendere i suoi compagni migliori, attraverso la sua leadership.
Questa preparazione ossessiva era comunque un processo volontario e non il frutto di un’incontrollabile follia degenerativa: per il "Cooz" era il sacrificio da compiere per ottenere quei trionfi che lo avrebbero ripagato di ogni sforzo, mentale e fisico.

Nonostante questo particolarissimo modo di vivere la “professione”, dettato come spiegato dalla necessita’ di vittoria oltre ogni cosa e non certo da una sorta di squilibrio mentale, Bob Cousy sara’ sempre ricordato come il “piccolo uomo che costruì una leggenda nel gioco dei grandi uomini”, un mago della palla giustamente ribattezzato come “Houdini of the Hardwood”, un atleta straordinario e l’uomo-assist che “distribuiva lo zucchero” ai compagni. Ma, soprattutto, "Cooz" ebbe un ruolo centrale nel processo di cambiamento storico a cui la NBA ed i Boston Celtics sarebbero stati sottoposti in quegli anni.

Quando Cousy esordì a Boston nel 1950, i Celtics erano una squadra di bianchi che annoverava tra le sue fila il primo giocatore afroamericano della storia, Chuck Cooper. Il resto della lega era ancora piu’ “bianco”, contando solo altri due giocatori di colore oltre al citato Chuck; ora, una dozzina d’anni più tardi quattro dei migliori giocatori a Boston erano di colore: Russell, "Satch" Sanders, K.C. Jones e Sam Jones, ed una delle ragioni della grandezza di questa franchigia, e conseguentemente dei suoi ripetuti trionfi, risiedeva proprio nella convivenza e nel rispetto reciproco tra bianchi e neri (peraltro allenati da un ebreo, Auerbach, nato e cresciuto in un ghetto di New York!) Questo non era assolutamente un dettaglio insignificante in un’America in cui erano cominciate da poco le battaglie ed i movimenti per i Diritti Civili di cui proprio Bill Russell sarebbe stato un illustre “attivista”. Ed ecco che proprio Cousy e Russell sarebbero giocoforza stati eretti a simboli opposti ma integrati del “sistema Celtics”.
I due, a dire la verità, non furono mai grandi amici: il loro rapporto si basava sul mutuo rispetto. Russell non era per niente una persona dal facile approccio, anzi, la sua “distanza” dal pubblico, con picchi saltuari di scontrosità (peraltro giustificati in parte da episodi di razzismo subiti) non ne facevano esattamente il tipico campione osannato dai tifosi. Ma sul parquet queste differenze umane, culturali e “sociali” erano impercettibili perchè Cousy e Russell erano, assieme al resto dei compagni, una famiglia unita, agguerrita e disposta a tutto pur di difendere e riconvalidare costantemente il loro predominio. Condividevano una “visione” e soprattutto l’orgoglio che li spingeva a dare ognuno il meglio di sè in un instancabile sforzo di conquista, titolo dopo titolo. Insomma, erano una Squadra nel vero senso della parola, quella che ancor oggi fa credere ciecamente ai giocatori che “insieme siamo molto più forti che individualmente”.
In un certo qual modo i Celtics di quegli anni erano i precursori di una Nuova America, un esempio di coesione nella diversità in tempi ancora alquanto difficili, quando la società lentamente cominciava a cambiare ma tuttavia non era ancora completamente pronta.

Ma per Cousy più passavano gli anni e più cresceva la necessità di passare più tempo in famiglia: era arrivato ad odiare i lunghi ed estenuanti viaggi in aereo da una parte all’altra del Paese, le malinconiche notti in albergo, le nervosissime attese prima di ogni partita. Si sentiva oltremodo colpevole per il pochissimo tempo dedicato alla moglie ed alle due figlie, le quali “un giorno si sposeranno ed io cosa ricorderò’? Un migliaio di stanze d’albergo?”
Spazio alla festa ed alla commozione quindi. In quel 17 marzo 1963, di fronte ad un Boston Garden in ossequioso silenzio, il primo a prendere la parola fu Red Auerbach, il coach burbero ed autoritario, colui che in un primo momento aveva scartato drasticamente e senza riserve qualsiasi possibilità di veder giocare Bob nella città di Boston: “Mi si chiede di vincere, non di schierare i bifolchi locali” disse prima del draft del 1950 in merito alle aspettative del pubblico bostoniano di vedere il prodotto di Holy Cross continuare ad incantare il Boston Garden indossando però la casacca biancoverde.

Quello stesso Red che, dopo aver bocciato Cousy sul nascere, di fatto rifiutandosi di metterlo sotto contratto, se lo sarebbe ritrovato alla fine in squadra, quasi “imposto” dalla disintegrazione dei Chicago Stags, paradossalmente, cominciò poco a poco a costruire un rapporto con il Cooz che lo avrebbe portato dal rifiuto iniziale, all’accettazione, poi alla stima, alla collaborazione reciproca per terminare in una specie di idillio o quantomeno rapporto “preferenziale” incomparabile con qualsiasi altro giocatore durante il ventennio in cui fu allenatore dei Celtics. Semplicemente, il Mago del basket era riuscito ad incantare il “dittatore” che, ora, 13 anni dopo apriva lo spessissimo portone del suo ruvido cuore per pronunciare le seguenti frasi:
Cosa posso dire quando sto per perdere il miglior giocatore che ho mai allenato? Nessuno sarà mai in grado di sostituirlo, c’e’ solo un Bob Cousy al mondo.” Una leggera pausa per poi seguire: “Bob è il Capitano di nome e di fatto, Lui è l’esempio da seguire, non mi dice mai che è stanco. E’ un’ispirazione per i più giovani, è il loro idolo”.
I tifosi e la stampa erano in adorazione. La cerimonia in corso al Boston Garden era quanto di piu’ ufficiale, “sacro” e “sfarzoso” si fosse mai visto prima per qualsiasi altro atleta della città. E questo era un dettaglio non indifferente per una popolazione che fino a pochi anni prima si era “nutrita” soprattutto delle gesta di eroi del baseball quali Babe Ruth, Jimmie Foxx o Ted Williams.


Cousy era sempre stato amato sia dai tifosi che dai giornalisti cittadini in un modo in cui i suoi illustri precursori non lo erano mai stati. Probabilmente perchè, essendo un prodotto della “locale” Holy Cross University di Worcester a poche miglia ad Ovest di Boston (le cui partite casalinghe erano state spesso disputate al Boston Garden), Bob era il primo vero autentico “indigeno” di successo per la città (nonostante fosse newyorkese di nascita), o forse perchè questo atleta non era stato solo un autentico innovatore del basket capace di fare cose con la palla che mai si erano viste prima ma anche perchè’ durante la prima metà’ degli anni Cinquanta aveva rappresentato l’unica ragione per cui gli ancora molti scettici della pallacanestro si erano recati a vedere le partite, cambiando poco a poco la loro opinione su questo “nuovo sport”. O forse ancora perchè i Celtics nel 1963 avevano vinto già cinque titoli NBA (ed il sesto sarebbe arrivato in quella stessa stagione) diventando presto la più grande Dinastia della storia sportiva americana mentre i più attempati Red Sox del baseball erano rimasti a bocca asciutta dal 1918. Ma forse, dopo tutto, la ragione più evidente ed incontrovertibile per adorare questo ragazzo di origini francesi evidenti nella parlata condita da “erre” moscia tipicamente gallica, era che Bob Cousy era agli occhi di tutti semplicemente “Mister Basketball”.
Fatto sta che questo giorno fu ricordato per decenni come il “Biggest Goodbye in the History of Boston Sports”. La cerimonia durò circa un’ora prima della partita casalinga contro i Syracuse Nationals e Cousy era accompagnato dalla moglie Missie, le due figlie Mary e Marie Patricia (in rigorosi ed identici vestiti verdi) e dai genitori arrivati apposta da St.Albans, New York. Bob fu fatto omaggio di vari regali, tra i quali pure una nuova e fiammante Cadillac mentre non riusciva proprio a trattenere le lacrime e più volte dovette asciugarsi gli occhi.

Parlarono in molti: il sindaco della città John Collins, il governatore dello stato del Massachusetts, John Volpe, ed il proprietario del Garden e dei Celtics, il “creatore” della franchigia ed uno dei "padri" della stessa NBA: il grande Walter Brown, che ricordò un aneddoto che al giorno d’oggi potrebbe sembrare utopia pura: “Le cose non sono sempre state facili per i Celtics. Un anno la situazione economica era così grave che non avevo i soldi necessari per pagare gli stipendi dei giocatori. Bob Cousy non mi chiese mai quei soldi e la sua generosità contribui’ alla salvezza della franchigia”. Poi, rivolgendosi a Cousy direttamente: “Bob, per 13 anni tu sei stato i Boston Celtics”. Boato.

Quando arrivò il suo momento di prendere la parola, il pubblico del Boston Garden pendeva letteralmente dalle sue labbra, quelle stesse labbra che, muovendosi con esitazione tra singhiozzi avrebbero pronunciato le seguenti parole: “Il mio più grande rammarico, ritirandomi, è quello di non poter più vivere e condividere con i compagni quel senso di appartenenza, il cameratismo, il vincolo comune e spirito competitivo che ci hanno legati durante tutto questo tempo e sono stati una costante ispirazione a dare sempre il meglio di me stesso in qualsiasi situazione”.
Non erano semplici parole di circostanza per Bob: il suo senso di appartenenza ad un team e la dedizione allo stesso erano totali, sentiti e vissuti in tutti i suoi aspetti, anche i più apparentemente marginali.

Gli applausi scrosciavano dalle tribune del Garden e la commozione generale era evidente, palpabile, sentita. Cousy proseguì: “Da quando entrai a Holy Cross ad oggi son passati 17 anni durante i quali ho avuto diverse occasioni per essere al centro dell’attenzione. Non mi sono mai sentito completamente a mio agio ma oggi il compito è veramente arduo...non riesco neppure a trovare le parole più semplici per esprimere il mio stato d’animo e tutto mi sembra inadeguato”...quindici eterni, imbarazzanti secondi di silenzio in cui "Cooz" sembrò sul punto di crollare emotivamente ma il repentino soccorso di un sempre sensibile Boston Garden seppe risolvere la situazione con l’ennesimo caloroso ed affettuoso applauso. “Non avrei voluto giocare in nessun altro posto all’infuori di Boston”, trovò la forza di dire mentre la figlia Marie gli allungava un fazzoletto per asciugare le inarrestabili lacrime che rotolavano sulle sue gote.
Avrebbe aggiunto altre parole, ma ci piace l’idea di concludere questa storia con quella voce forte, sicura ma allo stesso tempo rotta dall’emozione che, nel mezzo del silenzio sacro del Boston Garden, interruppe per un secondo il soffertissimo addio finale di Bob Cousy; quella voce, di un tifoso che in quel momento era la voce di tutti i tifosi dei Boston Celtics, dentro e fuori dal Garden, gridò: “Ti Amiamo, Cooz”!

Amore con la A maiuscola.


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