Conosciamo il grande "Sad Mister Clutch"...
Nella storia NBA ci sono solo due giocatori che possono indossare un anello da campione su ogni dito delle mani. Se tutti sappiamo che il primo è William Felton Russell con i suoi 11 titoli, non sono in molti a ricordare che il secondo posto è occupato da Samuel Jones da Laurinburg, North Carolina. Ed è un peccato, perché oltre a scrivere pagine indelebili della storia dei Celtics, Sam nell’NBA è diventato il prototipo della “big guard”, del realizzatore potente ed allo stesso tempo veloce che alla fine ha trovato in Michael Jordan – guarda caso anche lui figlio del North Carolina – l’epigono più illustre.
Samuel Jones nacque a Laurinburg il 24 giugno 1933, in quel profondo Sud in cui la segregazione razziale era qualcosa di scontato come la cadenza delle tempeste tropicali o il sonnacchioso fluire del fiume Cape Fear. La famiglia poverissima perse presto il capofamiglia stroncato in giovane età, e Sam si dovette industriare presto per portare a casa qualche dollaro. Lo sport in genere ma in particolare il basket accesero in lui una passione che gli garantì la borsa di studio ed un’istruzione superiore a North Carolina Central, un ateneo per soli neri in cui coach John McClendon gestiva il programma con il pugno di ferro ma anche con grandi doti umane. Il corso di laurea di Sam durò sei anni perché per un biennio decise di prestare servizio nell’esercito, dove continuò ad allenarsi nella squadra di basket di reparto mentre completava il corso di paracadutista nella famosa 101^ Divisione Aerotrasportata, gli “Screaming Eagles” resi famosi dieci anni prima dalle battaglie in Normandia. La massima aspirazione di Sam però era molto meno bellicosa: aveva sempre sognato di diventare insegnante, ma la paga da soldato era buona e la famiglia aveva bisogno di aiuto. Al termine della ferma rientrò a Durham, sede dell’ateneo, e guidò N.C. Central ad una stagione da 21 vittorie e 6 sconfitte, anche se nessuno nell’NBA sembrava aver preso nota delle sue gesta. Nello “scouting” in previsione al draft del 1957 anche Red Auerbach non aveva nessun giocatore di rilievo, ed allora decise di fare ciò che solo un anno prima gli era tornato utilissimo: una telefonata. Nel draft del 1956 era stato Bill Reinhart - suo ex-allenatore a George Washington - a consigliargli Bill Russell, ed un anno dopo Red contattò l’ex-Celtic Horace “Bones” McKinney, coach di Wake Forest, chiedendogli: “Bones, c’è qualcuno che sa giocare a basket, laggiù nel Sud”? McKinney rispose: “C’è un ragazzo che potrebbe essere una sorpresa. Il suo nome è Sam Jones, da North Carolina Central”. Auerbach si fidava dei suoi amici, ma di solito preferiva dare una sbirciatina al “prospetto”: lo aveva fatto con Russell, lo avrebbe fatto anche con Cowens e con Bird. Sam Jones fu l’unico che venne preso a “scatola chiusa”, e Red non ebbe mai a pentirsi del consiglio di McKinney. Boston “pescò” Jones con l’ottava scelta assoluta dopo che le altre squadre avevano chiamato Charles Tyra, Jim Krebs, Win Wilfong, Brendan McCann, Len Rosenbluth e George BonSalle. Solo la prima scelta assoluta “Hot Rod” Hundley sarebbe diventato un All Star, ma nessuno dei giocatori “draftati” quel giorno - a parte Samuel Jones - sarebbe stato eletto tra i migliori 50 della storia NBA. Tutto perfetto, dunque? Neanche per idea: appena seppe di essere stato scelto dai Celtics Jones rimase scioccato. “Pensavo fosse la fine della mia carriera - dichiarò in seguito - ovviamente ero onorato dalla scelta, ma non credevo che sarei riuscito ad entrare nel roster”. Il motivo della sfiducia era la composizione della "rosa" dei Celtics campioni NBA 1957, che comprendeva allora quattro guardie: gli All Star Bob Cousy, Bill Sharman ed Andy Phillip ed il sesto uomo Frank Ramsey. Tutti poi finiti nella Hall of Fame a Springfield. Tra l’altro, un liceo aveva offerto a Sam quel posto da insegnante che aveva sempre sognato, ed allora quando Boston gli sottopose un contratto decise che se il liceo gli avesse garantito 500 $ in più sarebbe rimasto nel North Carolina, altrimenti avrebbe accettato l’offerta di Auerbach. La scuola non gli accordò l’aumento e lui raccolse le sue cose e varcò la linea Mason-Dixon dirigendosi nel Massachusetts.
Al camp pre-stagionale il nuovo arrivato colpì tutti per le sopracciglia calanti che gli conferivano un’aria triste (da qui il soprannome “Sad Sam”) e per un infallibile tiro appoggiato al tabellone. Auerbach si rese immediatamente conto che il rookie era speciale. Dick Hemric, brillante giocatore college a Wake Forest (per ironia della sorte proveniva dalla “scuderia” di McKinney) venne “tagliato” per fare spazio a Sam, ma se trovare un posto in squadra ai Celtics era difficile, trovare minuti in campo era un’impresa quasi disperata. Anche perché tutte quelle stelle misero in soggezione al "rookie", dapprincipio, tanto che all’esordio in un match pre-stagionale a New York Bill Russell lo battezzò “Right Back”, “Subito Indietro” per la tendenza a restituire immediatamente la palla a chi gliel’aveva passata. I due diventarono grandi amici, tanto che Russell lo ospitò nella sua casa per molti mesi. Nell’anno da matricola Jones giocò solo 10 minuti a partita, e seduto in panchina soffrì nei playoffs mentre l’amico Bill Russell si infortunava alla caviglia ed i St.Louis Hawks superavano i Celtics in Finale. Nella seconda stagione il suo minutaggio aumentò, ed il giocatore ripagò la fiducia del coach con 10.7 punti e 6 rimbalzi a partita. Auerbach lo stava preparando per prendere il posto della guardia titolare Bill Sharman, anche perché Sam e K.C. Jones insieme si erano dimostrati una coppia di notevole impatto. “La squadra come per incanto prendeva quota quando mettevo in campo i due Jones – dichiarò Auerbach - e gli avversari sembravano trovare un mucchio di difficoltà in attacco”. Per il ragazzo del Sud arrivò il primo titolo, una “sweep” (ai danni dei Lakers) che rappresentò anche il primo 4 a 0 nella storia delle Finali NBA. Bill Sharman stava cominciando a sentire il peso dell’età e la sua percentuale di tiro era in declino, ma non per questo Jones si sentiva in diritto di pretendere un posto in quintetto. L’arcigno texano si era guadagnato lo “status” di titolare: altri tempi, quelli in cui anche un futuro Hall of Famer aspettava pazientemente il suo momento… l’allenatore però era conscio del fatto che il ragazzo fosse pronto, ed un giorno lo prese da parte dicendogli: “Quando ti senti di tirare, fallo”. Un onore che Auerbach garantiva a pochi giocatori, e Sam rimase a bocca aperta: “Coach, cosa ha detto”? “Ho detto che hai semaforo verde in attacco, e questa è una grossa responsabilità”. Diavolo di un Auerbach: con una frase gli aveva fatto capire che si fidava di lui, ma che la fiducia andava ripagata. Nel campionato 1959-60 la media di punti a partita di Jones salì ancora (11.9), e nel frattempo per i Celtics arrivò il terzo titolo in quattro anni.
All’inizio della campagna 1960-61 Sharman gli lasciò il posto in quintetto base e Sam rispose con 15 punti a partita in 26 minuti di gioco e con la miglior percentuale di realizzazione dell’intera squadra nonostante tirasse spesso da fuori. Un secco 4 a 1 ai St.Louis Hawks sancì la conquista del quarto titolo, i cui festeggiamenti coincisero con l’addio di Bill Sharman. Nella stagione 1961-62 i Celtics non accusarono il colpo del suo ritiro proprio grazie all’esplosione della guardia da Laurinburg, e raggiunsero per la prima volta quota sessanta vittorie prima di trovarsi di fronte nella finale Est dei playoffs i Philadelphia Warriors di Wilt Chamberlain. Furono gli ultimi due secondi della settima e decisiva partita a decidere la serie: col punteggio fissato sul 107 pari, Sam, autore fino a quel momento di 26 punti, infilò il “jumper” decisivo eludendo la stoppata di Chamberlain e consolidando la fama di “clutch shooter”. Era la definitiva consacrazione ed Auerbach sentenziò “Ne vedrete altri, di canestri come questi”. I tifosi bostoniani non dovettero aspettare molto: ancora una gara sette, ormai ambiente naturale per il numero 24 dal ghiaccio nelle vene, gli avversari in Finale erano i Lakers, e Jones nel supplementare della vittoria mise a segno cinque dei dieci punti che propiziarono il quarto alloro consecutivo. Sam era ormai considerato uno dei campioni dell’NBA ed il suo caratteristico tiro appoggiato al tabellone era un marchio di fabbrica temuto e rispettato. Ma non era l’unica arma, anzi: spesso il giocatore concludeva con deliziosi ed immarcabili “finger roll”. Se Havlicek rappresentava poi l’incarnazione cestistica del moto perpetuo, Sam Jones riusciva magicamente a trovarsi sempre nel posto giusto al momento giusto in virtù di un gioco senza palla tra i migliri di sempre.
Nel 1963 e 1964 Boston vinse altri due titoli: Sam e “Hondo” erano le punte di diamante nell’attacco di Auerbach, e dopo il ritiro di Cousy furono i “Jones Boys” a dettare i ritmi dal “back court” bostoniano. Sam poi aveva dimostrato ancora una volta di essere “Mister Clutch” segnando 47 punti nella settima e decisiva partita della serie contro Cincinnati. Ma il fatto di essere il tiratore designato della miglior squadra di basket al mondo non gli aveva fatto montare la testa: “Le medie di punti segnati non significano nulla. Ogni giocatore di quei Celtics sarebbe stato capace di segnare gli stessi miei punti se gli fosse stato chiesto, ma ognuno di noi si atteneva al ruolo deciso da Red Auerbach. Sapevamo perfettamente quello che ci si aspettava facessimo per vincere, e lo facevamo”. E così Sam continuò a tirare e soprattutto a segnare canestri decisivi, anzi incrementò la sua produzione toccando le medie più alte della carriera, 25.9 punti in regular season e 28.6 nei playoffs. Nella settima partita delle finali Est 1965 (esatto, “Havlicek stole the ball”) realizzò 37 punti ai malcapitati Philadelphia 76ers proiettando Boston all’ottavo titolo consecutivo, quello del lutto sulla spallina per la morte del papà dei Celtics Walter Brown. L'anno successivo la salsa di tabasco extra venne fornita da Red Auerbach quando dichiarò che quella sarebbe stata l’ultima occasione per i suoi avversari, perché si sarebbe ritirato a fine stagione.
Ed i Celtics ovviamente fecero l’impossibile per farlo uscire sventolando l’ennesima bandiera: ancora una Finale in sette episodi, ed ancora un successo striminzito (95 a 93) nell’ultimo atto, con il grande Red che rischia di soffocarsi sull’ultimo sigaro. Si apriva la caccia al sostituto, ma il geniale coach si rese conto che il suo successore avrebbe avuto difficoltà a gestire Bill Russell. Ed allora quale miglior coach di Bill Russell per spronare… Bill Russell? L’esordio per il primo coach nero nella storia degli sport professionistici americani non fu fortunato: i Sixers di Chamberlain, Greer e Walker erano una squadra fantastica e nella finale Est di sbarazzarono dei Celtics con un perentorio 4 a 1, nonostante Sam continuasse ad evoluire sui suoi standard abituali, come testimoniato anche dai 51 punti segnati ai Knicks in un incontro di playoffs il 28 marzo 1967. Negli occhi di tutti rimasero impressi gli striscioni dei tifosi della “città dell’Amore Fraterno” con la scritta “Boston is Dead”, e nel campionato 1967-68 la molla che spinse la truppa di Russell fu proprio l’orgoglio dei campioni che vogliono dimostrare di non essere finiti. E nella post-season, sotto per 3 partite ad 1 con i soliti Sixers, i Celtics mostrarono tutto il loro “Pride” aggiudicandosi tre gare consecutive, prima squadra a vincere una serie uscendo “dalla fossa” nella storia dei playoffs NBA. Boston non era per nulla morta ed in Finale regolò ancora una volta i Lakers per 4 a 2: era il decimo titolo per Russell, ed il primo da coach. Sam era ancora il fromboliere principe dei biancoverdi, ma qualche problemino fisico e la crescita costante di John Havlicek stavano lentamente spostando i riflettori sul numero 17. Jones in realtà aveva già deciso di ritirarsi due anni prima, ma l’avvento dell’amico Russell sulla panchina e la sconfitta con Philadelphia l’avevano convinto a restare. Ai nastri di partenza della stagione 1968-69, però, tutti sapevano che sarebbe stata l’ultima.
Diversi infortuni caratterizzarono quel campionato, compreso uno allo stesso Jones che lo fermò per una dozzina di incontri. Ma i Celtics riuscirono ad arrivare ai playoffs in discrete condizioni fisiche, e sorpresero l’NBA eliminando prima i Sixers e poi i rampanti Knicks. Nonostante ciò, in Finale erano in pochi a dar loro qualche speranza contro i Lakers del trio Baylor-Chamberlain-West, ed ancor meno quando i californiani si aggiudicarono le prime due partite al Forum. I Celtics spuntarono un difficoltoso 112 a 105 in gara tre, ma a sette secondi dal termine della quarta sfida erano in svantaggio per 88 a 87. Con la prospettiva di andare sotto per 3 a 1 e giocare la quinta ad L.A. dove avevano già perso due volte, coach Russell chiamò timeout ed esitò per un attimo, mentre decideva a chi assegnare il tiro decisivo. Temeva che, se Jones avesse fallito, al momento del ritiro i tifosi si sarebbero ricordati di lui solo per quell’episodio e non per tutte le imprese precedenti.
Ma anche a 36 anni Sam era sempre una sicurezza, e quando il pallone lasciò le sue mani sapeva che sarebbe entrato. Vittoria per 89 a 88, esultanza del Boston Garden e scampato pericolo. I Celtics arrivarono all’ennesima settima partita della loro storia, quella della Banda di USC e dei palloncini sulle volte del Forum. Sam giocò in modo superbo (24 punti e 7 rimbalzi con 10 su 16 al tiro) ma nell’ultimo quarto commise il sesto fallo e dovette passare gli ultimi minuti della sua carriera in panchina, mentre Los Angeles metteva in piedi una disperata rimonta. Rimonta che venne frustrata dal tiro pazzo di Don Nelson e dal grande Bill Russell, che assieme a Sam Jones potè ritirarsi da campione. Undici titoli per Russell, dieci per il numero 24, che venne ritirato il 9 marzo 1969. Nel corso della cerimonia al Boston Garden Auerbach salutò con queste parole il suo campione: “Vorrei ringraziare Sam Jones per avermi reso un grande allenatore”. Dopo l’addio all’NBA Sam provò con poca fortuna la carriera di coach universitario a Washington e poi alla sua North Carolina Central, e quindi lavorò come assistente allenatore dei New Orleans Jazz. Nel 1983 venne inserito nella Hall of Fame di Springfield e nel 1996 fu votato come uno dei migliori cinquanta giocatori nel cinquantesimo anniversario dell’NBA: gli altri 48 giocatori avevano accumulato in tutto 87 anelli (meno di due a testa) dove lui e Russell insieme ne totalizzavano 21.
Jim Murray, forse il più grande giornalista sportivo di sempre, così “dipinse” il tiratore bostoniano: “I Celtics hanno sempre avuto un giocatore il cui ruolo è simile a quello di un addetto alle trasfusioni in ospedale. Sam Jones l’ha fatto per anni: quando i Celtics erano in svantaggio di nove punti, era suo compito pareggiare”. Tutti ricordano le palle rubate da Havlicek, Bird ed Henderson, tutti hanno presente il canestro di Nelson nel 1969 o le “triple” di Pierce nel 2008 dopo l’infortunio al ginocchio. Ma raramente sentiamo parlare di “Sad Sam” e dell’incredibile sequenza di vittorie che le sue mani d’oro hanno assicurato ai Boston Celtics. Quanto è sottovalutato il suo apporto nella storia della Franchigia? Facciamo parlare proprio Bill Russell, l’unico giocatore ad aver conquistato più titoli di Sam Jones nella storia NBA: “Ad un certo punto vincemmo otto campionati in fila, e per sei volte durante quella folle corsa gli chiedemmo di prendere il tiro che valeva l’intera stagione. Se quel tiro fosse uscito noi saremmo tornati a casa a mani vuote. Ma lui non lo sbagliò mai”.



