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#14 - Bob Cousy

Pubblicato da Angelo Merendi giovedì 27 agosto 2009



Il "triste addio" di Robert Joseph Cousy ce l'ha raccontato Samuele...ora la palla va ad Angelo (con un passaggio rigorosamente "no-look") per la biografia completa dell'Houdini del parquet incrociato.

Nel 1950 la Lega professionistica di basket si appresta a scaldare i motori per la quinta stagione, la seconda griffata NBA dopo 3 anni di Basketball Association of America (BAA). Per i tifosi abituati a Pierce, James e Bryant imbattersi nelle immagini di repertorio dei primordi è un po' come entrare in punta di piedi in un mondo magico: ritmi compassati, nessun afroamericano in campo, tecniche di palleggio e tiro al limite del "naif", riprese audio-video più simili al Cinegiornale Luce dei nostri nonni che alle moderne cronache sportive.

Proprio in quell'anno un giovanotto di 22 anni si abbatte su questo universo in bianco e nero e inizia a giocare "a colori": assist "no-look", passaggi dietro la schiena oppure schiacciati, aperture fulminanti per il contropiede, cambi di direzione inauditi per l'epoca, visione di gioco a 360 gradi. Tutti marchi di fabbrica che cambiano radicalmente il metro di paragone con cui viene giudicato un playmaker, fino ad allora spesso solamente un affidabile portatore di palla.
Il suo nome è Robert Joseph Cousy, al secolo semplicemente Bob, il primo, irripetibile tassello di quel mosaico chiamato familiarmente "La Dinastia" che avrebbe dominato il basket a stelle e strisce per quasi tre lustri. Delizierà l'osannante pubblico del Garden per tredici anni consecutivi contribuendo alla conquista di sei titoli NBA, per otto volte indosserà la corona di miglior uomo-assist, insieme all'arcirivale Pettit condividerà l'onore di essere inserito per dieci volte nel miglior quintetto della lega, verrà convocato per l'All Star Game in ogni singola stagione a cui prenderà parte...e se ancora tutto questo non basta, non resta che armarsi di pazienza e cercare i molti filmati presenti in rete che descrivono meglio di ogni parola quello che è difficile rendere per iscritto, ovvero l'impressione che quel ragazzo di 185 centimetri per 79 chilogrammi fosse stato catapultato in campo da un futuro nemmeno troppo prossimo.
Nasce a Manhattan, nell' East Side, il 9 Agosto del 1928 da una famiglia di origini francesi che non naviga certo nell'oro, il che è decisamente un eufemismo se consideriamo che la catapecchia in cui vivono è priva di acqua corrente. Il padre è autista di taxi ma tirare avanti nel pieno della grande depressione non è certo facile. Bob passa l'infanzia giocando in strada con coetanei di ogni colore e cultura e ciò contribuisce in maniera decisiva alla nascita di quei sentimenti di uguaglianza che lo accompagneranno per tutta la vita, sportiva e non (si laureerà con una tesi sulla persecuzione delle minoranze).
Chi si trovasse a pensare a una gioventù fatta di interminabili partitelle di basket rimarrebbe deluso: lo “sport” preferito dal ragazzo è lo “stickball”, una sorta di baseball con regole adattate all'ambito urbano. Nel 1940 la famiglia affitta un'abitazione a St. Albans, Queens e pochi mesi dopo papà Cousy riesce finalmente a diventare “padrone di casa”, sempre nello stesso quartiere, affittandone una parte per pagare le rate del mutuo.
Proprio nel Queens Bob inizia a conoscere ed apprezzare la palla a spicchi, per la verità senza ricevere immediati riconoscimenti della propria classe: viene tagliato per due volte dalla squadra dell'  Andrew Jackson High School e, per giunta, a 13 anni si rompe il braccio destro cadendo da un albero. Per la serie "non tutti i mali vengono per nuocere" durante la lunga e noiosa convalescenza non abbandona "The Game", abituandosi ad usare la mano sinistra, con il risultato di diventare praticamente ambidestro. Il suo vecchio allenatore, Lou Grummond, vedendo giocare la versione migliorata di quel ragazzo basso e magrolino che aveva scartato non molto tempo prima, si convince ad offrirgli un'ulteriore chance. I risultati non tardano ad arrivare e dopo un anno e mezzo è uno dei ragazzi più promettenti della città.

A 18 primavere, nel 1946, sceglie il college di Holy Cross (come Heinsohn un lustro dopo), scuola gesuita di Worcester, nelle immediate vicinanze di Boston. I Crusaders giocano le partite casalinghe proprio al Boston Garden dove il pubblico non ci mette molto ad innamorarsi di quella scheggia impazzita che rimbalza a velocità inaudita tra i due canestri. Purtroppo l’apprezzamento dei bostoniani è inversamente proporzionale a quello di coach Alvin “Doggie” Julian, ma è forse troppo facile giudicarlo incompetente con il senno di poi: in quel momento storico a dominare sono i “big men”, i Mikan, i Mikkelsen, non certo i piccoletti. Specie se si permettono di uscire dagli schemi fatti di ritmi bassi e di ragionati tiri piedi per terra, esattamente il contrario di ciò che la mente e le mani di Cousy sono in grado di partorire. Sta di fatto che la squadra nel 1947 conquista il titolo NCAA dopo aver segnato un percorso record da 24 vittorie e 3 sconfitte, con Bob sistematicamente partente dalla panchina. Julian imposta la stagione sull’utilizzo di due distinti quintetti, il secondo (composto dai “freshmen”) a sostituire in toto il primo per far riprendere fiato ai titolari. Il minutaggio che ne risulta per le riserve non è particolarmente risicato, ma Cousy sente di meritare più di un ruolo da semplice comprimario alle spalle di George Kaftan e Joe Mullaney. Come conseguenza, nella seconda parte di quel torneo si scontra apertamente con il coach che lo accusa di sterile esibizionismo. In tutti i casi termina la stagione in terza posizione tra i migliori marcatori della squadra, anche se durante la fase finale di quel vittorioso campionato (il primo vinto da una squadra del New England) gioca poco e male, con un 2/13 dal campo che non profuma certo di trionfo.
L'anno successivo il suo minutaggio in campo subisce un'ulteriore flessione e il giocatore pensa seriamente di mollare, di salutare il New England e di tornare a casa per iscriversi a St. John’s. Scrive anche una lettera per tastare il terreno con il coach della squadra di quell'università, Joe Lapchick. Questi gli risponde consigliando cautela ed elencando i motivi per cui una tale scelta sarebbe quantomeno azzardata: Julian è uno dei migliori coach di tutti gli Stati Uniti e negli anni successivi Cousy troverà lo spazio che cerca. Inoltre il trasferimento sarebbe stato un'operazione rischiosa dato che, in base alle regole vigenti nell' NCAA Bob avrebbe dovuto fermarsi per un anno prima di essere "eleggibile" per giocare con la rappresentativa universitaria. Tutte queste argomentazioni lo convincono a restare, nonostante il morale non sia altissimo.
Il destino del futuro Hall Of Famer ruota di 180 gradi durante una partita al Garden contro Loyola ed una parte importante nella vicenda va senz'altro riconosciuta al popolo che affolla le gradinate: la squadra è sotto e mancano 5 minuti alla fine quando il pubblico inizia a richiedere a gran voce l'ingresso del piccolo playmaker: “Vogliamo Cousy! Vogliamo Cousy!”. Julian si piega al volere del popolo e gli fa cenno di entrare: la risposta forte e chiara sono 12 punti, frutto di due tiri liberi e cinque canestri compreso il “buzzer beater” della vittoria, un gancio con la mano sinistra (benedetta quella caduta dall'albero...) ovviamente lasciato partire dopo un ubriacante movimento con palla dietro la schiena. Da quel momento non esce più dallo “starting five” e la squadra inizia una strabiliante serie vincente durata 26 partite. En passant, viene eletto per tre volte consecutive All American, portando i suoi ad un record complessivo di 99 vittorie e 29 sconfitte.

Il 1950 è l’anno del grande salto: i tifosi di Boston, stanchi della mediocrità di una squadra che non è ancora riuscita ad azzeccare una sola annata con almeno il 50% di vittorie, vedono di buon occhio l'acquisizione del talentuoso play, non così il neo-allenatore Auerbach, scettico sulle reali possibilità di quel ragazzo così difficilmente inquadrabile. Consideriamo inoltre che il roster dei biancoverdi necessita in primo luogo di un centro di buon (anzi, meglio se ottimo) livello. “Red” non ci pensa su e sceglie il 2.10 Charlie “Chuck” Share. E Bob? Mentre attende di sapere che cosa accadrà nella sua vita da professionista del canestro apre una stazione di servizio a Worcester con il suo ex compagno di scuola (e di squadra) Frank Oftring. Ovviamente nessuno dei due ha idea di come metter le mani dentro al cofano di un auto e presto la voce che si sparge è “andate da quei due ragazzi solo per un pieno di carburante, nient'altro”. Così, per aumentare gli incassi, i due completano l’attività con la creazione di una scuola guida, parco macchine tre unità e con l'addizione di un terzo socio, Jimmy O’Connell, altro collega di Holy Cross. Quanto succede durante quel draft del 1950 ce lo spiega lo stesso Cousy: “Stavo insegnando a guidare alle signore mentre aspettavo di sapere cosa sarebbe successo con l'NBA. Onestamente non ci pensavo molto, finchè qualcuno mi chiamò e mi disse: 'Hey, tu sei la prima scelta dei Tri-Cities Blackhawks!!!'. Io risposi: 'Ero un bravo studente, ma devo essermi addormentato durente la lezione di geografia: che diavolo è un Tri-Cities Blackhawk???' Comunque incontrai il proprietario della squadra, Ben Kerner, ma lui mi disse che non poteva garantirmi i 10.000 dollari che gli chiedevo (si fermò a 6.000 ndr), d’altronde allora il salario medio era 2.500 dollari...Così tornai a casa a continuai ad insegnare a guidare alle signore; dopo poco mi richiamarono: ‘Hey, se stato girato ai Chicago Stags!’. Risposi: ‘Meraviglioso! Non ho intenzione di giocare nemmeno a Chicago...’”.
Sia ora consentita una breve digressione nell'ipotetico: i Blackhawks non navigano in buone acque e l'anno successivo si trasferiscono a Milwaukee e poi in Missouri, dove diventano i St. Louis Hawks, ovvero Pettit, leggendaria ala di quella squadra per un decennio. Cosa sarebbero state le epiche sfide con i Celtics dalla metà degli anni 50 se gli avversari avessero potuto contare su un terribile asse Cousy-Pettit?
Tornando a noi, ad ogni buon conto gli Stags dichiarano fallimento prima dell'inizio del campionato. Ne consegue il canonico (per quell'epoca difficile in cui le squadre costrette a chiudere i battenti sono evenienza tuttaltro che inusuale) “dispersal draft”, una chance supplementare per le squadre che nell'anno precedente si sono classificate nei bassifondi della classifica. Sulla piazza finisce un trittico di guardie interessanti: Max Zaslofski, Andy Phillip e Bob Cousy. Il primo è senz’altro il più appetibile: un venticinquenne con tre anni di esperienza alle spalle, capace di superare durante il suo secondo anno da professionista i venti punti di media a partita. Le franchigie chiamate a spartirsi il bottino sono quelle dalla classifica più deficitaria: New York, Philadelphia e, naturalmente, Boston. Le raccomandazioni del “Commissioner” Maurice Podoloff volte ad evitare una inutile ed ulteriore lotteria cadono nel vuoto, visto che Zaslofski è l’oggetto del desiderio di tutti i contendenti. Al sorteggio, svolto in una stanza di albergo pescando tre foglietti da un cappello hanno la meglio i Knicks che “estraggono” Max; la seconda scelta è dei Warriors (Phillip) e la terza dei Celtics. Auerbach è deluso e Walter Brown, pur consapevole dell’affetto che il pubblico della sua squadra porta al prodotto di Holy Cross, appallottola e getta a terra il foglietto che ha in mano, quello con scritto “Cousy”.
La "contrattazione salariale" avviene con queste modalità:
Luogo: toilette degli uomini (l'ufficio di Brown è momentaneamente occupato...).
Svolgimento:
Brown: “Quanto vuoi”?
Cousy: “Vorrei 10.000 dollari, Signor Brown”.
Brown: “Dunque, non posso darteli, vanno bene 9.000”?
Cousy: “Ottimo, in fondo gioco vicino a casa...”.
Fine.

Come nella precedente esperienza universitaria anche i primi tempi ai Celtics non sono rose e fiori: Auerbach, sempre poco convinto della bontà di quell'addizione, tratta Bob piuttosto duramente. Ma il ragazzo, temprato da una vita mai facile, ha imparato ad attendere la propria occasione, ed in realtà trova quasi immediatamente spazio in squadra: Red non vedrà di buon occhio il suo modo di giocare sempre sopra le righe, però sa riconoscere la classe e non gli impedisce di impostare il suo basket, salvo riempirlo di improperi ogniqualvolta i suoi ritmi forsennati si trasformano in evitabili palle perse: il suo rapporto con il Cousy prima maniera può essere mirabilmente sintetizzato con queste parole, tratte da un'intervista di molti anni dopo: "Raggiungemmo ben presto un accordo, io non mi sarei preoccupato del modo con cui passava la palla, dietro le spalle, sopra la testa, in mezzo alle gambe...ma qualcuno avrebbe dovuto ricevere quel passaggio. Altrimenti ne avrebbe risposto lui in prima persona".

Quel primo anno è positivo sia per il giocatore che per i Celtics, finalmente capaci di terminare una stagione con un record superiore al 50% (39-30). Ovviamente il merito non va ascritto in toto alle prestazioni del giovane playmaker che, ad ogni buon conto, chiude con 15.6 punti e 4.9 assist a partita aggiudicandosi il premio di Rookie Of The Year ed ottenendo la prima di un’interminabile serie di convocazioni per l’All Star Game. In quintetto c'è un’altra addizione di peso, quell’Ed Macauley nel quale Auerbach ha identificato il centro adatto al salto di qualità, ma che si rivelerà non sufficientemente “fisico” per trasformare una squadra mediocre in uno schiacciasassi. I playoffs sono infausti e terminano con una celere sconfitta per due gare a zero al primo turno. Rimane comunque l’impressione che la strada sia quella giusta: un allenatore dalla personalità straripante, un lungo “vero”, un giovanotto che sembra molto più di una promessa. Proprio nell’anno da matricola Cousy dà prova della sua tolleranza nei riguardi delle minoranze discriminate, diventando amico e punto di riferimento di Chuck Cooper, il primo afroamericano che abbia vestito la maglia dei Celtics. Durante una trasferta nel North Carolina, stato non  propriamente “faro di tolleranza” all'epoca, la squadra si scontra con il rifiuto dei ristoratori di servire al tavolo perché nella comitiva c'è un “negro”...si tocca il fondo quando a Chuck viene impedito di pernottare nell’albergo: l'unica possibilità è rientrare in treno e dormire in cuccetta. Da solo? No, Bob abbandona la comoda camera e sceglie di accompagnare l'amico.
Presto (1951) la compagnia si arricchisce di un'altra futura leggenda, ovvero Bill Sharman, che con Cousy formerà per un decennio la coppia di guardie più devastante dell'intero panorama NBA. Le cifre del playmaker si impennano ulteriormente, raggiungendo i 21.7 punti (quando il cronometro dei 24 secondi è ancora nei sogni di Danny Biasone, ricordiamolo) e 6.7 assist in più di 40 minuti giocati di media. Anche questa volta ci si qualifica per la postseason grazie ad un bilancio di 39 vinte e 27 perse, purtroppo con i medesimi risultati, ossia l’uscita dai giochi in semifinale di Conference ancora per mano dei Knicks (che per la seconda stagione consecutiva arriveranno alla finale senza riuscire ad aggiudicarsi il titolo). Bob ce la mette tutta per affondare la corazzata avversaria, ma, nonostante segni 31 punti di media nelle tre gare della serie, deve arrendersi. Ciò che stupisce nel gioco del numero 14, insieme alle molte già citate innovazioni apportate al ruolo di playmaker, è la straordinaria visione di gioco che lo rende assolutamente incomprensibile per gli avversari: decidi di lasciargli un metro di spazio? Il suo tiro, seppure non sia propriamente una sentenza, fa male. Lo raddoppi, lo pressi, lo triplichi? Parte in penetrazione e ti brucia per il più comodo dei layup, oppure con qualcosa di molto simile alla telepatia trova invariabilmente un compagno libero per la conclusione a canestro... e se il compagno è Sharman (e qualche anno dopo, magari, Heinsohn), un piccoletto con mano da cecchino e straordinarie capacità nello smarcarsi, beh, il rebus diventa veramente irrisolvibile. Non è e non sarà mai un tiratore più che discreto, ma un fattore decisivo del suo gioco offensivo risiede nella fiducia nei propri mezzi: “Poteva sbagliare cinque tiri di fila, ma se ne aveva la possibilità tirava e realizzava il sesto, e quello probabilmente sarebbe stato il canestro che ti avrebbe spezzato la schiena” (Slater Martin, avversario all'epoca degli epici scontri con i St Louis Hawks).
Molti anni dopo Cousy racconterà: “Ovviamente sono nato con basket nel sangue, ma avevo anche l'immaginazione e la creatività per giocare in quella posizione. Inoltre ho avuto allenatori che mi hanno sempre dato la possibilità di sviluppare le mie capacità, da Buster Sheary a Red Auerbach. In questo modo il mio stile di gioco era una combinazione, appunto, di creatività, immaginazione e alcune caratteristiche fisiche peculiari, ovvero braccia lunghe e una straordinaria visione periferica. Voglio dire, potevo vedere un colore molto distante dal centro del mio campo visivo. Gli avversari mi dicevano: ‘Tu hai gli occhi dietro la testa’!. Io non potevo dire chi ci fosse là in fondo, ma potevo vedere il movimento, potevo vedere il colore...”.

La leggenda inizia però a prendere pienamente corpo dalla stagione seguente: il campionato è quello del 1952-53, il terzo di Cousy tra i professionisti. Smazza 7.7 assist a partita vincendo per la prima volta la relativa classifica, sfiorando anche i 20 punti di media. Nei playoffs Boston supera il primo scoglio con un 2-0 sui Syracuse Nationals: il 21 marzo del 1953, in gara due di quella semifinale di Conference, il giovane play fa registrare una prestazione dall'impatto mediatico impressionante: realizza 25 punti nei tempi regolamentari compreso il tiro libero all'ultimo secondo che impatta la partita sul 77 pari. Al primo overtime stampa 6 dei 9 punti della sua squadra, con il canestro del nuovo pareggio all'ultimo secondo. Nel secondo OT sigla tutti e 4 i punti dei Celtics. Nel terzo arriva ad 8, impattando ancora il punteggio con una fucilata da 8 metri. Nel quarto supplementare (!!!) i suoi si trovano nuovamente sotto per 104-99, finchè Cousy non ricomincia a macinare gioco e punti: 5 consecutivi e poi gli ultimi 4 del match, per un totale di 9 sui 12 complessivi. Per farla breve, dopo 3 ore e undici minuti Boston vince per 111 a 105. Per il “francesino” 52 punti con la ciliegina sulla torta del maggior numero di liberi segnati in una sola partita (30 dei 32 totali), un record che resiste tuttora. Prestazione decisamente stratosferica se inserita in un contesto che non prevede limiti di tempo per il tiro, tanto più se realizzata da un playmaker, da un esterno. Ah, una precisazione: non è al 100% a causa di un fastidioso infortunio ad una gamba...
Ormai per tutti è "Cooz", oppure "The Houdini of the Hardwood", oppure, ancora "Mr. Basketball" ed attende solo una formazione più competitiva per iniziare a vincere...questione di tempo. Per ora sono i soliti Knicks a concludere l'avventura dei Celtics: 3-1 nella finale di Eastern Division. Nel 1953 Bob prosegue con medie di tutto rispetto nonostante la squadra sia ancora solamente Cousy-Sharman-Macauley e poco altro. In questo senso Charley Eckman, coach dei Fort Wayne Pistons, fotograferà mirabilmente la situazione tecnica di Boston: “Quando giocavi contro i Celtics, sapevi che Cousy avrebbe segnato 20 punti e così anche Sharman e Macauley, ma nonostante questo potevi batterli ugualmente di 20”.



Per il secondo di otto anni consecutivi ottiene la miglior media assist della lega (7.2), cui aggiunge i “soliti” 19 punti abbondanti. Nell’All Star Game giocatosi a New York, porta la Eastern Division alla vittoria dopo un overtime (98-93) mettendo assieme 20 punti, 11 rimbalzi e 4 assist, e guadagnando il trofeo di MVP. Ovviamente viene incluso nel per lui familiare primo quintetto NBA, abitudine che, come già detto, lo accompagnerà per 10 anni consecutivi (fino al 1961), quando “l’età avanzata” lo costringerà ad accontentarsi del secondo quintetto per le ultime due stagioni della carriera. Ancora una volta, nonostante le ottime prestazioni personali, la stagione biancoverde segue la falsariga di quelle precedenti: buona la regular season (42-30), male nei playoffs, dove si esce senza grossi sussulti, sconfitti per 2-0 al primo turno dai soliti Syracuse Nationals.
Il 1954 è “l’anno dei 24 secondi”, escamotage fortemente voluto dal proprietario degli stessi Nationals, il "paisà" Danny Biasone, allo scopo di rendere più interessante uno sport che non gode certo dei favori del grande pubblico. Riuscite a immaginare una partita terminata 19-18 (Pistons-Lakers del 1950)? Oppure un'altra finita al quinto supplementare perché le due squadre hanno deciso di giocarsela tenendo la palla all’infinito salvo tentare il tiro della vittoria negli ultimi secondi (sempre nel 1950, gara tra Rochester Royals ed Indianapolis Olympians?). Ebbene, Biasone ha questa geniale idea allo scopo di salvare l’NBA dalla noia e forse dalla bancarotta, ma rende anche un favore non da poco a Cousy che grazie al suo peculiare stile di gioco può approfittare dei ritmi elevati incrementando le medie punti (da 19.2 a 21.2) e assist (da 7.2 a 7.8) . Purtroppo i Celtics non sono altrettanto inarrestabili e, dopo una regular season da 36 vittorie e 36 sconfitte, si fermano (peraltro onorevolmente) in finale di Division proprio contro i Nationals di Biasone, che alla fine vinceranno il loro primo e unico titolo. Prima dell'inizio ufficiale della dinastia, targato 1956, c'è ancora tempo per un campionato interlocutorio, chiuso al primo turno di playoffs, nonostante l'importante innesto del secondo “policeman” della storia dei Celtics (il primo fu Bob Brannum): stiamo parlando di “Jungle Jim” Loscutoff, colui che, stando alle parole di Red Auerbach: “Era in campo per due motivi: prendere rimbalzi e assicurarsi che non succedesse nulla a Bob Cousy”. In altre parole, chiunque osi approfittare della maggiore stazza per intimidire i 79 chili del playmaker biancoverde, presto o tardi (spesso presto) sarà costretto a massaggiarsi qualche parte del corpo dolorante...
In quel periodo Cousy si impegna attivamente per la creazione della “NBA Player Union”, l'Associazione Giocatori. E' il primo presidente (il secondo sarà il compagno di squadra Tom Heinsohn) e rimane in carica dal 1954 al 1958. Per chi si chiedesse i motivi che lo spingono ad esporsi per la difesa della categoria, proprio lui che ha il salario probabilmente più succoso dell'intero lotto di atleti, ecco la risposta: “Beh, avevamo bisogno di una rappresentanza, è semplice. Io ero l’unico che poteva farlo senza timore di rappresaglie. Ogni anno, con il mio vecchio compagno ai “Crusaders” Connie Hurley, che era avvocato, andavamo a New York a parlare con il presidente dell'NBA Maurice Podoloff. Lui ci faceva aspettare per 45 minuti. Gli presentavamo la nostra piccola lista di richieste e lui ci rispondeva: “Bene, la porterò all'attenzione degli owners al prossimo incontro”. Ovviamente non lo fece mai. I proprietari delle franchigie sapevano che noi non avevamo nessun tipo di autorità e perciò ci ignoravano. L'unica concessione in quegli anni fu quando riuscimmo a farci aumentare i buoni pasto da cinque a sette dollari al giorno...era un extra di 200 dollari nelle tasche dei giocatori. Ragazzi, divenni un eroe”!
Ma veniamo agli anni d’oro, a quei Celtics che dominano il mondo in lungo e in largo: tutto inizia, come noto, con un clamoroso colpo triplo di Auerbach, che si porta a casa in un sol draft Russell, Heinsohn e K.C. Jones. Per Cousy l'arrivo di Russell è la scossa decisiva: L' ingombrante (per gli altri) presenza dell'uno esalta le doti di contropiedista e splendido passatore dell'altro. L' intesa è pressoché perfetta fin da subito, ed i Celtics ora possono schierare un asse play-centro a dir poco devastante, fra i migliori che la storia della lega ricordi. Boston incentra gran parte del suo gioco su fulminei e letali contropiede quasi sempre innestati in difesa da una delle classiche stoppate del numero 6 che recupera il pallone e serve il compagno, il quale parte come una molla verso il canestro avversario per concludere in solitaria oppure per servire l'assist per due punti facili facili. Bob chiude la stagione con 20.6 punti a partita, 7.5 assist, 4.8 rimbalzi e vince il primo e unico trofeo MVP di Regular Season, nonchè il secondo MVP dell' All Star Game. La squadra conclude quel torneo alla grande andando a vincere il primo titolo di una lunga serie alla settima gara di una tiratissima finale contro gli Hawks di Pettit grazie a un Heinsohn dominante. La rivincita di dodici mesi dopo non intacca la grandezza dei Celtics, sconfitti solo grazie a un maledetto infortunio di Russell durante gara 3 della finale. A Boston viene così a mancare una delle armi più affilate per combattere Pettit, che infatti fa sfracelli. Cousy, dal canto suo, imbrocca l'ennesima stagione eccellente: a 29 primavere è nel pieno della maturità tecnica e agonistica e lo dimostra con medie di 18 punti e 7.1 assist. Per la cronaca, questa è l'ultima serie di playoffs che lo vede uscire dal campo sconfitto, e giocherà ancora per cinque anni filati. Nella stagione 1958-59 i biancoverdi si prendono la soddisfazione di sconfiggere, questa volta a ranghi completi, gli ormai eterni rivali di St.Louis. A guidarli, tanto per cambiare è un ispirato numero 14 capace di collezionare cifre come sempre ragguardevoli: 20 punti, 8.6 assist e anche 5.5 rimbalzi. Il 27 febbraio 1959 Cousy scrive un altro record che ha dell'incredibile e che sarà battuto solo 19 anni dopo (da Kevin Porter). La partita è Celtics-Lakers, il risultato finale 173-139 e qualcuno "serve" la stratosferica cifra di 28 passaggi vincenti. Chi? Suvvia...
Se è vero che questo record non è più “in carica”, resta comunque valido quello di 19 in un solo tempo di gioco (sempre nella medesima gara). Boston domina i playoffs e, anche grazie alle 51 assistenze in 4 partite sfornate da Bob, asfalta gli stessi Lakers con il primo “sweep” della storia delle Finali NBA. Passano gli anni, ma le buone abitudini restano: 1959-60, 19.4 punti, 4.7 rimbalzi e 9.5 assist a partita che oltre a rappresentare il record assoluto per il figlio dell' East End, suggellano anche la fine della clamorosa serie di otto stagioni consecutive in testa alla relativa classifica dei migliori passatori. Questa volta l'anello arriva con pathos ben diverso rispetto alla passeggiata di dodici mesi prima: 4-3 agli Hawks. “Cooz” gioca ancora per tre stagioni, tutte concluse con la conquista dell'anello; cifre in flessione, d’accordo, ma resta pur sempre il playmaker titolare della squadra più forte di ogni tempo, sempre convocato all’All Star Game, sempre incluso nel primo quintetto NBA (1960-61) o nel secondo (1961-62 e 1962-63). Nel 1962 i Celtics in finale di Conference battono dopo sette tiratissime partite i Philadelphia Warriors di un indiavolato Chamberlain nell'anno in cui il centro da Kansas ha appena chiuso la regular season segnando più di 50 punti a partita. All’ultimo atto per la prima volta affrontano i Lakers a Los Angeles, città in cui si sono trasferiti due anni addietro dopo dodici inverni passati nella fredda Minneapolis. E’ una delle serie più combattute di sempre, quella in cui Cousy tenta un improbabile raddoppio su West ed arriva con un attimo di ritardo su Frank Selvy. Selvy è l’eroe mancato della sfida, visto che sbaglia sulla sirena il tiro che potrebbe affossare definitivamente i biancoverdi quando il tabellone recita 100-100 e il cronometro tende allo zero. Ovviamente ai supplementari la spuntano i ragazzi di Auerbach, per il quinto anello di Bob e della franchigia.
All'inizio della stagione seguente Cousy annuncia che quello sarà il suo ultimo anno di basket giocato. Il 17 marzo del 1963 al Garden sono di scena i Syracuse Nationals nell'ultimo atto di regular season che passerà alla storia come "The Boston Tear Party". "Houdini" impugna il microfono per accommiatarsi dai tifosi che l’hanno adorato per tredici stagioni accompagnandolo dai bassifondi della classifica al tetto del mondo, da quando era solo una bella e spettacolare speranza fino a quando è diventato Il playmaker per antonomasia, e molti occhi sono già lucidi. Alle prime parole tutto il pubblico si alza in piedi e tributa un'infinita ovazione al suo idolo: cinque, dieci, quindici minuti...ci si ferma a venti, con il protagonista di mille battaglie pietrificato dall'emozione al centro della scena. A rompere la tensione è l'urlo, entrato nella leggenda, del tifoso Joe Dillon: "We love ya, Cooz!!!". In tutto lo stadio gli occhi asciutti si contano sulle dita di una mano.
E “Cooz” chiude quella stagione con il sesto e ultimo trionfo personale, lasciando indelebile nelle menti dei tifosi il suo timbro, d'altronde una leggenda non può andarsene da comprimario. La finale vede i Celtics opposti - tanto per cambiare - ai Lakers: sembra tutto facile, con i biancoverdi celermente sul 3-0, ma la rimonta è veemente: E' così che si va a Los Angeles per gara 6 sul 3-2. I ragazzi di Auerbach giocano in scioltezza e sembrano poter aggiudicarsi agevolmente la posta, poi Bob si infortuna alla caviglia e lascia il terreno di gioco. Sarà un caso ma da quel momento gli avversari iniziano una furiosa rimonta, finchè Red chiede al suo play titolare di rientrare in campo. Boston è ancora sul più uno ma l’inerzia della partita appartiene ai padroni di casa. Cousy  prende per mano la squadra e la riconduce sui giusti binari: la partita si conclude sul 112-109 e le telecamere lo immortalano, come in un eterno tributo alla grandezza del campione, mentre palleggia inseguito da mezza squadra dei Lakers, finché il suono della sirena sancisce il trionfo.


Lascia il basket giocato (fatta salva una breve apparizione a cavallo tra il 1969 e il '70) con 16.955 punti, 6.945 assist ed un 80.3% di realizzazione ai liberi, il tutto in 917 partite in maglia biancoverde. In 109 presenze ai playoffs piazza una media di 18.5 punti e 8.6 assist a partita, e in 13 All Star Games 11.3 punti e 6.6 assist. Viene incluso negli "Anniversary Teams" dell’NBA in occasione del venticinquesimo, trentacinquesimo e cinquantesimo anno dalla fondazione. Nel 1971 viene inserito nella Hall Of Fame e, come sappiamo, il suo mitico numero 14 è appeso alle volte del TD Banknorth Garden nell'empireo dei 23 eletti. Come nel caso di Heinsohn, di Russell e di molti altri campioni della storia biancoverde, Cousy preferisce rimanere nell'ambiente anziché godersi un dorato e prematuro pensionamento. Dopo aver pubblicato nel 1963 la sua autobiografia dal titolo “Basketball Is My Life”, pochi mesi dopo il ritiro dall'attività agonistica viene chiamato ad allenare Boston College. I risultati non si fanno attendere: guida le “Aquile” ad un sontuoso record di 117-38 nei successivi sei anni ricevendo nel 1968 e 1969 l'onore di essere nominato Coach Of The Year del New England.
Accompagna i suoi ragazzi in una finale regionale nel torneo NCAA del 1967 ed a tre presenze al NIT (National Invitation Tournament), inclusa la finale del 1969. A quel punto realizza definitivamente di non avere più gli stimoli per allenare il basket universitario: per una persona moralmente integerrima come lui risulta difficile sopportare l'evoluzione delle meccaniche verso una logica sempre più mercenaria e meno mirata all'educazione dei ragazzi. Per questo motivo getta la spugna e si dedica a progetti più ambiziosi, ovvero un posto da allenatore in quell'NBA che lo aveva osannato come un idolo quando calcava il parquet da primattore.

La sfida è succosa e affascinante: si tratta di guidare i Cincinnati Royals del fenomeno ed ex avversario Oscar Robertson. Nonostante la presenza di “Big O”, la squadra non è certo inarrestabile: Jerry Lucas viene ceduto quasi immediatamente nel corso della stagione e, a parte Tom Van Arsdale, una guardia dal canestro facile e dalla precisione chirurgica al tiro libero, il resto non è granché. Il pubblico lo sa ed il botteghino piange. E’ così che a 41 anni, durante quella prima stagione, Cousy per dare una scossa all'ambiente allaccia le scarpe e fa il suo rientro in campo: poca cosa a dirla tutta, 34 minuti in sette partite per un totale di cinque punti, ma ciò è sufficiente per far aumentare del 77% il numero di biglietti venduti. Allena a Cincinnati per tre anni tenendo a battesimo un altro Hall Of Famer, "Tiny" Archibald, futuro numero 7 dei Celtics per un quadriennio a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80. I record dei Royals sono sempre abbondantemente sotto il 50% e le cose non cambiano nemmeno dopo il trasferimento a Kansas City. In totale la carriera di coach Cousy in NBA fa registrare un non indimenticabile bilancio di 141 vittorie e 209 sconfitte.
Poco male, non è uomo capace di dormire sugli allori: la sua stellare e più che ventennale esperienza sul campo lo spinge a scrivere un acclamatissimo saggio sul basket, “Basketball Principles And Techniques”. Nel 1974 chiude definitivamente con la panchina ed inizia a commentare le partite dei Celtics. Ovviamente per una personalità iperattiva quell’impegno non può essere sufficiente, per cui accetta la proposta di diventare Commissioner dell’American Soccer League dal 1974 al 1979. Nel 1993 recita anche un “cameo” nel film sulla palla a spicchi “Blue Chips”, con Nick Nolte, in cui interpreta la parte del direttore atletico di una squadra di college. Nel novembre del 2008 anche il numero 17 indossato negli anni passati ai Crusaders di Holy Cross viene fissato alle travi del soffitto dell’Hart Center di Worcester insieme al 12 di George Kaftan, al 22 di Togo Palazzi e al 24 di Tom Heinsohn, tutti ex-Celtics

Attualmente è consulente di marketing per una franchigia il cui nome potete immaginare con sforzo relativo, occasionalmente compare a fianco del duo Gorman-Heinsohn e racconta “tra amici” le partite casalinghe dei biancoverdi e, ad 80 anni, quando gli viene chiesto che cosa ricorda dell'interminabile periodo passato a giocare, allenare, commentare il basket, risponde così: “Qualche anno fa vendemmo (insieme alla moglie Missie, sposata nel 1950, n.d.r.) molti dei miei ricordi sportivi, e tante persone mi dissero che non dovevamo farlo...in realtà penso di aver fatto la cosa giusta. Le nostre due figlie sono insegnanti e nostro nipote sta entrando al college. Abbiamo dato a loro tutto il ricavato delle nostre vendite. Non sono una persona a cui piace scendere in cantina e rimuginare sugli oggetti del passato, le targhe, le coppe, i riconoscimenti. Io penso all’oggi ed al domani e quando ripercorro la mia carriera sono felice, mi ritengo fortunato e sono riconoscente per la vita che ho vissuto. Ma, in tutta onestà, non sono i ricordi strettamente sportivi quelli che custodisco più gelosamente: piuttosto, sono una serie di opportunità, momenti che sono derivati dalla mia attività. Sono stato invitato alla Casa Bianca da sei presidenti, ho avuto un udienza privata con il Papa, quando ho lavorato nel film “Blue Chips” ho creato la più grande raccolta di fondi nella storia della mia città, Worcester... poi penso alla mia esperienza con l'organizzazione “Big Brother” (associazione benefica che si occupa di assistenza all'infanzia e alla gioventù, n.d.r.). Queste sono le cose che reputo significative, in fondo ad un certo punto cresci e metti via i tuoi giocattoli. Essere stato parte della storia della NCAA qui a Holy Cross ed al Boston College, essere stato sei volte campione NBA con i Celtics sono cose magnifiche, ma a questo punto della mia vita ci sono altre cose a dare significato e gioia ai miei giorni: la possibilità di essere ancora utile, di godere della compagnia dei miei familiari e amici, di essere parte della mia comunità...”
Bob Cousy, “A thrilling dwarf among the frustrated giants”, “Un eccitante nano in mezzo ai giganti frustrati” (Jimmy Cannon).

 


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