Altro giro, altri regali: Angelo ci racconta come i Celtics arrivarono al titolo forse meno sudato della loro storia...
Premessa: nessuna vittoria può essere definita "facile". Dietro ogni trionfo ci sono sempre sudore, programmazione, determinazione: qualità che, in caso tutto vada per il verso giusto, fanno sembrare semplice ciò che in realtà semplice non è.
Detto questo, se tra i 17 titoli dei Boston Celtics dovessimo scegliere il più agevole, il campionato 1960-61 sarebbe certamente una tra le scelte più popolari e condivisibili: troppo forti gli uomini di Auerbach, sia per gli Hawks o i Nationals ormai in fase calante, sia per i Warriors o i Lakers, in netta crescita ma non ancora in grado di battagliare per strappare l'osso di bocca ai campioni. Una riflessione su tutte: quale altra squadra si è mai permessa il lusso di NON far partire in quintetto base TRE futuri Hall of Famers (Frank Ramsey, K.C. e Sam Jones)?
Come se non bastasse, rispetto alla formazione vincente dell’anno prima Boston aveva un’ulteriore arma a disposizione, ossia il filiforme Tom "Satch" Sanders, ottava scelta dal City College di New York, giocatore atletico e versatile che fece della sua abilità difensiva il perno di una carriera da otto titoli NBA. Braccia lunghissime, mobilità da primo della classe, Sanders divenne ben presto l'arma tattica proibita in grado di stoppare le velleità degli esterni avversari più pericolosi.
La stagione dei Celtics assunse subito le fattezze della marcia trionfale: partenza sparata con 14 vittorie e 3 sconfitte, poi 31-12, 50-22 per chiudere la stagione regolare con un filotto di sette vittorie consecutive fino al 57-22, con 11 lunghezze di comodo vantaggio sui Philadelphia Warriors di Chamberlain. A ulteriore merito di questa compagine irripetibile ricordiamo che, se ai nostri giorni i back to back possono "sporcare" i record non consentendo un adeguato recupero, a quei tempi non erano infrequenti i "back to back to back to back" come nel caso delle 4 partite consecutive giocate (e, ovviamente, vinte) dai Celtics tra il 23 e il 26 di novembre.
Miglior marcatore fu "Tommy Gun" Heinsohn, autore di 21.3 punti a partita cui vanno sommati 9.9 rimbalzi; Russell chiuse con l'usuale abbuffata sotto le plance (23.9 carambole) e la nomina a MVP stagionale, mentre Sam Jones, beneficiato da un minutaggio sempre più pingue grazie all'età non più verdissima di Sharman, scollinò per la prima volta sopra i 15 punti di media. A proposito di Sharman, il 1961 fu l'anno dell'addio per il pioniere della Dinastia, presente alla corte di Auerbach dal 1951. "Willie", uno dei migliori "shooters" della storia salutò con 16 punti, a coronamento di una carriera da 8 All Star Game, 4 titoli e 4 presenze nel miglior quintetto NBA.
Gli altri, come detto, seguivano a rispettosa distanza, a cominciare dai Warriors: Chamberlain mise a segno la bellezza di 38.4 punti e 27.2 rimbalzi di media e Arizin, al penultimo anno di carriera proseguiva la sua marcia con canestri a grappoli. Unica variazione significativa nel roster dei rispetto all'anno precedente la partenza in direzione St.Louis di Woody Sauldsberry, ex Harlem Globetrotters e Rookie of the Year due anni prima, buone mani e funzionale spalla per il grande Wilt. Unico lungo "vero" rimase l'anziano Joe Graboski, in pista ormai dall'anno di grazia 1948. Il record finale fu un 46-33 che collocava Phila al secondo posto con abbondante vantaggio su Syracuse. I Nationals, allenati da Neil Johnston (ex centro di Philadelphia che aveva chiuso la carriera l'anno precedente a causa di un brutto infortunio al ginocchio) incapparono in una regular season non eccezionale, nonostante fossero imperniati sul trio Schayes-Kerr-Greer. Schayes, età non più verdissima, terminò la stagione con 23.6 punti e 12.2 rimbalzi, ben coadiuvato dalla usuale spalla Kerr (13.4 e 12). Anche Greer fece molto bene, proseguendo in quella crescita che lo avrebbe portato fino alla Hall of Fame: 19.6 punti. Sfortunatamente la panchina non era al livello dei "big three" (si perdoni il delitto di lesa maestà) e il record di 38 vittorie e 41 sconfitte appariva eloquente sintomo di una squadra ormai alla frutta.
Nel "derelitto" Ovest, per il quarto anno consecutivo una sola squadra (sempre la stessa) chiuse la regular season con un record positivo, ovvero i soliti Hawks. Ben Kerner, pirotecnico proprietario della franchigia, anche quell'anno si mosse nel vano tentativo di contrastare il montante strapotere bostoniano: Woody Sauldsberry, provenienza Warriors come detto, andò a rafforzare una frontline già temibile formata da Clyde Lovellette e Bob Pettit. Inoltre, con la pick numero 6 e con mossa quasi "auerbachiana" la franchigia di St. Louis si aggiudicò i servigi del minuscolo play Lenny Wilkens, le cui penetrazioni e il feeling con il canestro, oltre a una visione di gioco di tutto rispetto, avrebbero deliziato gli occhi dei tifosi NBA per ben 16 stagioni e gli sarebbero valsi l'inclusione nella Hall of Fame. A fine stagione il terzetto Pettit-Lovellette-Hagan mise a segno la bellezza di 72 punti di media per un record di 51-28 che suonava come l'ennesimo prologo di una Finale con gli arcirivali di Boston.
Alle spalle degli Hawks arrancavano i Lakers, da quell'anno trasferitisi dal freddo di Minneapolis al sole della California. Il record di regular season fu ancora una volta deficitario (36-43) ma qualcosa faceva pensare che quella squadra avesse un futuro: quel qualcosa era un ventiduenne rookie da West Virginia che rispondeva al nome di Jerry West e che andò ad affiancarsi all'altro fenomeno Elgin Baylor. Perfezionista dal jump shot assassino, difensore eccellente e dotato di eleganza innata, passerà alla storia come una delle guardie più complete ed efficaci della storia: nella sua carriera fu All Star in ogni singola stagione in cui calcò il parquet, 10 volte primo quintetto, 4 volte tra i migliori 5 difensori: in pratica una leggenda. D'altronde ci sarà pure un motivo se il celeberrimo logo della NBA riproduce la sua inconfondibile silhouette.
Insomma, i tempi erano quasi maturi e da lì a poco, con un West ormai rodato da un anno di professionismo, i Lakers avrebbero sostituito St. Louis ai vertici della Western Division.
Dietro a Los Angeles si classificarono i Pistons di Bailey Howell e Gene Shue, squadra davvero non memorabile. Meritano un cenno invece i Cincinnati Royals, ultimi con un record di 33 vittorie e 46 sconfitte, se non altro per aver tenuto a battesimo il terzo moschettiere del draft targato 1960, ovvero Oscar Robertson, l'uomo su cui verrà plasmata la definizione di "all around player", capace di 30.5 punti, 10.1 rimbalzi e 9.7 assist nel suo primo anno, succoso preludio ad una carriera da specialista assoluto della tripla doppia. A fine stagione fu proprio "The Big O" a spuntarla su Wilkens e West nella corsa a Rookie of The Year.
Ai playoffs si palesò subito la prima, gradita, sorpresa per i Celtics: i Sixers, favoriti per il passaggio del turno e temibili se non altro per l'ingombrante presenza di Chamberlain, furono seccamente sconfitti per 3-0 dai Nationals. Già in regular season Syracuse aveva dato filo da torcere a Philadelphia, aggiudicandosi 7 dei 13 (sic!) scontri diretti. Alla fine Wilt giocò ogni secondo delle tre partite e anche i vari Arizin, Gola e Rodgers vennero spremuti con minutaggi superiori ai 40 minuti, ma fu inutile: Schayes e compagni, in una serie-capolavoro sbancarono due volte il Civic Center per i 115-107 e 106-103 il che, uniti alla sofferta vittoria casalinga chiusa sul 115-114 significava il passaggio in finale di Division al cospetto di Boston.
Finale che in realtà non ebbe alcuna storia: troppo grande la differenza di classe tra i due team. Gara 1 al Garden si chiuse con un eloquente 128-115 e, dopo il pareggio dei Nationals tra le mura amiche (115-98) la pratica venne chiusa con un agevole filotto contrassegnato da uno scarto medio di quasi 20 punti (133-110, 120-107 e 123-101).
A Ovest tutto fu molto più difficile e combattuto a partire dalla semifinale tra Lakers e Pistons, terminata con un tirato 3-2 senza che nessuna delle due squadre riuscisse a violare il campo dell'avversaria. Per il terzo anno consecutivo, quindi, a giocarsi l'accesso alla finale NBA sarebbero state Los Angeles e St. Louis. Nelle due occasioni precedenti nonostante la distanza abissale tra le due squadre in regular season, Baylor e soci resero la vita difficilissima agli avversari, prima battendoli 4-2 nel 1959, poi cedendo con l'onore delle armi (4-3) l'anno successivo. Anche nel 1961 la serie fu tirata: i Lakers, guidati da un Elgin in stato di grazia ben spalleggiato da West che nei playoffs passò da 17.9 punti di media ai 22.9 (cui aggiunse quasi 9 rimbalzi e 5.5 assist) misero alla frusta gli Hawks. Dopo gara 5 il risultato vedeva la franchigia di Los Angeles in vantaggio per 3-2 con la possibilità di chiudere la serie tra le mura amiche; con l'orgoglio dei grandi St. Louis riuscì a portare a casa gara 6 grazie a un rocambolesco 114-113 con contorno di overtime. Anche gara 7 al Kiel Auditorium fu decisa all'ultimo secondo (105-103), e furono i "Falchi", a spuntarla.
Le cose non cambiarono in gara 2, anche se la resistenza degli ospiti fu un po' più decisa: 116-108 e trasferimento a St. Louis, dove arrivò il punto della bandiera, un combattuto 124-120. Serie riaperta? Niente affatto: gara 4, ancora al Kiel Auditorium vide i Celtics chiudere con 15 punti di vantaggio (119-104) per poi festeggiare il titolo al Garden due giorni dopo (121-112).
Quell'anno di fatto si concluse la rivalità tra Boston e St.Louis, 4 finali nei cinque anni precedenti con tre vittorie per i Celtics e una per gli Hawks: questi nel 1968 avrebbero trovato la loro dimora definitiva ad Atlanta ma non sarebbero più riusciti, fino ai giorni nostri, a qualificarsi per una finale NBA. Per Auerbach e i suoi scudieri, beh, è tutta un'altra storia...


