Al secondo anno dell'era-Russell l'NBA non era ancora consapevole del tornado biancoverde che l'avrebbe sconvolta...anche perchè nelle Finali 1958 le cose andarono decisamente male.
"Non tutte le ciambelle riescono col buco".
Detto popolare banale quanto si vuole, ma che si attaglia perfettamente al campionato NBA 1957-58, quello che sarebbe potuto essere la seconda gemma di una serie di nove successi consecutivi.
Detto popolare banale quanto si vuole, ma che si attaglia perfettamente al campionato NBA 1957-58, quello che sarebbe potuto essere la seconda gemma di una serie di nove successi consecutivi.
I Celtics iniziarono quel torneo da favoriti, sulla scorta del titolo conquistato l'anno precedente ai danni dei St.Louis Hawks del grande Bob Pettit, con una formazione che già aveva le stimmate della dinastia che avrebbe dominato il basket professionistico fino al crepuscolo del decennio successivo: i campioni si chiamavano Sharman (nella foto), Loscutoff, Russel, Heinsohn, Cousy, Ramsey; in più, quel'anno, ciliegina sulla torta, con la pick numero 8 venne scelto un certo Sam Jones. Per quella stagione venne per lo più utilizzato in uscita dalla panchina, ma di li a non molto sarebbe diventato "The Shooter", la shooting guard da più di 15,000 punti tutti per la franchigia del Massachusetts, cinque volte All Star, 2,909 punti in 154 gare di playoffs (quindicesimo di sempre), un 1.93 dal jump shot mortifero che avrebbe aiutato i suoi, da protagonista, a conquistare 10 anelli.
Scelto alla otto, ricordiamolo.
Scelto alla otto, ricordiamolo.
A quei tempi non c'erano certo 30 squadre a giocarsi il tutto per tutto: le franchigie della NBA erano solo otto, equamente divise tra le due Division. A cercare di contrastare i Celtics a est c'erano i Syracuse Nationals, già classificatisi alle spalle di Boston nel campionato precedente, ed i Philadelphia Warriors: i primi potevano contare sulla solidissima frontline guidata dal leggendario Dolph Schayes, ventinovenne del Bronx, l'ultimo grande del basket ad utilizzare il tiro piedi per terra in un mondo che si stava orientando decisamente verso il jump shot. Efficacia a rimbalzo ed una notevole abilità nel puntare a canestro ne fecero per anni un'arma impropria, e i dodici All Star Game consecutivi sono una testimonianza esauriente. Al suo fianco il solido "Red" Kerr, che terminò la regular season in abbondante doppia cifra per punti e rimbalzi (15.2 e 13.4).
I Warriors, campioni NBA nel 1956 conservavano una formazione di tutto rispetto, anche se era chiara la percezione che il treno buono fosse irrimediabilmente passato: Paul Arizin continuava a guidare la squadra segnando la solita valanga di punti dall'alto del suo perfetto jumper (saranno 20.7 fino all'inizio dei playoffs), ben coadiuvato dal sei volte All Star Neil Johnston, centro titolare, 19 punti anche grazie al suo brevettato gancio con la mano destra. Di pregio il supporting cast, a partire da quel Tom Gola, italoamericano, precursore degli "all-around players": un'ala piccola molto atletica e capace di andare in doppia cifra di media a rimbalzo oltre che di superare i 13 punti a partita. Da non trascurare infine l'apporto di Woody Sauldsberry (che sarebbe passato a Boston più avanti), nominato alla fine di quell'anno Rookie Of The Year.
Le due squadre si classificarono rispettivamente al secondo e terzo posto nella Eastern, entrambe con un record superiore al 50%: i Nationals chiusero con 41 vittorie e 31 sconfitte, i Warriors con 37 vinte e 35 perse. E i Celtics? Come i lettori avranno intuito vinsero la conference a mani basse portando a casa 49 vittorie. Per la verità dopo sole cinque partite il primo segno di un destino avverso si era già palesato nel cielo di Boston sotto forma di un grave infortunio al "cagnaccio" Jim Loscutoff, l'uomo chiamato a fare il lavoro sporco sotto i tabelloni, il duro poco appariscente, ideale spalla del fuoriclasse Russell e guardia del corpo designata di Bob Cousy.
Così, alle spalle del numero 6 e di Tom Heinsohn sotto le plance Auerbach fu costretto a far ruotare, peraltro con risultati apprezzabili, Arnie Risen e Jack Nichols. I biancoverdì iniziarono la regular season con un eloquente 14-0 condito da uno scarto medio di 14.5 punti. Il resto della stagione fu un tranquillo controllo del miglior record, senza particolari sussulti a parte un periodo poco felice a cavallo delle festività natalizie con 7 sconfitte e 3 vittorie tra il 25 dicembre e il 12 gennaio. A fine stagione il miglior marcatore fu Bill Sharman con 22.3 punti a gara; Cousy contribuì con 18.8 punti e 7.1 assists anche grazie alla monumentale presenza di Russell, il cui dominio in area sdoganava i compagni da molte preoccupazioni difensive consentendogli di dedicarsi maggiormente agli altri aspetti del gioco. Atto doveroso fu l'assegnazione del titolo di MVP al centro dei Celtics, leader della lega per rimbalzi a partita (una media stratosferica di 22.7) e fuoriclasse ormai più che presunto. A confermare i sempiterni dubbi sulla competenza dei giornalisti sportivi, rileviamo come la giuria incaricata di nominare i migliori quintetti NBA decise di non mutuare la scelta dei giocatori, relegandolo addirittura nel secondo, al contrario di Cousy e Sharman.
A Ovest l'unica formazione di livello erano i St.Louis Hawks guidati da tre futuri ospiti della Hall Of Fame; il più rappresentativo era certamente Robert Lee Pettit Jr., al secolo semplicemente Bob (nella foto): ala grande capace di viaggiare a 26.4 punti e 16.2 rimbalzi in carriera, etica del lavoro e talento entrambi fuori del comune, un numero incalcolabile di onorificenze. Per certi versi, grazie all'abilità nell'andare a rimbalzo unita alla tecnica sopraffina in fase offensiva può essere considerato colui che rivoluzionò il ruolo di power forward, zio dei Baylor e degli Hayes e nonno di Tim Duncan e Kevin Garnett. Suo compagno di frontline era la vecchia conoscenza Ed Macauley, già merce di scambio per arrivare a Russell, una volta MVP stagionale (nel lontano 1951) e sette volte All Star. Completava il "trio delle meraviglie" Cliff Hagan, ala piccola eccellente a rimbalzo per la sua statura (1.94) e mortifero al tiro, con i suoi 19.9 punti a partita secondo miglior marcatore della propria squadra. Profonda la panchina, specialmente sotto i tabelloni, con Chuck Share e Jack Coleman, backup di esperienza (specialmente il secondo) e di notevole affidabilità.
Le altre franchigie offrivano decisamente poco, con i Cincinnati Royals che, nonostante l'innesto del centro Clyde Lovellette, uomo da 23.4 punti e 12.1 imbalzi in stagione regolare a fianco di Maurice Stokes e Jack Twyman (altri due Hall of Famer), non riuscirono a migliorare sensibilmente il fallimentare piazzamento dell'anno precedente, quando dimoravano a Rochester. St.Louis vinse agevolmente la sua conference con 41 vittorie e 31 sconfitte, tenendo a debita distanza Cincinnati e Detroit, appaiate a 33 vittorie con record ampiamente sotto il 50%.
I playoffs si dipanarono senza eccessivi sussulti; come da regolamento di un' NBA a ranghi ridotti Boston e St.Louis passarono direttamente alla finale di Division in attesa delle sfidanti che sarebbero dovute passare attraverso un turno preliminare. Fu così che ai Celtics toccarono in sorte i Warriors, vincitori per 2-1 contro i Syracuse Nationals nonostante la media di quasi 27 punti e 15 rimbalzi per un indomabile Schayes.
La serie fu piuttosto agevole per i biancoverdi: Neil Johnston, il centro di Philadelphia, venne sistematicamente sovrastato da un Russell in stato di grazia che ne limitò grandemente anche la fase offensiva lasciando il solo Arizin a cantare e portare la croce. Le prime tre partite furono senza storia, con una gara 2 esterna chiusa addirittura a 22 punti di scarto (109 a 87). La reazione dei Warriors fruttò solamente il punto della bandiera tra le mura amiche (112 a 97), salvo poi soccombere per il 4-1 finale al Garden in una gara peraltro equilibrata chiusa sul 93 a 88. Come da copione gli Hawks divennero agevolmente la seconda finalista, regolando con identico punteggio i Pistons: in realtà la serie non fu esattamente una passeggiata, almeno nella fase iniziale: dopo essersi portati sul 2-0 grazie a due tirate vittorie per 114 a 111 e 99 a 96 (quest'ultima in trasferta), Pettit e compagni subirono un'inopinata sconfitta interna (89 a 109) grazie a un esplosivo George Yardley, mortifera ala piccola già leader di lega per media punti in regular season. Detroit ebbe quindi la possibilità di impattare la serie con una vittoria casalinga in gara 4, ma proprio da quel momento St.Louis, dimostrandosi squadra di rango superiore, mise la freccia e, con una schiacciante dimostrazione di forza (145 a 101), chiuse di fatto i conti, aggiudicandosi agevolmente anche gara 5 tra le mura amiche per il 4-1 finale.
Ed eccoci all'atto conclusivo, quello più spettacolare, la rivincita dell'ultima finale NBA chiusasi a favore dei Celtics. I campioni in carica avevano dimostrato di poter surrogare egregiamente la mancanza di Loscutoff per tutta la regular season e, tutto sommato, potevano essere considerati favoriti.
Gara 1 a Boston fu estremamente combattuta, e si chiuse con la vittoria di misura degli ospiti per 104 a 102; la risposta dei ragazzi di Auerbach fu pronta: uno stordente 136 a 112 a pareggiare la serie, che a quel punto si spostò a St. Louis. Fu nella terza partita di finale che accadde il fattaccio: sul 49-49 Russell saltò per contrastare il tentativo di tiro di Pettit e cadde pesantemente e malamente sul piede destro procurandosi una seria distorsione alla caviglia (in seguito nell'ambiente si sussurrò fosse addirittura una frattura) che lo costrinse a lasciare il campo. Nonostante la prestazione coraggiosa degli orfani del grande Bill, gli Hawks vinsero 111 a 108.
Ora la situazione era veramente drammatica: senza Loscutoff e, soprattutto, senza Russell, sotto le plance rimaneva il solo Heinsohn, peraltro non un gigante, al quale cercava di dare un minimo d'aiuto la vecchia gloria Arnie Risen (all'ultimo anno da professionista). Poco per contrastare la possente frontline degli avversari. Ciononostante i biancoverdi vendettero cara la pelle, prima espugnando il Kiel Auditorium con un incredibile (date le circostanze) 109 a 98, poi cedendo in casa con un onorevolissimo 102 a 100 al Garden, quando una eventuale vittoria sarebbe stata salutata come un mezzo miracolo.
In gara 6 Russell venne schierato in campo, ultimo tentativo di contrastare un fato palesemente avverso. Ovviamente la mobilità del centro biancoverde risultò enormemente ridotta; a dare il colpo di grazia alle scarse speranze dei Celtics arrivò una memorabile prestazione di Pettit che segnò 19 punti già prima dell'intervallo, quando il risultato era di 57 a 52. Un monumentale Cousy ben spalleggiato da Sharman si prese sulle spalle la squadra fino a portarla, in apertura del quarto finale, avanti di due punti (86-84), ma quella sera sarebbe andato in scena il capolavoro dell'alfiere degli Hawks che, nonostante fosse sistematicamente raddoppiato e triplicato, segnò 18 degli ultimi 21 punti dei suoi per un totale stratosferico di 50, compreso il tap in decisivo, quello del 110 a 107 quando il cronometro segnava -15 secondi. A nulla valse l'eroica prestazione dei Celtics menomati: il risultato finale fu 110 a 109 e la storia ratificò il primo e ultimo titolo degli Hawks nella storia dell'NBA.
Molti addetti ai lavori sostennero che, con Russell in salute, la finale avrebbe preso tutt'altra piega. La risposta di Auerbach fu: "Si possono sempre trovare delle scuse...ci hanno semplicemente battuti". La classe non è acqua, soprattutto se a confronto mettiamo chi, per giustificare una sconfitta tira in ballo presunti falsi infortuni e battute di terz'ordine su guaritori negli spogliatoi avversari. Altri tempi, altri uomini.



