Angelo ci accompagna alla conquista del secondo titolo NBA nella stagione 1958-59.
Reduci dal passo falso dell'anno precedente (passo falso peraltro fortemente favorito dalla sfortuna), i Celtics si ripresentarono ai nastri di partenza del campionato 1958-59 ancora da favoriti, nonostante la sconfitta patita in finale contro i St.Louis Hawks pochi mesi prima. La formazione titolare non presentava novità particolari, con Russell, Heinsohn, Loscutoff, Sharman e Cousy a farci ricordare tutte le implicazioni della parola "leggenda". Anche in panchina niente di nuovo, con il sesto uomo Ramsey, Sam Jones (che stava imboccando la strada per la Hall of Fame) e Gene Conley (nella foto), un'ala forte in grado di giocare anche da centro scelta al draft del 1952 che si apprestava a giocare il suo secondo anno di NBA in sostituzione del ritirato Arnie Risen, l'uomo che aveva fatto da balia a Bill Russell nel suo anno da rookie.
Come? Scelto nel 1952, al secondo anno nel 1958? Ebbene si, perchè il nostro Eugene, che giocò altre 5 stagioni in NBA chiudendo nel 1964 all'ombra della Statua della Libertà, aveva un'altra passione, il baseball...e non a livello amatoriale: stiamo parlando dell'unico uomo al mondo capace di diventare campione in due sport diversi, ovvero con i Milwaukee Braves nel 1957 e con i Celtics in tre occasioni, dal 1959 al 1962. En passant, ebbe l'onore di calcare per ben tre volte il diamante dell'All Star Game.
Tutto qui, anzi no, non sarebbe opportuno dimenticare un rookie di ritorno dal servizio militare: scelto nel fruttuosissimo draft del 1956 (sì, quello che aveva portato a Boston Bill Russell e Tom Heinsohn), un metro e ottantacinque centimetri, modesto tiratore che quell'anno giocò una media di 12 minuti abbondanti a partita...un comprimario? Non esattamente: quell'omino nato in Texas ma emigrato in California da bambino sarebbe diventato l'uomo da francobollare alla guardia più pericolosa degli avversari, uno dei difensori leggendari della sessantennale storia dell'NBA, il guastatore che avrebbe contribuito alla conquista di 8 titoli su 9 di carriera,
Hall Of Famer dal 1989, ovvero il secondo Jones, K.C. per la precisione (nell'immagine viene "scozzonato" dall'amico Bill Russell che lo ospitò a casa sua nella stagione da rookie).
Ancora una volta otto squadre al via della regular season: ad est i Celtics non sembravano avere rivali credibili anche se sulla carta i Philadelphia Warriors avrebbero potuto creare più di un problema; d'accordo, la squadra era ormai in fase calante dopo il titolo conquistato tre anni prima, ma rimanevano Arizin (che chiuse la stagione con 26.4 punti e 9.1 rimbalzi a partita, migliore annata nella sua lunga e gloriosa carriera), il centro Johnston, Tom Gola e l'ex Rookie of The Year Woody Sauldsberry.
In più al draft venne scelto un giovanotto che, in coppia con Wilt Chamberlain, avrebbe in seguito formato l'ossatura di una squadra fortissima che nel '64 sarebbe arrivata alla finale NBA contro i Celtics, ovvero Guy Rodgers, professione playmaker vecchio stampo. Non fu mai un grandissimo realizzatore ma un passatore d'eccezione, che avrebbe guidato per due volte la lega in tema di assists piazzandosi al secondo posto per ben sei volte in dodici anni di NBA. Purtroppo il grave infortunio al ginocchio che troncò bruscamente la carriera di Johnston, unito al non felicissimo cambio di allenatore (da George Senesky, colui che aveva portato Phila al titolo, ad Al Cervi, peraltro già vincitore di un campionato con i Syracuse Nationals), costrinse i Warriors a un'umiliante ultima posizione di conference a 32 vinte e 40 perse.
Anche i Syracuse Nationals, dopo l'ottimo record dell'anno precedente (41-31), non riuscirono a fare il salto di qualità nonostante avessero pescato il jolly durante il draft, quando con la pick numero 13 si erano aggiudicati colui che sarebbe diventato una delle migliori guardie degli anni '60, Hal Greer. Greer, l'uomo che tirava i liberi con la tecnica del jump shot e l'unico afroamericano proveniente dal West Virginia a essere incluso in una Hall of Fame ma soprattutto l'uomo che superò i 20,000 punti in carriera e che partecipò a 10 All Star Game consecutivi, andò a incastrarsi in una formazione che già poteva contare su una frontline di tutto rispetto formata dall'altro Hall Of Famer Dolph Schayes e da Redd Kerr (in due raggiunsero quell'anno la rimarchevole cifra di 39.1 punti e 27.4 rimbalzi). A stagione iniziata, inoltre, accasarono a Detroit Ed Conlin in cambio di George Yardley, altro giocatore per il quale 20 punti a partita erano la normalità. Ebbene, con tutto questo ben di Dio, la squadra non riuscì a fare nulla di meglio di un modestissimo 35-37.
A raccogliere i frutti delle deludenti antagoniste furono i Knicks che, pur senza azzeccare nomi importanti al draft riuscirono a centrare una stagione convincente; grande parte del merito va riconosciuta al nuovo coach Andrew Levane che sostituì il defenestrato "paisà" Vince Boryla portando il record da 35-37 a 40-32, giusto alle spalle (seppure a distanza di sicurezza) dei Celtics per un insperato secondo posto di Division. Squadra solida ma senza grandi nomi, poteva contare sull'ala grande Kenny Sears (che azzeccò la migliore annata della sua carriera), capace di finire la regular season con 21 punti e 9 rimbalzi abbondanti a gara. Di rilievo anche l'impatto di Willie Naulls, centro molto sottodimensionato in grado di superare abbondantemente la doppia cifra di media per rimbalzi. In pratica l'unico campione presente era Richie Guerin, guardia dal tiro mortifero, eccellente passatore e rimbalzista (18.2 punti, 5.1 assist e 7.2 rimbalzi quell'anno).
I Celtics, come da pronostico, dominarono con un eloquente record di 52 vittorie e 20 sconfitte. Russell chiuse la stagione con la solita mostruosa media-rimbalzi (23, ovviamente primo della lega), Cousy sfornò 8.6 assists (idem) e Sharman 20.4 punti. I tre furono anche inseriti nel miglior quintetto NBA.
In più al draft venne scelto un giovanotto che, in coppia con Wilt Chamberlain, avrebbe in seguito formato l'ossatura di una squadra fortissima che nel '64 sarebbe arrivata alla finale NBA contro i Celtics, ovvero Guy Rodgers, professione playmaker vecchio stampo. Non fu mai un grandissimo realizzatore ma un passatore d'eccezione, che avrebbe guidato per due volte la lega in tema di assists piazzandosi al secondo posto per ben sei volte in dodici anni di NBA. Purtroppo il grave infortunio al ginocchio che troncò bruscamente la carriera di Johnston, unito al non felicissimo cambio di allenatore (da George Senesky, colui che aveva portato Phila al titolo, ad Al Cervi, peraltro già vincitore di un campionato con i Syracuse Nationals), costrinse i Warriors a un'umiliante ultima posizione di conference a 32 vinte e 40 perse.
Anche i Syracuse Nationals, dopo l'ottimo record dell'anno precedente (41-31), non riuscirono a fare il salto di qualità nonostante avessero pescato il jolly durante il draft, quando con la pick numero 13 si erano aggiudicati colui che sarebbe diventato una delle migliori guardie degli anni '60, Hal Greer. Greer, l'uomo che tirava i liberi con la tecnica del jump shot e l'unico afroamericano proveniente dal West Virginia a essere incluso in una Hall of Fame ma soprattutto l'uomo che superò i 20,000 punti in carriera e che partecipò a 10 All Star Game consecutivi, andò a incastrarsi in una formazione che già poteva contare su una frontline di tutto rispetto formata dall'altro Hall Of Famer Dolph Schayes e da Redd Kerr (in due raggiunsero quell'anno la rimarchevole cifra di 39.1 punti e 27.4 rimbalzi). A stagione iniziata, inoltre, accasarono a Detroit Ed Conlin in cambio di George Yardley, altro giocatore per il quale 20 punti a partita erano la normalità. Ebbene, con tutto questo ben di Dio, la squadra non riuscì a fare nulla di meglio di un modestissimo 35-37.
A raccogliere i frutti delle deludenti antagoniste furono i Knicks che, pur senza azzeccare nomi importanti al draft riuscirono a centrare una stagione convincente; grande parte del merito va riconosciuta al nuovo coach Andrew Levane che sostituì il defenestrato "paisà" Vince Boryla portando il record da 35-37 a 40-32, giusto alle spalle (seppure a distanza di sicurezza) dei Celtics per un insperato secondo posto di Division. Squadra solida ma senza grandi nomi, poteva contare sull'ala grande Kenny Sears (che azzeccò la migliore annata della sua carriera), capace di finire la regular season con 21 punti e 9 rimbalzi abbondanti a gara. Di rilievo anche l'impatto di Willie Naulls, centro molto sottodimensionato in grado di superare abbondantemente la doppia cifra di media per rimbalzi. In pratica l'unico campione presente era Richie Guerin, guardia dal tiro mortifero, eccellente passatore e rimbalzista (18.2 punti, 5.1 assist e 7.2 rimbalzi quell'anno).
I Celtics, come da pronostico, dominarono con un eloquente record di 52 vittorie e 20 sconfitte. Russell chiuse la stagione con la solita mostruosa media-rimbalzi (23, ovviamente primo della lega), Cousy sfornò 8.6 assists (idem) e Sharman 20.4 punti. I tre furono anche inseriti nel miglior quintetto NBA.
Ad Ovest la situazione era molto simile, ovvero una squadra favoritissima e le altre ad inseguire a distanza siderale: gli Hawks iniziarono la stagione da campioni NBA avendo sconfitto i Celtics nelle Finals dell'anno precedente, un 4-2 che aveva lasciato nei biancoverdi l'amaro in bocca per quello che avrebbe potuto essere il risultato senza le pesanti assenze nelle fasi cruciali di Loscutoff e , soprattutto, di Russell che avevano lasciato sguarnito il reparto lunghi. A dire il vero St.Louis si presentò ai nastri di partenza con non pochi cambiamenti: innanzitutto il ritiro di Ed Macauley, il leggero ma efficace ex-Celtic, ideale complemento per il solido e talentuoso Pettit; in secondo luogo la mancata conferma di coach Hannum, colpevole di aver richiesto un maggior controllo sulla squadra che il proprietario Ben Kerner non era disposto a concedere. Dapprima Kerner diede l'incarico a Andy Phillip, poi, dopo poche gare, allo stesso Ed Macauley. Ultima variazione l'arrivo da Minneapolis di Clyde Lovellette (che a fine carriera avrebbe avuto una breve militanza a Boston), uno dei primi centri non statici, capace di giostrare lontano da canestro grazie a un affidabile tiro dalla media distanza che gli permetteva di mettere in difficoltà le difese portando il lungo avversario fuori posizione.
Per il resto il quintetto era sostanzialmente lo stesso, con un Pettit nominato MVP stagionale e capace di 29.2 punti e 16.4 rimbalzi a partita, ben coadiuvato da Cliff Hagan, guardia di 1.93, secondo miglior marcatore e, soprattutto, secondo miglior rimbalzista della squadra (rispettivamente 23.7 punti e 10.9 rimbalzi). Date queste premesse e considerando lo scarso valore assoluto delle dirette rivali non è difficile immaginare il come e il perchè gli Hawks vinsero la conference a mani basse con 49 vittorie e 23 sconfitte, non molto lontani dagli arcinemici di Boston.
Per il resto il quintetto era sostanzialmente lo stesso, con un Pettit nominato MVP stagionale e capace di 29.2 punti e 16.4 rimbalzi a partita, ben coadiuvato da Cliff Hagan, guardia di 1.93, secondo miglior marcatore e, soprattutto, secondo miglior rimbalzista della squadra (rispettivamente 23.7 punti e 10.9 rimbalzi). Date queste premesse e considerando lo scarso valore assoluto delle dirette rivali non è difficile immaginare il come e il perchè gli Hawks vinsero la conference a mani basse con 49 vittorie e 23 sconfitte, non molto lontani dagli arcinemici di Boston.
Alle spalle di St.Louis il nulla: ormai allo sbando Royals e Pistons, l'unica formazione capace di sollevarsi dalla mediocrità furono i Minneapolis Lakers, grazie a un ragazzino di 24 anni prima scelta all' ultimo draft: tale Elgin Gay Baylor (nella foto), uno dei più forti giocatori di ogni epoca. Baylor, 1.96 di grande velocità ed esplosività, nonostante fosse un rookie si prese sulle spalle la squadra e, con una media di 24.9 punti e 15 rimbalzi a partita la portò di peso ai playoffs (e, fatto non marginale, salvandola dalla bancarotta come ammise in seguito il proprietario Bob Short), meritandosi lo scontatissimo riconoscimento di Matricola dell'Anno, l'inserimento nel primo quintetto e la convocazione all'All Star Game.
E dire che il resto della squadra non era certo di livello eccelso: l'unico personaggio di rilievo era il vecchio Vern Mikkelsen, ultimo reduce dei grandi Lakers di Mikan, grande difensore ma ormai all'ultimo anno da professionista. Per il resto tanti onesti comprimari ma nessun fuoriclasse. Ciononostante, pur con un record per nulla impressionante (33-39) Minneapolis si classificò al secondo posto.
I playoffs, come l'anno precedente, prevedevano un turno preliminare tra le seconde e terze di ogni conference con la vincitrice di questo spareggio che avrebbe incontrato nella finale le due corazzate Celtics e Hawks. A spuntarla contro i Knicks furono, sorprendentemente ma non troppo data la differenza di classe a discapito del piazzamento di regular season, i Nationals, mentre ad Ovest i Lakers ebbero ragione dei Pistons. La finale pareva comunque già annunciata e in pochi avrebbero scommesso un solo centesimo su un esito diverso da Boston-St.Louis.
Per i Celtics le cose sembrarono effettivamente mettersi subito sul giusto binario dato che sconfissero senza troppi patemi gli avversari per 131 a 109. Tutto facile? Nemmeno per sogno, anche se la successiva sconfitta in trasferta dopo una gara sempre giocata punto a punto (118 a 120) sembrò solamente un incidente di percorso. In realtà la serie divenne un estenuante tentare l'allungo da parte dei biancoverdi tra le mura amiche, sistematicamente raggiunti grazie alle straordinarie prestazioni di Schayes (che per larghi tratti fece vedere i sorci verdi a Russell e Heinsohn) e Yardley. Per i due Hall Of Famer, rispettivamente, 28.2 e 25.1 punti a partita. Fu così che si giunse a gara 7, al Garden.
Nell'ambiente di Boston si respirava comunque un palpabile ottimismo: in fin dei conti nelle tre partite in casa il divario era stato, rispettivamente, di 22, 22 e 21 punti. Gara 7 al contrario non fu una passeggiata: all'intervallo i Nationals erano sopra di 8 punti e molte certezze si stavano sfaldando. Johnny Most, voce storica della Beantown baskettara ricorderà in seguito: "Sembrava che la dinastia dovesse finire ancor prima di iniziare. Nel secondo tempo fu la partita più bella che io ricordi".
I Celtics iniziarono a macinare il loro gioco ma trovarono un quintetto avversario che, nonostante il prepotente ritorno dei biancoverdi (che recuperarono e passarono avanti nel terzo quarto), ebbero la forza di rimanere agganciati fino ai secondi finali: Il risultato fu 130 a 125 per la squadra di casa. Subito dopo quella gara, come ricordò Schayes: "Cousy disse che avrebbero battuto Minneapolis in quattro gare, e così fecero".
Già, non St.Louis, perchè a dispetto di tutti i pronostici Elgin Baylor fece il miracolo: l'inizio fu ben poco preoccupante per Pettit e compagni, con una vittoria casalinga di schiacciante superiorità, un 124 a 90 che lasciava ben poche speranze agli avversari; non preoccupò troppo nemmeno la sconfitta del Minneapolis Auditorium in gara 2 (106 a 98), specie perchè seguita da un'altra lezione di basket a St.Louis (127 a 97). Ma il deragliamento era vicino e, dopo il punto del 2-2 nel freddo del Minnesota, indizio già abbastanza preoccupante, la serie venne definitivamente sparigliata in una partita combattutissima, vinta al supplementare dai Lakers in trasferta per 98 a 97. Incredibilmente il match point passava nelle mani della squadra sfavorita alla vigilia, che aveva la possibilità di chiudere la questione davanti al pubblico di casa: gli Hawks vendettero cara la pelle, ma dovettero arrendersi di misura (106 a 104).
Ed ecco quindi l'inaspettata finale, prima assoluta del binomio Celtics-Lakers, ovvero le due squadre che, insieme, hanno conquistato metà dei campionati NBA finora giocati.
Quell'anno la serie appariva già chiusa in partenza ma dopo il risultato delle due finali di Division e lo scalpo eccellente conquistato da Minneapolis era evidente che la concentrazione dovesse essere mantenuta sopra il livello di guardia.
Le forze in campo erano in effetti piuttosto squilibrate: da una parte una batteria di campioni già affermati e all'apice della carriera (Sharman, Cousy, Ramsey, Loscutoff) e di giovani già grandissimi o che lo sarebbero diventati presto (Russell, i due Jones); dall'altra un piccolo fenomeno (Baylor), una vecchia gloria (Mikkelsen) e qualche buon comprimario (su tutti Dick Garmaker - nella foto superato in palleggio da Sharman - guardia "indigena" dalle mani educate e buon difensore e Larry Foust, centro di esperienza).
Aggiungiamo pure che in regular season i Celtics avevano battuto gli avversari otto volte su otto incontri, compreso un terrificante 173 a 139 (il 27 febbraio 1959, seppur fossero privi di Russell, con 43 punti di Heinsohn e 29 di Sharman) che aveva anche scatenato un'imbarazzante (per gli sconfitti) indagine ufficiale atta a controllarne la regolarità, regolarità che venne peraltro confermata.
Le forze in campo erano in effetti piuttosto squilibrate: da una parte una batteria di campioni già affermati e all'apice della carriera (Sharman, Cousy, Ramsey, Loscutoff) e di giovani già grandissimi o che lo sarebbero diventati presto (Russell, i due Jones); dall'altra un piccolo fenomeno (Baylor), una vecchia gloria (Mikkelsen) e qualche buon comprimario (su tutti Dick Garmaker - nella foto superato in palleggio da Sharman - guardia "indigena" dalle mani educate e buon difensore e Larry Foust, centro di esperienza).
Aggiungiamo pure che in regular season i Celtics avevano battuto gli avversari otto volte su otto incontri, compreso un terrificante 173 a 139 (il 27 febbraio 1959, seppur fossero privi di Russell, con 43 punti di Heinsohn e 29 di Sharman) che aveva anche scatenato un'imbarazzante (per gli sconfitti) indagine ufficiale atta a controllarne la regolarità, regolarità che venne peraltro confermata.
Fu così che il 4 aprile del 1959 ebbe inizio la finale: i Lakers opposero una fiera resistenza al Garden con Baylor che creò più di un problema a Heinsohn in virtù della sua incredibile velocità. D'altra parte Minneapolis non aveva nessun lungo credibile per fronteggiare lo strapotere fisico di Bill Russell; il risultato fu un combattuto 118 a 115 per la squadra di casa. Gara 2, ancora a Boston, fu decisamente più semplice (128 a 108).
Ora le speranze dei campioni della Western Division erano legate a un'improbabile doppietta casalinga per tenere aperta la serie, ma quell'anno (e per molti anni ancora a venire) i ragazzi di Auerbach si dimostrarono troppo superiori, chiudendo il primo "sweep" in Finale nella storia dell'NBA con un 123 a 120 ed un 118 a 113. In seguito Auerbach rammentò: "Walter Brown stava appena alzando la testa dalle difficoltà economiche di inizio anni '50, e quando vincemmo le prime due gare di Finale qualcuno gli consigliò di perdere una o due partite in modo da poter contare su qualche incasso in più. La sua reazione fu rabbiosa: zittì il malcapitato e noi vincemmo il titolo a Minneapolis".
Per Boston fu il riscatto dalla delusione dell'anno precedente, ma fu soprattutto il primo di otto incredibili titoli consecutivi. La Dinastia era ufficialmente iniziata.




