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Arriva Chamberlain

Pubblicato da Angelo Merendi martedì 30 giugno 2009


I Celtics aprono gli Anni Sessanta con il loro il loro terzo titolo. Ad Angelo il piacere di raccontarlo... 


Gli anni '60. Un decennio per molti versi irripetibile in cui il mondo intero parve essere pervaso da un fermento inarrestabile: come non ricordare i terremoti socio/politici, Malcolm X, Martin Luther King, Kennedy, il Vietnam, la crisi dei missili di Cuba, il '68 e tutto quello che ancora oggi significa...oppure la musica: i Pink Floyd, i Deep Purple, Woodstock, Hendrix, il binomio Beatles-Rolling Stones. L'unico campo in cui quegli anni furono monotoni in maniera imbarazzante (per gli avversari dei Celtics) fu l'universo dell'NBA: 9 titoli su 10, un dominio assoluto che non ha eguali nella storia dello sport professionistico americano.
Il campionato 1959-60 rappresentò il secondo di otto trionfi consecutivi conquistati grazie allo zoccolo duro dei grandissimi campioni di Auerbach, i Russell, gli Heinsohn, i Jones, i Cousy, gli Sharman...e ci fermiamo qui, perchè la lista completa sarebbe veramente troppo lunga.


Quell'anno il roster era sostanzialmente lo stesso che aveva atterrato i Lakers di un rampante Elgin Baylor con il primo sweep della storia in una finale NBA. Quintetto stellare con Russell, Heinsohn, Sharman, Cousy e Sam Jones a dividersi minuti con il più esperto Ramsey. Nessuno dei rookie acquisiti quell'anno riuscì a ritagliarsi uno spazio nella storia, ma visto il ben di Dio su cui si poteva contare questo non appariva certo un problema insormontabile. La stagione regolare fu una marcia trionfale, sempre al comando della Eastern Division: dopo 5 settimane il record recitava 13-2 e dal 28 novembre al 30 Dicembre del 1959 la squadra inanellò una serie strepitosa di 17 vittorie consecutive con uno scarto medio di 13 punti abbondanti. In quell'epoca si segnava più di adesso, d'accordo, ma prima dell'inizio dei playoffs Boston aveva "timbrato" meno di 100 punti una sola volta, peraltro vincendo 96-82 sull'ostico campo dei sempre temibili Hawks.
Come è facile intuire, alla fine il record fu il migliore della lega con 10 gare di vantaggio sui Philadelphia Warriors.


Unica nota negativa le croniche noie alla schiena per Loscutoff, che venne impiegato solo in 28 partite, peraltro senza mai incidere in maniera evidente. Di contro Russell giocò una delle sue migliori stagioni con 18.2 punti e 24 (sì, ventiquattro) rimbalzi a partita; Heinsohn, ormai nel pieno della sua maturazione tecnica e agonistica non fu da meno, rispettivamente con 21.7 punti e 10.6 rimbalzi. Anche la coppia di guardie ultratrentenni Sharman e Cousy si divertì nel tiro a segno biancoverde: Bill terminò con 19.3 punti e Cooz ne mise 19.4 (e 9.5 assist, che rappresentano il suo career high per una stagione). Considerando la continua crescita del "terzo anno" Sam Jones, ancora in doppia cifra mentre lasciava intravvedere le doti che ne avrebbero fatto un tiratore leggendario, nonchè le sempre più evidenti qualità del "gemello" K.C. Jones, sophomore a cui Red regalò quasi 20 minuti di media a partita, beh, non si può che rilevare come il cielo sopra Boston fosse azzurro, anzi, verde più che mai. A fine stagione Cousy ricevette il contrattuale inserimento nel primo quintetto NBA, mentre Russell e Sharman dovettero accontentarsi del secondo


A distanza di sicurezza, come detto, si piazzarono i Philadelphia Warriors (49-26), ben 17 vittorie in più rispetto alla stagione precedente. In verità i 32 successi del campionato 1958-59 parevano troppo pochi dato il roster di ottima qualità: Guy Rodgers, playmaker dalla visione di gioco a 11 decimi, uno dei migliori interpreti dell'assist di quel decennio; il fromboliere Paul Arizin, trentenne ma già nella storia dell'NBA con stagioni a ripetizione sopra i 20 punti; Woody Sauldsberry, versatile lungo già rookie of the year nel 1958 (e che sarebbe passato per Boston); Tom Gola, all around player "ante litteram", un 1.98 capace di passare, tirare, difendere ed andare a rimbalzo. Purtroppo mancava un centro "di peso" capace di battagliare con le attrezzate frontline della Eastern Conference (Russell e Heinsohn dei Celtics, Schayes e Kerr dei Royals).
Come i Celtics tre anni prima quando avevano acquisito "Tommy Gun", anche i Warriors approfittarono della territorial pick mettendo le mani su un centro di 2.16, un ragazzone dall'università del Kansas che se la sarebbe cavata "discretamente" in tre lustri di carriera: Wilton Norman Chamberlain (nella foto in uno dei primi scontri con Russell), un terremoto che avrebbe scosso alle fondamenta la lega professionistica e da subito, da rookie: 37.6 punti a partita (primo nella relativa classifica), 27 rimbalzi (idem), contemporaneamente rookie of the year e MVP. Non male come biglietto da visita.
Nella storia del basket a stelle e strisce divenne ben presto sinonimo di "dominante" e fu per lunghi anni l'ostacolo che i Celtics dovettero scavalcare per portare a casa il titolo. I suoi numeri restano tuttora impressionanti: 14 All Star Game consecutivi, 50.4 punti di media nella stagione 1961-62 (e per chi pensasse a un giocatore egoista, nel 1968 smazzò più di 8 assist), miglior realizzatore per 7 anni consecutivi (dal 1960 al '66), 4 volte MVP, tutt'ora leader all time nella categoria rimbalzi con più di 23.000 carambole. Fu l'unico giocatore che costrinse Auerbach a studiare un sistema di difesa "dedicato". Basti un aneddoto per descrivere che cosa poteva voler dire affrontarlo sul parquet: un giorno Tom Meschery, allora ai Sonics ma già compagno di squadra di Wilt ai Warriors, si trovò a tentare il jumper di fronte a Chamberlain: una, due, tre, quattro finte, jumper, stoppata; riprese la palla, altra finta, altro jumper, altra stoppata; a quel punto, frustrato, si fiondò contro il numero 13 mulinando i pugni; il gigante non si scompose e approfittando delle braccia lunghissime gli mise una mano sulla fronte, tenendolo lontano come nella più classica scena da film comico. Dopo qualche secondo, disse: "Ora è abbastanza". Meschery si fermò. E ci fermiamo anche noi, per non rischiare di trasformere un articolo sul campionato 1959-60 in una biografia non autorizzata di questo indimenticato e indimenticabile campione.
Alle spalle dei Warriors si classificarono gli ottimi Syracuse Nationals, squadra di alto livello con l' unico torto di giocare nella eastern division, il gruppo di gran lunga più competitivo. Il quintetto composto da Schayes, Kerr, Yardley, Greer e Costello, nonostante la carriera del terzo fosse al capolinea e Greer, sophomore, stesse ancora compiendo quella crescita che lo avrebbe portato ad essere l'hall of famer dal jump shot glaciale e dalle penetrazioni inarrestabili, riuscì a terminare la regular season con un rispettabilissimo record di 45-30.
Ad Ovest, esclusi i soliti Hawks, un pianto: basti pensare che al secondo e terzo posto Pistons e Lakers si qualificarono per la postseason rispettivamente con record di 30-45 e 25-50. I primi, che si accingevano a lasciare Minneapolis per la solatìa Los Angeles, reduci dall'incredibile finale raggiunta l'anno precedente si presentarono ai nastri di partenza più o meno con lo stesso quintetto salvo poi stravolgerlo a stagione in corso.
Ai nastri di partenza non si presentò coach John Kundla, colui che aveva accompagnato la squadra per 11 anni consecutivi contribuendo alla conquista di 5 titoli. Al suo posto John Castellani (silurato dopo un non indimenticabile 11-25 iniziale) e Jim Pollard, che non fece molto meglio del predecessore. In campo, stante il ritiro della vecchia gloria Vern Mikkelsen (reduce della dinastia targata Mikan) e le cessioni cammin facendo di Foust (agli Hawks) e Garmaker (ai Knicks), di fatto gli unici reduci della finale dell'anno precedente erano Elgin Baylor e il play "Hot Rod" Hundley. A tappare le falle contribuirono in maniera sostanziale i due rookie Rudy  La Russo, ala forte che avrebbe chiuso la stagione con una quasi doppia doppia di media e Tom Hawkins. Per sostituire il piccolo Garmaker arrivò via Syracuse Nationals la guardia Frank Selvy. Va da sè che a tirare la carretta per tutta la regular season fu Baylor, capace nel suo anno da sophomore di terminare la stagione regolare con 29.6 punti e 16.4 rimbalzi a partita.
Anche in casa Pistons c'era poco di cui sorridere: la mano caldissima di Gene Shue (22.8 punti a gara) non poteva certo risollevare una squadra dal talento non eccelso, nonostante l'arrivo di un rookie di belle speranze che avrebbe ben figurato anche in maglia Celtics contribuendo alla conquista dei titoli del 1968 e del 1969. Stiamo parlando di Bailey Howell: i suoi marchi di fabbrica un gancio proverbiale, attitudine al rimbalzo e stakanovistica etica del lavoro. Un cecchino da quasi 18.000 punti in 12 anni di carriera.

E gli Hawks? Come al solito partirono come unici favoriti per il successo nella western conference, sostanzialmente per assenza di avversari: rispetto alla squadra che fu campione nel 1958 molti volti erano cambiati: non quelli di Bob Pettit e Cliff Hagan, i due migliori realizzatori con 26.1 e 24.8 punti a partita. Mancavano invece all'appello Ed Macauley (ora allenatore per il secondo anno), Jack Coleman e Chuck Share. Tra gli arrivi, Dave Piontek, ala piccola in arrivo da Cincinnati, Larry Foust e il rookie Bob Ferry. Oltre a Pettit e Hagan anche Clyde Lovellette, centro acquisito l'anno precedente, ebbe una stagione di tutto rispetto con 20.8 punti e 10.8 rimbalzi a partita. Il record fu un 49-26 abbondantemente sufficiente a garantire il primo posto nella Western Division.


Ma veniamo ai playoffs: ad est la corazzata di Auerbach, ammessa direttamente alla finale di Division in virtù del miglior record, attese il verdetto della sfida Syracuse-Philadelphia per conoscere il proprio avversario. I Warriors ebbero la meglio in tre gare aprendo le porte alla prima di moltissime epiche battaglie che avrebbero creato una delle più accese rivalità della storia NBA. La serie fu tirata ma sempre abbastanza in controllo per i Celtics, che vinsero gara 1 in casa (111-105) e, dopo essere stati sconfitti a Philadelphia (105-110), piazzarono un uno-due micidiale (120-90 al Garden e 112-104 in trasferta) che ipotecò il passaggio del turno. Il primo match point non fu sfruttato a causa di una prestazione un po' troppo distratta che fruttò una netta sconfitta tra le mura amiche, un 128-107 che fece arrabbiare non poco Red. La contesa si spostò ancora una volta alla Convention Hall, che 11.000 tifosi si apprestavano a trasformare in una bolgia per spingere i propri beniamini a riaprire completamente un discorso che fino a due giorni prima era da considerarsi chiuso. La gara fu tiratissima e i Celtics la spuntarono solo sulla sirena, 119-117 grazie a un canestro di Heinsohn.


La finale come da copione fu ancora una volta una questione privata tra Boston e St.Louis. Gli Hawks in verità, soffrirono oltre ogni immaginazione per aver ragione dei Lakers, che si trasformarono ancora una volta durante i playoffs, prima eliminando i Pistons senza patemi, poi, appunto, mettendo alla frusta i più titolati avversari.


Dopo una gara 5 casalinga persa dagli Hawks per 117-110  all'overtime sembrava che l'inerzia fosse tutta di Minneapolis, in vantaggio per 3-2 e con il punto decisivo da conquistare tra le mura amiche. Pettit e compagni si videro costretti a tentare il tutto per tutto cercando di recuperare il play titolare Slater Martin (nella foto mentre difende su Cousy nelle Finali del 1960), trentaquattrenne e insostituibile metronomo della squadra. Martin ebbe una stagione sfortunata, costellata di incidenti: prima un infortunio durante l' All Star Game che lo costrinse a una degenza di alcune settimane, poi un brutto stiramento muscolare. In quella gara 6 non avrebbe dovuto giocare, ma Ben Kerner, owner della squadra gli chiese di giocare con un'iniezione di novocaina. Il giocatore accettò, contribuì al 117-96 che riaprì la serie, ma non potè giocare altre gare. La settima si chiuse con un'altra vittoria per St.Louis (97-86) che concluse la rimonta ma il prezzo pagato, ossia il sacrificio di Martin, era molto alto. Per stessa ammissione di Cousy fu uno dei pochi avversari a rendergli la vita difficile grazie all'incredibile velocità: Green e McCarthy, i sostituti, non avevano nè la classe, nè la personalità per tentare di approcciare Cooz.
Il pronostico nella terza finale tra le due squadre in quattro anni appariva a senso unico, anche per coach Macauley che, fuori dalle roboanti dichiarazioni ufficiali, in privato manifestò più volte il proprio pessimismo. Gara 1 in effetti si concluse con un eloquente 140-122. Come spesso accade, però, il buon giorno NON si vede dal mattino, perchè gli Hawks, guidati da un Pettit in forma smagliante impattarono la serie violando il Garden (113-103). Era quindi indispensabile per i biancoverdi una prova di forza al Kiel Auditorium, e prova di forza fu: 102-86. St.Louis vinse la seconda gara casalinga 106-96 e, per le due partite successive, i risultati seguirono il fattore campo: 125-102 Celtics e poi 105-102 Hawks.
Il 9 aprile andò in scena gara 7. Per una volta niente pathos, fu una passeggiata (o quasi, 122-103) condotta sempre in controllo: Russell chiuse con 22 punti, 35 rimbalzi e 4 assist, Ramsey 24 punti e 13 rimbalzi, Heinsohn 22 punti e 8 rimbalzi. Cousy, senza Martin a contrastarlo, terminò con 19 punti e 14 assist. Il confronto di squadra alla voce rimbalzi fu un impietoso 83-47.
Quella sera venne messo in archivio il terzo titolo dei Celtics, il secondo consecutivo, il penultimo della lunga rivalità contro Pettit e i suoi Hawks. La dinastia era giovane e il futuro luminoso.


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