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#18 Jim Loscutoff

Pubblicato da Fabio Anderle martedì 23 giugno 2009

Dov'è che 6.2 punti e 5.6 rimbalzi di media in carriera sono sufficienti a far ritirare la tua maglietta? Solo ai Celtics, e solo se sei "Jungle Jim" Loscutoff... 



Nella ricca eredità della sua filosofia cestistica Red Auerbach ha lasciato allo sport dei canestri un inestimabile tesoro di esperienze, tecniche, ruoli ed archetipi che sopravvivono all’onta del tempo. Per definire la personalità di James Loscutoff Jr. risulta naturale citarne due, quello di “enforcer” e quello di “whipping boy”. Il “whipping boy”, letteralmente “ragazzo da frustare”, è il giocatore che per carattere non si fa condizionare dalle sfuriate dell’allenatore, e che quindi viene “usato” per far arrivare il messaggio ai compagni più sensibili che, se ripresi, reagirebbero negativamente, mentre il ruolo di un “enforcer” è quello del “poliziotto” che protegge i compagni “sconsigliando” il gioco duro agli avversari con la sola presenza in campo. Nei Celtics dei primi titoli Jim Loscutoff è stato l’epitome di questi due ruoli. In una NBA in cui le risse erano frequenti e le invasioni di campo da parte dei tifosi non erano infrequenti, Auerbach ritagliò al numero 18 un ruolo che in precedenza era stato affidato a Bob Brannum: con stelle del calibro di Ed Macauley e Bob Cousy era opportuno che le avversarie fossero consce del fatto che i Celtics non avrebbero accettato il gioco sporco, ed il compito di Loscutoff fu quello di vigilare che le partite non prendessero la piega sbagliata

In realtà Jim a basket sapeva giocare: nei due anni passati ad Oregon University, aveva battuto tutti i record di rimbalzista, accalappiandone 846 in sole due stagioni.
A chi si stesse chiedendo come mai avesse frequentato l’università per due soli anni, la risposta fornisce un’eloquente prospettiva sulla ruvidità dell’uomo e sul terrore che avrebbe cominciato ad incutere nell’NBA: era entrato nell’esercito ed aveva servito lo stato per tre anni durante la Guerra di Corea. La cosa però non gli impedì, una volta rientrato a casa, di bissare nella stagione da senior la doppia doppia di media in punti e rimbalzi ottenuta nell’anno da matricola con un 19.6 e 17.2 che catturò l’attenzione di Red Auerbach. Il “pilota” dei Celtics era sempre alla ricerca del rimbalzista dominante che avrebbe permesso alla sua squadra di spiccare il volo, ed i “numeri” di Jim erano interessanti. Ecco quindi la chiamata al draft con il numero 4 assoluto.


In una squadra che poteva contare su tiratori come Macauley, Sharman e Cousy le opzioni offensive per Loscutoff erano giocoforza limitate, ma il coach non si sognava nemmeno di valutare l’apporto dei suoi in funzione dei punti segnati. Ecco perché gli 8.3 punti ed 8.8 rimbalzi dell’anno da matricola soddisfecero Auerbach al di là dell’ennesima eliminazione ai playoffs per mano dei Syracuse Nationals. Nell’estate del 1956, però, i Celtics mutarono profondamente con gli arrivi di Bill Russel e Tom Heinsohn. 

A dire il vero Russell si fece vedere a Boston solo a metà dicembre perché prima si era impegnato a portare agli Stati Uniti l’ennesima medaglia d’oro olimpica nei Giochi di Melbourne, ma anche in sua assenza i Celtics partirono con un formidabile 15 vinte – 5 perse, mentre Loscutoff giocava alla grande. I biancoverdi approdarono ai playoffs col vento in poppa, ed i “nemici” di sempre, gli odiati Syracuse Nationals che li avevano eliminati nei tre anni precedenti, vennero spazzati via con un secco tre a zero. In finale le cose non furono altrettanto facili per Boston, ma in una drammatica gara 7 in cui Heinsohn fece registrare 37 punti e 23 rimbalzi, furono un canestro in sospensione di Frank Ramsey e due tiri liberi di Loscutoff a decidere la vittoria finale ed a consegnare ai Celtics la loro prima bandiera. “Fu una partita serrata e combattuta, nei due supplementari” ricorda. “Poi ad un certo punto mi passarono la palla, e Macauley commise un fallo su di me. Lui andò in panchina col sesto fallo, io andai in lunetta. Era il momento che uno sogna per tutta la vita, ed anche se non ero un grandissimo tiratore di liberi, li misi entrambi. Sono passati tanti anni e non ho grandi ricordi su quei due tiri, ma sono sicuro che le mie mani tremassero un pochino”.
E fu la vittoria: il primo titolo della Dinastia, come era giusto che fosse, passò per le mani della “classe operaia” dei Celtics, a dimostrazione che alla fine vince la squadra. Ma Jim  non aveva fatto la differenza solo con quei due tiri sotto pressione: era stato superlativo anche quando la palla pesava meno facendo registrare, seppur con la scarsa percentuale di tiro che contraddistinguerà la sua carriera, medie di 10.6 punti a partita e 10.4 rimbalzi. Il soprannome “Jungle Jim”, che si riferiva ad un avventuriero protagonista di un simpatico fumetto degli anni ’30, gli venne regalato dopo una partita a Syracuse nella quale si era impegnato in una rissa con il centro Johnny Kerr e l’ala muscolare Earl Lloyd. Ne aveva date e prese, ed a fine gara il grande radiocronista Johnny Most lo aveva trovato seduto sul pavimento dello spogliatoio. “Sei ferito”? Gli aveva chiesto ingenuamente Most. “No, non puoi far male all’acciaio” aveva risposto Loscutoff battendosi il petto con un pugno. Da quel giorno e dopo quel pugno sul petto alla Tarzan, per Most il numero 18 era diventato “Jungle Jim”. L’amara realtà è che anche l’acciaio migliore a volte si usura. 



Dopo cinque sole partite della stagione seguente Jim si infortunò gravemente al ginocchio e rimase a guardare mentre i suoi compagni perdevano la finale con gli Hawks, con Russell “scavigliato”. A quei tempi la riabilitazione dei traumi alle articolazioni era ancora agli albori, e c’era una grossa probabilità che la carriera fosse arrivata al capolinea. Ma “Red” Auerbach non mollava i suoi ragazzi. Sottopose Loscutoff a sedute di allenamento durissime e lo maltrattò per saggiarne la resistenza mentale prima che fisica, al punto che il giocatore arrivò ad odiarlo. Un esercizio vedeva Auerbach lanciare la palla a terra ed il giocatore gettarsi a recuperarla, ed a volte “Red” usava il giochino a sproposito, chiamando un paio di giocatori e dicendo loro: “Guardate un po’”. Lasciava quindi cadere la palla e “Jungle Jim” si tuffava a recuperarla, tra i sorrisini ed i colpetti di gomito degli altri Celtics ai quali però non sfuggiva il significato di quello scherzo crudele: Auerbach voleva mostrare loro un esempio di dedizione totale. A causa di trattamenti come questo, “Jungle Jim” per il giorno in cui avesse appeso le scarpette al chiodo stava sviluppando propositi di vendetta nei confronti del coach, ma alla fine si rese conto che Red così facendo gli aveva allungato la carriera permettendogli di giocare per altri di sei anni. Tutti rallegrati da un titolo NBA. 


Ormai era inquadrato nei ruoli che Auerbach aveva creato per lui, e quando scendeva in campo i tifosi avversari lo accoglievano con sonori “boo” di disapprovazione. La fama era quella del duro amato a Boston ed odiato altrove, del giocatore il cui unico scopo era quello di fermare gli avversari usando tutti i mezzi, leciti ed illeciti. Cousy in sua difesa ebbe a dire: “Loscy si dedica alle piccole cose che ti fanno vincere. Porta i blocchi, va a rimbalzo, corre per il campo come un ossesso. E poi sa mettere il tiro dalla media non appena gli passo la palla ed è  smarcato. Per come gioca, è un grande aiuto anche per l’attacco, nonostante siano in pochi a rendersene conto”. Quando si ritirò alla fine della stagione 1964 il suo ruolo era ormai ridotto a brevi comparsate nell’ordine degli otto minuti a partita, e giovani leoni avevano preso il posto del trentaquattrenne guerriero.


Ma nel rispetto di quanto da sempre affermato da Auerbach, cifre di 6.2 punti e 5.6 rimbalzi nel caso di Loscutoff furono sufficienti a garantirgli un posto nel pantheon celtico tra le volte del Boston Garden. Jim, schivo come sempre, rifiutò che il suo numero venisse appeso, dicendo che gli sarebbe piaciuto che un altro giocatore animato da “Celtics Pride” lo indossasse, un giorno. E negli anni ’70 il suo desiderio venne esaudito quando il combattivo Dave Cowens usò proprio il 18 per… rinverdire i fasti passati. Nel frattempo “Jungle Jim” era diventato allenatore universitario del Boston State College, un piccolo ateneo che nonostante la scarsità dei "fondi" riuscì a portare per ben due volte al torneo NCAA. Nel 1978 fu protagonista di una breve esperienza da coach nella prima lega professionistica femminile. 


Troppo leale per un proprietario viscido (in più di una occasione fu Jim a pagare di tasca propria il pasto alle ragazze affamate ed al verde), lasciò definitivamente la panchina per darsi alla vita da pensionato e per concentrarsi sulla sua passione, il golf. Ancora adesso questo signore di 79 anni dalle spalle quadrate e dalla voce profonda non perde occasione per farsi un po’ di buche, che si trovi ad Andover, Massachusetts (dove vive d’estate) o nella sua casa di Naples, Florida. Ha seguito le gesta dei Celtics del diciassettesimo titolo sul suo schermo ad alta definizione, rimanendo piacevolmente impressionato dalla difesa mostrata da Garnett e compagni. E, sempre schivo ed umile, è scoppiato a ridere quando ha cominciato a ricevere le prime telefonate di congratulazioni, dopo la vittoria: “Non riesco proprio a capire cos’abbia fatto io per meritarmi le congratulazioni”. Forse non nei Celtics 2008, “Jungle Jim”, ma quello che hai fatto nei Celtics dal 1955 al 1964 si merita una vagonata di complimenti.

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