Per dare il via al progetto più ambizioso di Italian Celtics Pride, abbiamo bussato alla porta di un nostro amico, Federico Buffa, che ci regala una chicca, ossia un suo importante "contatto" con il mondo dei Celtics. Ma non solo, ci sono altri motivi per cui si tifa per i Celtics.
PREFAZIONE - Federico Buffa
Ho conosciuto Red, Red Auerbach.
Correva l’ottobre del 1983 e i Celtics giocavano in Connecticut una partita prestagionale. Accompagnavo Vito Amato, allora GM della Scavolini Pesaro, un uomo forte e dolce con poca America sui manifesti ma sapeva d’altre razze, lui che era cresciuto in una delle ex colonie dell’Italia che aveva provato a costruire l’Impero.
Correva l’ottobre del 1983 e i Celtics giocavano in Connecticut una partita prestagionale. Accompagnavo Vito Amato, allora GM della Scavolini Pesaro, un uomo forte e dolce con poca America sui manifesti ma sapeva d’altre razze, lui che era cresciuto in una delle ex colonie dell’Italia che aveva provato a costruire l’Impero.
La Scavo era allenata da Pero Skansi, uno spalatino che con gli afroamericani non si scambiava gli auguri di Natale. Infatti gli era appena scappato Earl Cureton, che aveva sostituito con Pondexter che era all’Averna e noi dovevamo trovarne uno buono, anche buonissimo. Budget da favola.
Era la prima volta che andavo negli States da ricco senza dover aspettare che si liberasse un posto su un volo stand-by della Pan Am dopo aver bivaccato in aeroporto due giorni ed ero a disagio come Charlie Brown quando vince. Quando chiesi alla segretaria di Don Vito come avremmo volato all’interno lei mi disse che era tutto sotto controllo, che avevano dei biglietti open MCI che potevamo usare come una tessera del tram per tutti i...19 Stati. Ohibò - pensai - ma guarda il generale Grant, gloria sudista, non era vissuto invano e non ci avevano detto niente.
In realtà gli altri trentuno Stati eran dove li avevo lasciati l’estate prima e potevamo andare ovunque e quella sera dissi ad Amato”... Don Vito dobbiamo andare a vedere Boston perché c’è Winfred”.
Winfred era Winfred King terza chiamata del draft parte dell’ennesima rapina al postale di Red. A giugno aveva dato Robey e titoli amministrativi ai Suns per D.J. Che se non stessi scrivendo per un sito dei Celts scriverei per intero e magari aggiungerei chi avrebbe vinto il titolo nel giugno successivo.
Un legato trasferiva i diritti ai 210 centimetri di superba pallacanestro in post di King a Boston. Chi ha più di quarant’anni conosce la fine di tutte due le storie, quella dei Celts di DJ e quella di Winfred, che venne in Italia anni dopo e che quella sera in Connecticut si fece pure male.
Don Vito mi fece sapere appena arrivati al palazzo che l’agente di King era entusiasta dell’ipotesi Italia, ma che prima avremmo dovuto parlare col g.m. dei Celtics.
“No, come col g.m. dei Celtics?” farfugliai io “mi auguro che non voglia che io parli con Red Auerbach”. Lo voleva e pure fortissimamente.
Auerbach era come doveva essere: territoriale, magnetico, divertito, avanti, soprattutto avanti. Gli parlavi ed era già due passaggi mentali oltre scegliendo lui in quale punto cardinale orientarli. Più che parlarci, ci riceveva. Il sigaro si vedeva appena nella tasca alta della giacca, gli spuntava come la Colt di Butch Cassidy, solo che lui a differenza di Butch non ti diceva che se avesse studiato sarebbe stato il primo della classe. Lui era il primo della classe.
Quello non era più il “suo” basket, ma quelli erano ancora i “suoi” C’s.
Aveva deciso che la Scavo dovesse prendere un altro suo giocatore, la sua prima iperatletica scelta dell’81, tale Charles Bradley detto Tub, ovvero vasca, e se mai l’avete visto tirare un dubbio su perché andasse in giro con quel nomignolo vi sarà venuto.
Era la prima volta che andavo negli States da ricco senza dover aspettare che si liberasse un posto su un volo stand-by della Pan Am dopo aver bivaccato in aeroporto due giorni ed ero a disagio come Charlie Brown quando vince. Quando chiesi alla segretaria di Don Vito come avremmo volato all’interno lei mi disse che era tutto sotto controllo, che avevano dei biglietti open MCI che potevamo usare come una tessera del tram per tutti i...19 Stati. Ohibò - pensai - ma guarda il generale Grant, gloria sudista, non era vissuto invano e non ci avevano detto niente.
In realtà gli altri trentuno Stati eran dove li avevo lasciati l’estate prima e potevamo andare ovunque e quella sera dissi ad Amato”... Don Vito dobbiamo andare a vedere Boston perché c’è Winfred”.
Winfred era Winfred King terza chiamata del draft parte dell’ennesima rapina al postale di Red. A giugno aveva dato Robey e titoli amministrativi ai Suns per D.J. Che se non stessi scrivendo per un sito dei Celts scriverei per intero e magari aggiungerei chi avrebbe vinto il titolo nel giugno successivo.
Un legato trasferiva i diritti ai 210 centimetri di superba pallacanestro in post di King a Boston. Chi ha più di quarant’anni conosce la fine di tutte due le storie, quella dei Celts di DJ e quella di Winfred, che venne in Italia anni dopo e che quella sera in Connecticut si fece pure male.
Don Vito mi fece sapere appena arrivati al palazzo che l’agente di King era entusiasta dell’ipotesi Italia, ma che prima avremmo dovuto parlare col g.m. dei Celtics.
“No, come col g.m. dei Celtics?” farfugliai io “mi auguro che non voglia che io parli con Red Auerbach”. Lo voleva e pure fortissimamente.
Auerbach era come doveva essere: territoriale, magnetico, divertito, avanti, soprattutto avanti. Gli parlavi ed era già due passaggi mentali oltre scegliendo lui in quale punto cardinale orientarli. Più che parlarci, ci riceveva. Il sigaro si vedeva appena nella tasca alta della giacca, gli spuntava come la Colt di Butch Cassidy, solo che lui a differenza di Butch non ti diceva che se avesse studiato sarebbe stato il primo della classe. Lui era il primo della classe.
Quello non era più il “suo” basket, ma quelli erano ancora i “suoi” C’s.
Aveva deciso che la Scavo dovesse prendere un altro suo giocatore, la sua prima iperatletica scelta dell’81, tale Charles Bradley detto Tub, ovvero vasca, e se mai l’avete visto tirare un dubbio su perché andasse in giro con quel nomignolo vi sarà venuto.
Ascoltavo e non contraddicevo. Gli avrei voluto chiedere tutto tranne che quello che gli stavo chiedendo.
Gli avrei voluto chiedere di Bill.
Gli avrei voluto chiedere di Chuck, scelto quando il mondo non lo consentiva.
Gli avrei voluto chiedere del suo quintetto del ‘65, quando la fascite plantare di Heinsohn lo indusse a pensare che Naulls avrebbe fatto bene quanto lui ..
Gli avrei voluto chiedere se davvero non s’accorse che quello era il primo quintetto afroamericano della storia e che peraltro terminò imbattuto quella parte di stagione. Se davvero a lui interessava solo vincere e che se l’America stava bollendo sul problema dei diritti civili era un problema suo, non del più grande conduttore di talento afroamericano mai nato.
Gli avrei voluto chiedere se farlo a Boston nel dopo Cousy era possibile solo a chi aveva vinto sette titoli.
Mi toccò parlagli d’uno spalatino che odiava i neri.
Forever Red
Gli avrei voluto chiedere di Bill.
Gli avrei voluto chiedere di Chuck, scelto quando il mondo non lo consentiva.
Gli avrei voluto chiedere del suo quintetto del ‘65, quando la fascite plantare di Heinsohn lo indusse a pensare che Naulls avrebbe fatto bene quanto lui ..
Gli avrei voluto chiedere se davvero non s’accorse che quello era il primo quintetto afroamericano della storia e che peraltro terminò imbattuto quella parte di stagione. Se davvero a lui interessava solo vincere e che se l’America stava bollendo sul problema dei diritti civili era un problema suo, non del più grande conduttore di talento afroamericano mai nato.
Gli avrei voluto chiedere se farlo a Boston nel dopo Cousy era possibile solo a chi aveva vinto sette titoli.
Mi toccò parlagli d’uno spalatino che odiava i neri.
Forever Red
Perchè Boston Celtics - Fabio Anderle
Perché tifo per i Boston Celtics? E’ una domanda che solo qualche tempo fa mi è stata posta da un tifoso dei Lakers, una domanda per la quale potrei snocciolare un mucchio di risposte diverse, ed una più valida dell’altra.
Il classico colore biancoverde? Il Leprechaun, l’omino con bombetta e bastone? Il fatto che è una delle franchigie “storiche”, e l’unica, assieme ai New York Knicks, a non aver cambiato né nome né sede in quasi sessant’anni? Il trifoglio, semplice ma d’impatto? Il parquet incrociato? Le scarpette nere? Il sigaro della vittoria?
Tutto questo, ma anche molto di più, e molto meglio. Bob Ryan una volta disse “dove le altre squadre hanno una storia, i Celtics hanno una religione”. E come dargli torto? I Celtics avevano stabilito standard eccelsi non solo per quanto riguarda i risultati sportivi, ma anche nel rispetto della diversità e della fratellanza nello sport e nel lavoro, enfatizzando quei valori di amicizia che, coltivati anche al di fuori del rettangolo di gioco, portavano alla creazione di rapporti duraturi anche ben oltre la fine delle carriere sportive.
E questi valori, oggi abbastanza scontati, anche se raramente perseguiti, in uno sport ridotto a puro business ed in un mondo sempre più proiettato verso il “melting pot” culturale e razziale e sempre più aperto (almeno apparentemente) alle inferenze da e verso altre culture, allora andavano difesi quasi al limite dello scontro fisico, e potevano costare la bancarotta agli “incauti”.
Un esempio? Il primo giocatore nero a venir scelto in un “draft” NBA fu Charles “Chuck” Cooper, che nel 1950 venne chiamato dai Celtics al secondo “giro”. Non appena lo seppe, Abe Saperstein, proprietario degli Harlem Globetrotters andò su tutte le furie. Si riteneva l’unico depositario del diritto a far giocare i neri come professionisti, e per preservare questo fattore poteva far leva sui lauti incassi che i giocolieri afro-americani garantivano alle arene dell’NBA. Walter Brown, però, dopo aver difeso la sua scelta (a Ned Irish, proprietario dei Knicks che gli faceva presente che Cooper era un “negro” rispose “non mi interessa se è nero, a righe o a pallini”), nonostante la franchigia bostoniana versasse in grave crisi economica ed i soldi del botteghino fossero ossigeno puro, dichiarò che non avrebbe ceduto al ricatto di Saperstein, e che Cooper era già un Celtic.
Fu quello uno dei primi atti pubblici di salvaguardia di un’uguaglianza civile (troppo spesso lasciata lettera morta sulle pagine della Dichiarazione d’Indipendenza statunitense “All men are created equal”) al quale fecero seguito altri forti segnali, quali il primo quintetto base nero nella storia dell’NBA ed il primo coach di colore nella storia dello sport professionistico americano. Atti non sempre bene accetti all’America perbenista, bacchettona ed a volte un po’ razzista degli anni ‘50/’60, che spesso penalizzò alle biglietterie (e Boston non fu immune) chi metteva in campo “troppe scimmie nere”. Brown ed Auerbach continuarono però per la loro strada, forse nemmeno troppo consci di essere non solo dei grandi uomini di sport, ma anche le punte di diamante verso una società più libera e giusta.
Ecco alcune delle ragioni per cui sono orgoglioso di essere un Celtic, e per cui mi sento più fortunato degli altri tifosi dell’NBA. Perché dove le altre quadre possono vantare i loro risultati sportivi, noi possiamo sorridere ed andare oltre, e compiacerci dello spessore degli uomini e della forza di una tradizione che sono il fondamento del Celtic Pride, l’Orgoglio di essere Celtics.



