L'arrivo di "Red" Auerbach e delle prime stelle spinge Boston nelle zone alte della classifica. Vincere ai playoffs, però, è ancora tutta un'altra cosa.
1951-52
Nei primi anni Cinquanta era sufficiente guardare i tabellini delle partite per rendersi conto che al Boston Garden era ancora vivo e presente “l’effetto Holy Cross”. La squadra dell’università con base a Worcester campione NCAA nel 1947 continuava infatti a riempire la “main arena” più di quanto facessero i Celtics. Nonostante Cousy fosse l’unico prodotto di Holy Cross ad aver avuto fortuna nell’NBA mentre i vari Joe Mullaney, George Kaftan e Dermie O’Connell avevano ricoperto ruoli da comprimari, Holy Cross nell’immaginario di tifosi e reporter del New England rimaneva comunque l’unica squadra vincente ed i tifosi consideravano il livello di gioco dei Crusaders superiore a quello dei professionisti. anche in considerazione dello scarso successo dei biancoverdi nei playoffs NBA. Per liberarsi “dall’assedio mediatico” Auerbach aveva pianificato uno “scrimmage” con Holy Cross, una gara teoricamente amichevole che aveva lo scopo dichiarato di preparare i suoi alla stagione e quello “nascosto” di dimostrare a tutti la differenza reale tra le due squadre. Inutile dire che i Celtics vinsero agevolmente con uno scarto intorno ai quaranta punti e che la maggior fisicità imposta dai “pro”diede vita ad un paio di risse.
Nel frattempo altri due “pezzi pregiati” si erano aggiunti alla collezione di Auerbach, i coriacei lunghi Horace “Bones” McKinney e Bob Brannum. A fine settembre, poi, mentre a Fenway Park era in corso la serie di baseball nella quale Brooklyn faceva visita ai Boston Braves, durante un allenamento dei Celtics in programma all’Arena comparsero i due Dodgers Clyde King e William Sharman. Sharman (nella foto a destra) si tolse giacca e scarpe e cominciò a tirare a canestro: non sbagliava mai, ed Auerbach dopo l’allenamento non perse tempo. Si avvicinò per convincerlo a lasciare il baseball per il basket ed il texano, un tipo tosto col quale persino il grande “Red” stava attento a non esagerare, dopo aver sparato una cifra esorbitante ed aver visto il coach dei Celtics non battere ciglio, accettò. Jerry West qualche anno dopo dichiarò: “Bill era un duro. Non andavi in entrata contro di lui. Faceva a botte più spesso di Mike Tyson, e come giocatore tutti lo rispettavano”. Il texano di Abilene accettò un compenso di 14,000 dollari annui, uno degli stipendi più alti del basket professionistico, ed indossò la casacca col numero 21. Nonostante i Celtics non navigassero nell’oro e sebbene intorno a loro continuasse l’ecatombe di franchigie NBA, Auerbach aveva riconosciuto immediatamente il talento smisurato del giocatore e fu ben contento di aprire i cordoni della borsa.
Assieme a Bob Cousy ed a “Easy Ed” Macauley, Sharman andò a formare un trio di realizzatori sopraffino che il 4 novembre 1951 esordì in campionato con una vittoria, la prima vittoria in una partita d’apertura stagionale nella storia dei Celtics. Nella gara che li vedeva opposti agli Indianapolis Olympians dopo due quarti di sostanziale equilibrio (37 a 36 Celtics a metà gara) la miglior forma atletica dei biancoverdi ebbe il sopravvento e costruì un parziale di 60 a 29 mentre gli oltre tremila spettatori della Boston Arena applaudivano fino a spellarsi le mani. Ai 25 punti (e 11 rimbalzi) di Cousy, Sharman ne aggiunse 19 e Macauley 16, mentre Bob Brannum e Chuck Cooper completavano il trionfo con due doppie doppie in punti e rimbalzi da 10+12 e 11+10 rispettivamente. Nel secondo incontro “Cooz” e Sharman segnarono rispettivamente 24 e 22 punti, guidando i Celtics ad un agevole successo sui Philadelphia Warriors sul campo neutro del Madison Square Garden di New York. Mentre la squadra vinceva le prime quattro partite e nove delle prime 11, Cousy si consacrò definitivamente come stella di prima grandezza del firmamento cestistico. Il basket NBA era ancora ben lontano da quello odierno: privo dell’orologio dei 24”, senza televisione, con tiri “piazzati” a due mani e piedi per terra. I lunghi - a parte Mikan - erano meno alti e meno atletici di quelli che si sarebbero visti solo 10 anni dopo e stazionavano nei pressi del canestro lottando per la miglior posizione a rimbalzo in un’area dei tre secondi a forma di “lampadina”. Un gioco molto statico in cui le idee auerbachiane improntate al contropiede di stampo Washington Colonials (anche per la mancanza di un centro dominante) dovevano sembrare una ventata di aria persino più fresca di quella portata dai Phoenix Suns di Mike D’Antoni nel Terzo Millennio.
Erano tempi eroici, un basket nel quale ogni partita portava sorprese: il 17 febbraio nel corso di una gara con Milwaukee (sconfitta per 95 a 97) a Moline, Illinois, Auerbach ed il coach degli Hawks Doxie Moore arrivarono alle mani e si rotolarono per terra in un bizzarro incontro di wrestling mentre "l'incendio" si estendeva ai panchinari delle due squadre. Solo quattro giorni dopo a Boston Walter Brown lanciò la promozione "Milkman's Special" (i lattai lavoravano di notte, in America), una partita che iniziò a mezzanotte a seguire uno show delle "Ice Follies". 2,368 assonnati tifosi videro i Celtics superare i Detroit Pistons per 88 a 67. Ma c'erano anche aneddoti meno curiosi e divertenti: il 28 febbraio 1952 i Celtics avevano in programma una gara contro i Rochester Royals a Raleigh, North Carolina. I segregazionisti locali però negarono all'afroamericano Chuck Cooper una camera d'albergo, e Bob Cousy decise di tornare a Boston in treno assieme a lui, dopo aver diviso qualche sandwich con Red Auerbach sulla pensilina della stazione. I Celtics giocarono un’ottima regular season, e dopo un paio di momenti di difficoltà a fine gennaio ed a metà febbraio con tre sconfitte consecutive, chiusero la regular season con 11 successi nelle ultime 15 partite, sfiorando la testa della Eastern Division (allora le Conference si chiamavano così) ad una sola partita dai Syracuse Nationals. Nel frattempo anche il secondo All Star Game della storia NBA si tenne al Boston Garden: l'11 febbraio 1952 la selezione dell'Est superò quella "occidentale" per 108 a 91 e Paul Arizin di Philadelphia venne eletto MVP dell'incontro.
Ma dopo la parentesi di basket-spettacolo ed il "volatone" finale, era tempo di playoffs, e quando il 19 marzo 1952 la truppa del Trifoglio si aggiudicò per 105 a 94 la prima partita della serie contro gli odiati New York Knicks, sembrò che fosse giunto il momento in cui Boston avrebbe tolto lo “zero” dalla casella delle vittorie in una serie di playoff. Ed invece Sharman rimase appiedato dalla varicella. Il commento di Cousy alla notizia fu un misto di incredulità e disperazione: “Willie, ma non potevi almeno prenderti una malattia da adulto”? Quattro giorni dopo al Madison Square Garden i Knicks approfittarono dell’assenza del numero 21 per pareggiare la serie con un risicato 101 a 97, rendendo necessaria la “bella” al Boston Garden. Il 26 marzo Celtics e Knickerbockers diedero vita ad una battaglia fisica che spesso sconfinò nel “proibito”. Cousy, che alla fine avrebbe contato 34 punti sul suo tabellino, ne realizzò 12 nell’ultimo quarto e Boston si trovò in vantaggio di due punti sull’83 a 81 a meno di un minuto dal termine. A 30” dalla sirena un tiro dell’ex George Kaftan pareggiò il conto, ed un errore per parte rimandò la decisione ai tempi supplementari. Furono necessarie due “sessioni extra” per stabilire chi avrebbe passato il turno, ed alla fine un fallo contestato ed il conseguente tiro libero di Ernie Vandeweghe (nella foto mentre cerca di contenere Cousy in palleggio) diedero ai Knicks il successo per 88 a 87 e scatenarono la rabbia dei Celtics e della stampa bostoniana che arrivò persino a richiedere l’apertura di un’inchiesta al Congresso. Nonostante l’eliminazione fosse stata ingiusta alla luce di qualche torto arbitrale (spiegato – forse frettolosamente - dai “media”della Beantown con una “sindrome newyorchese” degli arbitri) e soprattutto della sfortuna che si era accanita attaccando sotto forma di morbo varicella zoster, ad Auerbach era chiaro che la sua squadra stava subendo troppo sotto canestro. I Celtics avevano un rappresentante ai primi posti di quasi tutte le graduatorie individuali di lega: Cousy era al secondo posto negli assist, Macauley era terzo per percentuale di realizzazione ed entrambi erano rispettivamente terzo e quarto tra i marcatori. Purtroppo nessun Celtic appariva nell’importantissima graduatoria dei rimbalzi in cui la facevano da padrone i giganti George Mikan, Larry Foust e Mel Hutchins. Il coach bostoniano era conscio del fatto che per innescare il miglior attacco della lega fosse necessario un centro dominante, ma fino ad allora gli sforzi per trovare il “suo” erano stati inutili.
1952-53
L'allenatore dei Celtics era impegnato su più fronti: oltre a cercare di costruire una squadra vincente e tentare di salvare Walter Brown dalla bancarotta, stava pubblicizzando il “prodotto NBA” ai tifosi del New England. Non era un’impresa facile anche perché il basket stava subendo un calo di popolarità dovuto ai primi scandali legati alle scommesse che avevano macchiato il basket NCAA negli ultimi due anni. Al draft era arrivato un altro centro, Gene Conley, a rafforzare una “frontline” che già contava su Bob Brannum, “Gabby” Harris, Chuck Cooper, John Mahnken e Ed Macauley, ed era evidente quale fosse la zona del campo che il coach considerava più bisognosa di puntelli. Nel campionato 1952-53 i Celtics non partirono benissimo. Nonostante la classica preparazione atletica alla “marines”, il fitto calendario di amichevoli pre-stagionali ed i rinforzi sotto canestro, Boston perse quattro delle prime sei partite. Poi però la coppia Sharman-Cousy cominciò a funzionare ed i biancoverdi infilarono sette vittorie consecutive. Sharman era felicissimo di giocare vicino ad un “distributore di palloni” come Cousy: “Era una situazione perfetta, per me. Cooz era un prestigiatore, ed io sapevo che se avessi continuato a muovermi lui avrebbe trovato un modo per passarmi la palla”. L’ammirazione era reciproca in quanto il numero 14 trovava nel texano il perfetto complemento: “Sharman non si fermava mai. Per un passatore come me era un compagno ideale, perché il suo movimento costante agevolava il passaggio. Ed una volta che riceveva la palla, si dimostrava il miglior tiratore di sempre”. In effetti Sharman fu la prima guardia nella storia dell’NBA a tirare con una percentuale superiore al 40% in una stagione.
In dicembre Walter Brown fece spostare il "parquet incrociato" dalla Boston Arena al Garden. Dopo l'inizio stentato i Celtics cominciarono a macinare vittorie, ma si rivelarono una squadra dominante quanto alterna: altre tre sconfitte e poi otto successi, ancora quattro battute a vuoto in fila seguite da sette vittorie. Per fortuna le “W” arrivavano in numero nettamente superiore alle “L”, e soprattutto il gioco espresso appariva godibile e scoppiettante. Macauley e Sharman erano ai primi posti nella lega per percentuale di tiro e Cousy stava dominando il gioco, come dimostrato anche dalla graduatoria degli assist che lo vedeva per la prima volta sulla vetta. Macauley (nella foto) era anche uno degli unici tre giocatori sopra i venti punti segnati di media, ed il 6 marzo aveva "seppellito" i Lakers sotto il peso di 46 punti in una corroborante vittoria per 100 a 85. Anche “Cooz” era ormai un realizzatore temibile: finì al quarto posto nella classifica cannonieri a 19.8 per allacciata di scarpe. Insomma, con la batteria di lunghi che Auerbach aveva messo insieme, Boston sembrava finalmente in grado di andare lontano. Per la prima volta i biancoverdi superarono quota 40 vittorie chiudendo la regular season con 46 successi e 25 sconfitte. Un risultato forse superiore alle reali possibilità dei Celtics e legato alla grandezza di coach Auerbach che era riuscito a nascondere i punti deboli della squadra con un gioco garibaldino imperniato sulle doti “distributive” di Bob Cousy, un giocatore che ormai sapeva “pescare” il compagno non appena questo si liberava dalla marcatura avversaria. Perciò il risultato in classifica, appena ad un paio di lunghezze dalle prime della classe, era forse bugiardo specie se si considera che già allora nella post-season il gioco cambiava radicalmente, basandosi sull’esecuzione “a metà campo” e diventando molto più “fisico” e meno spettacolare.
I playoffs si aprirono il 19 marzo 1953 e Boston fu rapida ad assicurarsi una vittoria esterna sul difficile campo dei Syracuse Nationals. L’incontro seguente, giocato quattro giorni dopo al Boston Garden, fu forse il primo match “eroico” dell’epopea dei Celtics. Gli ingredienti del dramma ci furono tutti: la prima espulsione della storia dei playoffs NBA (Bob Brannum e Dolph Schayes si scazzottarono e vennero cacciati), un malore al public relation-man bostoniano Howie McHugh, il record di segnature nella post-season, quello di falli commessi (ben 104 con 12 uscite per raggiunto limite di penalità personali), 128 tiri liberi, quattro tempi supplementari. L’eroe della gara fu Bob Cousy che con 50 punti (30 dei quali su tiri liberi) ed un paio di tiri impossibili riuscì a regalare al Trifoglio il successo per 111 a 105 e con esso la prima vittoria in una serie di playoffs. Boston festeggiò mentre i Nationals si lamentavano perché dall’espulsione di Brannum e Schayes ci avevano rimesso più degli avversari visto che il loro centro era il quinto realizzatore ed il quarto rimbalzista dell’NBA. Il commissioner Maurice Podoloff non ravvisò alcuna irregolarità nella decisione degli arbitri di espellere Brannum e Schayes, e per il terzo anno consecutivo Boston si trovò di fronte i New York Knicks allenati da Joe Lapchick.
Erano una squadra dalla panchina estremamente lunga che poteva permettersi il lusso di mantenere le medie minuti giocati ben più basse rispetto a quelle dei Celtics e quindi di arrivare più fresca ai finali di gara. Sette giocatori andavano in doppia cifra nei punti segnati di media, e due (Harry Gallatin e Nat “Sweetwater” Clifton) erano in doppia cifra anche nei rimbalzi. Per Boston, invece, Macauley e Cousy giocavano più di 40 minuti a gara ed i 9.1 rimbalzi di "Easy Ed" rappresentavano il top di squadra: dato non particolarmente rassicurante visto che Macauley (nell'immagine è assieme a Sharman, Cousy ed Auerbach) era stato definito “rail thin”, “magro come una rotaia”, e che i “muscolari” ed esperti Knicks Gallatin e Clifton avevano le carte in regola per dominare sotto canestro quando lo avessero affrontato. Nonostante ciò, dopo quattro sconfitte nelle prime sei partite nella stagione regolare, i Celtics avevano trovato il modo di vincere gli ultimi quattro scontri diretti e c'era chi pensava che l’inerzia a quel punto fosse dalla loro parte. Niente di più sbagliato: i playoffs ancora una volta erano una "different beast" ed Knicks si imposero in tre incontri su quattro qualificandosi per la terza finale NBA consecutiva, dove avrebbero perso ancora una volta contro i Minneapolis Lakers di Mikan. Carl Braun, il miglior realizzatore dei Knicks e futuro biancoverde a fine carriera, dichiarò in seguito: “Rispettavamo i Celtics e quando li affrontavamo sapevamo che sarebbe stata una sfida dai ritmi altissimi. Allo stesso tempo eravamo consapevoli di poterli battere ogniqualvolta fosse stato necessario”. Auerbach era consapevole che il suo progetto di “saturare” il roster di centri era fallito nel momento in cui nessuno dei suoi lunghi era riuscito fare la differenza. Dal leggero Macauley al sottodimensionato Brannum, dal rookie Conley agli esperti Cooper, Mahnken ed Harris, nessuno era riuscito a contrastare sufficientemente i rimbalzisti newyorchesi. Per Boston i playoffs si erano ancora una volta dimostrati troppo duri, e la frustrazione, nonostante il successo sui Nationals nel primo turno di playoffs, era evidente.



