Se non sapete cosa significasse far parte dei Celtics nelle prime due stagioni di NBA (che allora si chiamava Basketball Association of America), salite a bordo sulla “macchina del tempo” di ICP: al volante c’è Fabio che vi guiderà nella Boston di sessantatrè anni fa raccontandovi i primi due campionati e la storia di un giocatore particolare...
1946-47
La stagione d’esordio dei Boston Celtics fornirebbe materiale per un film “horror/sportivo”. Tanti episodi sfortunati legati uno all’altro, troppi per non pensare che a quell’epoca il Leprechaun depositario de “la fortuna dell’Irlandese” guardasse altrove, ancora indeciso sul fatto che franchigia di Walter Brown si meritasse i suoi favori o meno. Dopo il forfait di coach Keaney, il “ripiego” John “Honey” Russell aveva dovuto industriarsi per mettere in piedi un roster, e non sempre le scelte erano state felici. In una città in cui l’hockey ed il baseball la facevano da padroni, quello sport tutto sommato gentile creato da un professore canadese avrebbe fatto fatica a scaldare il freddo cuore dei bostoniani.
La stagione d’esordio dei Boston Celtics fornirebbe materiale per un film “horror/sportivo”. Tanti episodi sfortunati legati uno all’altro, troppi per non pensare che a quell’epoca il Leprechaun depositario de “la fortuna dell’Irlandese” guardasse altrove, ancora indeciso sul fatto che franchigia di Walter Brown si meritasse i suoi favori o meno. Dopo il forfait di coach Keaney, il “ripiego” John “Honey” Russell aveva dovuto industriarsi per mettere in piedi un roster, e non sempre le scelte erano state felici. In una città in cui l’hockey ed il baseball la facevano da padroni, quello sport tutto sommato gentile creato da un professore canadese avrebbe fatto fatica a scaldare il freddo cuore dei bostoniani.
La squadra cominciò la preparazione l’1 ottobre 1946 nel campetto di sfogo della Boston Arena. Il campo principale era infatti feudo dell’hockey, e dopo i duri allenamenti i 20 “papabili” si gettavano sulle brandine al piano di sotto per smaltire gli ematomi e la stanchezza e per riguadagnare quel minimo di freschezza che gli consentisse di sopravvivere ancora un giorno al taglio da parte dell’inflessibile Russell, che sarà pure stato chiamato “Miele”, ma per i suoi giocatori era estremamente amaro.
Ne sa qualcosa il bel Kevin “Chuck” Connors, un vero atleta (fece parte anche dei Dodgers e dei Cubs del baseball) che però, dimostratosi poco portato per il ruolo di pivot - come testimoniato dal suo 25% al tiro in quella stagione - fu vittima delle invettive dell’allenatore fino al giorno in cui, nel corso della seconda stagione, venne scaricato senza troppe cerimonie. Quella a dire il vero fu la sua fortuna, visto che trovò la sua strada davanti alle telecamere come stella del cinema e del piccolo schermo. Nella “Beantown” il successo della serie western di cui fu protagonista, “The Rifleman”, gli valse un commento piuttosto pepato: “è passato dal ruolo di peggior tiratore di Boston a quello di miglior tiratore di Hollywood”. Ma questa è un’altra storia.
Dicevamo, tra i giocatori che sopravvissero a quella serie di tagli, il più famoso era Wyndol Gray (con il numero 4 nella foto sopra), stella dell’università di Harvard che si era qualificata per il torneo NCAA dopo una sfolgorante stagione da 20 vittorie e tre sconfitte. Undici giocatori entrarono nella storia come i primi Celtics a mettere piede in campo per la franchigia più famosa: Wyndol Gray, appunto, Red Wallace, Warren Fenley, Chuck Connors, Al Brightman, John e Connie Simmons, Art Spector, Mel Hirsch, Virgil Vaughn e Tony Kappen furono i primi Celtics a giocare una partita ufficiale il 2 novembre 1946 affrontando i Providence Steamrollers davanti ai 4,406 tifosi del Rhode Island Auditorium. In vantaggio alla fine del terzo quarto, Connors e compagni si sciolsero nell’ultimo tempo e persero per 59 a 53.
L’inizio non era stato dei migliori, ma il prosieguo fu pure peggio: durante il riscaldamento prima dell’esordio interno, il 5 novembre, Chuck Connors lanciò un “set shot” che colpì il cerchio con tale forza da mandare in frantumi il tabellone di cristallo. Mentre il grande organista John Kiley intratteneva i 4,329 paganti della Boston Arena con la sua musica, Howie McHugh, public relation man dei Celtics, si precipitò al Boston Garden dove era in corso uno spettacolo di rodeo. McHugh trovò un tabellone di cristallo, pagò due cowboys mezzi ubriachi per portarlo all’Arena e quindi lo fece installare salvando la prima partita casalinga… che i biancoverdi persero per 57 a 55 contro i Chicago Stags.
Poi una trasferta di tre partite, ovviamente tutte perse con la ciliegina sulla torta della prima sconfitta ai supplementari, a St.Louis il 14 novembre 1946: Al Brightman venne fatto entrare in campo per proteggere con le sue doti di palleggiatore un vantaggio ridotto ad un sol punto, ma commise un errore rivolgendo la richiesta di cambio al radiocronista invece che all’ufficiale di campo, e quando entrò si vide affibbiare un fallo tecnico. Pareggio, tempi supplementari, e sconfitta per 64 a 62. La prima vittoria arrivò due giorni dopo, il 16 novembre, quando 13 punti di Wyndol Gray ed 11 di Chuck Connors garantirono un risicato successo (53 a 49) sui Toronto Huskies. Chi pensava alla svolta, però, dovette ricredersi: altre cinque sconfitte ed il bilancio era un avvilente 1 vittoria – 10 sconfitte.
E le cose non migliorarono in seguito. La difesa era buona, ma in attacco la mancanza di talento si faceva sentire tanto che nelle prime 25 gare Boston riuscì a superare il “tetto” dei 70 punti solo in quattro occasioni, rimanendo per ben 14 volte sotto i 60! Il due metri Connie Simmons (assieme al fratello Johnny protagonista dell’unica coppia di fratelli della storia dei Celtics) era l’unico in doppia cifra nei punti segnati (10.3 di media), ed assieme all’altro centro Harold Kottman era l’unico a superare il 30% di realizzazione… pochino anche per un basket delle origini.
Il 12 dicembre Boston mise in piedi la prima “trade” della sua storia, spedendo Tony Kappen (l'ultimo a destra nella foto che lo vede indossare il numero 5; gli altri da sinistra sono Harold Kottman, Chuck Connors, coach Russell, Warren Fenley e Wyndol Gray) ai Pittsburgh Ironmen e ricevendo Moe Becker in cambio. Non fu uno scambio eclatante (Becker tenne medie di poco più di due punti a partita contro i quattro di Kappen), però merita il suo posto nella storia bianco verde. Anche dicembre passò ed il nuovo anno trovò i Celtics in fondo alla classifica, dal basso delle loro 5 vittorie e 20 sconfitte. L’unico risultato esaltante in quella buia stagione d’esordio fu la vittoria del 16 gennaio 1948, quando i biancoverdi aggredirono con una difesa asfissiante la miglior squadra della lega, la costrinsero ad una brutta giornata di tiro e vinsero per 48 a 37 mentre il ventinovenne e rossocrinito allenatore dei Washington Capitols se la prendeva con gli arbitri. Non sapeva ancora, Arnold “Red” Auerbach, che solo qualche anno dopo il suo nome si sarebbe legato indissolubilmente agli avversari di quella sera.
Nonostante quella partita felice, l’incubo continuò fino in fondo, ed i Celtics chiusero con 22 vittorie e 38 sconfitte. Chuck Connors in seguito avrebbe scherzato dicendo: “Chiunque conosca la storia dei Celtics sa bene che all’inizio erano la miglior squadra della lega… ribaltando la classifica”. Nel corso della stagione ben 20 giocatori si erano avvicendati nel roster del Trifoglio, compresi le comparsate di due ricevitori dei Boston Yanks del football americano, Don Eliason e Hal Crisler. La mancanza di talento era evidente e rendeva problematico attirare pubblico al botteghino. I 3,608 paganti di media alle gare interne erano più o meno la metà di quelli richiamati dalle gare di basket college, e mentre l’università di Holy Cross riempiva l’impianto, il record di presenze in un singolo incontro per i Celtics si attestava ad un misero 6,327.
Nella prima annata d’esercizio i proprietari della squadra (Walter Brown e la compagnia che gestiva il Boston Garden) erano andati sotto di 125,000 dollari, e mentre gli altri materassi della lega Toronto, Detroit e Pittsburgh avevano chiuso i battenti, tutti si chiedevano fino a quando nella Beantown sarebbe sopravvissuta una franchigia in netta perdita.
1947-48
La città di Boston non amava i Celtics. Non si sarebbe affezionata ad essi nemmeno dopo l’arrivo di Bill Russell e della messe di titoli conquistati, figuriamoci se un gruppo perdente poteva attirare il litigioso bostoniano medio ad una partita, quando poteva divertirsi molto di più seguendo le gesta dei Bruins di Dit Clapper e Frank “Mister Zero” Brimsek! Gli hockeisti a dire il vero non è che vincessero molto più dei Celtics (una Stanley Cup era arrivata nel 1941, subito prima che la guerra si portasse in giro per il mondo i pezzi migliori), ma la città era sempre stata innamorata del gioco con mazza, “puck” e pattini da ghiaccio, ed alla “morte pubblica” del basket aveva contribuito anche la decisione dei licei cittadini che negli anni ’20 aveva messo da parte la pratica dei canestri.
La città di Boston non amava i Celtics. Non si sarebbe affezionata ad essi nemmeno dopo l’arrivo di Bill Russell e della messe di titoli conquistati, figuriamoci se un gruppo perdente poteva attirare il litigioso bostoniano medio ad una partita, quando poteva divertirsi molto di più seguendo le gesta dei Bruins di Dit Clapper e Frank “Mister Zero” Brimsek! Gli hockeisti a dire il vero non è che vincessero molto più dei Celtics (una Stanley Cup era arrivata nel 1941, subito prima che la guerra si portasse in giro per il mondo i pezzi migliori), ma la città era sempre stata innamorata del gioco con mazza, “puck” e pattini da ghiaccio, ed alla “morte pubblica” del basket aveva contribuito anche la decisione dei licei cittadini che negli anni ’20 aveva messo da parte la pratica dei canestri.
Vi sarebbe tornata solo dopo la guerra, ed ai Celtics mancarono un paio di generazioni di tifosi cresciuti col pallone da basket in mano che erano state così dirottate verso il baseball e l’hockey. Intanto però fervevano i preparativi per la seconda stagione dei biancoverdi, non senza qualche intoppo: appena arrivate alla Boston Arena per il primo allenamento, le due scelte del draft Eddie Ehlers e Gene Stump rimasero senza parole quando videro il nuovo pivot “Big Ed” Sadowski allenarsi a tirare mentre dalle labbra penzolava un enorme sigaro acceso. Sadowski era davvero un personaggio: era stato firmato dalla defunta franchigia di Cleveland con il compito di sostituire Chuck Connors come centro, e si era rivelato un centro…eccentrico.
Veterano di mille battaglie (nella foto è al centro, attorniato - da sinistra a destra - da Mel Riebe, Art Spector, Art Garfinkel e Saul Mariaschin) nel basket professionistico che era divenuto la sua professione dal 1940 nella National League, nella neonata lega aveva già fatto tappa a Toronto ed a Cleveland con risultati discreti ma anche con la fama di personaggio particolare. Fama che avrebbe alimentato anche a Boston del resto, con molti episodi particolari: uno su tutti, quando durante una gara interna dei Celtics chiamò timeout e disse ai compagni: “Vedete la gente sugli spalti? E’ venuta a vedere Big Ed fare canestro. Ma Big Ed non può fare canestro se Big Ed non tira, e Big Ed non tira se a Big Ed non viene passata la palla. Perciò, passate quel cavolo di palla a Big Ed!!” Capelli corti e stempiatura evidente nonostante avesse solo 30 anni, il suo metro e 96 era indurito da lineamenti da generale prussiano che incutevano soggezione, ed i suoi 19.4 punti a partita (terzo nella BAA) lo avrebbero reso degno del primo quintetto della Lega, primo Celtics a guadagnarsi l’onore.
Oltre a lui ed alle due scelte, altro sangue nuovo era arrivato in Mel Riebe, ed in Saul Mariaschin, un paroliere da Brooklyn che aveva visto pubblicare alcune sue canzoni e che era dotato di discrete doti di passatore. Con questi rinforzi sembrò che “Honey” Russell potesse finalmente dare la svolta soprattutto quando dopo un inizio balbettante i biancoverdi infilarono cinque vittorie nelle ultime sette partite dell’anno, portandosi ad 11 vittorie e 9 sconfitte. La squadra invece cominciò a perdere colpi lentamente: dal 1 gennaio al 12 di febbraio 1948 superò quota settanta punti segnati solo in due delle 15 partite disputate, e chiaramente il bilancio di questi incontri fu un desolante 3-12 che segnò l’esito del campionato.
Giravano voci che Ed Sadowski, ex coach a Toronto (anche se per sole 9 partite), fosse a caccia della panchina di “Honey” Russell, e la cosa contribuì a rendere poco idilliaca l’atmosfera dello spogliatoio mentre la squadra si dibatteva nella crisi di metà stagione. Altre quattro battute a vuoto nella seconda metà di febbraio fecero sprofondare Boston a 15 vittorie e 25 sconfitte, che se erano comunque un miglioramento rispetto alla campagna d’esordio, erano comunque un record insufficiente ad attirare al Garden ed alla Arena le folle che si divertivano alle gare dei Crusaders di Holy Cross.
I Celtics chiusero con un inglorioso 20 vinte e 28 perse, ma riuscirono a qualificarsi per la postseason e si trovarono ad affrontare i Chicago Stags. Il primo incontro di playoffs della storia dei Celtics si giocò al Boston Garden il 28 marzo 1948. Il quintetto base biancoverde era composto da Jack Garfinkel e Mike Bloom a coprire gli “spot” di guardia, Saul Mariaschin e Mel Riebe in ala e Ed Sadowski in pivot. Nonostante una discreta performance dei giocatori di Russell, Chicago si aggiudicò la prima partita per 79 a 72 in virtù di un miglior gioco di squadra nel quale brillarono il miglior realizzatore della lega Max Zaslofsky (18 punti) ed i futuri biancoverdi Andy Phillip e Jim Seminoff.
Gli Stags mandarono cinque atleti in doppia cifra mentre per Boston solo Sadowski e Riebe (22 punti a testa) riuscivano a trovare il canestro. Chicago era costretta a giocare l’intera serie a Boston a causa dell’indisponibilità del Chicago Stadium, ed i padroni di casa ne approfittarono per pareggiare la serie tre giorni dopo: la difesa riuscì a limitare Zaslofsky nei momenti decisivi, ed i Celtics ottennero la prima vittoria nei playoffs della loro storia col punteggio di 81 a 77. La terza e decisiva sfida rimase a lungo in equilibrio fino a quando, a pochi minuti dal termine, Zaslofsky si guadagnò il più famoso dei suoi soprannomi. Portò palla oltre la metà campo, e dopo un altro paio di passi si fermò di fronte a Mariaschin e lasciò partire da una dozzina di metri un tiro che andò ad insaccarsi.
Nell’azione offensiva seguente si ripetè, sebbene da un paio di metri più vicino, e da quel momento il tocco delicato sul tiro gli valse il soprannome “The Touch”. Per Boston fu notte fonda, e gli Stags si aggiudicarono la partita per 81 a 74 e la serie per 2 a 1. Walter Brown usò tutto il tatto possibile per esonerare coach Russell, mentre le crude cifre a bilancio dicevano che i Celtics ora erano in rosso per 250,000 dollari e la proprietà del Boston Garden stava pensando di scendere dal carro lasciando Brown da solo.
Kevin “Chuck” Connors
“Tutto quello di cui hai bisogno per maneggiare un Winchester o una mazza da baseball sono coordinazione ed allenamento”. (Kevin “Chuck” Connors)
Grande Paese, l’America. Dov’è che un professionista del basket può diventare asso del baseball e poi anche stella del cinema? Solo oltreoceano, ove speranza e realtà spesso si incrociano, dove il Sogno Americano può essere dolce come il miele e crudele come un film di Quentin Tarantino. Kevin Joseph Aloysius Connors nella vita ha ottenuto quello che il 99% di noi poveri mortali non potrebbe nemmeno immaginare in dieci, cento vite.
Kevin “Chuck” Connors
“Tutto quello di cui hai bisogno per maneggiare un Winchester o una mazza da baseball sono coordinazione ed allenamento”. (Kevin “Chuck” Connors)
Grande Paese, l’America. Dov’è che un professionista del basket può diventare asso del baseball e poi anche stella del cinema? Solo oltreoceano, ove speranza e realtà spesso si incrociano, dove il Sogno Americano può essere dolce come il miele e crudele come un film di Quentin Tarantino. Kevin Joseph Aloysius Connors nella vita ha ottenuto quello che il 99% di noi poveri mortali non potrebbe nemmeno immaginare in dieci, cento vite.
Newyorchese di Brooklyn, (vi nasce il 10 aprile 1921), è figlio di due immigrati dai Domini del Newfoundland, la terra che si estende a sud della penisola del Labrador in Canada. Papà Allan è un portuale e mamma Marcella fa la casalinga: Kevin cresce felice e senza eccessivi problemi. Fin da bambino dimostra una particolare predisposizione per lo sport: più alto della media, atletico, mascella quadrata ed occhio azzurro a fessura: Clint Eastwood è un dilettante, a confronto. Le doti atletiche fuori dal comune ed uno spirito libero anche se estremamente competitivo gli procurano una borsa di studio alla prestigiosa Adelphi Academy dove si distingue come uno degli studenti più popolari e come una delle personalità più frizzanti. Anche come studente ed atleta non scherza, ed a fine liceo ben 27 università cercano di “arruolarlo”.
La sua scelta cade sull’ateneo cattolico di Seton Hall che oltre ad essere ad un tiro di schioppo (South Orange, New Jersey) gli permette di affinare la passione per la recitazione e le doti di cestista. Kevin però è un atleta a tutto tondo e si diverte anche con mazza e guantone. Tanto che il soprannome che gli resterà incollato addosso per tutta la vita nasce proprio sul diamante: dal cuscino di prima base Kevin è solito incitare i compagni affinchè gli lancino la palla in tempo per eliminare il battitore. “Chuck it to me”, grida, “Lanciamela”! Ecco quindi che il lungo Kevin Joseph Aloysius viene accorciato in “Chuck”…ed è così che lo vorranno chiamare anche gli addetti al casting negli “Studios” angeleni.
Anche gli studi procedono nel migliore dei modi e Connors vince pure un concorso di recitazione nel quale dimostra grande controllo della propria voce e della propria gestualità mentre recita il non facile poema di Vachel Lindsey “The Congo”. I venti di guerra soffiano ormai forti, e lui decide di dare il suo modesto contributo alla patria. Nel 1942, dopo un fugace esperienza nell’organizzazione dei New York Yankees di mazza e guantone, decide di arruolarsi nell’esercito e viene spedito a Fort Knox, Kentucky, per l’addestramento a bordo di cingolati. Passa poi a Camp Campbell, Kentucky, come istruttore carrista e quindi a West Point, New York, ed è lì che la sera smette la divisa ed indossa canotta e pantaloncini corti per giocare da professionista dei canestri.
Nel 1946 viene congedato dall’esercito ed i Celtics sono lesti nel metterlo sotto contratto per la prima stagione di quella che poi diventerà l’NBA. Anche se a volerlo è stato il suo ex-coach a Seton Hall, “Honey” Russell, il numero 11 deve però guadagnarsi il posto, e lo fa al termine di estenuanti sedute di allenamento nel campo di sfogo della Boston Arena al termine delle quali i Celtics che sopravvivono al taglio dell’inflessibile coach si lasciano cadere esausti sulle brandine del piano di sotto. Pronti a saltare di nuovo in piedi per l’allenamento seguente. “Chuck” non solo entra nel roster dei Celtics, ma nonostante sia solo 195 centimetri ne diviene il primo centro titolare.
A dire il vero non depone in favore del livello di quella squadra: Connors infatti non è che faccia faville. La sua percentuale di tiro si attesta sul 25%, un po’ poco anche per quel periodo, ma il mancino da Brooklyn rimane impresso nella storia della franchigia bostoniana per aver sfasciato il primo tabellone di cristallo della Lega. Il “fattaccio” avviene alla Boston Arena la sera dell’esordio interno dei biancoverdi, il 5 novembre 1946. “Chuck” si sta preparando per la partita: il mancino numero 11 si arresta, e fa partire un “set shot”, il tiro “piazzato” piedi per terra che all’epoca era una delle conclusioni principe del basket. La parabola va a spegnersi sul ferro, ed il contraccolpo incrina il tabellone in cristallo che poi si polverizza in migliaia di frammenti. In seguito non sarà infrequente leggere qua e là che Connors lo ha schiantato con una poderosa schiacciata, ma sono tutte fandonie: “Durante il riscaldamento ho tirato: un innocuo piazzato ed in un attimo – CRASH – il tabellone si è infranto. Erano proprio fatti male, i primi cristalli”.
Da allora il giocatore sembra cadere in disgrazia con il coach, che non gli perdona le scarse percentuali di tiro ed i modi clowneschi. Connors sembra trovare il lato divertente in ogni attività, ma il duro inizio è difficile da digerire. I Celtics perdono le prime quattro partite, ma quando arriva la storica prima vittoria della franchigia, il16 novembre, Connors è decisivo ed i suoi 11 punti (assieme ai 13 di Wyndol Gray) guidano Boston al successo per 53 a 49 sui Toronto Huskies.
La stagione va piuttosto male e Boston chiude 22-38 mentre per l’austero coach ogni scusa è buona per strigliare il suo pivot. Una volta lo vede uscire dalla “lobby” di un albergo leggendo un libro sul quale in caratteri dorati è scritto “SHAKESPEARE”. “Shakespeare? – si domanda il poco mellifluo “Honey” – Ma che giocatori mi hanno dato?” dimenticandosi forse di essere stato lui a volere il suo ragazzo di Seton Hall. Che però – c’è poco da fare - ha una mano alquanto quadrata, e nella seconda stagione dura solo 4 partite prima di venir tagliato senza troppe cerimonie.
Prova allora col baseball, ed i Brooklyn Dodgers gli offrono un contratto. Gioca nelle leghe minori finchè non lo mettono in campo con “quelli veri” il 1 maggio 1949: l’unico “at bat” si risolve in un disastro quando il suo “swing” viene chiuso con un “double play” dalla difesa dei Philadelphia Phillies che si aggiudicano l’incontro per 4 a 2. Ai Dodgers non c’è posto per lui se non nelle leghe minori, e dopo un campionato nelle “minors” allora richiede la “trade” a Chicago dove trova un posto come titolare a difesa del sacco di prima base. Nelle 66 partite disputate in quella stagione 1951 fa registrare una media battuta di .239 con due fuoricampo, non male ma nemmeno benissimo, tanto che i Cubs lo spediscono a loro volta nel “farm team” dei Los Angeles Angels.
Nella “serie B” del baseball Connors è una stella, e le stelle di Hollywood che frequentano le partite degli Angels non faticano a notare il suo carattere solare ed i suoi modi da istrione. In un’occasione gli attori del cinema si alzano in piedi ed applaudono un fuoricampo: “Chuck” si gira verso di loro e per ricevere l’applauso comincia a correre all’indietro sulle basi.
E volete che uno così non trovi posto nel mondo della celluloide? Un capoccia della MGM lo nota, e gli fa fare una particina nel film con Spencer Tracy e Katharine Hepburn “Pat and Mike” (“Lui e Lei”, 1952). Nel 1953 è l’antagonista di Burt Lancaster in “South Sea Woman” (“Il sergente Bum”), al quale seguono altre comparsate di solito nel ruolo del “cattivo”. Nel 1958 il grande regista William Wyler lo vuole per inserirlo nel maestoso affresco che è “The Big Country” (“Il Grande Paese”): è un onore non da poco se si considera il cast stellare composto da Charlton Heston, Gregory Peck, Jean Simmons e Burl Ives (che vincerà l’Oscar per la sua interpretazione nel film).
“Chuck”, baffetti antipatici e “physique du role”, è il cowboy cattivo e vigliacco che alla fine verrà ucciso dal padre-padrone. Il suo film forse più famoso è “Geronimo” (1962), in cui nel ruolo del protagonista i tratti somatici affilati ed una recitazione di ottimo livello lo rendono un capo indiano estremamente credibile. Ma il successo globale lo raggiunge dal 1958 quando in una fortunatissima serie televisiva della ABC comincia a vestire i panni del cowboy Lucas McCain. La serie si intitola “The Rifleman”, ed il protagonista cerca di instillare il senso della giustizia nel giovane figlio reagendo ai soprusi a colpi di Winchester.
Oltre alle doti recitative, alla figura imponente ed all’uso frequente della sigaretta, Lucas McCain entra nel mito del western per la foggia del grilletto del fucile, grazie alla quale può ricaricare velocemente l’arma. Il successo è enorme, e nel mondo NBA comincia a girare la battuta “Connors è passato dal ruolo di peggior tiratore dell’NBA a quello di miglior tiratore dell’ABC”… Col passare degli anni ’60 però “Chuck” Connors diviene uno dei mille attori “vittima” della crisi in cui cade il film western, ed anche se un ruolo da cattivo non manca mai, le vette raggiunte nelle pellicole di film di frontiera rimarranno un miraggio.
Nei primi anni ’70 è un attivo supporter della campagna elettorale di Richard Nixon, e dopo un party alla Casa Bianca in tempi di Guerra Fredda viene riconosciuto da Leonid Brezhnev che lo abbraccia: il premier sovietico era sempre stato un fan di “The Rifleman”, l’unico serial western a passare sui teleschermi russi. Nel 1977 torna sugli scudi con una presenza nel serial televisivo “Roots” (“Radici”) nel quale interpreta magistralmente il ruolo del proprietario terriero Tom Moore, feroce schiavista. Ormai è sulla sessantina, le presenze si diradano, ma rimane comunque uno dei “totem” di Hollywood. Segue ancora i Celtics dei quali è rimasto grande tifoso: nonostante la colonia degli attori di Los Angeles sia quasi completamente pro-Lakers, “Chuck” non dimentica le sue…radici e continua ad amare il biancoverde, anche perché è divenuto un amico di Bill Russell e di Red Auerbach.
Ad inizio degli anni ’90 gli viene diagnosticato un tumore ai polmoni. Le troppe sigarette del “Rifleman” alla fine – come per John Wayne – hanno la meglio sul suo fucile, e Kevin Joseph Aloysius Connors si spegne il 10 novembre 1992. Con i Celtics ha giocato in tutto 53 partite, ha segnato 4.5 punti in media ed ha tirato col 25.2% dal campo e col 47.1% dalla lunetta. Non ha vinto nulla, anzi, è stato protagonista dei difficili inizi bostoniani in fondo alla classifica. Ed allora vi chiederete il perché dell’inserimento di un giocatore tutto sommato oscuro tra quelli meritevoli di menzione. Il perché è semplice: Kevin “Chuck” Connors rappresenta a suo modo un’era, quella dei pionieri dei canestri, in cui a guidare gli atleti era ancora la passione e non il denaro.
E poi come si fa a dimenticare uno che nei primi anni ’80 dichiarò: “Penso spesso al periodo passato ai Celtics, ed a quanto mi sono divertito, nonostante fossimo una squadra debole. E sono orgoglioso di essere un Celtic, di essere stato parte di qualcosa che è diventato un’istituzione. Seguo ancora i Celtics, e loro saranno sempre la mia squadra”. E poi, giocare a basket nell’NBA, a baseball nelle “Majors” e vedere la propria stella sulla “Walk of Fame” di Los Angeles: cosa si può volere di più? L’America è proprio “The Big Country”…




