Il primo Celtic, quello che diede inizio a tutto. Se Red Auerbach fu il “braccio” del "Celtic Pride", Walter Brown ne fu senza dubbio la “mente”. Integro, onesto, giusto, non si poteva sperare in uomo migliore per dare inizio al sogno biancoverde.
Al tifoso odierno dei Celtics il nome di Walter Brown non dice molto. Un centro “muscolare” degli anni Settanta? Una guardia tiratrice in fondo alla panchina negli anni Ottanta? Eppure senza Walter Brown i Boston Celtics semplicemente non esisterebbero. Fu lui a fondarli, a dargli il nome, a tenerli in vita ed a credere nel futuro della franchigia anche quando il conto in banca era in rosso per mezzo milione di dollari, che nei primi anni Cinquanta erano una somma ragguardevole.
Basterebbero queste “medaglie” a renderlo unico, a farlo entrare nel cuore dei tifosi più di un Larry Bird o di un Bill Russell che, in ultima analisi, furono “solo” dei professionisti che vinsero titoli NBA facendo ciò per cui erano pagati senza rischiare la casa. Ma Walter fu molto di più. Fu il primo a scegliere un giocatore afroamericano nella storia NBA e dopo averlo fatto, a chi gli faceva notare il colore della pelle dell’atleta rispose “Non mi interessa se è a righe o a pallini”. E le sei parole che seguirono rimangono nella storia dello sport americano: “Boston sceglie Chuck Cooper da Duquesne”.
Mentre tutti i proprietari delle franchigie si opponevano, favorì la nascita del primo sindacato dei giocatori di basket professionisti, accollandosi parte delle spese sostenute dal loro primo presidente Bob Cousy. Oltre ad essere uno dei fondatori dell’NBA (allora BAA) fu il primo propugnatore dell’All Star Game, e tanto fece e tanto disse che la prima Partita delle Stelle venne giocata proprio nella sua Boston. Un uomo avanti trent’anni rispetto al suo tempo e dal cuore ben più grande del paesino di Hopkinton nel quale era nato.
Walter Brown venne al mondo in un freddo giorno invernale il 10 febbraio 1905, nel sobborgo bostoniano di Hopkinton. Non proprio l’ombelico del mondo, con una dozzina di migliaia di abitanti a testimoniarlo. Eppure il figlio di George V. Brown ed Elizabeth Gallagher non ebbe problemi a crescere dritto come un palo e con un’educazione elitaria. La famiglia benestante infatti lo mandò alle prestigiose scuole Boston Latin e Phillips Exeter, destinazione d’obbligo per la crema di Boston, e da esse il giovane Walter assorbì la curiosità e l’apertura mentale che avrebbero contrassegnato il suo carattere. Non guastò poi il fatto che in famiglia si respirasse a pieni polmoni l’aria di sport che arrivava assieme alla voce tonante di papà George: quando Walter nacque George faceva già parte della federazione hockeistica statunitense e ne sarebbe stato uno dei motori fino ad un anno prima della morte, avvenuta nel 1937.
Walter Brown venne al mondo in un freddo giorno invernale il 10 febbraio 1905, nel sobborgo bostoniano di Hopkinton. Non proprio l’ombelico del mondo, con una dozzina di migliaia di abitanti a testimoniarlo. Eppure il figlio di George V. Brown ed Elizabeth Gallagher non ebbe problemi a crescere dritto come un palo e con un’educazione elitaria. La famiglia benestante infatti lo mandò alle prestigiose scuole Boston Latin e Phillips Exeter, destinazione d’obbligo per la crema di Boston, e da esse il giovane Walter assorbì la curiosità e l’apertura mentale che avrebbero contrassegnato il suo carattere. Non guastò poi il fatto che in famiglia si respirasse a pieni polmoni l’aria di sport che arrivava assieme alla voce tonante di papà George: quando Walter nacque George faceva già parte della federazione hockeistica statunitense e ne sarebbe stato uno dei motori fino ad un anno prima della morte, avvenuta nel 1937.
Dal 1899 George faceva parte della Boston Athletic Association come direttore atletico, e dal 1905 al 1937 avrebbe funto da starter della prestigiosa Maratona di Boston, la più antica tra le corse di fondo a cadenza annuale, della quale sarebbe pure stato manager per 11 anni. Oltre a ciò, George dal 1919 era diventato general manager della Boston Arena e si occupava dell’organizzazione di incontri di hockey, riunioni pugilistiche, meeting di atletica leggera ed altri avvenimenti. Il carattere leale ed onesto di Walter si innamorò istantaneamente della purezza dello sport, e visto che papà George era già una delle figure prominenti nel campo dell’hockey, fu da lì che cominciò.
Prima con incarichi poco nobili: la gavetta consisteva anche nei lavori di manovalanza come imbiancare o fare piccole riparazioni elettriche e meccaniche. Poi però le cose migliorarono e negli anni ’30 cominciò la scalata: fu coach dei Boston Olympics che con lui al timone si aggiudicarono cinque titoli della Eastern Hockey League e poi guidò la selezione nazionale statunitense ad un alloro mondiale nel 1933 e ad un bronzo olimpico nel 1936. Nel 1934 era stato assoldato dal padre, general manager della Boston Arena e del Boston Garden, come assistente personale e nel 1937 ne prese il posto quando George passò a miglior vita.
La sua oculatezza e lo spirito d’iniziativa impressionarono la proprietà del Garden che nel 1941 lo promosse presidente, una carica che avrebbe coperto fino al 1964. Sotto la sua guida la “main arena” divenne un punto di ritrovo per la città che vi poteva trovare iniziative sempre nuove e valide. Come la creazione delle “Ice Capades”, show su ghiaccio che mescolava pattinaggio artistico e “vaudeville” in uno di spettacolo dai forti toni popolari, o i famosi “doubleheader”, due succulente partite di basket universitario al prezzo di un solo biglietto. Walter Brown era sempre alla ricerca di nuovi modi per riempire il Garden, e nel 1946 gli prillò in testa un’idea fantastica: “Garden + basket”.
Dopo la guerra gli americani volevano divertimento, spettacolo, e che c’era di più spettacolare di quello sport che sembrava fatto su misura per le arene coperte? Certo, era una pallacanestro ancora grezza figlia degli sport di contatto e la palla a volte stagnava per minuti interi in mano agli attaccanti, eppure c’era un fascino misterioso in quel canestro posto in alto, da violare non con la forza bruta ma con l’atletismo e l’intelligenza. Contattò gli altri proprietari di franchigie hockeistiche e propose loro la fondazione di una lega dei canestri: il progetto riscosse l’approvazione di coloro che quel lontano 9 giugno 1946 si incontrarono presso il Commodore Hotel di New York: era nata la Basketball Association of America.
Assieme al fido Howard McHugh Brown decise il “nickname” da affibbiare alla sua squadra, e dopo alcuni tentennamenti su “Olympians” e sui terribili “Unicorns” e “Whirlwinds”, alla fine scelse “Celtics” in onore della popolazione bostoniana a maggioranza irlandese e seguendo le orme dei grandi New York Celtics che avevano furoreggiato venti/trent’anni prima. Se il compito di dar vita ad una lega cestistica dei canestri era difficile, ancor più improbo sembrava quello di “educare” gli abitanti del New England. Il clima freddo in inverno rendeva agevole la pratica dell’hockey che tra i litigiosi “blue collar” del “Hub” era gradita anche per i duri scontri e per le frequenti risse. La relativa inesperienza nello sport dei canestri giocò un ruolo importante: Brown, nonostante si stesse lentamente appassionando al basket, purtroppo non lo conosceva ancora e commise alcuni errori in partenza che costarono ai Celtics i pezzi più pregiati tra i free agent in circolazione. I primi quattro anni di vita della franchigia furono un incubo sia sotto il profilo tecnico (89 vittorie e 147 sconfitte, 58 giocatori a roster e due allenatori) sia sotto quello economico.
Un “buco” di mezzo milione di dollari lo costrinse ad accendere un mutuo sulla sua splendida casa mentre la moglie Marjorie era decisamente preoccupata. Dopo l’ennesimo campionato sventurato sia nelle classifiche che al botteghino (nella foto relativa alla stagione 1949-50 Brown è ritratto assieme ai giocatori George Kaftan, Tony Lavelli, Gene Englund ed al coach Alvin Julian), la proprietà del Garden ne ebbe abbastanza di quello sport in canottiera e pantaloncini, e costrinse Brown a prendere a bordo l’ex proprietario dei defunti Providence Steamrollers, Lou Pieri. Pieri come unica condizione all’infusione di denaro fresco volle che il nuovo allenatore fosse un newyorchese litigioso di nome Arnold “Red” Auerbach. Ed il 25 aprile 1950, nel draft in cui per la prima volta potè giovarsi dell’esperienza di Auerbach, il Numero Uno dei Celtics cambiò l’NBA scegliendo il primo giocatore nero nella storia della lega, Chuck Cooper da Duquesne.
A quella scelta fecero seguito altre due “pick” afroamericane a Washington e New York, Earl Lloyd e Nat “Sweetwater” Clifton, ed il manager degli Harlem Globetrotters Abe Saperstein fece sapere che la sua squadra non si sarebbe esibita nelle arene di squadre con a roster un atleta nero. Saperstein, nonostante fosse ebreo e quindi erede della tradizione di un popolo storicamente vittima di soprusi, si considerava il “tutore unico” dei giocatori con la pelle scura e vedeva nelle scelte NBA una minaccia alla sua esclusiva.
Nonostante i Globetrotters fossero una squadra che assicurava sempre ottimi incassi ed i Celtics fossero allora alla canna del gas, Walter Brown non si fece intimidire e rispose “Per quanto mi riguarda i Globetrotters e Saperstein possono anche fare a meno di venire al Garden”. Il nuovo Celtic Chuck Cooper spedì immediatamente un telegramma per mezzo del quale ringraziava il proprietario per l’opportunità che gli veniva concessa, ed in seguito dichiarò: “Sono convinto che nel 1959 nessuna squadra NBA avrebbe scelto atleti neri se i Celtics non mi avessero preso, e non dimenticherò mai Walter Brown. Era un gentiluomo dotato di grande dirittura morale, al quale è giusto rendere i meriti per aver reso possibile ciò che nessun altro avrebbe reso possibile”.
Fu ancora una volta grazie all’uomo da Hopkinton che nel 1951 per la prima volta l'NBA organizzò quello che oggi è uno dei momenti più inebrianti del panorama sportivo a stelle e strisce: il 1 marzo 1951 al Boston Garden di fronte ad oltre diecimila spettatori si giocò infatti il primo All Star Game, e fu un successo clamoroso (nella foto scattata in occasione della prima Partita delle Stelle, Brown è assieme ai due Celtics che parteciparono all'evento, Ed Macauley e Bob Cousy). Nel corso degli anni Walter cominciò a comportarsi sempre più da tifoso e sempre meno da proprietario della squadra, tanto che in più di un’occasione la stampa fu testimone delle sue sfuriate ai giocatori. Brown era depositario del classico carattere irlandese: facile all’arrabbiatura, si pentiva subito dei suoi eccessi e dimostrava bontà e capacità di autocritica.
Era senza dubbio il più leale dei proprietari NBA vecchio stampo, ed i giocatori per lui diventavano quasi dei figli. Alcuni ne approfittavano in fase di rinegoziazione del contratto sapendo che avrebbe elargito salari più rotondi di quelli trattati da “Red” Auerbach. A prova di ciò e della sua lealtà un fatto su tutti: Frank Ramsey era solito spedirgli il contratto firmato lasciando la cifra in bianco, e non ebbe mai a pentirsene. La parola data era sacra, e spesso siglava gli accordi con una stretta di mano. La sua grandezza risiedeva anche nel fatto che si rendeva conto delle capacità di Auerbach e non lo ostacolava mai. Il coach aveva tentato di mettere in piedi la sua “mistica” anche a Washington e “Tri-Cities” (bizzarra definizione per una squadra con tre basi casalinghe a Moline e Rock Island, Illinois, e a Davenport, Indiana), ma il “Pride” attecchì solo a Boston perché potè contare sulle fondamenta solide dell’onestà e della passione di Walter Brown.
Grazie all’opera di “evangelizzazione cestistica” messa in atto da Auerbach e soprattutto alle vittorie della squadra, le casse della società cominciarono lentamente a respirare, ed anche se la città di Boston continuava a snobbare la squadra mentre i perdenti Red Sox e Bruins facevano registrare incassi sorprendenti, si intravvedeva la luce alla fine del tunnel. Quando nel draft del 1956 Auerbach gli propose di fare il possibile per portare a casa il centro di USF William Felton Russell, Brown si mise all’opera. Ma non dimenticò il suo cuore: oltre alla contropartita di Cliff Hagan, nello scambio per Russell era previsto il passaggio a St.Louis del Celtic Ed Macauley ed il proprietario, che amava l’atleta come un figlio, diede a “Easy Ed” il diritto di veto sulla trade. Macauley però aveva un figlio malato e le migliori strutture mediche per curarlo si trovavano proprio a St. Louis: la scelta fu facile per tutti.
Come regalo d'addio, visto che il contratto di Macauley era in scadenza Brown gli propose di firmarne uno nuovo più cospicuo al quale il proprietario degli Hawks avrebbe dovuto attenersi, ma Macauley rifiutò perché sapeva che se Ben Kerner si fosse dichiarato scontento del rinnovo e dell’aumento salariale, quel gran signore di Walter Brown si sarebbe fatto carico della differenza. Questi erano i Celtics: grandi uomini, dentro e fuori dal campo. Lo scambio con St.Louis era fatto, ma restava ancora un piccolo particolare: la prima scelta assoluta apparteneva ai Rochester Royals che, seppur non interessati a Russell a causa delle sue richieste contrattuali ritenute onerose, avrebbero potuto fare uno scherzetto ai Celtics e sceglierlo per poi vedere cosa potevano ricavare in cambio.
Brown telefonò a Les Harrison, proprietario dell’arena di Rochester, e gli disse: “Se non scegli Russell con quella prima scelta, il prossimo inverno ti mando le Ice Capades”. Harrison scelse Sihugo Green ed i Celtics decollarono per il volo formidabile di 11 titoli in 13 stagioni (nell'immagine del gennaio 1963 sta ricevendo dal "Commissioner" Walter Kennedy il trofeo per la vittoria nel campionato precedente). Walter Brown però si fermò a sette titoli in otto anni. Il 7 settembre del 1964 venne infatti colpito da infarto nella sua casa di Cape Cod, lasciando il mondo dello sport nella tristezza più profonda. La sua figura si ergeva infatti ben al di là dei confini del basket NBA: al momento della morte non era solo il proprietario dei Celtics ma era anche presidente della Federazione Internazionale Hockey, dei Bruins, del Boston Garden e dell’Associazione Atletica Leggera della città.
I Celtics ritirarono immediatamente il numero 1 in suo onore e giocarono la stagione seguente con una spallina listata a lutto. Inutile dire che il titolo 1965 fu vinto in suo onore, e che un Red Auerbach ancora gocciolante dopo esser stato trascinato nella doccia di prammatica, mostrò la medaglietta di San Cristoforo che Marjorie Brown gli aveva regalato perché gli ricordasse Walter. Di quel titolo e di tutti quelli che sarebbero arrivati in futuro faceva parte anche il defunto proprietario, senza l’appoggio del quale il coach non avrebbe potuto creare il “Celtic Pride”, l’Orgoglio di essere Celtics. Nel 1965 Brown venne ammesso nella Hall of Fame di Springfield: era il primo ad entrare nelle “cattedrali sportive” sia dell’hockey (1962) che del basket.
A quarantaquattro anni dal giorno in cui una schiera di giovani atleti versò le sue lacrime al St. John Evangelist Cemetery di Hopkinton, nell’NBA di Walter Brown non resta molto. Anche i Celtics nel loro sito ufficiale hanno predisposto una pagina celebrativa per Red Auerbach ed un’altra per la più bella partita di sempre, ma sembrano aver dimenticato il loro Padre, relegandolo a qualche riga in trafiletti qua e là. Persino l’NBA che senza di lui forse non esisterebbe e che gli aveva dedicato il trofeo per la squadra vincitrice, nel 1977 ha sostituito il trofeo che portava il suo nome con il familiare Larry O’Brien Throphy, la coppa consegnata ai Celtics lo scorso giugno. Il coraggio, la dirittura morale, la caparbietà nel credere in un sogno impossibile di Walter Brown trovano spazio solo nelle pagine di qualche biografia o di qualche storia dei Celtics.
E non è giusto. Perché senza nulla togliere alla statura di Lawrence O’Brien, il capace manager e uomo politico che resse l’NBA prima di David Stern, forse sarebbe il caso di ricordare che Brown, più di O’Brien, di tutti i commissioner e di tutti gli altri proprietari di franchigie dei sessanta anni di NBA, ha rischiato di tasca propria per far spiccare il volo alla lega ed ha avuto il coraggio di osare decisioni impopolari in un’America non ancora pronta per quell’uguaglianza tra bianchi e neri che oggi per molti è “fait accompli”.



