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Red Auerbach

Pubblicato da Fabio Anderle martedì 17 marzo 2009

“Sapeva riconoscere il talento. Sapeva come assicurarselo. Sapeva come allenarlo. Sapeva come motivarlo. L’eredità che lascia al mondo dello sport è senza eguali”. (Robert Joseph Cousy)
Dipingere la personalità di Arnold “Red” Auerbach a rapide pennellate è impresa sovrumana. Le mille sfaccettature di quest’uomo complesso sfuggono a qualsiasi “cliché”, ed ogni definizione rischia di essere parziale e banale. Tanto che solo un libro potrebbe sviluppare tutti i lati del suo carattere, ma del resto anche le svariate biografie a lui dedicate non sempre sono riuscite a coglierne appieno l’essenza. Un carattere particolare in cui mille contraddizioni mugghiavano come un mare in tempesta, Auerbach ha segnato la storia dell’NBA per cinquant’anni prima come allenatore e poi come General Manager. Anche quando i problemi di salute derivanti dall’età avanzata ne hanno limitato il ruolo e l’influenza, la sua presenza ha continuato a riscaldare i cuori e le menti dei Celtics, a ricordare che la loro missione era quella di tornare nelle zone nobili della classifica.

“Red” se n’è andato in una grigia giornata di fine ottobre del 2006, ma ha lasciato un’eredità ricchissima al Trifoglio, all’NBA ed alla storia dello sport. Nel 1956 mandò Ed Macauley e Cliff Hagan a St.Louis in cambio della scelta di Bill Russell. Nel 1978 scelse Larry Bird un anno prima che finisse l’iter universitario. Nel 1980 scambiò la prima scelta con Robert Parish e la scelta di Kevin McHale. Nel 1951 inserì in uno scambio un giocatore di baseball, Bill Sharman, e nel 1981 usò una seconda scelta per assicurarsi un altro giocatore di baseball, Danny Ainge. Entrambi finirono per passare al basket e vincere dei titoli all’ombra del Boston Garden. Ognuna di queste mosse geniali sarebbe valsa gloria imperitura al manager che le avesse completate, ma in questo caso parliamo di un solo manager, IL manager, IL coach per eccellenza. 

Era il 20 settembre 1917, Hyman Auerbach prese in braccio il figlio appena nato e di certo non pensava che quel fagottino sarebbe diventato uno degli uomini sportivi più famosi d’America. Fuggito da Minsk nell’odierna Bielorussia per evitare i pericoli dell’ennesimo “pogrom”, “Hymie” si era dedicato ad una vita di lavoro duro nella Brooklyn di inizio Novecento. Lì aveva conosciuto Mary Thompson e dall’amore al matrimonio alla nascita di Victor, il primogenito, non era passato molto. Tre anni dopo era arrivato Arnold a cui avevano fatto seguito Zang e Florence. La famiglia abitava nella zona di Williamsburg al 246 di Lynch Street, ad un passo dalle sopraelevate sulle quali sferragliavano i treni che passando su Broadway collegavano Brooklyn al resto della città.

Fin da piccolo Arnold, che portava orgogliosamente una capigliatura rossa, era stato identificato come l’atleta della famiglia. Mentre Zang era l’artista (un po’ di anni dopo avrebbe disegnato il “leprechaun” in bombetta che è ancora il logo dei Celtics) e Victor era lo studente, “Red” era più portato alle attività fisiche, tanto che quando c’era da dare una mano in casa o da aiutare papà a “pressare” i vestiti nella lavanderia di famiglia, era sempre lui a darci dentro. La vita di un ragazzino ebreo nella Brooklyn degli Anni Venti non era facile, e “Red” imparò presto che nelle risse spesso chi sferra il primo pugno vince.

Dalle scuole pubbliche passò al liceo di Eastern District e cominciò a farsi un nome tra i migliori cestisti di New York. Era un discreto studente ma non eccezionale perché, sebbene brillante, preferiva incanalare le sue energie nella pratica dei canestri. Attenzione, la media di 88 su 100 fatta registrare al liceo era ottima ma non sufficiente per poter entrare ai migliori atenei cittadini. Ripiegò quindi su Seth Low Junior College, nella speranza di attirare l’interesse di qualche università di spicco. Cosa che puntualmente accadde dopo un’amichevole in cui Seth Low aveva dato filo da torcere alla più prestigiosa George Washington University: il coach dei “Colonials”, il grande Bill Reinhart, vide il “rosso” e gli offrì subito una borsa di studio.
Nei tre anni a George Washington la vita di Arnold cambiò radicalmente: si laureò in Educazione Fisica, completò un “master”, conobbe una bella studentessa di nome Dorothy (che avrebbe sposato) ed imparò il “sistema” di Bill Reinhart, esperienza che sarebbe risultata decisiva negli anni futuri. Il coach del Coach predicava disciplina, contropiede e fondamentali - tutti tratti che sarebbero entrati nel gioco dei Celtics negli anni ’50 e ’60 - ed il suo metodo funzionava: Auerbach da giocatore vinse 38 delle 57 partite giocate. A volte Reinhart usava degli stratagemmi per tirare fuori il meglio dai suoi giocatori: quando Jimmy Hull, stella di Ohio State, usò il suo tiro in gancio per avere la meglio su “Red”, l’allenatore dei “Colonials” lo “panchinò” per alcune partite. E quando fu la volta di affrontare Army, la squadra dell’esercito guidata dalla stellina Walter Brinker, Reinhart disse ad Auerbach: “Brinker lo prendi tu”.
Inutile dire che il povero “marmittone” non vide palla contro un giocatore che il “panchinamento” aveva tramutato nella belva di Brooklyn. Per racimolare qualche dollaro “Red” collaborava anche con l’NYA, il dipartimento che si prendeva cura dei giovani “problematici”, ed in questa specie di carcere minorile il giovane newyorchese imparò salutari lezioni sul rispetto e sulla fiducia. Nell’estate del 1943 Bill Reinhart era il comandante della Norfolk Naval Station ed ovviamente continuava a tenere d’occhio il pupillo: “Red” si arruolò e per tre anni comandò la Scuola degli Istruttori di Educazione fisica della Marina.
Quando si congedò con il grado di Tenente nell’estate del 1946 venne a sapere che i proprietari delle franchigie dell’hockey stavano mettendo in piedi una lega di basket, e conscio di aver avuto contatti con molti giocatori nei tre anni in divisa, si presentò da Mike Uline, proprietario dei Washington Capitols, affermando con un po’ di sfrontatezza di poter creare una squadra competitiva contenendo i costi. Uline rimase colpito dall’energia di quel giovane, e fu così che iniziò la grande avventura di Auerbach nel mondo dei “pro”. Pochi sanno che il primo campionato di Auerbach su una panchina professionistica fu, come bilancio, il migliore: i Washington Capitols vinsero 49 delle 60 partite disputate ma vennero eliminati nelle semifinali dell’allora BAA, progenitrice dell’odierna NBA.

I Capitols erano una squadra che praticava un contropiede sfrenato e si affidava alla maestria di un quintetto in cui spiccavano Bill Feerick, “Bones” McKinney e Fred Scolari. Quando nelle due stagioni seguenti Washington non riuscì a ripetersi seppur giocando campionati di ottimo livello (28-20 e 28-22 i record, con una sconfitta in Finale nel 1949), Auerbach sentì che c’era qualcosa che non andava. Si presentò dal proprietario Mike Uline, chiese un rinnovo di contratto biennale, e quando vide che questo “nicchiava” capì: il suo giocatore Bill Feerick gli stava facendo le scarpe.
“Red”, carattere focoso come sempre, diede le dimissioni: inutile dire che i Capitols di Feerick nel primo campionato compilarono un esangue 32-36 e persero in semifinale di lega e l’anno dopo chiusero i battenti dopo la peggior partenza di sempre. Auerbach però si era fatto un nome, ormai, e non gli ci volle molto per trovare un’altra panchina. Pochi però sanno che per un breve periodo fece parte dello staff di Duke University. Gerry Gerrard, coach dei Blue Devils, era affetto da un cancro terminale e di lì a poco avrebbe dovuto essere sostituito: i rappresentanti dell’ateneo pensavano che Auerbach fosse il sostituto migliore.
A “Red” non sembrò vero di poter avere una vita quasi normale, degli amici, e la possibilità di passare il tempo libero con Dorothy e la piccola Nancy. Dopo poche settimane a Durham, però, il peso della realtà cominciò a farsi sentire. I giocatori cominciavano a rivolgersi a lui più che al bravo e malato Gerrard, e “Red” cominciò a sentirsi quasi colpevole, una specie di avvoltoio che aspettava la morte del collega. La chiamata di Ben Kerner, proprietario dei “Tri-Cities Blackhawks”, mise fine ad una situazione che per il rossocrinito newyorchese stava diventando insopportabile. E così accadde un fatto conosciuto da pochi: “Red” divenne il secondo allenatore nella storia di quelli che oggi sono gli Atlanta Hawks. Solo che a fine anni Quaranta si chiamavano “Blackhawks” ed evoluivano in tre città (Moline e Rock Island, Illinois, e Davenport, Iowa) da cui il nome di “Tri-Cities”.

E fu proprio lì che il geniale coach subì la sua prima stagione “perdente”: prese in mano la squadra dopo che Roger Potter era stato silurato e la condusse ad un dignitoso 28-29 dopo l’1-6 iniziale dello sfortunato collega. Non era un gruppo talentuoso, ma “Red” gli impose una difesa arcigna che limitò i danni ed in qualche modo li portò a rendere al di sopra delle loro possibilità. Non passò molto tempo e sorsero problemi anche col proprietario dei Tri-Cities Blackhawks. Ben Kerner nel gennaio del 1950 impose una trade spedendo John Mahnken ai Celtics in cambio di Gene Englund, ed Auerbach, al quale era stato assicurato che lo scambio non sarebbe stato effettuato, a fine stagione strinse la mano a tutti e fece le valige.
Arnold era stato contattato da Lou Pieri, “owner” dei Providence Steamrollers, per cercare di salvare la franchigia che stava affondando, ma con grande onestà aveva consigliato Pieri di chiudere i battenti. Il materiale umano era di basso livello ed una ricostruzione sarebbe stata molto dispendiosa. Pieri rimase impressionato dalla praticità e dall’intelligenza del giovane coach, e quando il gruppo che gestiva il Boston Garden gli chiese di dare una mano ai Celtics che navigavano in brutte acque, l’uomo d’affari rispose che l’avrebbe fatto a condizione che il nuovo allenatore fosse “Red” Auerbach.
In realtà il newyorchese era già tra i “papabili” alla successione a “Doggie” Julian, logorato da due stagioni con 47 vittorie ed 81 sconfitte. L’arrivo del fumantino coach newyorchese non passò inosservato a Boston: il suo primo “atto ufficiale” fu quello di partecipare al draft 1950, quello nel quale i Celtics scelsero il primo nero della storia dell’NBA, Charles Cooper, e…non scelsero Bob Cousy, attirandosi le critiche della stampa locale. Auerbach nella conferenza stampa fu decisamente abrasivo: “Non so che farmene del sentimentalismo, e questo riguarda Cousy come chiunque altro. L’unica cosa che conta è l’abilità, e Cousy deve ancora provare di averne. Non mi interessa scegliere qualcuno solo perché è un bifolco del luogo”.
Parte della stampa rimase favorevolmente colpita dai modi asciutti e schietti del coach, parte invece – capeggiata da Clif Keane del “Globe”, gli si rivoltò contro. Il grande Walter Brown però giocò sempre il ruolo di paciere tra allenatore e media, e lentamente ma inesorabilmente tra gli animi nobili dei due mise radici una sincera amicizia. Auerbach intanto iniziò la rivoluzione: vuotò gli “armadi” di tutti i giocatori che riteneva inadatti al suo basket, dal fisarmonicista Tony Lavelli, agli ex-Holy Cross Dermie O’Connell, Joe Mullaney e George Kaftan, al “Original Celtic” Art Spector, ultimo sopravvissuto della prima squadra ad aver indossato la tenuta bianco verde a fine 1946.

Al loro posto, tramite trade (Bob Brannum), “dispersal draft” (“Bones” McKinney, Ed Macauley, Frank Kudelka e Bob Cousy) e draft (Charlie Share, Chuck Cooper, Bob Donham) arrivarono gli atleti che formarono l’intelaiatura dei Celtics futuri. Una squadra tosta (nella foto scattata al training camp del 1950 assieme al coach ci sono, da sinistra a destra, Cooper, Cousy e Donham) ma che allo stesso tempo si affidava ad una delle armi “storiche” di Bill Reinhart, il contropiede. Bob Brannum arrivò addirittura in uno scambio per Share che, sotto forma di “giocatore da decidere in futuro” avrebbe garantito a Boston una guardia da Hall of Fame, Bill Sharman. In un inizio di campionato abbastanza inusuale per un coach che vedeva nella preparazione atletica un perno del suo gioco, i Celtics persero le prime tre gare con “Red” in panchina: l’esordio a Fort Wayne il 1 novembre (84 a 107) e le altre due trasferte a Moline e Philadelphia. Poi però, a testimonianza della bontà del “neue kurs”, ecco sette vittorie consecutive, record di franchigia.
I Celtics giocavano un basket piacevole ed erano tosti, anche se "Red" non perdeva occasione per discutere con gli arbitri e per cercare di condizionare il loro giudizio. Quando Boston chiuse la stagione 1950-51 con 39 vittorie e 30 sconfitte il plauso fu unanime. Nei playoffs, però, cominciò la maledizione: anno dopo anno i biancoverdi avrebbero raggiunto la post-season con risultati lusinghieri per poi venir inesorabilmente fermati al primo o al secondo turno. Alla fine del campionato 1955-56 il record bostoniano del coach parlava chiaro: 241 vinte e 181 perse in regular season, 10 vinte e 17 perse nei playoffs.

Auerbach non era stupido ed aveva capito che alla sua squadra mancava un centro dominante da “cavalcare” quando nei playoffs il gioco si faceva duro, ed aveva tentato diverse soluzioni acquisendo di volta in volta i “muscolari” Jim Loscutoff, Don Barksdale, Jack Nichols ed Arnie Risen. Ma solo un filiforme centro di San Francisco sarebbe riuscito a cambiare la situazione. Anche qui fu il vecchio coach Bill Reinhart a correre in aiuto del suo protetto, facendogli presente che quel giovinotto da McClymonds High sarebbe stato uno che spostava. Red si fidò ciecamente del suo mentore, convinse Walter Brown a gettare in quello scambio con St.Louis tutto quello che serviva a portare William Felton Russell a Boston: Ed Macauley, Cliff Hagan e…. lo spettacolo delle Ice Capades, di cui il proprietario dei Celtics era uno dei “patron”.
Auerbach intanto continuava a svolgere i ruoli di allenatore, general manager, addetto all’equipaggiamento, organizzatore delle trasferte, addetto al marketing a quant’altro. Nello stesso draft in cui i Celtics si accaparrarono Russell (nella foto il coach è immortalato assieme al futuro centro dei Celtics nella cornice del Madison Square Garden, a poche ore dalla firma del contratto) arrivò anche Tom Heinsohn, e di colpo Boston diventò la squadra più forte di tutte. Si sarebbe aggiudicata nove dei dieci campionati seguenti, mentre Auerbach continuava sagacemente a rafforzare l’organico, a sostituire gli atleti vecchi con nuove stelle. Arrivarono Frank Ramsey, Sam Jones, K.C. Jones, Tom Sanders, John Havlicek e fu la Dinastia, il vero ed unico momento in cui l’NBA fu totalmente schiacciata da un’unica squadra per 13 anni.
Le teorie di Auerbach trovarono sempre maggior credito: i suoi sette schemi con le opzioni, le sue costanti battaglie verbali con gli arbitri e le multe comminategli dalla lega, la maestria nella sottile arte della motivazione dei giocatori. Incuriosiva anche l’aspetto folkloristico di un uomo che mangiava sempre cibo cinese e Coca Cola, faceva collezione di tagliacarte, guidava in maniera raccapricciante. Per distinguersi dagli altri allenatori che si fumavano una sigaretta, “Red”, non appena la partita era decisa in favore dei Celtics, cominciò ad estrarre dalla tasca interna della giacca un sigaro, ad accenderselo ed a fumarlo, e di lì a poco quella pratica divenne il simbolo della vittoria, tanto che ormai nella cultura sportiva (e non solo) il sigaro è sinonimo di successo.

Non tutti vedevano di buon occhio quella manifestazione di superiorità, tanto che a molti giocatori ed allenatori NBA sarebbe piaciuto, solo una volta, ribaltare una partita persa e costringere Auerbach a spegnere il maledetto sigaro, ma solo i Lakers ci andarono vicino nell’ultima partita. Dopo otto titoli e 741 vittorie in regular season Auerbach infatti aveva annunciato che al termine del campionato seguente, stagione 1965-66, si sarebbe ritirato. In perfetto stile con il suo personaggio, quasi sfidò i suoi avversari ad un ultimo tentativo per metterlo a tappeto, ed ovviamente i Celtics reagirono con ulteriori 54 vittorie in regular season (che portarono il suo record ai Celtics sul 795-397, a cui va sommato il 90-58 nei playoffs) ed un titolo strappato ai Lakers in sette partite.
Se qualcuno pensava che una volta lasciata la panchina il suo apporto ai Celtics sarebbe stato meno determinante, mal gliene incolse: fin dalla prima decisione, quella relativa al suo successore, “Red” fece capire che il “Pride” era bello saldo nelle sue mani, affidando l’incarico al primo coach afroamericano della storia dello sport professionistico americano. Chi avrebbe potuto allenare Bill Russell meglio di... Bill Russell? Ancora una volta, da maestro di psicologia, sfruttò il carisma del suo giocatore migliore ed allo stesso tempo lo responsabilizzò.
Il risultato furono altri due titoli nel 1968 e nel 1969. Negli anni ’70, dopo il ritiro di Russell e Sam Jones, Auerbach si trovò a dover ricostruire praticamente dal nulla, e dopo aver affidato la panchina ad un altro dei suoi protetti, Tom Heinsohn, mise a segno una serie di colpi al draft (Jo Jo White e Dave Cowens) ed in sede di mercato (Paul Silas, Charlie Scott) e Boston vinse altri due titoli nel 1974 e nel 1976. Il ritiro di Cowens ed Havlicek segnò l’inizio di un’altra ricostruzione che “Red” affrontò scegliendo al draft del 1978 una giovane ala dell’Indiana di cui si diceva che fosse troppo lenta e non sapesse saltare.

Nel draft del 1980 poi completò l’opera scambiando la prima scelta assoluta con la terza ed il centro Robert Parish. A Golden State andò Joe Barry Carroll, a Boston finì Kevin McHale: Bird, Parish e McHale, era nata la più forte “frontline” della storia del basket. Su quel nucleo e su un paio di ulteriori colpi da maestro (la scelta di Danny Ainge, lo scambio di Rick Robey con il Sun Dennis Johnson ed in seguito l’arrivo di Bill Walton) i Celtics costruirono altri tre titoli nel 1981, 1984 e 1986, e proprio in quell’anno il grande General Manager si apprestava a dare il colpo finale alle avversarie: una seconda scelta assoluta avrebbe garantito l’arrivo di Len Bias da Maryland, un giocatore totale definito un “Michael Jordan col tiro”. Ma in una triste serata di giugno Bias festeggiò la scelta dei Celtics con un party a base di cocaina, ci rimise la pelle e spezzò il cuore dell’ormai vecchio “Red”.
Fu proprio allora che iniziò il lento declino dei Celtics, mentre il Patriarca non riusciva a trovare più la forza per rimettere in sesto i suoi Celtics. Nel luglio del 1993 il capitano Reggie Lewis morì per un attacco cardiaco, e fu il colpo finale per i sogni di rinascita dei biancoverdi. Problemi di salute costrinsero Auerbach ad assumere un ruolo sempre più marginale nella franchigia, fino a quando nel 1997 il proprietario Paul Gaston affidò l’incarico di General Manager ed allenatore a Rick Pitino, che prontamente fece togliere a “Red” la “corona” di presidente. “Scherza coi fanti ma lascia stare i santi”, recita un vecchio proverbio: sarà un caso, ma la gestione fallimentare di Pitino apparve come una punizione degli “Dei del Basket” per l’uomo che aveva osato mancare di rispetto ad Auerbach.
In realtà “Red” nell’NBA del Terzo Millennio era un pesce fuor d’acqua. Uomo per il quale la stretta di mano aveva più valore di una firma su un contratto, già negli anni Settanta aveva fatto fatica ad adattarsi agli stuoli di agenti che rappresentavano i giocatori, a quel nuovo mondo in cui l’atleta stava inesorabilmente prendendo il controllo dello sport. Figuriamoci ora, con drappelli di avvocati in giacca e cravatta ad analizzare le pieghe del salary cap e addetti al marketing intenti a studiare i mille modi per strappare un dollaro in più! Non era più la “sua” NBA, eppure continuò a tenere viva la fiamma del “Pride”.

Qualche momentaneo successo (i playoffs del 2002) non mutò il clima di ricostruzione che ormai era una costante della franchigia dal ritiro dei big Three ad inizio anni ’90, e mentre la salute peggiorava, Red continuò a farsi vedere e sentire dai giocatori ed a dimostrare che c’era un…filo verde nella storia dei Boston Celtics. Si rarefecero anche gli incontri con gli amici al ristorante cinese “China Doll” di Washington, che erano proseguiti anche dopo la morte della sua amata Dorothy nell’ottobre del 2000, dopo 59 anni di matrimonio.

Arnold Jacob “Red” Auerbach non era seduto nel suo posto riservato a metà campo quando Paul Pierce ha alzato il Trofeo Larry O’Brien nel giugno 2008. Si era spento nella sua Washington il 28 ottobre 2006 nel momento in cui il cuore non era riuscito più a pompare quel sangue verde Celtics, e si era fermato per sempre. Ma al TD Banknorth Garden non c’era alcun dubbio sul fatto che il Patriarca fosse presente, non appena Wyc Grousbeck estrasse un sigaro per ricordarlo. Eventuali dubbi a riguardo erano svaniti come nebbia al sole un mese prima, il 18 maggio, quando Paul Pierce aveva tirato un “libero” determinante nella settima e decisiva sfida contro i Cleveland Cavaliers. Il pallone si era impennato, era rimasto appeso all’aria per un’eternità prima di ricadere nel canestro, ed il capitano dei Celtics aveva sorriso rivolgendo lo sguardo verso l’alto ed indicando a tutti chi era l’autore del punto decisivo.

Il lento scorrere del tempo è una carta vetrata che smussa i particolari del passato, e se la percezione globale della grandezza di quest’uomo rimane viva, sono comunque più confuse le mille ragioni per le quali Red è stato “larger than life”. Le parole poi hanno un limite intrinseco: incasellano in una definizione, mettono dei limiti a qualcosa che invece spesso è più grande. E’ così che si perdono le sfumature, che si finisce per dimenticare tutti gli aspetti che hanno reso inarrivabile Arnold Auerbach. Da come insegnava il tagliafuori a come ha insegnato a Boston che i suoi giocatori non erano bianchi, rossi o neri, ma biancoverdi, da come ha creato la figura del “sesto uomo” insegnato il contropiede a come creato il “Celtic Pride”, quella strana magia grazie alla quale il cuore e la voglia contano più di cento schemi.


Ecco perché bisogna ricordare che Arnold “Red” Auerbach non è stato solo un grande allenatore ed un grande general manager, ma che ha creato uno stile, ha dato vita ad un modo di vivere il basket e lo ha sostenuto anche in momenti in cui sarebbe stato più comodo lasciarsi portare dalla realtà evitando il controcorrente. L’asticella era sempre altissima sia per sé stesso che per gli altri Celtics: quando vide la squadra festeggiare in spogliatoio la conquista del titolo divisionale nel 1980, chiese ad M.L. Carr cosa stessero facendo. Alla risposta del giocatore, “Red” abbaiò: “Qui non si festeggiano i titoli divisionali, si festeggiano i titoli NBA”.
Nella sua storia umana non c’è mai stata una distonia, risultava sempre perfettamente naturale vederlo lavorare sui fondamentali e poi mettere in campo un quintetto base nero, predicare il contropiede e poi passare il testimone al primo coach afroamericano nello sport statunitense. Erano tutte parti di un gigantesco disegno nella sua mente, una NBA in cui non esistevano bianchi e neri ma solo vincenti e perdenti, e spesso i vincenti portavano la maglietta verde.

Sono passati sessant’anni dal suo esordio sulla panchina NBA dei Washington Capitols, e proprio nella Washington di Red ha prestato giuramento un presidente afroamericano. Barack Obama, amante del basket, forse non lo sa ma un pezzetto del suo mandato lo deve anche a gente come Arnold Auerbach, gente che ha abbattuto barriere semplicemente senza alzare la voce, senza imbracciare un’arma, ma cambiando il sentire comune, rendendo “normale” quanto normale non era. Se Arnold Jacob Auerbach avesse “solo” vinto nove titoli da allenatore sarebbe già uno dei più grandi di sempre. Se ne avesse “solo” vinti sette da General Manager, sarebbe il miglior “costruttore di squadre” di sempre. Ma lui fece entrambe le cose, le fece con la stessa squadra, e le fece spezzando la barriera razziale. Nel frattempo plasmava il Celtic Pride, una sorta di religione dei canestri che ancor oggi scioglie i cuori di centinaia di migliaia di persone. Quale allenatore può osare solo pensare di appartenere alla sua categoria? L’ultimo degli Dei del Basket sorride, mentre si accende un altro Hoyo de Monterrey.


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