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Ad un passo dalla bancarotta

Pubblicato da Fabio Anderle giovedì 12 marzo 2009

I Boston Celtics continuano a perdere partite e denaro mentre nemmeno il secondo coach Alvin Julian trova un modo per vincere e vendere biglietti. Walter Brown gioca la carta Tony Lavelli, cestista/fisarmonicista, ma sarà un altro “paisà”, Lou Pieri, a portare una manciata di dollari e l’idea decisiva su chi scegliere come prossimo allenatore… 



1948-49


Quando venne il momento di decidere il nome del secondo coach della franchigia, Walter Brown non esitò nemmeno per un attimo. Dal 1947, infatti, nel New England la parola “basket” era sinonimo di “Holy Cross”. La piccola università gesuita era riuscita nell’impresa di conquistare il titolo NCAA vincendo le ultime 23 partite stagionali, e nel campionato seguente, spinta da un piccolo propulsore francofono di nome Robert Cousy, aveva messo insieme una “striscia” di 18 vittorie consecutive prima di venire superata dai futuri campioni di Kentucky nella “finale Est”.
I “Crusaders” riempivano costantemente il Boston Garden fino alla capienza di 13,909 spettatori, il mitico thirteen-nine-oh-nine che per mezzo secolo in America è stato sinonimo di perfezione. La scelta di Brown quindi apparve scontata quando mise sotto contratto Alvin “Doggie” Julian, allenatore delle grandi squadre di Holy Cross, con il chiaro scopo di attingere al bacino di tifosi dell’ateneo di Worcester. 


I Celtics si erano sbarazzati della maggior parte dei giocatori sotto contratto nella stagione precedente: Ed Sadowski si era acquartierato a Philadelphia, Connie Simmons trovò casa ai Baltimore Bullets, Bloom provò con i Lakers ma finì agli Stags, Connors passò al mondo della celluloide, Mariaschin appese le scarpette al chiodo. Pochi sopravvissero ai tagli di Julian, ma in realtà anche i volti nuovi non riuscirono ad invertire la tendenza. Fu un’altra stagione da tregenda segnata da risultati scarsi e cambiamenti quasi all’ordine del giorno, tanto che ben 22 giocatori diversi indossarono la maglia biancoverde.
Ad un buon inizio con 5 vittorie e 3 sconfitte negli ultimi dieci giorni del mese di novembre fece seguito una serie nera di cinque battute a vuoto. Arrivò gennaio e la situazione stagnava. La squadra di “Doggie” Julian non giocava in modo particolarmente brillante, ma nessuno si aspettava la scoppola che sarebbe arrivata di lì a poco: Boston incassò dieci “L” in fila che compromisero definitivamente la stagione. Dopo una vittoria risicata sui Washington Capitols il 28 gennaio (91 a 90) tre ulteriori rovesci portarono il bilancio stagionale a 13 vittorie e 28 sconfitte. 



Più che utile fu l’iniezione di forze fresche rappresentata dall’arrivo di due neo-laureati ad Holy Cross: quando George Kaftan e Dermie O’Connell (immortalati nella foto scattata al loro arrivo ai Celtics) terminarono gli studi nel gennaio 1949, vennero immediatamente “arruolati” da “Doggie” Julian. Soprattutto Kaftan – stella dei Crusaders – risultò particolarmente incisivo realizzando 14.5 punti a partita nelle 21 partite disputate, l’unico Celtic ad andare in doppia cifra nelle segnature. La sera dell’esordio delle due matricole il Boston Garden potè contare su 10,691 spettatori paganti, dimostrando che l’idea di Brown di fare della sua franchigia il luogo in cui i Crusaders beniamini locali continuavano la loro vita tra i canestri non era per nulla peregrina.
Unica soddisfazione in quel viaggio tormentato era stata la serata del 25 febbraio 1949, quando i Celtics avevano affrontanto i St.Louis Bombers alla Boston Arena di fronte a 4,428 paganti. Grazie ad una superba prestazione del centro di riserva George Nostrand (19 punti) ben coadiuvato dal trio Kaftan-O’Connell-Kinney (14 punti a testa) Boston si aggiudicò l’incontro col punteggio di 102 a 83, valicando per la prima volta nella sua storia la fatidica soglia delle tre cifre. 


Rimase comunque un episodio felice in una stagione poco propizia. Anche se i nuovi arrivi fornirono lo slancio per la conquista di 12 delle ultime 20 partite, la rincorsa verso i playoffs era stata compromessa dalle 10 sconfitte consecutive a gennaio ed il mesto 25-35 era lo specchio eloquente delle difficoltà economiche in cui versava la squadra. Walter Brown, dopo l’ennesimo salasso (altri 100,000 dollari avevano portato il deficit societario a 350,000) dovette usare tutte le sue capacità per convincere gli azionisti del Boston Garden a non scendere dal treno-Celtics, ma a quel punto la luna di miele era finita. Era arrivato il momento di pensare alla cassa. 




1949-50


Ai confermati Bob Kinney, Dermie O’Connell, George Kaftan, Bob Doll e Jim Seminoff si aggiunsero i veterani Sonny Hertzberg, Brady Walker, John Mahnken (acquistato dai Blackhawks nella trade che portò alle dimissioni del coach di Tri-Cities Red Auerbach, avvicinandolo di fatto a Boston) ed Howie Shannon e le matricole Ed Leede, Joe Mullaney (anche lui da Holy Cross) e Tony Lavelli. Lavelli, il cui nome tradisce le chiare origini italiane, era uno studente laureato a Yale che dall’età di 12 anni teneva concerti per fisarmonica girando per gli interi Stati Uniti, ed a 13 anni si era esibito alla radio sulla rete nazionale NBC. 



Per anni il ragazzino del popoloso sobborgo bostoniano di Somerville aveva diviso le sua giornate tra gli allenamenti tra i canestri e lo studio della musica, diventando una sorta di ragazzo-prodigio in entrambi. Nel corso degli anni si era costruito uno dei più mortiferi tiri in gancio mai visti tra due canestri, una conclusione divenuta leggendaria ai tempi del liceo Somerville High, quando Tony aveva guidato la sua squadra al titolo statale. Il basket liceale aveva conosciuto così un’ondata di popolarità tale da costringere gli organizzatori del “Tech Tourney” a portare le finali al Boston Garden, dove erano rimasti per molti anni. 



A Yale Lavelli venne subito inserito nel quintetto All America dei “freshmen”, le matricole universitarie, e nel corso degli anni le sue qualità di realizzatore lo portarono al quintetto All America anche tra i senior. I Celtics lo scelsero con il quarto “pick” assoluto, ma a parte qualche lampo, Tony non riuscì mai ad esprimere anche nel basket professionistico la stessa grazia che contraddistingueva le sue partite universitarie o i suoi concerti alla fisarmonica. Verso la fine del 1949, Lavelli non sembrava particolarmente felice di giocare con i Celtics, nonostante Brown lo avesse scelto molto in alto. 



Walter mi pregò di firmare” dichiarò Tony in seguito, e non facciamo fatica a credergli visti i problemi economici in cui si dibatteva la franchigia ed il forte richiamo che il laureato a Yale poteva suscitare tra i tifosi. Tre settimane dopo l’inizio della stagione Lavelli alla fine decise di unirsi ai Celtics e l’NBA gli propose un contratto supplementare che gli garantiva 125 dollari per ogni partita in cui si fosse esibito alla fisarmonica durante l’intervallo, con un minimo di 25 “performance”. Il 22 dicembre 1949 al Boston Garden erano di scena i fortissimi Minneapolis Lakers di George Mikan, Jim Pollard e Vern Mikkelsen. Davanti a 5,206 spettatori paganti l’incontro filò via liscio con gli ospiti in vantaggio secondo copione. L’occhialuto Mikan sotto canestro dominava come sempre e Dermie O’Connell faceva le pentole ed i coperchi per mantenere i biancoverdi a distanza utile.

All’intervallo, con Minneapolis avanti per 37 a 34, mentre i compagni tiravano il fiato in spogliatoio Tony Lavelli si portò al centro del campo e si accomodò sul suo sgabello. Imbracciò la fisarmonica mentre il Garden si zittiva ed intonò la soave “Lady of Spain”, deliziando gli spettatori. Passò poi ad alcune selezioni dal “Guglielmo Tell”, completandole giusto in tempo per dare inizio al secondo tempo. Nei primi 24 minuti aveva messo a segno solo 3 punti, ma nella ripresa sembrò che la fisarmonica fosse riuscita ad ispirarlo: alla fine i punti di Tony (nella foto sta battendo un tiro libero proprio in quella partita) erano 26, i Lakers erano stati distrutti con un parziale di 53 a 32, e la vittoria era arrivata con largo anticipo sulla sirena finale (87-69). 



Purtroppo, a parte il periodo degli ultimi venti giorni dell’anno in cui la squadra incasellò 7 vittorie e 3 sconfitte, la stagione fu persino peggiore di quella precedente. Boston iniziò con quattro larghe sconfitte (tutte per quattordici o più punti di scarto), e dopo qualche debole segnale di ripresa scivolò su sette bucce di banana che portarono il bilancio vinte/perse a 4-14. Poi, come detto, il momento d’oro a dicembre, ma il fuoco di paglia si spense subito ed il Trifoglio continuò ad appassire. 



Quando mancavano solo nove giorni alla fine dell’ennesima stagione desolante il record era ormai a 22-39: delle 7 partite che giocarono in quel “tour de force” i Celtics non riuscirono a vincerne nemmeno una e chiusero con un vergognoso 22-46, il peggiore dalla fondazione. “Doggie” Julian rassegnò le dimissioni, e la proprietà del Boston Garden acconsentì a tenere in vita la franchigia ancora un anno solo a patto che nel gruppo di azionisti entrasse anche Lou Pieri, ex-proprietario dei Providence Steamrollers.
A dispetto del nome, gli Steamrollers si erano dimostrati tutt’altro che degli schiacciasassi, anzi, erano stati a loro volta schiantati dai debiti, e Pieri aveva potuto godere di una consulenza gratuita da parte di un giovane allenatore che lo aveva conquistato per la sua schiettezza. 



Quando infatti il proprietario della squadra di Providence gli aveva chiesto un consiglio su come fare a salvare gli Steamrollers dalla bancarotta, Red Auerbach gli aveva risposto: “Signor Pieri, visti i giocatori che ha a disposizione, per ricostruire ci vorrebbe qualche anno, e questo per lei significherebbe un ulteriore esborso. Il mio consiglio è di chiudere tutto”. Pieri era rimasto colpito dalla sincerità di Auerbach che, invece di approfittare e “mungerlo” per un anno come allenatore, aveva detto pane al pane e vino al vino. Fu questa la ragione per la quale appena entrato nella cordata “salva-Celtics” come tesoriere consigliò a Walter Brown l’ingaggio di quel coach che aveva fama di essere tanto bravo quanto litigioso.

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